GREETINGS

 

01_edward-hopper-western-motel-571

Storie brevissime su immagini, idee, visioni a dimensione cartolina si susseguiranno per tutto il mese di agosto su Alfapiù. Ogni giorno l’opera di un artista è raccontata dai nostri collaboratori critici d’arte. Poche righe per descrivere mondi, frammenti di realtà, visioni impreviste, spazi e garbugli.

Short-stories d’arte contemporanea di Ginevra Bria, Martina Cavallarin, Manuela Gandini, Tiziana Migliore, Antonello Tolve, sveleranno gli immaginari di artisti italiani e stranieri nel tentativo di costruire frammenti di un mosaico che tocca cronaca, storia, economia e politica attraverso il filtro dell’arte. Ogni autore ha scelto sei immagini di altrettanti artisti e ne ha raccontato la poetica. L’insieme dei pezzi costituisce una narrazione critica articolata e dinamica.

A tutti felice Agosto!

 

Edward Hopper, Western Motel, 1957 (credits)

Ontani incontra Morandi

Martina Cavallarin

Casa Studio Morandi e i Fienili del Campiaro di Grizzana Morandi sono un epicentro di economie parallele, che si muovono dai luoghi interiori ed esteriori in cui è vissuto l’artista bolognese Giorgio Morandi, per generare altre possibilità e intersecarsi con un presente sempre in divenire, transeunte e visionario. Casa Morandi viene donata nel 1994 dall’ultima sorella di Giorgio Morandi, Maria Teresa, a Grizzana che con un referendum aggiunge Morandi al suo nome autoctono. Dal 2012 questi luoghi sono abitati da eventi d’arte contemporanea ideati e condotti da Eleonora Frattarolo, direttrice della mostra Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. CasaMondo Nature extramorte antropomorfane.

Luigi Ontani nasce a Vergato, ai piedi di Grizzana Morandi e risiede nel villino RomAmor della Rocchetta Mattei, castello eclettico, fiabesco, suggestivo, contaminato, costruito dal Conte Cesare Mattei a partire dal 1850 con la roccia di Montovolo. Gli edifici in sasso dei rurali Fienili del Campiaro e la modesta e discreta casa di Morandi, più che un’architettura un disegno, divengono quindi il luogo dell’incontro possibile, di una mostra che è un viaggio fondato sul dialogo, sulle differenze, sull’identità, sul confronto tra due grandi artisti vissuti nel medesimo territorio, ma lontani nel tempo e nel codice poetico come nella processualità artistica.

IMG_0727 (375x500)
Luigi Ontani nello studio di Giorgio Morandi di fronte al cavalletto che accoglie il suo San Luca d'après Il Guercino.

Luigi Ontani inizia sempre l’azione indossando una maschera e chiude l’azione con la frase VIVA L’ARTE. Una metodica che l’artista definisce come “un compiaciuto comportamento di ritualità per motivare tali interlocuzioni e apparizioni”. La maschera, basata su elementi simbolici e iconologici, rappresenta per Ontani l’alibi dell’incontro. Ontani sviluppa quindi in tal modo la genesi di quell’incontro, l’urgenza di un’avventura basata sugli opposti e senza conflitto, ma con l’effettuale matrice dialogica che lo interconnette a Giorgio Morandi riprendendo in scala tridimensionale alcuni singoli oggetti, presenti nella casa o tratti dai dipinti morandiani, o intere rappresentazioni di nature morte.

Tra le stanze della Casa Studio il percorso è una continua scoperta, uno svelamento di opere in ceramica, cucinate a sei fuochi con maestria sapiente nella Bottega Gatti di Faenza, che abitano le toilettes delle camere di Morandi (il flacone del talco in ceramica con aggiunta di allegorie o mitologie), le pareti (l’autoritratto giovanile), i vassoi (il cesto con la pagnotta contenente una bandiera rossa), la cucina (la caraffa sulla quale è riportata una posa degli anni ’70 di uno dei suoi primi viaggi in India, un pensiero che rimanda a Gemito e i barattoli di Ovomamaltina con un’immagine che ricorda Montovolo, attraverso la ripresa di un vecchio super 8 di fine anni ‘60 che ritualizza una dozzina di uova che Ontani compose sul corpo nudo in modo ludico e giocoso).

