Il rovescio del dolore

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione.

Recavano lo stesso titolo di adesso, Il rovescio del dolore, ma il Socci non mi pareva aver ancora elaborato, allora, quel sorriso tirato, raggelato, che fa oggi di lui (tra l’altro) uno dei più efficaci performer in assoluto: a giorno la radice gaddiana del dolore, unico strumento di cognizione di sé e del mondo, non ancora la capacità di rovesciarlo, quel dolore, nel suo (apparente) contrario: quel «comico assoluto» baudelairiano che, ha ragione Massimo Raffaeli, è la sua cifra quietamente tragica.

E che in ambito italiano non può che far pensare a Palazzeschi. Su «Lacerba» si leggeva: «Schivare il dolore, fermarsi inorriditi alle sue soglie, è da vili. […] Entrarci e risolutamente andare […], è eroismo grande. Uscirne carbonizzato e guarito, con questo superbo fiore all’occhiello e un garbato sorriso sulle labbra. Sublime filtro: ironia».

Oggi quell’ironia, riposata nelle sezioni del libro come su tavole d’obitorio, fa l’effetto di una «bic […] lamarasoio» che squarcia ogni luogo comune sentimentale: al padre morto, topico oggi quanto mai, ci si rivolge così: «Non ho il tuo naso e te ne sono grato». Una scrittura insieme tutta nervi («Saldi, i nervi, di fine stagione») e minuziosamente esatta («Per scriverci in corsivo / finita la matita / la morte entra nel vivo / si tempera le dita»), fin quasi al minimalismo terminale della mirlitonnade beckettiana («Chiuso nel mio cunicolo. // Munito di binocolo. // Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo»).

Ricorrono come controfigure – più dei clown della topica starobinskiana – i maghi da strapazzo, i prestidigitatori da tre carte o quelle figure incongruamente patetiche che sono i loro assistenti pescati dal pubblico («Ti ho amato da una sedia / in bilico, precario su uno zampo, / risvegliandomi al tre / io non in me»). Una poesia del tutto soggettiva ma, insieme, perfettamente impersonale; una poesia che «non odora di chiuso / e poi / non si fa i fatti miei»: una poesia, dunque, squisitamente teatrale. Che parla «in maschera» e, conia anzi il Socci, quel che ha da dire lo «vice dice».

Si ride a denti stretti, come di una freddura: ma questo gelo, il freddo da palco che intitola una sezione, viene da una scena crudele dove le cose tremende che appaiono, in effetti, si producono davvero («è un tipo di teatro / che va oltre il suo orario»): come l’«effetto speciale reale» della morte della terrorista cecena, gasata al Teatro na Dubrovka dalle forze d’assalto di Putin ma che in una foto famosa pare solo addormentata al suo «posto 12 fila C»: «il teatro russo degli anni zero / è vero».

Perché poi dietro alla maschera della vita il dolore che si finge, come sapeva Pessoa, è quello che davvero si sente. O, come sigla il Socci: «Carne professionale / siamo del carnevale / del finto farsi male la ferita / che maschera la piaga». Applausi.

Luigi Socci
Il rovescio del dolore
con una nota di Massimo Raffaeli
italic pequod, 2013, pp. 143

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A colloquio con Céline: «il mondo è spassoso, come la morte»

Cecilia Bello Minciacchi

In questi anni céliniani - per riedizioni e studi dedicati all’«eremita di Meudon» e, metaforicamente, per certa durezza delle condizioni esterne che esistono, sempre, realmente - riappare un libro-intervista che si fa leggere con agilità eppure ci precipita in un fosso oscuro: Il mio amico Céline, del belga Robert Poulet (a cura di Massimo Raffaeli, Roma, Elliot, 2011). Il baratro è quello dell’autore vivo, vivissimo, che parla di sé e dei suoi libri, nella sua casa abitata da una moglie leggera e devota e da un privato zoo di animali, e parla generosamente, «come un mago laico; come uno stilita appollaiato sulla colonna». L’autore (l’uomo) è di quelli che provocano dissensi non solo tra lettori di diversa formazione culturale e politica, ma anche nell’intimo del singolo lettore: dall’impatto con Céline si esce lacerati. E può rimanere bruciante l’imbarazzo di fronte a uno scrittore che costringe «a fare i conti, nello stesso tempo, con un forte consenso estetico e con un radicale dissenso etico», scriveva Raboni introducendo uno dei discussi e urticanti «libelli» céliniani, Mea culpa.

