Iene della tastiera o allocchi?

Augusto Illuminati

Ricordate le ždanoviane “iene con la macchina da scrivere”? Ricordate, insomma, si fa per dire, perché per averne sentito parlare occorre avere una certa età e non è facile neppure rintracciare l’espressione su Google. Comunque all’epoca, nei tardi '40 del secolo scorso, veniva detto in genere a torto e spesso di bravissime persone, tipo Sartre o Camus quando deragliavano dall’ortodossia cominformista (ancora googlare, per i militanti più giovani).

Problemi a rilanciare la formula, come un qualsiasi oggetto vintage? No, gli obbiettivi adatti abbondano – basta leggere gli editoriali sulla Grecia di Repubblica, Corriere della Sera e dello spinelliano Foglio (di cui appunto è amministratore delegato il rag. Spinelli, sì, proprio lui, il pagatore non utilizzatore delle olgettine). Per imbarazzo sul nome del fondatore e per irrilevanza mediatica tacciamo dell’Unità, “monumento equestre di Renzi”. L’unico problema è sostituire quell’arcaico oggetto museale con una banale tastiera. Iene con tastiera, ecco. La buonanima si stira nella tomba, le sue vittime d’allora pure e gli editorialisti d’assalto (sempre a quel tempo si diceva “sicofanti”, il liceo classico funzionava) hanno l’epiteto che si meritano.

Non solo i Livini, Bonanni, Cerasa, ma tutta la genia dei sondaggisti che, davvero ci meravigliamo, non scoppino a ridere incontrandosi per strada, secondo il mirabile detto di Catone riportato da Cicerone (qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset). Riassumiamo la farsa, esonerando i giornalisti onesti e i sondaggisti non prezzolati, che sbagliano in proprio. Scoppiata la mina del referendum, i giornalisti di regime si sono affrettati a dichiararlo illegittimo, affrettato e sbagliato (mica era il famoso 40,8% del Pd alle europee, do you remember?).

Poi, un passo alla volta. In soli cinque giorni: 1) i sondaggi dànno una chiara maggioranza al SI, 2) i NO sono passati in testa, ma i SI sono in risalita, 3) drammatico testa a testa, con i SI in lieve vantaggio. Fonti prima anonime, poi eterogenee e oscure, mentre i vari istituti italiani si guardavano bene dall‘avanzare pronostici o commentare i criteri di rilevazione. Conclusione: OXI al 61% e rotti. Parlare di manipolazione greca, di complicità italiana e di giornalismo allocco è semplicemente misericordioso. Quando il margine di errore balza al 13%, si direbbe che siano entrate in scena le agenzie che hanno truccato anni fa i conti greci…Se si fosse trattato di un sondaggio su un prodotto, le denunce sarebbero fioccate. Abuso di credulità popolare, se non circonvenzione d’incapace, tenuto conto del declino dello spirito critico nel pubblico medio dei lettori di quotidiani. Discorso a ruota per le Tv, con sporadiche eccezioni.

Certo, i giornalisti in questione sono uomini d’onore e si sono lasciati trarre in inganno dai sondaggi falsificati – che peraltro non hanno denunciato ex post, proclamando anzi all’unisono che loro si erano ben resi conto dell’imminente vittoria del No, solo che non erano riusciti a trasmettere in tempo la loro convinzione alla redazione.

Dunque i commenti, ben ritmati con il Communicator in chief, Matteo –che adesso tace, e come si fa? Il referendum è uno scarico di responsabilità. La scelta è fra euro e dracma. Angela e Matteo vi guardano dall’alto nel segreto dell’urna. Se votate No verrà la peste e il terremoto. Avete votato No e adesso pagate le conseguenze, brutti fannulloni che avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi e a spese nostre. Arridateci i nostri 40 o 80 miliardi, maledetti baby pensionati! Tutti armatori ed evasori! Grexit subito. Naturalmente grande accodo ai deliri di Schulz, che promette “aiuti umanitari” ai greci ridotti alla fame, ma forse per “umanitari” pensava ai bombardamenti. Il tutto corredato da annunci catastrofici (il pane è finito nelle isole! Non ho trovato il viagra in farmacia!) e da foto e video da day after: il pensionato che si sventola sui gradini della banca o quattro clienti in fila al bancomat, tipo la sera a Sanlo prima della pizza. Mi dicono invece che la metro funziona meglio delle linee A, B e ½ C a Roma ed è pure gratis.