IMG_0738 (500x375)
Luigi Ontani nello studio accanto al tavolo da lavoro di Giorgio Morandi e una natura extramorta antropomorfana in ceramica.

Fino ad arrivare nella stanza studio, spazio intenso, commovente, silenzioso in cui i tavoli da lavoro di Morandi con colori e pennelli e scatole accolgono i tubetti Lukas in ceramica di Ontani. Sul cavalletto la foto seppia dipinta del San Luca d'après Il Guercino e accanto la natura extramorta antropomorfana. Da quella stanza le finestre si affacciano sui Fienili del Campiaro ossessivamente dipinti da Morandi. Percorso il giardino che ospita la Fiat d’epoca grigia, di grigio morandiano, una salita conduce a quei fienili riconvertiti e prestati al progetto corale. Qui ancora, come scrive la direttrice della mostra Eleonora Frattarolo, “le nature extramorte antropomorfane, sontuose sculture in maiolica che intessono un discorso amoroso con la “sublime pittura di Morandi”, come ebbe a dire lo stesso Ontani, e attraverso di essa con le cose che ne hanno nutrito la linfa poetica”.

IMG_0759 (375x500)
Luigi Ontani nel Fienile del Campiaro.

Nel fienile di mezzo il video di Massimiliano Galliani “Il racconto di Luigi Ontani” è un’immersione totale e affascinante nella vita e nella storia di Ontani. Per eccesso di vistosità anche le opere installate nel fienile grande vanno nella direzione della mimesi. Entrando, Il vangatore testimone alla Crocifissione del Tintoretto, lavoro degli anni ’70, ci accoglie per introdurre Sganappino, Dottor Ballanzone, Fagiolino, opere degli anni ’70 realizzate in fotoceramica appositamente per l’esposizione. Sul fondo San Sebastiano osserva dall’alto altre nature extramorte antropomorfane mentre al piano superiore le Scarpe in ceramica policroma e le Maschere in legno pule dipinto con pigmenti naturali, realizzate con I Wayan Sukarya, sono idoli, reperti, racconti. Nella mostra le immagini ritornano agli oggetti che si ergono a micro-monumenti, totem, feticci, amuleti, in un gioco meditato precisamente sull’opera di Morandi, per un percorso di meraviglia e moltiplicazione senza soluzione di continuità che solo la Grande Arte sa generare.

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. CasaMondo Nature extramorte antropomorfane
Grizzana Morandi, Casa-Studio Giorgio Morandi e Fienili del Campiaro
Fino al 26 settembre 20115

OSMOSIS, o delle nostre vite sospese

Martina Cavallarin

Non so cosa sia l’arte, ma sono cos’è un’opera d’arte: un luogo d’identità. (Fabio Mauri)

Krino = discernimento: strumento d’intelligenza necessaria nelle mani del critico che deve analizzare, scremare, scegliere e saper passare dalla dimensione verbale alla dimensione visuale, dal ruolo di critico che verbalizza a quella di curatore che visualizza. Poi serve applicare altre metodologie e altri dispositivi per realizzare un progetto, armonizzare i componenti del coro, artisti solisti nella pluralità, organizzare l’impresa dal sito d’esibizione al catalogo da editare.

Questi i compiti del curatore contemporaneo che gli studenti della terza edizione del LUISS Master of Art, corso di alta formazione postlaurea organizzato all’interno del LUISS Creative Business Center sotto la guida di Achille Bonito Oliva, Responsabile scientifico del Master, devono imparare. OSMOSIS, l’incertezza generata dalla crisi, è la mostra che darà forma a tali studi.

Cesare Pietroiusti/Paul Griffith, Eating Money. An Auction (2007)
Cesare Pietroiusti/Paul Griffith, Eating Money. An Auction (2007)

L’arte, per i suoi infiniti del senso, è un’identità che si può definire di matrice rizomatica. Gilles Deleuze e Felix Guattari per distinguere e sottolineare un tipo di ricerca filosofica che procede per moltiplicazioni e innesti, senza zone d’entrata o uscita definite, senza gerarchie interne, usano la metafora del rizoma. Si tratta di una radice come l’Iris che collega gli organismi e mette in gioco regimi di segni o non-segni molto differenti. Il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante.