Robert Poulet, a sua volta scrittore, con il mezzo dell’intervista compone un ritratto vibrante e vivido; si espone, provoca, domanda, s’incunea nell’«opera e nella biografia di Céline-Destouches», e Céline risponde, spiega con calore (mai troppo, però, perché «le cose perdono il sugo a spiegarle») i passaggi compiuti dallo «stile Bardamu» che ora trova «un po’ timido, vecchiotto», con ancora «troppe frasi filate. Inaccettabile. E nauseante», fino ai «vuoti» della scrittura in D’un château l’autre: «restano i merletti: la linea essenziale, i caratteristici puntini; e intorno: buchi... Li conosco i merletti, io: li vendeva mia madre». I «buchi» sono funzionali a cancellare quanto la gente già conosce, quanto della vita trova ormai dappertutto, banale. Bisogna mettere in evidenza i fili. L’immagine dei vuoti nei merletti è di una precisione critica mirabile, semplice e folgorante, e l’aggancio biografico è scoperto quanto distanziato, assimilato, consumato. È scoperto e sempre lucidissimo, quest’autore fieramente anticartesiano che detesta la troppa razionalità, il vizio dei francesi che «più di tutti ci hanno il chiodo fisso delle spiegazioni».

La riflessione di Céline sul proprio stile scopre la biografia, vischiosa, anzi fusa con la scrittura, con il rigore del lavoro ininterrotto. Un’etica inesausta del lavoro, una forma di dedizione tanto alla scrittura quanto ai malati, e ai poveri che a un certo punto iniziò a curare senza farsi pagare. Anche dopo l’esplosione di polemiche e di vendite del Voyage, quando mise insieme il «malloppo» che pensava dovesse servirgli allo scoppio della guerra e che spedì in Danimarca ignaro delle persecuzioni che proprio lì avrebbe subìto, Céline non si concedeva quasi nulla, non spendeva un soldo: «niente ferie e vacanze, sgobbavo da mattina a sera, due mestieri, tirati avanti tutt’e due». Ciò che più continua a colpire è la sua severità, la sua durezza onnipervasiva e disillusa, autenticamente restituita da Poulet che sa mettersi in disparte mentre racconta l’amico Céline degli ultimi anni, tra il 1956 e il ’57.

Ha un valore testimoniale, il libro di Poulet: ha ragione Raffaeli che lo definisce «tanto un referto in presa diretta quanto un’autobiografia scritta per procura». Riapre le questioni, e non le chiude, al più suggerisce qualche scappatoia. È di certo mosso da un intento apologetico, da un desiderio di adesione intellettuale e prospettica col suo interlocutore, ma poi con passo lieve, per capitoli tematici, Poulet procede come un cronista: dà voce a Céline e ne mostra dritto e rovescio. Perfettamente, maledettamente coincidenti, nel suo caso. Il caso di chi vede il tragico, cioè tutta la gente che gli si para davanti «morta dalla nascita. 'Ombre che camminano'», e poi beffardo e burlesco lo scrive in un carnevale di lutto, dicendo vero e semplice: «io uso un linguaggio mio, che mi corrisponde, che mi faccio in casa come i dolci della nonna». Ma senza zucchero, d’un amaro feroce.

IL LIBRO
Robert Poulet
Il mio amico Céline

a cura di Massimo Raffaeli
Elliot (2011), pp. 114
€ 14,00