La danza degli avvoltoi impazziti (ma forse solo allocchi ingrifati) si è poi distribuita per cerchie più strette – a volte miserelle (a Exarchia ha vinto il Si! )– e l’obbiettivo più ghiotto è stato il grande Ianis Varoufakis, prima durante e dopo le dimissioni. Non serve Freud e manco 'a zingara per decifrare il groppo di invidia politica ed erotica, odio di classe e desiderio frustrato che, ben distribuito per gender, ha animato il giornalettismo italiano. Diciamo che le argomentazioni anti-keynesiane non sono state prevalenti.

Ok, mi fermo qui. Ci vorrebbe un Kraus per una disamina più attenta, ma che dico? Sarebbe sprecato per le bassure in questione. Basterebbero i cassonetti dell’Ama, se non fossero già strapieni.

The Italian New York Times

G.B. Zorzoli

Alla morte di Margherita Hack il Corriere della Sera del 30 giugno ha dedicato due pagine intere. Per riempirle, ha messo in campo quattro sue firme di un certo peso. Articoli ricolmi di simpatia, a tratti di affetto, nei confronti della Grande Scomparsa.

Di ciò che rappresenta il sale dell’informazione di intrattenimento, non si è trascurato nulla. L’ultima bacio col compagno di una vita, l’altrettanto costante amore per gli animali, la sua incrollabile scelta vegetariana, e via elencando.

Un inciso di due righe in uno degli articoli informa che era “paladina dei diritti civili, delle coppie omosessuali, dell’eutanasia” e, sempre en passant, un altro pezzo riporta una sua dichiarazione a favore dell’eutanasia, ma in due intere pagine non si trova lo spazio per specificare quali siano stati gli impegni concreti della scienziata, iscritta all’associazione “Luca Coscioni”, protagonista nella battaglia referendaria per l’abrogazione della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita, fra i promotori dell’appello per la ricerca sulle staminali embrionali, attivamente partecipe alla campagna per la legalizzazione dell’eutanasia, solo per citare quelli più recenti.

Omissioni che sono addirittura veniali rispetto al silenzio tombale sul suo impegno politico, prima a fianco del partito comunista, successivamente delle formazioni politiche nate alla sinistra del PDS e poi del PD. Impegno non semplicemente collaterale, vista la scelta di candidarsi nel 2005 con il partito dei comunisti italiani alle elezioni regionali della Lombardia e nel 2010 con la federazione della sinistra per quelle del Lazio; entrambe le volte eletta, salvo rinunciare a favore di persone più giovani e disponibili a tempo pieno. Con lo stesso schieramento si era candidata alle elezioni europee del 2009.

Un incidente di percorso? Sarebbe il secondo, visto che il 5 giugno scorso, per ricordare la giornata mondiale dell’ambiente, il Corriere pubblica un articolo di Danilo Taino, che già dal titolo dice tutto: “Sos Terra: dal fallimento del solare al clima che cambia - Le soluzioni migliori per l'ambiente stanno nella crescita economica”.

A completare il quadro, l’articolo riporta soltanto le opinioni di due ambientalisti pentiti: Chicco Testa che, dopo esser stato presidente di Legambiente, ha guidato un’associazione per il ritorno del nucleare in Italia, attualmente è presidente dell’associazione degli industriali elettrici e in questa veste ha pubblicato un libello contro il fotovoltaico; Bjørn Lomborg, il quale racconta al giornalista del Corriere che l’aumento della temperatura della Terra avrà un impatto negativo sulla vita e sulle economie, ma solo nel lungo periodo, mentre sul breve un grado medio in più avrà probabilmente effetti benefici, almeno in alcune aree del mondo.

Ma – e qui arriviamo al terzo incidente di precorso – il quotidiano che ambisce a essere il New York Times italiano, non si limita a sentire soltanto una campana, ignorando le analisi e le conclusioni di segno opposto sugli effetti del cambiamento climatico e sul ruolo delle fonti rinnovabili nel contrastarlo. Non pubblica la lettera inviata al suo direttore da parte dei responsabili delle tre principali associazioni che rappresentano la grande maggioranza delle imprese attive nell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili; una lettera garbata, in cui si citano alcune delle informazioni che sarebbero state necessarie per consentire ai lettori di farsi un’opinione non falsata in partenza.

