Interférences # 17 / “Leggete Karl Marx”: una cartografia

Frédéric Montferrand

traduzione di Davide Gallo Lassere e Andrea Inglese

(Si vuole dare il politico per morto, soprattutto in Italia. Intanto arriva la politica dei morti viventi, che riesumano ossame ideologico che pensavamo ormai polverizzato. D’altra parte, in Francia e nel Regno Unito, ma non solo, il marxismo è ancora un crocevia fondamentale per la formazione di generazioni che hanno voglia di comprendere come funziona e come si può cambiare il mondo a partire dai rapporti di dominazione e sfruttamento. Pubblichiamo questo articolo apparso sul numero speciale di Le Monde, collezione “Une vie, une œuvre”, Karl Marx, l'irréductible, edizione 2018. A. I.)

In un’intervista accordata alla rivista Elle nel maggio 2017, Emmanuel Macron dispensava ai “giovani” un consiglio saggio: “Leggete Karl Marx”. Più politicizzati dal movimento contro la “Loi Travail” che dalla comunicazione di “En Marche” (il partito lanciato da Macron; n. d. t.), i giovani francesi in questione non si aspettavano tanto da parte di Macron. Ciononostante, non si può non constatare come abbiano finito per seguire il consiglio del nuovo Presidente ben oltre le sue più rosee speranze. Dai seminari auto-organizzati ai gruppi di lettura, passando per diversi collettivi editoriali, blog e riviste, l’opera di Marx è infatti oggetto di usi variegati e vivaci, senz’altro favoriti dal fatto che - oggigiorno - nessun apparato politico può più pretendere di esercitare su di essa una qualsivoglia egemonia.

Sarebbe tuttavia troppo facile attribuire tale riscoperta d’interesse per l’opera di Marx e dei suoi successori alla casualità del calendario. Di fatto, il bicentenario della nascita dell’autore del Capitale, che segue di un anno il centenario della rivoluzione russa e che coincide con il cinquantesimo anniversario del Maggio ’68, sta dando luogo a numerosi eventi che forniranno l’occasione per saggiare la ricchezza dei marxismi contemporanei (per i dettagli di tali eventi marx2018.hypotheses.org). Ma la riscoperta d’interesse di cui è oggetto attualmente l’opera di Marx s’iscrive in un movimento più profondo di contestazione del capitalismo provocato dalla crisi economica del 2008 e dal nuovo ciclo di lotte sociali che l’ha accompagnata. Sulle piazze di Il Cairo, di Madrid, di Atene, di New York o di Istanbul si esprime infatti il bisogno di strumenti intellettuali che permettano al contempo di cogliere le tendenze profonde dell’economia mondiale e di orientarsi politicamente in una congiuntura in costante mutamento. Ora, una delle caratteristiche del marxismo consiste nel tenere assieme la comprensione totalizzante dei fenomeni sociali e l’intervento pratico nella contingenza storica. Tenendo a mente tale caratteristica, si possono classificare le ricerche contemporanee su Marx e il marxismo in due grandi categorie: quelle restitutive e quelle attualizzanti.

La prima categoria riunisce l’insieme dei lavori che mirano a restituire la complessità dell’opera del teorico e militante rivoluzionario tedesco, aldilà delle caricature che ne sono state fatte, anche in seno al marxismo. Le ricerche condotte dall’équipe internazionale della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), che ha recentemente pubblicato l’integralità dei canovacci e manoscritti del Capitale, sono particolarmente rappresentative di questa prima categoria. Ma si possono ugualmente ravvisare molteplici commenti al Capitale che ambiscono a rendere accessibile a un largo pubblico i grandi temi della critica marxiana dell’economia politica (Cfr. in particolare l’opera del geografo inglese Davide Harvey, Introduzione al Capitale, La casa Usher 2014, e quella del ricercatore tedesco Michael Heinrich, An introduction to the three volumes of Karl Marx’s Capital, non disponibile in italiano). A tal proposito, gli sforzi svolti in Francia dalle Éditions Sociales e dalla Grande Édition Marx et Engels (GEME) mettono a disposizione del lettore francofono un’edizione critica completa delle opere di Marx.

La seconda categoria raccoglie diverse ricerche che mirano ad attualizzare la portata critica dei concetti marxiani nel contesto contemporaneo. I lavori realizzati dal gruppo della rivista Actuel Marx – alla quale si deve la difesa di un polo di discussione marxista nell’università francese – sono particolarmente rappresentativi di questa tendenza. La rivista in effetti accoglie articoli accademici che ambiscono a rinnovare la grammatica teorica elaborata dall’autore del Capitale, mettendola a confronto con altre tradizioni intellettuali e con dei nuovi oggetti. E si fa così cassa di risonanza di una discussione internazionale sulle modalità di rinnovamento del marxismo che si realizza soprattutto in lingua inglese. Svincolati dal peso che poteva rappresentare in Germania, in Francia o in Italia, il passato stalinista dei Partiti comunisti, ma continuando ad attingere riferimenti presso autori che a quelle organizzazioni erano affiliati (Antonio Gramsci, Georg Lukács, Louis Althusser, Mario Tronti), gli intellettuali anglosassoni hanno effettivamente prodotto dei lavori originali in ambiti di ricerca che oggi ancora non vengono spontaneamente associati al marxismo: l’ecologia politica, l’estetica, la geografia urbana, le teorie critiche del razzismo, il femminismo, la teoria queer e le questioni relative alla sessualità. Bisogna sottolineare a questo proposito il ruolo di catalizzatore svolto dalla rivista inglese Historical Materialism, che organizza una conferenza annuale dove, per quattro giorni, una giovane generazione di ricercatori e militanti si accalca per ascoltare interventi tecnici sulla caduta tendenziale del tasso di profitto o sulle mutazioni contemporanee dell’industria culturale. La collezione curata dalla rivista preso la casa editrice Brill e Haymarket costituisce a oggi la fonte d’informazione più ricca sulla storia e l’attualità del marxismo.

