L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati

Franco Berardi Bifo

Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore.

Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).

Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto.

Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi?

Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair.

Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.

In cosa consistono le politiche di Thatcher e del suo allievo Blair? E’ presto detto: ridurre il salario, privatizzare i servizi sociali, sottomettere la scuola agli interessi delle grandi corporation, distruggere le organizzazioni dei lavoratori, prolungare il tempo di lavoro, rinviare i pensionamenti, di conseguenza sprofondare i giovani nella disoccupazione, e costringerli ad accettare lavoro senza garanzie e senza contratto.

Poi viene Recalcati e chiede: ma perché mai dovete odiarlo?

Matteo Renzi si presentò sulla scena dichiarando il suo amore per Blair, e dichiarando che la sua intenzione era ripeterne le imprese, seppure con venti anni di ritardo. Non c’è un solo milligrammo di novità nelle proposte di questo Renzi, la sola cosa nuova è l’arroganza. Tutto quello che lui propone è già stato sperimentato, realizzato, e quel che più conta è già fallito. Il 4 dicembre del 2016 la grande maggioranza dei giovani, non quelli della sinistra, non quelli che quando vogliono telefonare cercano un gettone, non quelli con la sveglia al collo che odiano perché sono dei cadaveri, ma la maggioranza dei giovani gli ha detto: vai a casa, non ti vogliamo più vedere.

In Inghilterra il signor Blair è oggi considerato un criminale di guerra. E’ lui che ha aiutato un texano non molto brillante a scatenare una guerra infinita tra le cui conseguenze (come sanno tutti) c’è la nascita di Daesh, la distruzione dell’Iraq e della Siria. Questo non impedisce al signor Blair di farsi oggi pagare, (pensionato di lusso) per occuparsi di un ufficio che come oggetto, per estrema ironia, ha proprio il Medio Oriente.

Recalcati mi scuserà se non mi sono soffermato a lungo sul suo beniamino toscano. Le imitazioni tardive non mi interessano molto. Io preferisco odiare l’originale.

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Massimo Recalcati, ritorno a Lacan

lacanGiancarlo Alfano

Al di fuori del mondo strettamente legato alla psicoanalisi, e forse in parte anche all’interno di quello stesso mondo, l’opera di Jacques Lacan è normalmente percepita come un coacervo di enigmi travestiti da sciarade. «Non si capisce niente», «sono solo giochi di parole», «elucubrazioni astruse in salsa surrealista»: di questo tenore sono le dichiarazioni quando si fa riferimento al celebre psicoanalista francese. Con questo secondo volume, intitolato Jacques Lacan e sottotitolato La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, Massimo Recalcati sembra voler sfondare il fortilizio dei preconcetti e mostrare che il pensiero lacaniano non soltanto è tramato da un grande rigore concettuale ma che esso è limpido e lineare, progressivo nell’affrontare questioni e metodi; che, addirittura, è un pensiero, se non semplice, certo riassumibile nei suoi sviluppi principali.

Proseguendo quanto realizzato nel primo volume (Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Cortina 2012), questo nuovo libro, anch’esso imponente per dimensioni, rivela una chiara ambizione egemonica, d’interpretazione complessiva e totalizzante del lavoro lacaniano, che viene infatti ripercorso nella sua vasta ricchezza, dalla riflessione sulla psicoanalisi infantile e dalla clinica delle psicosi (ambiti anche cronologicamente «primi» dell’indagine lacaniana, a partire dalla tesi di dottorato del 1932), passando per la paranoia, la schizofrenia, la melanconia, e approfondendo questioni nevralgiche come il «fantasma», il «godimento» e l’agalma (che è quanto caratterizza, per Lacan, il transfert analitico), fino ad affrontare (in un’Appendice solo nominalmente periferica) la questione nevralgica dei quattro discorsi e del discorso «quinto», ovvero quello «del capitalista».

