Ai Weiwei a Londra

17-Ai-Weiwei-RexMartina Cavallarin

La potenza della narrazione e l’energetica prestanza delle opere di Ai Weiwei, che si muovono adatte e perfette nelle grandi sale della Royal Academy di Piccadilly Street a Londra, si percepiscono sin dalla maestosa foresta collocata nel cortile centrale della RA. In Cina gli alberi hanno un significato profondo e sono venerati in quanto mettono in collegamento tra il regno del cielo e il mondo sotterraneo.

Artista trasversale, scomodo, coraggioso, Ai Weiwei sembra sempre ricordarci che il mondo è pieno di oggetti e che è nella loro concatenazione fisica e concettuale che si stabilisce il filo di un racconto diacronico e sincronico sempre sul crinale esplicito della protesta e della denuncia.

Curata in collaborazione con lo stesso artista, che ha lavorato dal suo studio a Pechino, l’esibizione presenta alcune delle opere più importanti da lui create in un periodo che spazia tra il suo ritorno in Cina nel 1993 – dopo un lungo periodo passato negli Stati Uniti – fino all’ultima produzione. I lavori più recenti sono stati creati appositamente per le gallerie della Royal Academy. Si tratta di una serie d’installazioni di grandi dimensioni composte dai materiali più vari: marmi, acciaio, vetro, legno, pietre antiche, cocci di vasi dipinti, carta da parati, cubi di ferro. Queste monumentali sculture, che al loro interno accolgono le scene della prigionia intollerabile subita dall’artista, già occupavano minacciose la Chiesa di Sant’Antonin di Venezia durante la Biennale del 2013.

Con la tipica audacia dell’indagine sociale e politica che contraddistingue il discusso artista cinese, le opere esplorano una moltitudine di temi impegnativi. Attingendo all’esperienza dell’artista che commenta sempre con una libertà creativa scevra da controlli e reticenze la censura e i diritti umani, le opere ci conducono all’interno di una ricerca che affonda le sue radici nella disamina dell’arte e la società cinese contemporanea. L’impiego dei materiali è fondamentale in tale processualità artistica. Ai Weiwei conosce le forme e riconosce nell’essenza stessa della materia un modo per esprimere un pensiero sempre dialogico basato sulla memoria e sulla sua rarefazione. Centrale il concetto di rovina che, a differenza della maceria, non è dato spazzare via nonostante un sistema di potere totalitario ed estremo che in quella zona del mondo lavora nella direzione dell’asservimento delle coscienze e del controllo delle menti.

Sottile e bulimico, controllato e incontrollabile, classico e anticlassico, maestoso e concettuale, multimediale e artigianale, Ai Weiwei possiede il grande talento di saper associare magistralmente l’indipendenza di opere che, a seconda dello spazio che abitano, creano differenti canali energetici ed esercizi di riflessione. Le sue installazioni sprigionano tenacemente una tensione che corre tra forze contrapposte di spinta e controspinta, col risultato di non limitare l’intervento alla sola pratica consueta del time o site specific, bensì ampliando il senso delle opere col luogo che il lavoro occupa e il percorso dello spettatore.

Ai Weiwei celebra la fine di un’epoca e pone domande sulla cultura contemporanea; sempre partendo dal riemerso, dal segno, dalla struttura, dalla sovrapposizione di pratiche tradizionali e tecnologie avanguardistiche: impiegando l’innesto, il curvo, il diritto, il verticale e l’orizzontale. Le sue mostre si svolgono su una griglia geometrica che induce a sollevare e allontanare lo sguardo, lavorando su paesaggi della mente e della fantasia, ma sempre impiegati per srotolare la storia e i suoi plurimi significati. I suoi alberi – che tra le varie installazioni predisposte paiono costituire l’ossatura centrale dell’esposizione, lo scheletro fisico e dichiarato della narrazione – sono assemblati con pezzi di tronchi abbattuti trascinati giù dalle montagne del sud della Cina e venduti nei mercati di Jingdezhen, provincia di Jiangxi. Questi frammenti sono stati portati dall’artista nel suo studio a Pechino e riconvertiti in alberi: con un’operazione che non può non far pensare al lavoro di Giuseppe Penone. Dice Ai Weiwei: «è come cercare di immaginare ciò che l’albero sembrava». Assemblati con bulloni industriali, gli alberi sembrano naturali se visti da lontano, artificiali se li si osserva più da vicino. Il gioco dell’arte si muove costantemente fra inganni e dissimulazioni, senso di spaesamento e percezione distorta.