Poiché secondo Poirot tre coincidenze assomigliano a una prova, paradossalmente dobbiamo augurarci che la maggiore presenza della Fiat nell’azionariato del Corriere lo renda più simile alla Stampa.

 

No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Erdogan passa al massacro!

Defne Gursoy

Tutto è precipitato ieri sera a piazza Taksim (sabato 15 giugno, ndr). La polizia ha scatenato la guerra, ne sono testimone diretta poiché ero sul posto. La violenza poliziesca smisurata ha fatto centinaia di feriti; il parco è stato sgomberato a forza con gas; cannoni d’acqua violentissimi contenenti prodotti chimici che causano bruciature sulla pelle e proiettili di gomma hanno ferito decine di persone, fra le quali una donna incinta. Fra l’altro, sono state lanciate granate cataplessizzanti (incapacitanti) che hanno seminato terrore in tutto il quartiere.

L'intervento è iniziato quando non c’era alcuna manifestazione, alcun raduno né nel parco Gezi, né sulla piazza. Era un sabato ordinario e gli abitanti erano venuti con i bambini per prendere aria nel parco. L’operazione di guerra è cominciata alle 19,40 quando la Piattaforma di Taksim aveva annunciato alle 11,00 il ritiro pacifico degli occupanti dal parco a partire da lunedì.

Gli scontri sono durati sino al primo mattino; ero incastrata tra le barricate e la polizia. Mi sono rifugiata in uno di quei passages (galleria commerciante); la polizia ha lanciato il gas anche all'interno di tutti questi passages dove la gente si cercava riparo. Sono stata intossicata dal gas e ho visto gente cadere come mosche sulla strada Istiklal.

A migliaia sono affluiti da tutti i quartieri di Istanbul per venire in soccorso a Gezi Park e ai manifestanti. La municipalità ha fermato tutti i trasporti pubblici a partire dalle 11,00 per impedire l’afflusso della popolazione dai quartieri verso il parco. Ma la gente è passata dalla riva asiatica attraverso i ponti del Bosforo. La polizia ha tirato gas anche su questa gente che passava a piedi sul ponte, senza lasciar loro alcuna scappatoia, salvo forse buttarsi giù dal ponte.

Persino all’interno degli hotels che hanno accolto i feriti sono stati lanciati i candelotti di gas. I turisti hanno accolto i feriti nelle loro camere d'albergo ma hanno subito anch’essi violenze; la polizia ha attaccato tutti gli hotels le cui sale e ingressi s’erano trasformati in centri di soccorso medico. Questo è crimine contro l'umanità, del mai visto neanche in paesi con regimi fra i più repressivi.

Tutta questa violenza non ha fermato la popolazione che si è riunita in ogni quartiere. Non conosciamo esattamente il numero di feriti, ma sappiamo che ce ne sono tanti in grave stato. Centinaia di feriti non hanno potuto ricevere soccorso medico poiché la polizia ha vietato l'accesso delle ambulanze a Taksim e dintorni. Oggi, Erdogan terrà un meeting a Istanbul con i suoi sostenitori e probabilmente non esiterà ad aizzarli contro i resistenti.

Gli abitanti delle Settanta città turche sono oggi in strada per protestare. Decine di migliaia stanno per marciare verso piazza Taksim. La violenza del potere attuale contro questi cittadini deve essere fermata al più presto!

Chiedo di divulgare questo messaggio ovunque voi possiate. Quello che è avvenuto è veramente gravissimo ed è molto probabile che questa guerra di Erdogan contro la popolazione continui. La disinformazione da parte del potere turco non deve passare nei media europei, la verità deve essere ascoltata ovunque nel mondo.

Istanbul, 16 giugno 2013, 11h (ora locale)

Traduzione dal francese di Salvatore Palidda

Questo articolo è stato scritto domenica, ci è sembrato importante diffonderlo. Defne Gursoy è una famosa giornalista turca che scrive per giornali turchi e per vari giornali europei. È nota anche come saggista, conferenziere e docente in comunicazione.