Il libro di Recalcati si presenta dunque come un attraversamento completo del pensiero lacaniano sulla clinica; una sorta di manuale, o d’interpretazione secolare, che mira a fornire delle indicazioni chiare e replicabili. Lo mostra il titolo del capitolo conclusivo, subito prima della già citata Appendice, che significativamente recita La direzione della cura analitica: prendere il desiderio alla lettera: dove l’infinito sembra quasi risuonare come un imperativo (e difatti un capoverso ribadisce: «Bisogna prendere il desiderio alla lettera»). La completezza della ricostruzione, la ricchezza dei riferimenti, insieme a una chiarezza espositiva e a una limpidezza di scrittura davvero magistrali, confermano insomma l’intenzione egemonica di un libro che senza dubbio si presenta come d’ora innanzi inaggirabile nella lettura e nella discussione dell’opera lacaniana.

Non è certo possibile entrare qui nel dettaglio delle singole discussioni offerte nel libro di Recalcati; può però essere utile, per capirne il posizionamento, proporre assai sinteticamente tre osservazioni. La prima riguarda l’attenzione dedicata ai riferimenti filosofici di Lacan. Lo si vede chiaramente nel secondo capitolo, in cui si mostra come la psichiatria fenomenologica di Jaspers si accompagni, nella cultura di un giovane psichiatra che stava prendendo le distanze dal mondo medico francese nel quale si era formato, alla lettura di Essere e tempo di Heidegger e alla conoscenza delle categorie dell’esistenzialismo di Sartre. Lo si vede, ancora, nel capitolo dedicato alla clinica della nevrosi ossessiva, il cui fondamento viene correttamente individuato nella dialettica hegeliana servo-padrone. Non si tratta certo di novità, ma l’agile inserimento di questi fondamenti concettuali dentro la trama della riflessione clinica chiarisce in modo esemplare il ruolo che la filosofia ha avuto per lo psicanalista francese.

La seconda osservazione riguarda invece un’interessante polarizzazione. In più punti Recalcati registra, anche in termini espliciti, l’anticipazione da parte di Lacan di alcuni dei più significativi approdi della ricerca di Foucault, insistendo al contrario, e in maniera ancora più esplicita e convinta, sulla sua lontananza dall’operazione Deleuze e Guattari, quale si è realizzata in particolare nell’Anti-Edipo. Anche in questo caso non si può dire che si tratti di novità; ma è opportuno sottolineare che, così facendo, Recalcati rilancia un’importante questione alla cultura filosofica degli ultimi decenni, che ha invece spesso interpretato in maniera omogenea il pensiero francese del secondo Novecento, finendo col valorizzarne troppo l’aspetto libertario, e così impedendosi di riconoscervi talune significative derive irrazionaliste.

Ciò conduce alla terza osservazione. L’Appendice di Recalcati ruota intorno alla domanda se la psicoanalisi sia rivoluzionaria. La domanda fu effettivamente rivolta a Lacan da uno studente contestatore nel dicembre 1969. La risposta di Lacan fu duplice. Da una parte, nell’immediatezza del confronto, egli fece osservare che non ci si sottrae mai all’alienazione, che è strutturale dell’umanità. Dall’altra, egli articolò una profonda riflessione intorno al godimento come allo strumento principale del capitalismo: è questo il «discorso del capitalista», il quale «trasfigura il soggetto sbarrato» cioè, diciamo, l’uomo nella sua «mancanza a essere», ossia strutturale castrazione, «nel soggetto di una domanda perennemente insoddisfatta, totalmente dipendente dagli oggetti di godimento che il mercato mette a disposizione».

Ed è questa la posizione che ha caratterizzato il lavoro di Recalcati, a partire almeno dall’Uomo senza inconscio, apparso nel 2010, cioè subito prima del primo volume del Jacques Lacan. Si capisce allora come l’importante e imponente ricostruzione del pensiero del grande analista francese portata avanti in questi ultimi anni da Recalcati si configuri come un vero e proprio «ritorno a Lacan» (nel senso in cui lo stesso Lacan propose un «ritorno a Freud»), cioè a colui che ha saputo individuare tempestivamente la trasformazione del nostro mondo di relazioni economiche e psicologiche, riconoscendo la declinazione contemporanea delle forme dell’alienazione e proponendo, nel contempo, un armamentario teorico e operativo che fosse all’altezza dei tempi. Una proposta egemonica che merita, certamente, di essere presa sul serio.