Ciò che comunque caratterizza la situazione attuale è che il lavoro realizzato da riviste quali Actuel Marx o Historical Materialism si trova raddoppiato e arricchito dalla moltiplicazione d’iniziative editoriali autonome e extra-accademiche. Negli Stati Uniti, la rivista Jacobin, gode ormai di un’autentica visibilità giornalistica e politica. Più radicale nei suoi riferimenti, la rivista Viewpoint ha saputo dal canto suo utilizzare le risorse che offre Internet per proporre dei numeri tematici, la cui ampiezza e precisione sono tali che nessun editore si arrischierebbe più a pubblicarli. Assieme alla rivista Endnotes, essa testimonia del pubblico internazionale, di cui godono oggi certe tematiche eterodosse derivate dall’operaismo italiano, dalla critica tedesca del valore o dalle correnti francesi della communisation (Cfr. su questo punto i numeri della rivista Théorie communiste). Queste riviste inoltre esibiscono una cura estetica che rompe con l’aspetto malandato delle tradizionali pubblicazioni dell’estrema sinistra. Per trovare degli equivalenti francesi, bisogna fare riferimento alla rivista Période. Due volte a settimana questa rivista in rete propone articoli originali, interviste o traduzioni nelle quali le grandi correnti della tradizione marxista sono confrontate con i dibattiti teorici contemporanei. Période s’inscrive a questo titolo nel più ampio arcipelago delle pubblicazioni indipendenti, tra le quali bisogna citare le riviste Contretemps o Ballast, i siti Internet Palim-Psao o Plateforme d’enquête militante così come le case editrici quali Entremonde, Smolny, Syllepse, La Fabrique, Amsterdam, La Tempête, Eterotopia, La Dispute, Lux, La Ville brûle o Libertalia.

Il materiale intellettuale proposto da questi differenti collettivi resterebbe nonostante tutto lettera morta se non venisse discusso durante seminari, convegni e gruppi di lettura che costituiscono i veri spazi di auto-formazione nei quali si elabora l’intelligenza critica del presente. Se alcuni di questi spazi godono d’affiliazioni universitarie – si pensi in particolare al seminario “Marx nel XXI secolo” animato alla Sorbonne dal rimpianto Jean Salem o alle attività del laboratoro “Sophiapol” dell’università di Nanerre – si assiste in ogni caso questi ultimi tempi a uno spostamento della produzione teorica e della discussione politica al di fuori delle frontiere dell’università. La rivista Période organizza così dei gruppi di lettura a Parigi, a Strasburgo e Grenoble, dove ognuno può presentare e discutere un testo pubblicato sul sito della rivista. Quanto al “Gruppo di Ricerca Materialista”, che pubblica i Cahiers du GRM, porta avanti un lavoro d fondo sull’eredità intellettual dei movimenti operai e studenteschi europei. Più ancorato nella congiuntura, il seminario Conséquence offre uno spazio di auto-riflessione critica nei confronti delle nuove forme di radicalità emerse in occasione del movimento contro la “Legge sul lavoro”. (Si fa qui riferimento ai movimenti di contestazione emersi a partire dal marzo 2016 contro la legge promossa dalla Ministra del Lavoro Myriam El Khomri, durante il secondo governo Walls. N. d. t.) Ma è senz’altro il seminario “Letture di Marx”, organizzato una volta al mese all’École Normale Supérieure, che mostra la più bella longevità. Da quasi più di dieci anni, questo seminario autogestito riunisce un centinaio di giovani partecipanti intorno ai testi di Marx o alle problematiche marxiste. Sottolineiamo per finire le diverse sensibilità che si esprimono in questi spazi trovano nei convegni Penser l’émancipation una vasta piattaforma di confronto e di elaborazione collettiva.

Si avrebbe ovviamente torto se da una lettura di tale cartografia si concludesse che il riferimento marxiano è divenuto dominante nello spazio pubblico. Ma, nel momento in cui l’università ha avviato una riforma che rischia fortemente di accentuarne il carattere inegualitario e in cui il dibattito politico si trova sempre più polarizzato intorno a tematiche reazionarie, si troverà qualche conforto nel fatto che cento fiori sboccino, che cento scuole siano nuovamente in competizione nel campo culturale dei marxismi.

Un socialista del Novecento

Gaetano Azzariti

Viviamo tempi di letture semplificate, ricostruzioni storiche approssimate, biografie stravolte. Un tempo dove l’ossessione per l’immediatamente rilevante (l’eterno presente) finiscono per lasciarci tutti privi di memoria, senza possibilità di confronti, senza criteri di giudizio. E, senza giudizio, la cultura, la politica, la democrazia finiscono di perdere il loro senso, riducendosi a vuota rappresentazione di sé. C’è chi, però, non vuole arrendersi allo stato di cose presenti e torna caparbiamente a guardare al passato per progettare il futuro.