Tale comune complicità e simpatia tra sfere dell’esistenza può aprire davvero la probabilità a un vivere migliore, antropologico e ambientale. Attraverso un’espansione del pensiero a gangli allargati e capillari si può quindi manifestare la propria individualità nella tensione e nell’apertura totale verso l’altro, per tracimare in un nuovo archetipo spaziale, geografico, fisico, mentale, divenendo, attraverso le Arti e la loro condivisione partecipata, metafora oggettiva della condizione dell’uomo e del mondo.

Fausto delle Chiaie, Sbarco in Sicilia (2013)
Fausto delle Chiaie, Sbarco in Sicilia (2013)

In una conferenza a Huston, nel 1954, Marcel Duchamp parla del “processo creativo” enunciando che il fruitore dell’opera è co-creatore dell’opera. Duchamp ammette il “coefficiente d’arte” intendendo “la differenza tra quel che l’artista aveva progettato di realizzare e quel che ha realizzato”. In questa feritoia s’inserisce l’inciampo dello sguardo dell’altro, il pubblico, che intercede e intensifica l’espansione del senso, ciò che Duchamp chiama “transfert”, funzione della quale “l’artista non è affatto cosciente”. Tali incidenti, in una stazione più che in un museo, sono oggetto di un’arte relazionale che passa senza soluzione di continuità dal privato al collettivo, dalla soggettività dell’opera alla pluralità delle attenzioni cui è sottoposta.

Gli artisti Mircea Cantor, Ludovica Carbotta, Gea Casolaro, William Cobbing, Fausto delle Chiaie, Mark Jenkins, Margherita Morgantin, Ivan Navarro, Donato Piccolo, Cesare Pietroiusti/Paul Griffiths, Domenico Romeo, con la collaborazione di RAM radioartemobile che amplificherà il suono nelle dimensioni extralarge dell’architettura pubblica, sono chiamati a interpretare questa temperatura sociale in stato d’inquietudine. La mostra racconta le nostre vite sospese attraverso un’esposizione che si svolge in uno spazio morfologico che è di per sé spazio sospeso, organismo allargato, imprevedibile, transitorio e traditore per eccellenza.

Gea Casolaro, South #3 #12 #16 (2008-2010)
Gea Casolaro, South #3 #12 #16 (2008-2010)

La Stazione Tiburtina (7 - 28 novembre 2013) - cuore romano e nazionale dell’Alta Velocità, struttura destrutturata e futuribile, luogo in cui certezze, previsioni, aspettative si intersecano davvero con bisogni e pensieri così densi negli spazi di fermate approssimative - si fa grembo di un dialogo possibile, quello che l’arte apre e esibisce, ovvero la fusione necessaria tra lei, l’arte, e la vita. Perchè OSMOSIS lo spiegano gli studenti del Master: “Non c’è una risposta univoca, l’unica cosa certa è che questa mostra nasce da un’URGENZA, quella di descrivere il nostro presente governato dalla Crisi”.

L’opera si pone quindi come emergenza e prosecuzione, come opposizione tra ordine e caos, uno sforzo tra il rischio dell’artista e le rivendicazioni dell’uomo. In un cammino di sintesi tra installazione verticale e orizzontale l’opera si abbandona alla totalità dell’immersione; si tratta di un’evocazione quasi tangibile, nel coinvolgimento dello spettatore che v’inciampa e la penetra, di abbandono all’esperienza dell’incontro tra esseri viventi e strutture.

Margherita Morgantin, 28.12.2008 Gaza (2011)
Margherita Morgantin, 28.12.2008 Gaza (2011)

Qui la meccanica per induzione dell’osservare è stimolo ad abbandonarsi a una riflessione depurativa. L’introversione, gli effetti del senso e il segno del concetto, vengono sviluppati dal lavoro per srotolare un’equivalenza sotto l’impronta dell’architettura, dell’installazione, della pittura, della fotografia, della traccia effimera e fallimentare del IO SONO QUI.