Massimo Recalcati

Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto

Raffaello Cortina, 2016, 667 pp., € 39,00

Il conflitto tra generazioni

Letizia Paolozzi

Riuscirà il figlio a prendere il posto del padre? Se i protagonisti più noti del sanguinoso «romanzo famigliare» sono Laio ed Edipo, padre e figlio, per metonimia, finiranno per indicare un patto mancato, un ricambio impossibile tra la generazione dei giovani e quella dei vecchi.

La questione di chi ha il potere e di chi vuole prenderselo sembra messa a tacere da «una società senza padre» (dello psicoanalista Alexander Mitscherlich). Oppure, recentemente, dall’ «evaporazione del padre» (dello psicoanalista Massimo Recalcati). Il parricidio (perlomeno simbolico) scompare.

D’altronde, molto è cambiato proprio sulla scena del potere. Preso a spallate il Muro, destra e sinistra annaspano. Un concetto come quello di popolo passa dalla sinistra alla destra e viene ribattezzato populismo. Scomparse le grandi narrazioni, la crescita si arresta mentre la politica non sa rispondere alla crisi. Dipende dal crollo dell’autorità maschile? Da un lato scompaiono il senso di responsabilità, il Super Io, le regole e la disciplina. Frantumati i codici tradizionali, ecco s’avanza «una società orizzontale». Senza età, senza differenza di sesso e d’età, la madre imita le figlie (vedi la genitrice addetta al Karma in Bling Ring).

Dall’altro, nei partiti, è assalto all’establishment. Espugnato (nel Pd) dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che scommette sulla «rottamazione» ovvero sul rinnovamento per via anagrafica. Certo, il tema del ricambio generazionale esiste. Peccato che tra maschi venga affrontato in modo così sguaiato. Attraverso conflitti portati avanti senza cura. Per non parlare del Pdl e di Silvio Berlusconi che, da padre immobile e onnipotente, si era immaginato una successione finta, addomesticata. Successione che gli si è rivoltata contro.

Cosa accade invece nel passaggio tra generazioni di donne? Per essere più precisa, c’è un modo di restituire l’eredità (simbolica) ricevuta dal femminismo, modificandola perché non si irrigidisca nelle Tavole della Legge ma senza perdere i guadagni ottenuti dalla pratica politica (il partire da sé, dal quotidiano, le relazioni, l’importanza del corpo)?

A Paestum, nell’incontro Libera ergo sum è andato in scena questo interrogativo. Alcune hanno cercato di tenere insieme soggettività femminile e condizioni materiali di vita; altre (le F9, le femministe nove) hanno risposto srotolando sul palco (vuoto) lo striscione «Stato di eccitazione permanente» e leggendo un testo collettivo. Con sprezzo del pericolo giacché il muoversi insieme corale, comunitario riduce a unità la varietà di voci e di esperienze.

D’altronde, si può capire. Le F9 vogliono essere figlie di se stesse. Senza gratitudine e senza dipendenza dalle femministe «storiche». A costo di passare sopra alla cura delle relazioni e all’intensità degli scambi. In questo modo però sarà difficile trovare nuove definizioni del lavoro, del salario, della cittadinanza sociale e della vita precaria capaci di trasformare una realtà che non ci piace. Che non piace alle donne venute prima e a quelle più giovani. Anzi, a guardare bene, non solo alle donne, ma nemmeno agli uomini.

Muori e sarai servito

Ornella Tajani

Si chiama Heart Attack Grill il fast food da infarto di Las Vegas: un hamburger restaurant a tema ospedaliero in cui le cameriere vestono camici bianchi, le ordinazioni diventano «prescrizioni» e i clienti sono accuditi come «pazienti». Il menù propone single, double, triple e quadruple bypass, ossia hamburger che vanno dai 230 ai 910 grammi di carne l’uno, raggiungendo le 8000 calorie per panino. È consigliato accompagnarli a «flatliner fries», le patatine da linea piatta, con riferimento all’elettrocardiogramma di un cadavere. Il dessert più popolare è un frullato di crema di burro, mentre la selezione di bibite vanta un generale e straordinario apporto calorico; le uniche sigarette in vendita sono le Lucky Strike rosse e senza filtro.