Lezioni di storia che riescono, a volte, a farci intravedere la strada che potremmo percorrere, se solo riuscissimo a cambiare rotta. In alcuni casi basta tornare a guardare in faccia i protagonisti del secolo scorso per rinvenire i fili di un'altra storia. È il caso di Lelio Basso, intellettuale eterodosso, socialista luxemburghiano, padre costituente, politico critico della politica. Una figura del nostro passato il cui pensiero – anche grazie alla fondazione Lelio e Lisli Basso - è stato spesso oggetto di riflessione, ma che non smette di interrogarci, stimolandoci ad un confronto impietoso con le miserie del presente. È questa la sensazione che si trae dall’ultimo studio a lui dedicato: Chiara Giorgi, Un socialista del Novecento. Uguaglianza, libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso, Roma, Carocci, 2015. Dal volume - che esamina gli anni più intensi della vita di Basso, sino al 1948 – emerge non solo la profondità di pensiero e la consapevolezza nella visione politica del protagonista, ma anche la sua distanza ontologica con le comparse che oggi dominano la scena. Un «antieroe» potremmo immaginificamente dire.

Così è se si pensa alla sua interpretazione del socialismo, “eretica” certamente, ma entro un credo comune, fatto di principi e inserito in un movimento, una comunità politica di cui era e si sentiva integralmente parte. A fronte dello slabbramento nichilista del presente una lezione da imparare. Forse la rottura del conformismo dilagante potrebbe passare per la riscoperta della ereticità rigorosa di Basso.

Così è anche se si riflette all’idea complessa di politica di Basso: una continua ricerca intellettuale, intesa sì come prassi, ma anche come strumento di coinvolgimento, di formazione delle coscienze (della coscienza di classe), per la edificazione di una società (socialista) di persone eguali e libere. Immergendosi tra le pagine del volume si avverte la distanza abissale tra quest’impegno sociale e morale (Giorgi sottolinea opportunamente il fondamento protestante dell’etica bassiana) e il modo d’intendere la propria professione di chi oggi vive di politica (e non per la politica, secondo la nota distinzione weberiana). Una dimensione della politica attuale ove prevalgono ormai le logiche escludenti che hanno sostituito quelle inclusive, un’avversione connaturale e una diffidenza dichiarata nei confronti degli intellettuali, una congenita ripulsa a pensare “grandi trasformazioni”, una resa all’unico mondo possibile scontando l’ineguaglianza dei diritti e la limitazione delle libertà dei non-eguali.

Alla governabilità dell’esistente come unico orizzonte politico possibile, Basso contrappone la prospettiva concreta del socialismo come espressione di una “nuova” società. Non una società idealizzata, ma costruita da soggetti storici reali, frutto di una dinamica che non può essere considerata predeterminata o necessitata, che può imporsi solo se – e nella misura in cui - la partecipazione consapevole delle forze sociali (delle masse popolari) riesce a prevalere entro le istituzioni economiche e politiche del paese. In sostanza una diversa idea di democrazia – rispetto a quella invertebrata oggi dominante - che pone al suo centro il conflitto, la lotta per i diritti, i soggetti storici reali. Rileva giustamente Chiara Giorgi, “Basso farà così propria la prospettiva del costituzionalismo moderno” (p. 15).

Ed è entro questa prospettiva di costruzione della democrazia che Basso, più di altri intellettuali e politici del suo stesso tempo, scopre il ruolo del diritto e l’importanza del momento istituzionale. Scrive in proposito ancora Giorgi: “La valutazione di Basso del diritto, della legislazione e delle istituzioni è positiva, e non appartiene alla vulgata più nota della sinistra: essi non sono semplici strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo complesso, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche” (p. 177). Una capacità di comprensione della reale dimensione del potere (e delle sue ambiguità), nonché della lotta politica (e delle sue virtualità) allora probabilmente minoritaria, oggi decisamente negata tanto dagli apocalittici quanto dagli integrati, tanto dagli antagonisti quanto dai governisti, che dominano il campo. Divisi su tutto – soprattutto a sinistra – qualcosa unisce i nuovi populismi, quelli di governo come quelli di opposizione: la visione semplificata del potere. Per gli uni sempre predisposto al “bene” e al servizio del popolo; per gli altri – in un gioco di specchi – eternamente “cattivo”, da condannare “per principio”, per recintarsi entro un impotente ma salvifico comunitarismo identitario.

Di tutt’altro genere la riflessione di Basso. Egli accetta la sfida istituzionale e partecipa come protagonista alla lotta per la costruzione della democrazia. Nella straordinaria esperienza dell’Assemblea costituente la sua voce fu tra le più autorevoli e permise di inscrivere nella nostra tavola delle leggi alcune delle disposizioni più rivoluzionarie. È noto: in particolare a Basso si deve la scrittura dell’articolo 3, sul principio d’eguaglianza, e dell’articolo 49, sul ruolo costituzionale dei partiti. Giorgi ripercorre con attenzione i diversi passaggi e richiama il contesto entro cui si svolse un dibattito né facile né scontato tra forze politiche diverse, ma tutte consapevoli della necessità di dare una nuova forma allo Stato democratico e pluralista. Qui ci si soffermerà brevemente solo sull’essenziale.

L’affermazione di un’eguaglianza sostanziale – oltre a quella formale – fu voluta da Basso non solo per ragioni di equità sociale, neppure tanto per astratto solidarismo, ma per innestare, di fatto, “la contraddizione sociale sul tronco istituzionale, spingendo ‘le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione’” (p. 177, richiamando Stefano Rodotà). In tal modo si riuscì a conseguire un risultato politico e giuridico fondamentale: “si obbligano le istituzioni a far propria la logica dinamica del cambiamento” (p. 177-178). È questa l’essenza della cultura istituzionale (e del conflitto) di Lelio Basso, oggi sostituita da una visione istituzionale neutra cui si contrappone un antagonismo sterile. A chi volesse uscire dalla palude nella quale attualmente siamo sprofondati, per recuperare una capacità di cambiamento sociale e politico, anche il più radicale, Basso indica una via. Non quella di separare il Palazzo dalla piazza, ma – all’inverso – di aprire la dimensione istituzionale immergendola completamente nella prassi sociale. In tempi di crisi profonda della rappresentanza politica una lezione su cui meditare.