La mostra è dedicata alla memoria di Carlotta Nobile, diplomata al LUISS Master of Art 2011/2012

Orbi(ta) della Terra

Tiziana Migliore

Undici allunaggi possibili è l’esemplificazione di un odierno sbarco sulla Luna, ambientato in un palazzo veneziano barocco, Ca' Zenobio, dal 1850 sede di un Collegio Armeno. Del mondo in cui viviamo, che retaggi lasceremmo sulla Luna? L’equipaggio dell’Apollo 11, per commemorare la prima discesa, ha installato sulla crosta lunare una targa d’acciaio: «qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità». Era un segnale di supremazia americana, in guerra fredda, che favoriva il rientro sulla Terra. Le polemiche sulla veridicità dello sbarco ne marcano il valore.

Viceversa, nei loro allunaggi, gli artisti della mostra di Ca' Zenobio – 11 e in 11 stanze, come il numero della fortunata missione – depositano resti che sembrano sopravvissuti a un’estinzione del pianeta. Il visitatore, accedendo al percorso, è l’umano superstite. L’edificio originario, con crepe al pavimento, ha una mise en abîme di stanze attigua a un salone in stile barocco. Per la vertigine dello sbarco è bastato chiuderne le finestre e sbrecciarne qua e là le pareti. L’allunaggio vuole un’opera con un’atmosfera intorno, isolata per lo spettatore.

Idea e cura del progetto espositivo sono di Martina Cavallarin, direttrice dell’Associazione Scatola bianca, che contamina intervento creativo e quotidiano attraverso il concetto di «opera non d’arte», objet trouvé degli appunti di Duchamp nella Boîte blanche. In effetti, nessuno dei lavori è una rappresentazione né richiama topoi dell’immaginario sulla luna (Ariosto, Keplero, Verne, Wells, Méliès, Asimov, Calvino…). Il motivo conduttore non è il virtuosismo nel figurare l’incredibile, ma la manifestazione, da un luogo eterotopico, di stati d’animo sugli stati di cose terrestri.

Gianni Moretti, La seconda stanza (2012)

In un ormeggio senza ritorno gli 11 artisti affidano alla Luna reliquie da salvare: di denuncia politica, testimonianza millenaria, ironia sul sentimento nostalgico dell’infanzia del mondo o dell’età dell’infanzia. La luna è un confidente: «E tu certo comprendi / Il perché delle cose, e vedi il frutto / Del mattin, della sera / Del tacito, infinito andar del tempo» (Leopardi, Canto notturno…, 1830). Si dà del tu alla luna, nostra orbita. Alcune installazioni avvertono del transito a un diverso livello di realtà e percezione sensoriale: La seconda stanza, di Gianni Moretti, è una gabbia di campanellini che si allarma al passaggio dalla sala d’ingresso del percorso. Eric Winarto immagina i colori lunari con un’enorme macchia blu invisibile alla luce, dantesca Blacklight Selva. Ester Maria Negretti, tramite monoliti intrisi di basse frequenze sonore, rende la difficoltà dell’ascolto (Dialogo tra sordi), mentre Tamara Repetto respinge la minaccia dell’Anosmia con un’installazione olfattivo-sonora.

Alessandro Bergonzoni, TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO (2012)

Per Alessandro Bergonzoni incombe sulla Luna la risalita di reperti di ere diverse (TELI DEI RESUSCITANTI PER SVENTOLAR BANDIERA BIANCA, RITROVATI SOTTOSUOLO). I loro utenti sono svaniti, ma essi, come divinità, appaiono e ne documentano le forme di vita. Sul pavimento si vedono due teli bianchi, uno sotto un cumulo di terra, l’altro su cui poggiano gli oggetti emersi. L’artista-archeologo li ha numerati sul posto e inventariati alla rinfusa nella lavagna a muro. È necessario lo spettatore per ricostruire le associazioni: IX – «cocci di vaso dei primi di noi»; XI, «testa di bisonte rimasta di sasso»; XXI, «materia grigia» – evidentemente dispersa; XXXII, «ricordati di bruciare» – è un tizzone; XXIV, «contenitore per (chiedersi) cosa?» – cassetta arrugginita, forse un’allusione alla Scatola bianca di Duchamp. Sono esempi non di una congerie di reperti, ma del fior fiore dell’umanità, dal punto di vista di un enunciante che fa condividere, in modo enigmistico, una parodia sull’ansia della memoria: I, «fra Davide e Golia» – è un sasso; XVI, «frantumi di brame» – pezzi di specchio. Le legende stesse sono occorrenze di una società federata nell’aere perennius. Così, alle due parti smembrate di un attrezzo di ferro corrisponde, nella lavagna, la sentenza V: «ormai l’unione non fa più la forza». Ormai, quando? La tecnica dello spudaiogeloion interroga la prassi della conservazione e ne addita gli eccessi. Sventola bandiera bianca.