Il primo Heart Attack Grill aprì nel 2005 a Chandler, in Arizona, dove il proprietario Jon Basso dichiarò di voler offrire ai suoi clienti il cibo più nocivo del mondo, coniando la formula di «pornografia nutrizionale». Un secondo ristorante fu aperto a Dallas, Texas, nel 2011, e chiuso dopo pochi mesi. La roccaforte del business “muori e sarai servito” è però quella di Las Vegas, che ha visto dall’inizio del 2012 quattro infarti, di cui due letali. L’ultima morte data dell’inizio di questo febbraio. Jon Basso sostiene che non è possibile provare che questi attacchi siano stati provocati dal loro cibo - un cibo tuttavia “buono da morire”.

L’intera impresa ironizza sulla nocività del cibo che vende, e non è un caso che il ristorante accetti solo contanti, circostanza eccezionale in un paese in cui anche un pacchetto di gomme si acquista con carta di credito: è un dettaglio pensato per evocare un’aura di clandestinità, dato che è la merce illegale, fondamentalmente dannosa, a essere pagata only cash. L’Heart Attack Grill è un perfetto palcoscenico della freudiana pulsione di morte, successivamente sviluppata da Lacan nel concetto di jouissance mortelle, di godimento mortale. Perché nutrirmi di un cibo potenzialmente letale?

In Ritratti del desiderio Massimo Recalcati spiega bene il passaggio capitale nella storia della psicanalisi rappresentato dall’opera Al di là del principio di piacere, in cui Freud teorizzava la pulsione di morte: nel momento in cui si stabilisce che il piacere non soltanto confina col pericolo di morte, ma può arrivare ad essere da esso unicamente e ontologicamente giustificato, «ogni antropologia naturalistico-edonistica che elegge il bene o il piacere a principio ultimo dell’azione umana viene drasticamente abolita». Il piacere, dunque, va ben oltre il principio della conservazione della vita; il godimento, spiegherà meglio Lacan, vale più della vita.

È la stessa pulsione di morte, ossia quella spinta al godimento contraria alla conservazione della vita, che attira i clienti all’Heart Attack Grill con una forza tanto maggiore in quanto la pulsione diventa di massa, pubblica e dunque in parte legittimata: ecco perché qui la morte non viene nascosta, bensì lascivamente esibita. Tutto deve ricordare al cliente che quel pasto può essere la sua ultima cena, perché è precisamente in questo paradosso che sta il godimento, e non nel gusto del triplo hamburger.

Il dott. Jon sembra averlo capito molto bene. L’obeso che sceglie di mangiare in questo ristorante lo fa perché nel menù è servita una chance di morte. Non che egli coltivi desideri suicidi; ciò che alberga dentro di lui non può spiegarsi in altro modo se non con il concetto lacaniano di godimento, mortale in quanto si inserisce in un’antropologia «che contempla l’eccesso come dimensione ontologica della pulsione». Il piacere che il cliente ricaverà da quel cibo lo attrae nel momento in cui sa che l’esperienza può essergli letale. Ciò non ha nulla a che vedere con il rischio: il godimento provato all’Heart Attack Grill coinvolge la concreta possibilità di morire; è questa che mette in moto il meccanismo del desiderio, della ricerca del piacere.

Come non è casuale che esempi di questo tipo di piacere attengano spesso alle sfere del cibo e del sesso, primarie pulsioni di vita, così non stupisce che nel fast food di Las Vegas non manchi l’elemento sessuale: in questa funerea cattedrale del godimento, le infermiere provocanti rappresentano l’altro polo del piacere fisico, qui marginale e tuttavia consapevolmente ostentato. Il loro ruolo è duplice: se da un lato la pulsione erotica si fa complemento di quella alimentare nel camuffamento della pulsione alla distruzione, dall’altro, nel panorama del piacere e del godimento mortali, anche il défilé da malati sulla sedia a rotelle, scortato dalla sensualità “da infarto” della cameriera, diventa per il cliente una ulteriore sequenza del suo flirt con la morte.

All’ultimo e fedelissimo cliente deceduto, John Allemann, l’Heart Attack Grill ha dedicato una speciale linea di vestiti che porta il suo nome. Il lapidario commento del proprietario sulla vicenda è stato: «Non saltava mai un giorno, neanche quello di Natale». D’altra parte, in altra sede, a proposito della sua impresa Jon Basso aveva dichiarato senza mezzi termini: «Ma certo che qui capitano infarti! Altrimenti non saremmo all’altezza del nostro nome». Pacta sunt servanda.