Il lettore disattento potrebbe a questo punto pensare ad un Basso spontaneista, che si abbandona fiducioso alla dinamica sociale. Se si presta attenzione a quanto inizialmente richiamato (l’importanza della formazione delle coscienze e la lotta culturale) ci si avvede dell’abbaglio. Basso non pensa per nulla che le istituzioni debbano semplicemente seguire il flusso spontaneo degli eventi, magari dominate dalle pulsioni del momento; non è questa la sua idea del conflitto o del cambiamento. Le istituzioni non seguono il vento del tempo, ma sono solidamente ancorate ai principi specifici: quelli di dignità, di eguaglianza, di libertà. È nell’intreccio tra principi costituzionali che si qualifica la democrazia costituzionale. Anzi alle istituzioni (al potere democraticamente costituito) spetta proprio la realizzazione di questi principi non neutrali.

Ma è – ancora una volta - nell’intreccio tra ruolo delle istituzioni e lotta per i diritti che si rinviene lo specifico contributo bassiano. Quando affronterà il tema del ruolo dei partiti in costituzione (nella definizione dell’articolo 49) appare in tutta evidenza il ruolo strumentale delle organizzazioni politiche. I partiti non sono, per Basso, mezzi di governo o di potere, bensì strumenti che rendono possibile la concreta partecipazione di tutti i cittadini alla determinazione della politica nazionale. Come ancora scrive Giorgi (a p. 202), è ben evidente in Basso l’intreccio tra articolo 49 e articoli 1 (sovranità popolare) e 3 (eguaglianza dei cittadini).

Da qui la sua attenzione al ruolo, non solo dei partiti di maggioranza, ma anche a quelli di minoranza, che non possono essere discriminati, poiché si lederebbe in tal modo il principio della partecipazione di tutti i cittadini alla politica. Anche l’attenzione prestata – soprattutto dopo la fase costituente – al controllo dei cittadini sugli orientamenti dei partiti, esprime non solo la sensibilità “consigliarista” di matrice luxemburghiana di Basso, ma anche la sua idea di partito come strumento di concreta partecipazione dei cittadini. Agli antipodi, dunque, delle tendenze autoreferenziali e schiacciate su derive governamentali dei partiti d’oggi. Inconcepibile per Basso un partito personale. Chissà se c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare la voce alta e nobile di un protagonista del Novecento in tempi, come i nostri, di democrazia maggioritaria, dove le logiche di governo sembrano aver marginalizzato tanto le minoranze politiche quanto la partecipazione dei cittadini.

Il libro verrà presentato martedì 30 giugno alla Fondazione Basso - ore 17.00.
Intervengono con l'autrice: Giacomo Marramao, Mariuccia Salvati, Stefano Rodotà - Coordina Elena Paciotti. Fondazione Basso - via della Dogana Vecchia 5, Roma.

La differenza dell’operaismo

Nicolas Martino

Gli anni dei Novissimi e del romanzo sperimentale, di Laborintus II di Luciano Berio e La fabbrica illuminata di Luigi Nono, dei monocromi e del No di Mario Schifano, dei Bachi da setola e del Mare di Pino Pascali, sono anche gli anni delle rivoluzioni copernicane e dei nuovi prototipi mentali in ambito politico.

«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un grave errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia». In questo celebre passaggio di Lenin in Inghilterra, l'editoriale di Mario Tronti sul primo numero di «Classe Operaia» (gennaio 1964), è contenuto il senso e la novità dell'operaismo italiano degli anni Sessanta. Operaismo che, dice ancora Tronti, «comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe Operaia».

Questa rottura degli anni Sessanta conosce due, o meglio tre, importanti anticipazioni a metà degli anni Cinquanta: 1. Le inchieste sulle classi subalterne condotte nelle «Indie di quaggiù» da Ernesto De Martino, Danilo Dolci e Franco Cagnetta. E tra queste, quella di Cagnetta in Barbagia si segnalava per un'impostazione che, rompendo con il populismo neorealista e mettendo in campo la metodologia della storia orale, voleva già essere conoscenza che trasforma. Nel 1960 con Milano, Corea Danilo Montaldi, intellettuale e militante vicino a «Socialisme ou Barbarie», insieme a Franco Alasia avrebbe portato l'inchiesta nella metropoli. 2. Il magistero di Galvano Della Volpe che, rompendo con lo storicismo idealista del marxismo ufficiale italiano, svelava il carattere essenzialmente mistico e romantico della logica hegeliana e delle sue ipostasi, per proporre un marxismo piantato sul metodo sperimentale del circolo concreto-astratto-concreto. Aristotele contro Platone dunque, e la triade De Sanctis, Croce, Gramsci della via togliattiana al socialismo veniva mandata in soffitta. 3. L'approccio fenomenologico alla soggettività promosso da Enzo Paci.

Mario Schifano, No
Mario Schifano, No (1960)

Il 1961 è l'anno di fondazione dei «Quaderni Rossi». Impegnata nell'analisi dello sviluppo capitalistico nel dopoguerra, la rivista promossa da Raniero Panzieri individua la «composizione di classe» del neocapitalismo italiano in quell'operaio massa protagonista della rivolta di Piazza Statuto - espressione potente dell'autonomia operaia nella città - e indomabile protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Nanni Balestrini1. I «Quaderni Rossi» portano l'inchiesta in fabbrica - nel cuore del processo produttivo - dove Romano Alquati sviluppa la conricerca, l'inchiesta come conoscenza che trasforma, e Raniero Panzieri lavora sull'estraneità operaia rispetto alle forme politiche che lo sviluppo si da. Estraneità perché la classe operaia non è per il progresso, ma per la rottura, per la «costruzione di una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità praticata dal capitalismo».