AuroraMeccanica, Come bere un bicchiere d’acqua (2012)

Con un’opera che è analisi critica di un atto mistificatorio, AuroraMeccanica esorta a interpretare l’uso dei media e a correggerlo, se è il caso (Come bere un bicchiere d’acqua). Un filmato riprende in loop la sequenza TV del 2011 in cui Yasuhiro Sonoda, deputato giapponese, beve dell’acqua dai reattori di Fukushima per trasmettere la notizia che non è più contaminata. Al centro dello spazio espositivo un bicchiere su un tavolo proietta un’ombra mobile, che corrisponde alle variazioni di emissione radioattiva rilevate a Fukushima. Francesco Bocchini fabbrica una Giostra a cavalli di 5 metri, che ruota sullo sfondo delle musiche a 16 giri del Don Giovanni. Un’«opera buffa», con liste serie di maestri sulla piatta del carosello, co-testo sbarcato sul satellite: Simone Martini, Taddeo Gaddi... Ritmi visivi di rotazione e ritmi dell’ascolto vanno a velocità diverse. Quando il motore dell’arte corre per un tempo che tura se stesso.

LA MOSTRA
Undici allunaggi possibili
a cura di Martina Cavallarin
Palazzo Zenobio per l'Arte, Ca Zenobio, Dorsoduro 2596 Venezia
Sino al 26 luglio

Macchine, Poeti e Supereroi

Martina Cavallarin

Il pensiero complesso delle diverse arti, spettacolare o onirico, frequenta di continuo il bilico della soglia. Se il dominio ferreo dell’immagine invade anche le categorie dell’architettura, del design, della musica, della tecnologia, le teorie presenti si scontrano, ma la tendenza è irreversibilmente coesistenza di convenzioni, memorie, linguaggi in quello che è lo sconfinato universo dell’eclettismo.

Allora quel pensiero complesso, post-strutturalista, di Foucault e Derrida, nelle arti contemporanee che vanno da quelle visive al suono, dall’architettura al design, esprime il disordine del mondo contemporaneo e forse anche l’inconsistenza delle azioni umane, ma certamente sottolinea anche una necessità di apporre uno sguardo trasversale alla stanza costipata del mondo. La parola chiave è coabitazione di alfabeti, ovvero linee sovrapposte, installazioni e sezioni di opere non convenzionali, oggetti in movimento ed elaborazioni meccanizzate. L’uomo non è al centro, né in quanto fruitore degli spazi né come destinatario dei messaggi.

Scrisse Claude Lévi Strass: «il mondo è cominciato senza l’uomo e terminerà senza di lui». In tanto fracasso a Berlino la linea che in Italia si comincia ad intuire con il lavoro di alcuni interessanti artisti è magnificamente interpretata tra le mura bianche al secondo piano di un palazzo di Postdammer Strasse in cui l’italiano Mario Mazzoli, dopo una carriera da musicista negli USA, ha aperto una galleria d’arte contemporanea progressiva e sperimentale, un salto nel buio tra scienza e incoscienza.

Pe Lang, Moving objects n. 824-827 (2012)

Qui la mostra Moving Objects dello svizzero Pe Lang è una visione lirica e sospesa tra tecnicismi e fruscii delicati. Sistemi cinetici prestati alla visione dell’opera sprigionano forze che si contrappongono tra organismi di ferro e di magnete, elementi decodificati in base alla propria sostanziale funzionalità e restituiti in installazioni semplici eppure complesse, movimenti continui e incessanti che sembrano una danza classica su più livelli. Tra inerzia, attrito, forza di gravità e differenti fenomeni fisici la mostra del giovane artista nato a Sursee e residente a Zurigo, si pone in una linea sinuosa che va dal Minimalismo all’Art Nouveau passando per l’arte cinetica nel momento in cui si interseca con attimi di vita quotidiana ponendosi in tal modo tra la corrente di arte contemporanea più interessante e convincente.