Leggi anche:
Eleonora Castagna, Rinascita turca
Una petizione:
Diren Istanbul, diren Türkiye (Resisti Istanbul, resisti Turchia)

turchia

Sull’idiozia sociale

Nicola Fanizza

La genialità e l’idiozia, pur configurandosi come situazioni estreme e complementari della nostra coscienza sociale, sono comunque coestensive. L’idiozia abita a pieno titolo nei sotterranei del nostro immaginario e vive e vegeta proprio nel cono d’ombra della genialità. Si può dire che l’idiozia pervade a tal punto la nostra vita, è così immanente ad essa da risultare quasi del tutto assente. Da qui la scarsa attenzione nei confronti di una modalità della nostra esistenza che nelle sue molteplici declinazioni presenta risvolti davvero interessanti.

L’idiozia può essere divertente. Questo accade, specialmente, quando si presenta commista con la pazzia. A tale proposito, l’altro ieri, sulla Linea rossa della Metropolitana milanese, un folle vivente con la sua perfomance – un monologo, in cui trovavano posto simpatici rilievi sui viaggiatori, canzonature dei politici, ardite analogie e frammenti di lucida follia – ha sortito un inconsapevole sorriso su tutti i volti dei viaggiatori. Ho rivisto in lui i tratti del filosofo cinico che dice la verità (parresia) e, insieme, l’immagine dei Santi folli di Bisanzio, che, al fine di riattivare la comunicazione con la città che non li voleva più ascoltare, ricorrevano a gesti estremi, privi di senso e comunque spettacolari.

A volte l’idiozia è disarmante. Ciò accade in particolare quando ci troviamo di fronte all’idiozia dei bambini o degli stupidi. Nondimeno questi ultimi non sono tutti uguali, poiché accanto agli stupidi disarmanti come i bambini ci sono quelli che Ciano, icasticamente – in riferimento a Starace –, chiamava i «coglioni che fanno girare i coglioni». Quando li incontriamo, corriamo quasi sempre il rischio di perdere il controllo delle nostre azioni. La collera, infatti, in quelle rare e fuggitive occasioni, pervade a tal punto la nostra coscienza da offuscare le nostre stesse capacità razionali.

L’idiozia produce i maggiori disastri, quando si coniuga con l’insipienza di chi svolge una funzione di potere: gli ufficiali, specialmente, in caso di guerra, i docenti e i politici. Questi ultimi – in quanto conoscitori delle diverse tecniche e, insieme, possessori della phronesis (l’astuzia, la capacità di mediare fra le esigenze tecniche e la necessità di salvaguardare i legami sociali) – dovrebbero essere i migliori. Eppure non è sempre così.

Nondimeno, nell’inedito spazio sociale prodotto dalle dinamiche della globalizzazione – accanto alle idiozie di cui sopra –, è possibile cogliere il fantasma di una nuova forma di idiozia. Si tratta dell’idiozia sociale che si configura come un vero e proprio ossimoro. La cifra di tale ossimoro, tuttavia, può diventare intellegibile solo se si fanno i conti con il significato che la parola idiota aveva nella lingua greca. Il termine idiotes stava, infatti, a indicare l’uomo privato in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche proprio perché era colto, capace ed esperto. Ebbene, oggi, la dissoluzione dei vincoli sociali – determinata dalle politiche neoliberiste – si configura come lo sfondo da cui si origina l’idiozia sociale e, insieme, l’incanaglimento che sempre più pervade il tessuto delle nostre relazioni. Di fatto l’idiozia sociale si dà nella misura in cui ciò che è privato pervade lo spazio pubblico. Non sta pertanto in alcun modo a indicare l’insipienza, ma l’assenza dell’obbligo nei confronti degli altri.

L’idiozia sociale è ormai onnipervasiva. Gli interessi privati signoreggiano nello spazio pubblico, che è stato colonizzato da politici che hanno per lo più lo stesso stile. Quelli di destra – si dice – sono volgari; quelli di sinistra, invece, sono spocchiosi. Se è vero che la plebaglia con la sua volgarità trova sempre più spazio sulle reti televisive di Berlusconi (vedi il talk show Quinta Colonna), è altresì certo che la maggior parte i nipotini di Togliatti continua ad aver come proprio modello il gaga degli anni Trenta (D'Alema). Non si tratta di una grande differenza! La volgarità e la spocchia sono termini coestensivi e, insieme, coessenziali: ambedue rimandano, infatti, alla mancanza di rispetto nei confronti degli altri.