Nel 1964 con «Classe Operaia» si compie la rivoluzione copernicana di cui dicevamo all'inizio: il principio è la lotta di classe operaia. Ovvero, solo la lotta incessante tra operai e capitale spiega i movimenti del capitale, quindi la classe operaia è il motore dello sviluppo, è condizione del capitale. La classe operaia è il segreto del capitalismo. Il soggetto è la classe operaia e non il popolo, il luogo è la fabbrica e non la società civile. Il rifiuto del lavoro smonta la retorica lavorista, la rottura con il togliattismo è radicale. La rottura è anche con il terzomondismo di allora, perché «laddove più potente è il dominio del capitale, là si insinua più profondamente la minaccia operaia» e quindi la catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

E ancora, altro rovesciamento rispetto alla visione terzinternazionalista, la classe operaia contiene gli elementi della strategia nella materialità autonoma della sua composizione, mentre il partito detiene il ruolo tattico, della mediazione politica. Ecco quindi che la lotta per il salario è immediatamente politica, il salario è strumento politico di attacco e di redistribuzione radicale della ricchezza sociale. Per la strategia del rifiuto operaio2, la questione del tempo è quella intorno a cui si gioca la partita fondamentale della lotta dentro e contro il capitale.

Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico
Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico

Eccola dunque la novità dell'operaismo italiano, un marxismo della differenza e antidialettico che smaschera l'universalismo borghese, alleato in questo del pensiero femminista in rivolta contro il dominio patriarcale. Scissione e parzialità, nessuna Aufhebung possibile, anzi Sputiamo su Hegel avrebbe detto Carla Lonzi. È il marxismo della rude razza pagana, in rottura con il populismo proprio come Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa pubblicato nel 1965. Operai e capitale di Mario Tronti esce nel 1966*, ed è l'opera che esprime al meglio la differenza del marxismo italiano, tanto che, parafrasando Mario Schifano, si potrebbe dire che gli anni Sessanta sono Operai e capitale. Ma, è bene sottolinearlo, Operai e capitale è un'opera collettiva, nasce nelle lotte e dalle lotte, e dal lavoro collettivo dei «Quaderni Rossi» e di «Classe Operaia».

Su «Contropiano», nel biennio '68-'69, si consumerà un'altra rottura intorno al problema organizzativo, quello del partito, e dopo il '68 l'eredità operaista verrà raccolta dalle teorizzazioni di Tronti sull'«autonomia del politico», e di Antonio Negri sull'«autonomia operaia». E ancora da «Primo Maggio», la rivista di storia militante promossa da Sergio Bologna, e dal lavoro di Massimo Cacciari che introdurrà nel dibattito culturale italiano i temi del cosiddetto pensiero negativo.

Ancora oggi quella rivoluzione copernicana, tra salti e rotture, continua a fabbricare prototipi mentali intorno ai quali lavora il pensiero internazionale più audace e radicale. Grandeur de Tronti.

*Operai e capitale è stato appena ripubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2

  1. Nel 1962 esce per Rizzoli La vita agra di Luciano Bianciardi, un romanzo che anticipa la natura e le caratteristiche del lavoro postfordista: il protagonista qui non è l'operaio massa, come in Vogliamo tutto, ma l'intellettuale impiegato nell'industria culturale, un operaio delle fabbriche dell'anima, antenato arrabbiato degli attuali lavoratori della conoscenza. []
  2. La strategia del rifiuto, così come tematizzata in Operai e capitale, è stata sviluppata in ambito artistico da Francesco Matarrese con il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Le sue non-opere, realizzate in collaborazione con Mario Tronti, sono state presentate a dOCUMENTA (13) di Kassel. []

Franziscu

Carlo Antonio Borghi

Domenica 22 settembre nel cuore storico della città di Cagliari Papa Francesco diventa Papa Franziscu e parla alla folla a braccio e ogni tanto in limba. La marea umana lo acclama ma contemporaneamente si alza al cielo un grido ritmato come se ci fosse in corso una manifestazione: lavoro-lavoro-lavoro.

I sardi questa disgraziata parola la pronunciano raddoppiando e triplicando la V: lavvvoro-lavvvoro-lavvvoro. È un Papa performer. Parla a braccio e usa le braccia e la faccia in cerca del contatto fisico con disoccupati, cassintegrati, precari. Issu Franziscu, lui Francesco. Franziscu evoca immagini di idoli globalizzati che concentrano le risorse del mondo in poche mani. Riceve in dono un caschetto da minatore o da operaio petrolchimico del profondo Sulcis. Riceve in dono la bertula, una bisaccia tessuta e cucita dai pastori in lana di pecora.

Quella di Sua Santità è una danza di gesti e parole come nella contact-dance tanto cara alle arti performative della contemporaneità. Lascia piazza Yenne governata dalla statua di re Carlo Felice e prende la via che porta al Santuario di Nostra Signora di Bonaria, quella Madonna che ha dato il nome alla ciudad de los Buenos Aires nella prima metà del XVI secolo. Lungo la via benedice e da il cinque. Lo aspettano i centomila nella piazza detta dei centomila, distesa ai piedi del sagrato del santuario fondato dagli Aragonesi nella prima metà del secolo XIV.