Abbandonate le carte veline bianche che sensori attenti fanno respirare attraverso il movimento di piccole calamite e disinstallati i cilindri di metallo che avanzano e ritornano su lastre di rame, l’appartamento dell’arte dell’italo–berlinese Mazzoli accoglie la seconda personale del noto sound artist americano Douglas Henderson. Cinque sculture sonore multicanale ci parlano di Supereroi che con gesti eclatanti salvano il mondo e di Poeti che con scarti piccoli e l’intimismo che solo i versi contengono sono custodi amorosi delle nostre anime. Se questa metafora splendidamente offerta dalla dimensione sinergica delle opere ibride di Henderson costituisce un modo per affrontare lo stato di crisi, l’arte nelle sue forme più variegate contiene certamente un piccolo antidoto. Dal verbo greco krinein «separo» la parola crisi fa parte ormai del nostro quotidiano, ossessiva, incombente, minacciosa.

Douglas Henderson, Kosmonaut Gagarin (2012)

A questo stato di stallo si può dunque reagire attraverso ciò che chiamo il virus delle contaminazioni il quale contiene la chiave per scavalcare le emergenze e attraverso uno sguardo da libellula, ovvero prismatico a 360°, innestare strategie e tentare slanci intersecati verso orizzonti più tersi. L’amalgama tra la recitazione veloce e incessante di un poema che si fa suono, le forme tra oggetto d’uso e innesti fantastici, le forme, il colore e lo spazio impiegati nelle opere graffianti dell’energetico Douglas Henderson e del visionario Pe Lang rappresentano un respiro ampio e necessario nell’orizzonte spesso troppo costipato e frastornato dell’arte contemporanea.

In Postdammer Strasse l’incrocio tra Oriente e Occidente, Est e Ovest, meridiani e paralleli, ferro e versi, Macchine, Poeti e Supereroi ci restituisce all’azione mentale fisioterapica dell’arte, ad unainfezione positiva e necessaria. Il virus delle contaminazioni trasporta nel suo DNA la chiave strutturale per contrastare l’apatia, l’elogio delle differenze ci trasporta in sinergie che sviluppano una trasversalità che contiene intrinseca la reazione allo stallo e all’involuzione.

LE MOSTRE
Moving Objects
Galerie Mario Mazzoli, Potsdamer Str., 132 (2 piano) - Berlin
artista: Pe Lang
14 gennaio - 3 marzo

Poets and Superheroes
Galerie Mario Mazzoli, Potsdamer Str., 132 (2 piano) – Berlin
artista: Douglas Henderson
10 marzo - 21 aprile

Artisti mutanti

Martina Cavallarin

Se l’arte contemporanea emergente si deve confrontare davvero con sé stessa ponendosi di fronte a realtà e necessità reali per affermare la propria esistenza primaria, ci sono fenomeni di coinvolgente creazione che possono abbracciare le sfere del possibile e dell’interessante transitando per menti fertili e opere originali. L’artista mutante dà adito a queste convergenze attraverso un compimento di «gesti bianchi» che si devono adattare con disinvoltura al modo di approcciarsi alle superfici, al campo sportivo in cui si svolge la battaglia che resta la stanza costipata del mondo e per questo motivo diviene fondamentale che possegga un sistema visivo concettuale da «libellula» - con occhi composti e sguardo a 360° -. Il fenomeno può seguire una strada solitaria, oppure vivere di coinvolgimenti e travasi. Ed è quello che accade nella giovane galleria di Bari ARTcore dove l'artista perugino Gianni Moretti ideatore di Chain Reaction (cap I), parte dall’Appeso e invita un altro autore che sente vicino per temperatura e qualità alla propria ricerca, a produrre un lavoro su quello stesso tema a lui caro. Il video-artista Devis Venturelli si muove rielaborando a sua volta il concetto che si trasforma nella Sospensione che con reazione a catena propone come argomento al talento di Dacia Manto che srotola per la terza volta la tesi lasciando interpretare a Lorenza Boisi lo Still Life.