L’insipienza, la supponenza e il sussiego si configurano come i tratti più rilevanti che ineriscono allo stile dei nostri politici, i quali svolgono la loro funzione senza avvertire alcun obbligo nei confronti dello spazio pubblico. Alcuni anni fa mi è capitato di assistere – in occasione della presentazione a Mola di Bari di un libro di Gino Giugni – a uno spettacolo oltremodo vergognoso. Nonostante alcuni dirigenti del Pd avessero accolto a tempo debito l’invito del padre dello statuto dei lavoratori a presentare il suo libro, dichiararono senza alcun pudore di non aver trovato il tempo per leggerlo. E la stessa cosa è accaduta in altre occasioni: gli intellettuali squillo presentano i libri senza averli letti!

D’altra parte, i mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia condita in tutte le salse, e con l’arrivo della televisione e dei giornali e di facebook non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo quasi gratuito.

A sarà düra!

Carlo Formenti

Da anni il movimento No Tav viene additato dalle sinistre radicali come un esempio di lotta antagonista capace di crescere e durare nel tempo, associando le lodi – rituali – alla precisazione - altrettanto rituale – che si tratta di un caso unico e irripetibile. Ma questo è falso – o almeno solo parzialmente vero: la lotta No Tav presenta alcuni caratteri di unicità, ma non è un caso irripetibile, bensì l’esito di un metodo politico da praticare, piuttosto che celebrare a parole. Lo confermano i racconti dei suoi militanti, raccolti dal Centro sociale Askatasuna. Non avendo lo spazio per commentare queste straordinarie storie di vita, mi limito a restituirne il senso politico, ben sintetizzato dalle sezioni introduttiva e conclusiva che le precedono e seguono. Procedo schematicamente, per punti.

1) La forza del movimento risiede in una comunità che ha costruito la propria identità sulla identificazione del nemico. La chiarezza del fine di parte - gridare tutti insieme NO alla costruzione della linea ad alta velocità e agli interessi di coloro che la sostengono – ha pesato più degli altri, pur importanti, fattori aggregativi (memoria storica della resistenza di movimenti ereticali e partigiani alle invasioni esterne, l’amore per il luogo, ecc.).

2) Malgrado la composizione sociale frammentaria, il movimento ha assunto carattere di lotta di classe, nella misura in cui ha capito che il capitale sfrutta il territorio come mezzo di produzione, calpestando l’ambiente e i suoi abitanti per estrarne profitto. Così la rigidità dei comportamenti valligiani diviene il prolungamento della rigidità dei comportamenti di fabbrica (già iscritti nella storia delle lotte operaie della zona).

3) Il rifiuto nei confronti delle istituzioni rappresentative e del ceto politico non è avvenuto sul terreno ideologico dell’antipolitica, bensì sul terreno concreto dell’invenzione di controistituzioni di democrazia diretta e partecipativa: presidi, comitati di lotta, coordinamento valligiano, assemblea popolare.

4) I militanti venuti da fuori hanno saputo farsi accettare/integrare nel movimento senza nascondersi dietro ideologie spontaneiste ed esaltazioni dell’orizzontalità ma, al contrario, rivendicando la funzionalità del proprio ruolo “verticale” di elementi in grado di donare forma, potenza e organizzazione alla lotta pur restandone all’interno (i curatori parlano di “gerarchie provvisorie e funzionali”).

Aggiungo solo due osservazioni e una riflessione. Prima osservazione: ho trovato apprezzabili le critiche alla retorica dei beni comuni: comuni sono solo i beni oggetto di riappropriazione sociale, altrimenti si scade nelle solite, nauseabonde litanie sull’interesse generale. Seconda osservazione: condivido l’atteggiamento “laico” nei confronti della contro informazione in rete: i new media non sono intrinsecamente “democratici” (il libro ne descrive bene l’integrazione nella propaganda anti movimento dei media mainstream), ma solo più efficaci in quella guerra fra network poveri e network egemoni che è divenuta la comunicazione politica.

Infine la riflessione: ciò che è “esportabile” della lotta No Tav è il metodo politico descritto in questo libro che, a mio avviso, somiglia a quello che Lenin e Gramsci indicavano come l’unico modo corretto di costruire l’organizzazione rivoluzionaria in quanto parte integrante della composizione antagonista di classe.

Centro sociale Askatasuna (a cura di)
A sarà düra!
Storie di vita e di militanza no tav
DeriveApprodi (2013), pp. 320
€ 18,00

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.