Fraseologia, Teologia e Narratologia della Liberazione, attraverso il valore-lavoro in forma di parabola ad alta voce e nella sua postura di Santità coram populo. Liberazione dall’indigenza e ricerca della solidarietà globale e locale. Qualcosa di marxista si spande nell’aria e nell’area sacra del santuario simbolo di Cagliari. Miracolo! Per un attimo dall’alto del sacro colle si vede Buenos Aires e il suo popolo di cartoneros che campano la vita raccogliendo e rivendendo cartone. A Baires stessa si incontra una omonima Basilica di Bonaria ma di forme neogotiche, eretta negli anni venti del Novecento.

Ora Franziscu ha ricevuto anche le tipiche e rigide scarpe dei pastori sardi, sos hosinzos. Serviranno per marciare, protestare e transumanare. La mancanza di lavoro fa più vittime delle armi da guerra, chimiche e tradizionali. Il genocidio consumista strozza e soffoca la speranza di uguaglianza. Mentre Franziscu si offre alla folla, in Kenya e in Pakistan gli integralisti islamici fanno strage di cristiani nelle chiese e nei centri commerciali.

I lavoratori, i malati, i carcerati, i poveri, gli immigrati incontrati da Franziscu sarebbero tutte componenti di un’unica prossima classe globale. Non ci sarebbe altro da fare che rimboccarsi le maniche e provare a organizzarsi per portare altrettanti centomila lavoratori ed ex o non lavoratori nella stessa piazza dei centomila.

Il testimone e la mano passano alla sinistra. Papa Franziscu ha chiesto al suo Dio di aiutarli a lottare per avere lavoro e dignità. Si fa avanti una classe pronta a lottare con la benedizione gestuale e vocale di Papa Franziscu? Dall’alto delle empiree sfere dell’Eden megalitico e nuragico Giovanni Lilliu Sardus Pater I si unisce a lui Papa Franziscu I. Umana marea di sardi in una perfetta mattina della terza domenica di settembre.

Umana cosa è aiutare gli afflitti – scriveva Boccaccio nell’incipit del Decamerone al tempo della peste di sette secoli orsono. Siamo ancora nelle pesti. Ben venga un cenno di benedizione se è segno di mobilitazione.

Soggettività post-socialista

Elvira Vannini

“La vera immagine della storia scivola via…” mai parole più appropriate, come quelle di Walter Benjamin, potrebbero suggerire alcuni presagi del passato sovietico e raccontare il percorso concettuale della prima grande retrospettiva italiana dedicata a uno tra gli artisti più interessanti della scena estone contemporanea, in corso alla Galleria Artra di Milano. Di storia ce n’è molta nel lavoro di Jaan Toomik: non la storia politica della grande costellazione socialista, ma una cronaca individuale, intessuta con trame personali entro una narrativa biografica che viene riletta, dal curatore Marco Scotini, come riflessione sulla perdita di un modello sociale, attraverso un’indagine sullo stato dell’arte nell’Est Europa e le moltitudini postsovietiche. Al centro di quest’analisi ci sono gli effetti trasformativi dopo l’89 con la dissoluzione dei paesi del blocco sovietico, cui seguirono in un processo vertiginoso, il collasso delle infrastrutture politico-economiche, il fallimento delle ideologie, lo smarrimento.

Lo straordinario film Oleg (2010), con cui si apre la mostra, è indicativo di questa disposizione verso la storia e sovrappone così un doppio registro, autobiografico e di fiction: dopo 25 anni il protagonista ritorna alla tomba dell’amico suicidatosi durante la leva militare. Frammenti dolorosi scorrono ineluttabili nell’intensità del ricordo, tra flashback, azioni crude e reali, alla ricerca delle tracce di quell’avvenimento luttuoso, non come dramma privato ma nell’accezione foucaultiana che individua nel diritto alla morte uno dei caratteri con cui si esercita il potere sovrano. Già una forma di biopotere che diventa istanza di prelievo, legittimazione a espropriare tutto: le cose, il tempo, i desideri e anche la vita.

Jaan Toomik, OLEG, still da video, 2010

Girato nello stesso luogo, un ex-campo di addestramento sovietico per aerei da combattimento ora dismesso, il video Run (2011) che dà il titolo alla mostra, allude alla breve temporalità della vita in una propensione discontinua e ontologica: un aerodromo abbandonato con tre hangar vuoti, verso i quali l’artista accorre, sparendo per sempre. Un preludio della fine, che trascende il carattere autobiografico e che ritorna in modo quasi ossessivo in altri lavori video, esposti insieme alla coeva produzione pittorica (soprattutto autoritratti), oscillando tra memorie personali e vicende private, in una storia sociale mai raccontata esplicitamente: in Dancing Home (1995) balla su una nave che rimanda alla catastrofe della crociera “Estonia”, in Dancing with Dad (2003) inscena una danza sopra la tomba del padre, fino al già citato Oleg dove si corica a fianco della lapide in cui è sepolto l’amico.

Una dimensione performativa, fatta di azioni minimali, semplici, assolte da qualsiasi funzione comunicativa attraverso cui l’artista esibisce se stesso, amplifica un vocabolario gestuale a cui corrisponde un’apparente afasia di contenuto: correre, pattinare nudo sul mar Baltico ghiacciato, ballare, urlare anche se con un grido muto, saltare. Una corporeità che si libera da qualsiasi codice di comportamento e ritorna a una condizione primitiva, pre-individuale: ancora il Foucault dell’analisi della sessualità come dispositivo politico che implica il corpo, il biologico, il funzionale.