La ricerca di Gianni Moretti parte dallo studio del corpo, dalla mutazione degli organismi, da un tentativo frustrato di riordinare il caos prevedendo sempre tale processo un ineluttabile fallimento. La prima stanza è un lavoro che si riferisce alla tomba di epoca medievale nella quale i 4 spigoli venivano scolpiti con le effigi dei volti che avrebbero accompagnato il corpo nell'aldilà garantendo al defunto protezione. Il concetto si basa sulla costruzione di uno spazio di elezione, un luogo accogliente e difeso. L’installazione è composta da 3 elementi verticali, zampe di un tavolo monco, che sorreggono pellicole dorate con differente densità. Tale piano è squartato in 4 sezioni, ma ne compaiono solo 3 perché la parte mancante permettere idealmente un passaggio all'interno dello spazio che Moretti vuole delineare. I 4 elementi così suddivisi si allontanano l'uno dall'altro come se allungassero le linee di quel piano orizzontale ideale allargando il luogo d’elezione e comprendendo al suo interno tutto ciò che vi transiterà. Le 3 sezioni appaiono in uno stato di precarietà, una sorta di liquefazione a cui sembrano sottostare, ma non soccombere mai del tutto.
Dall'Appeso di Moretti a Devis Venturelli, architetto video-artista le cui azioni si svolgono prevalentemente in scenari urbani sottolineando una ricerca che si basa sempre sul dialogo e il contrasto. Le performance avvengono in cantieri in costruzione, zone di passaggio, mura e cavalcavia e si caratterizzano per la sovversione dell’uso consueto di materiali come isolanti termici, membrane, elementi di accessori di moda maschili o campionature di materie varie. Nel caso del video presentato, Superfici Fonetiche, le entità sono strutture mobili, in trasformazione e movimento, permettendo di indagare la dimensione aleatoria e informale dell’architettura stessa. Architetture fluide che s’interrogano sui contrasti costitutivi della città, fra rigidità e fluidità, immobilità e nomadismo. Venturelli si riferisce così alla Sospensione definita nel lavoro di Dacia Manto, Planiziaria video che si fonda sullo sdoppiamento, sullo stato di quiete in cui la narrazione è galleggiante nel dilatare spazio e tempo. Le immagini naturali sono scorci poetici e selvaggi del paesaggio ravennate che perde nell’arte di Manto la sua connotazione reale per entrare in una dimensione altra, eterea ed intimista. Il lavoro di Lorenza Boisi porta il medesimo titolo del tema propostole, Still Life. Si tratta di una ceramica smaltata bruno dorè appesa a soffitto o parete e realizzata presso il MCZ- Museo Carlo Zauli di Faenza- nel 2011. L’opera rappresenta torsoli di mela che attraverso l’impiego di smalti, si fanno forme astratte apparentemente modellate, ma in verità esito di un gesto semplice quale stringere fortemente nella mano un panetto di creta. Tale pratica gestuale è ciò che maggiormente interessa all’artista avvicinandosi in tal modo al palinsesto simbolico della mela e della mela consumata.

Chain Reaction è una mostra che indaga questo procedere incontrollabile, determinato per assonanze, vicinanze e temperature comuni. Un processo che nella sua imprevedibilità disegna una mappa tra gli artisti, un percorso sottile e che impone il proprio ascolto.

LA MOSTRA
Chain Reaction cap.1. L’appeso - la sospensione - still life
ARTcore gallery, Bari
progetto di Gianni Moretti (nota critica di Fabio Carnaghi)
artisti partecipanti: Gianni Moretti, Devis Venturelli, Dacia Manto, Lorenza Boisi
20 gennaio 2012 – 18 febbraio 2012

Tutti i futuri possibili? (Parte I)

Uno speciale sulla Biennale di Venezia con testi di: Gandini, Cavallarin, Ranzi, Bria, Migliore, Tolve. Prima Parte *

LA LOTTA DI CLASSE AL MUSEO
Manuela Gandini

La 56a Biennale di Venezia – All the World’s Futures - è un’immersione totale nel presente. È un bagno nel cemento, nei commerci, nella finanza virtuale. Odora dei sacchi di juta del ghanese Ibraim Mahama che ha rivestito il lunghissimo corridoio esterno dell’Arsenale, creando uno spiazzamento percettivo, con rumori attutiti e memorie di spezie. Ma odora anche della tecnologia di diecimila fototessere a cristalli liquidi assemblate da Kutlug Ataman che, realizzando un’onda visiva sospesa, ha assemblato i volti di tutti coloro che hanno avuto contatti con il filantropo turco Sabanci. E odora di motoseghe appese al soffitto da Monica Bonvicini che grondano gomma liquida nera.
LEGGI >

ALLA BIENNALE INDAGINI DA INVESTIGATORE OLISTICO
Martina Cavallarin

La 56° Biennale di Venezia offre delle perle da ricercare con dedizione e da esplorare come un investigatore olistico. A Palazzo Malipiero un lavoro dedicato, uno spazio che ospita una narrazione intensa, un palco di un teatro nel quale salire e ascoltare, installazioni video da assorbire e comprendere, teche da archiviazione scientifica in cui oggetti inquietanti e documenti secretati sono custoditi e svelati, per un racconto politico costellato di “ismi” e ingiustizia sociale.
LEGGI >

DANH VO E IL PADIGLIONE DANESE
Gianluca Ranzi

Nella cornice predisposta per la 56esima Biennale d’Arte da Okwui Enwezor sui molteplici futuri che attendono il mondo, si potrebbe restare perplessi entrando nel padiglione danese affidato dalla Danish Arts Foundation a Danh Vo, di nascita vietnamita, profugo a 4 anni con la famiglia, salvato da un cargo danese e cresciuto a Copenaghen.
LEGGI >

CILE E URUGUAY. MANIFESTAZIONI DI DOMINANZA
Ginevra Bria

In genetica, la legge della dominanza formula il rapporto che intercorre tra i diversi alleli e il modo con cui essi determinano il fenotipo, le caratteristiche connotanti, osservabili, di un individuo. Essa riguarda, in particolare, il rapporto di dominanza facile (o completa) secondo cui i vari alleli, ciascuno dei due o più stati alternativi di un gene, possono essere distinti in dominanti e recessivi. Si tratta dunque di una legge che regola le trasmissioni che intercorrono tra i caratteri genetici e le manifestazione fenomeniche, esteriori determinate dai caratteri dominanti.
LEGGI >

CANADASSIMO. DISPENSE DELL'ARTE CONTEMPORANEA
Tiziana Migliore

L’infranto, le rovine, la catastrofe, che Benjamin vedeva nell’Angelus Novus (1920) di Klee, li troviamo tutti alla Biennale di Enwezor. Anche l’altro leitmotiv del curatore, il Capitale di Marx, trasposto dagli artisti – Isaac Julien, Olaf Nicolai e Manuel Reinartz, Hans Haacke, Samson Kambalu… – o recitato al Padiglione centrale, ha la sua ancora di salvataggio nel passato. Ma il progresso, la tempesta che spira, dov’è? Dove sono gli All the World’s Futures? In Klee il futuro che attrae l’angelo sta nel punto di fuga del quadro, coincide con la profondità dell'immagine. Qui di futuri se ne godono pochi, la profondità è fosca.
LEGGI >

L'ANGELUS NOVUS DELLA BIENNALE
Antonello Tolve

Ancora una volta la Biennale di Venezia segna, sul bersaglio luminoso dell'arte, una serie di punti cardinali utili a leggere – o quantomeno a pensare con maggiore attenzione – le irrequietezze del presente. Dal Padiglione Centrale (ai Giardini) all'Arsenale, la mostra pensata da Okwui Enwezor propone, infatti, un percorso polifonico, la cui polifonia non va intesa soltanto da un saggio visivo offerto mediante l'opera di 136 artisti provenienti da 53 differenti paesi del globo, ma anche, e soprattutto, dalla latitudine concettuale che il progetto di questo cinquantaseiesimo appuntamento, reca sulla piattaforma dell'umanità.
LEGGI >

* Per la seconda parte di questo speciale appuntamento a sabato 6 giugno.