Jaan Toomik, Run, veduta della mostra Galleria Artra, 2012 (foto Chiara Balsamo)

Con questa mostra Scotini supera l’interpretazione esistenziale e dominante nella lettura dell’artista in direzione della “costruzione di una soggettività post-socialista”. Ma perché non ripercorrere attraverso l’aspetto più oscuro della perdita e della morte in Toomik, la parabola della prospettiva marxista sulla questione della fine, negli ultimi scritti sull’etica e la rivoluzione, fino alla formula storiografica di Hobsbawm, che non a caso fa coincidere l’intera vicenda del XX secolo con le vicissitudini e la scomparsa del comunismo sovietico?

L’idea della perdita di qualcosa è potentemente presente in tutti i lavori di Toomik in una visione tanto soggettiva da apparire viscerale, umorale, fisica, che non può non fare i conti con il disorientamento e le frustrazioni di un universo divenuto ormai distopico. Il crollo del muro di Berlino fu un evento imprevisto e grandioso. Ne seguì una grande libertà. Non un sentimento di euforia ma di sbandamento, confusione, che come un’eco, la posizione di Toomik sembra riflettere in un rapporto ambivalente, problematico e conflittuale, mai affrontato direttamente, senza alcuna nostalgia o abiura traumatica. Non c‘è spettacolarizzazione, ma l’azione gestuale irrompe incontrollata, come il desiderio: quasi per cercare un assestamento rispetto alla dispersione di ogni riferimento politico, sociale e culturale, al disfacimento di una soggettività sovietica perduta, non da costruire ma da riconquistare. Una soggettività che non avrebbe mai trovato posto nella logica normativa della storia.

Jaan Toomik
Run
a cura di Marco Scotini
Galleria Artra, Via Burlamacchi 1 - Milano
fino al 13 gennaio 2013

Londra: se il Marxismo è ancora tra noi

Paolo Mossetti

«Il conflitto di classe sembrava semplice, un tempo: “La borghesia produce innanzi tutto i suoi seppellitori. La sua caduta ed il trionfo del proletariato sono altrettanto inevitabili”. Questo scrivevano Marx e Engels tra il 1847 e il 1848 nel secondo libro più venduto della storia, Il Manifesto del Partito comunista. Oggi, a 164 anni di distanza, la situazione è esattamente all’opposto. I proletari, lungi dal seppellire il capitalismo, lo stanno tenendo in vita artificialmente. Gli sfruttati e i sottopagati apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia – quella cinese – sono condotti sull’orlo del suicidio per far continuare a giocare quelli in Occidente con i loro iPad. I soldi della Cina finanziano un’America altrimenti in bancarotta».

Inizia così un pezzo di Stuart Jeffries per il Guardian, dal titolo Why Marxism is on the rise again, perché il marxismo si sta rialzando di nuovo. Non un patetico foglio sovversivo, ma il più importante quotidiano progressista britannico decide di rispolverale i testi di Marx and Engels e si chiede come mai riescano ancora, nello scenario di macerie del mondo contemporaneo, ad alimentare una qualche speranza di cambiamento. La domanda non è del tutto peregrina, dato che dal 5 al 9 luglio si è tenuto a Londra il festival Marxism 2012. Non era una novità.

L’evento è organizzato da oltre un decennio dal Socialist Workers’ Party, un partito minoritario ben lontano dalle stanze dei bottoni. Ma questa volta è stato diverso: il festival ha ottenuto un’attenzione senza precedenti, soprattutto da parte dei più giovani. Ho deciso di farci un salto dopo aver aver ricevuto l’invito contemporaneamente da un amico ventenne artista di Camberwell, una traduttrice italiana di Islington, uno scrittore di New Cross e un anarchico sessantenne di Hackney.

Ci sentivamo in buona compagnia, anche prima del festival: l’editoria inglese sta sparando sugli scaffali munizioni letterarie di tutto rilievo, tali e tante da far pensare che il dibattito sul marxismo non sia del tutto esaurito - come invece pare essere in Italia. Terry Eagleton ha pubblicato l’anno scorso un libro intitolato Why Marx Was Right. Alain Badiou ha partorito un volume dalla copertina rossa col titolo The Communist Hypothesis. E si dichiarano senza alcun timore o tremore “marxisti” personaggi come l’ancora attivissimo Eric Hobsbawn, Jacques Ranciere, il sempre piu’ di moda Slavoj Žižek, il ventisettenne Owen Jones che ha affrontato la tematica dei chav – i tamarri inglesi – con l’ispirazione del primo Pasolini. Resta da vedere se le loro munizioni saranno di granata o di cerbottana.

Questione di epoca e di segnali: la più importante casa editrice radical anglosassone, la Verso, dopo aver quasi rischiato la bancarotta nel 2006, ora pubblica decine di nuovi titoli l’anno. Le vendite del Capitale, nonostante la concorrenza di self-help alla Coehlo e di self-made men alla Jobs, sono schizzate verso l’alto a partire dal 2008. E per fare ancora piu’ paura ai benpensanti progressisti: sarà un caso che i sondaggi dicono che nella Germania dell’Est e in generale in quasi tutti i paesi dell’ex Cortina di ferro c’e’ più nostalgia per il socialismo che entusiasmo per la Rivoluzione Digitale?

Parlando con amici scrittori e accademici non ho potuto non far notare, piu’ con disincanto che con malinconia, che di tutto questo sembra non esserci eco alcuna in Italia. E non perché l’Inghilterra, nonostante la sua verve intellettuale, non soffra di forme diffusissime di oppressione e manipolazione sociale, ma perché qui certe sacche minoritarie di resistenza sembrano potersi esprimere, e certi gruppi di discussione sono attivi persino nei media mainstream, e non ridotti al silenzio e al ridicolo. Ve li immaginate un Fatto, una Repubblica o una Stampa affrontare un dibattito sulla modernità di Marx anziché sulla diatriba Travaglio-D’Avanzo?

Augusto Illuminati commenta: «Il marxismo non gode di salute smagliante nell'accademia e nelle pubblicazioni ed è sparito completamente nell'area ex-Pci, che un tempo l'aveva ospitato, deformato, ma comunque trasmesso. C'è tuttavia la speranza che alcuni elementi rinascano nella crisi e dentro un ciclo di lotte, di cui abbiamo avuto indizi nel biennio scorso e forse qualche barlume anche ora. Sarà un marxismo difficilmente commisurabile alla tradizione che si perpetua». E Paolo Persichetti aggiunge: «Il cantiere marxiano è sempre stato attualissimo. Il problema investe invece la sua ricezione politica. Esiste oggi una prassi politica efficace che si ispira a Marx? A me non sembra affatto. I vari marxismi del Novecento non hanno più molto da dire. La sfida è sul terreno di una politica ancora tutta da reinventare».

Svegliarsi dal capitalismo?

Valerio Coladonato

Karl Marx non riposa in pace. Il pensatore che usciva sconfitto dal secolo scorso è trascinato a viva forza nel nuovo millennio. Il mondo editoriale anglosassone se n'è accorto: nel 2011 sono usciti, tra gli altri, How to Change the World: Tales of Marx and Marxism di Eric Hobsbawm e Why Marx Was Right, di Terry Eagleton. Si rifà invece alla saga di Matrix dei fratelli Wachowski il documentario diretto da Jason Barker e prodotto da Arte e ZDF, dal titolo Marx Reloaded. Il filosofo tedesco veste i panni di Neo, e il capitalismo è la matrice che avvolge le vite degli esseri umani.

Si racconta, in poco meno di un'ora, l'attualità delle idee di Karl Marx nello scenario della recente crisi finanziaria ed economica. Sebbene rimanga ingessato nei canoni del documentario divulgativo, il film intercetta un fenomeno importante. Le interviste a Michael Hardt, Toni Negri, Jacques Rancière, Slavoj Žižek passano in rassegna concetti riconducibili a Marx e fecondi ancora oggi, in forme rivedute e aggiornate. Nel sistema attuale, il cui motore è la circolazione di beni immateriali, il proletariato è difficilmente identificabile o isolabile, e le lotte si fanno ben più composite rispetto agli schemi di classe. La nuova forma di disoccupazione generalizzata ha rovesciato in modo ironico il senso di alcuni conflitti sociali nel mondo occidentale. Secondo Žižek, ciò che spesso oggi si reclama è di avere un lavoro per essere «sfruttati in modo normale».

Ma da dove proviene, allora, la «forza mistica» che il sistema tuttora esercita su chi ne fa parte? Torna in mente la riflessione sul feticismo delle merci, ritenuta una delle intuizioni più brillanti del pensiero marxista. Come si è già detto, i beni materiali nella loro forma tradizionale hanno perso la loro centralità: la questione del feticismo sembra allora investire non tanto le merci, ma il funzionamento dell'ideologia. Quest'ultima non è una «falsa coscienza» che preclude l'accesso a qualcosa di più vero: l'inganno ha radici profonde e non è eludibile, poiché struttura la «realtà» stessa. È qui che la metafora della matrice, utilizzata dal documentario, mostra i suoi limiti. L'ideologia, infatti, continua ad operare anche in presenza di un soggetto cinico. Uno stacco di montaggio coglie bene questo rapporto feticistico, secondo la formula je sais bien, mais quand même. Prima, Žižek afferma che la conoscenza è il bene anticapitalista per eccellenza, data la sua propensione alla condivisione; subito dopo, è inquadrato mentre autografa i suoi libri come una celebrità: si tratta di merce, dopotutto.

Emerge inoltre, nel film, il doppio sguardo di Marx: quello analitico del «detective» e quello lungimirante del «liberatore«», come lo definì Ernst Bloch. Tuttavia, osservando la parte finale di Marx Reloaded - un dibattito stantio sulle possibilità di un comunismo oggi - il fine esegeta appare più attuale dell'agitatore politico. Marx sembra infatti aver compreso qualcosa sul «funzionamento occulto del capitalismo» che neanche i suoi sostenitori hanno afferrato, come suggerisce il titolo di un'antologia di suoi scritti, Capitalismo, istruzioni per l'uso, edita nel 2007 - anno della crisi dei mutui subprime. La frenetica successione di fallimenti bancari, salvataggi, recessioni, riforme, vertici internazionali ricorda lo spettacolo di un'équipe medica che non sa cosa affligge il paziente e procede a tentoni. Il carattere intrinsecamente irrazionale del capitale e del modo in cui si riproduce era stato messo a fuoco da Marx ben prima della pervasività della finanza.

Appare sempre più chiaro che la crisi non segnerà l'inizio della fine, ma piuttosto un'occasione per concentrare nuovamente il capitale. Il paradosso è che riusciamo ad immaginare più facilmente la fine del mondo che la fine del capitalismo, ci ricorda Nina Power in Marx Reloaded. Il lascito di Marx allora non sarebbe lo spettro del comunismo che si aggira per l'Europa, ma il fantasma del capitalismo. Ovvero, l'aver fornito una prima, rudimentale ma influente descrizione di quella fantasia che struttura gli scambi tra i soggetti e i loro desideri, di quel supporto fantasmatico dell'ideologia senza il quale il mondo così come lo conosciamo perderebbe consistenza. Neo ha un grande vantaggio su Marx: non ci si sveglia dal capitalismo.