Ai Weiwei

RA

Londra, Royal Academy

19 settembre-13 dicembre 2015

Sophie Ko Chkheidze

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Sophie Ko Chkheidze, Giardini di Adone, 2015, vetro temperato, ali di farfalla, rami del nido di uccello, 150 x 130 cm, Courtesy Renata Fabbri arte contemporanea, Foto: Floriana Giacinti
Silva Imaginum, Galleria Renata Fabbri, Milano, a cura di Federico Ferrari

Martina Cavallarin

Nell’ultima stanza della galleria Renata Fabbri di Milano l’apparizione subitanea e delicata dei Giardini di Adone di Sophie Ko Chkheidze è una lastra di vetro temperato lirica e potente all’interno della quale si anima un microcosmo organico composto da piccoli rami di nido d’uccello, ali di farfalle, residui biologici e minuscoli segni. L’opera è indice e simbolo di un mondo reale nel quale si esplica la grazia e la presenza dell’intero universo. Mondo in cui, al tributo silente e ossequioso all’opera di Claudio Parmiggiani con le sue ombre e i suoi “fantasmi”, si somma la ricerca rivolta all’epifania dell’immagine e a quel che di lei resiste nella devastazione sociale, ecologica e culturale nella quale si trova a transitare la società contemporanea. I Giardini di Adone descrive un’iconosfera attraversata da una temperie culturale della quale quotidianamente ci nutriamo nel nostro vivere bulimico e alienato, abitato da forme di comunicazione refrattarie alla conoscenza effettiva e concreta, e sperduto tra i meccanismi social e i network incanalati nella rete globale e nelle strutture virtuali.

Sammy Baloji

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Sammy Baloji Essay on Urban Planning, 2013, 12 colour photographs, Each 80 x 120 cm, overall dimensions of the work 320 x 360 cm, Copyright Photo © Sammy Baloji, Courtesy the artist and Galerie Imane Farès, Paris
Padiglione Belga, 56° Biennale di Venezia, 2015

Martina Cavallarin

L’opera Essay on Urban Planning, costituita da dodici fotografie e installata all’interno del Padiglione Belga alla 56° Biennale di Venezia, mette alla prova e forza i confini del tema inerente alla modernità coloniale, formando una sorta di territorio contro-narrativo e rivelando micro-realtà storiche nascoste. Si tratta di un intricato groviglio linguistico, risultanza di relazioni e di tracce legate a una matrice del potere politico svolta per frammenti nei quali, a paesaggi geografici, si alternano campionature di insetti di differenti derivazioni per una catalogazione ragionata e progressiva della storia e dell’evoluzione della specie. Sammy Baloji è un artista che opera una ricerca rivolta alla mappatura del mondo intesa essa come struttura in cui intercettare i segni presenti e tradurli attraverso la sua personale visione e il suo soggettivo e trasversale codice artistico. L’etnografia, l'architettura e l'urbanistica si pongono per l’artista congolese come la tematica principale sulla quale concentrare la sua processualità creativa che si nutre di fotografia, video e documenti d'archivio.

Maria Elisabetta Novello

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Maria Elisabetta Novello
2015 Basilica di Santa Maria di Collemaggio, L’Aquila. 2015, plexiglas, cenere, cinghie di ancoraggio. 250x80cm. Fotografia di Pierluigi Buttò.
Per una Gioiosa entropia, Casa Cavazzini, Museo di Arte Moderna e Contemporanea, Udine. 4 luglio – 20 settembre 2015, a cura di Giorgia Gastaldon

Martina Cavallarin

L’opera 2015 Basilica di Santa Maria di Collemaggio, L’Aquila è un monumento alla memoria, alla riflessione, un totem che Maria Elisabetta Novello ha eretto dopo un sopralluogo alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio dell’Aquila, devastata dal terremoto. Otto fragili lastre in plexiglas assicurate con le tipiche cinghie gialle di messa in sicurezza costringono il materiale e definiscono il corpo debole dell’opera, segno, simbolo, reliquia non della storia dell’architettura, ovvero non solo, bensì della crudezza della natura prima e della manchevolezza dell’uomo, poi. Si tratta di un lavoro di denuncia, che emoziona, che induce suggestioni e innesta il pensiero. Maria Elisabetta Novello traduce la traccia che si muove dal personale al collettivo per non perdere il riemerso e per farlo prima galleggiare attraverso l’impalpabilità dei materiali, poi per mostrarlo al mondo che attraverso lei, l’opera, è stimolato a indugiare e riflettere.

Marcel Broodthaers

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Marcel Broodthaers, Un Jardin d`Hiver, 1974. Courtesy Friedrich Christian Flick Collection
Padiglione delle Esposizioni, 56° Biennale di Venezia, 2015

Martina Cavallarin

Lo spazio abitato dal Giardino d’Inverno dell’artista Broodthaers nel Padiglione delle Esposizioni della 56° Biennale, è un’immersione in un’atmosfera silente, satura e magistralmente concepita dall’artista e scenografo belga che nella sua ricerca affronta una costante riflessione sul contesto economico e sociale nel quale l’arte vive. L’installazione, appartenente alla serie Décors, è composta da trentasei alberi di palma inseriti in altrettanti vasi, tipiche sedie da giardino pieghevoli, piante verdi, voliere, fotografie e stampe d’arte collezionate dall’artista e adoperate a guisa di addobbo ambientale per mimetizzare, attraverso la resa accattivante e sapientemente disposta, la parodia storica alla quale l’autore fa riferimento. L’opera, realizzata per la prima volta nel 1974 e replicata a dimensioni ambientali diverse volte negli anni, si distende nello spazio e se ne appropria a testimoniare il carattere di Broodthaers che non fu solo un artista, prematuramente scomparso a fronte di una carriera che vede un arco temporale di soli 12 anni, dal 1964 al 1976, ma anche un poeta, un regista, un architetto di forme e un orchestratore di parole, coltivando il costante tentativo di aprire il lavoro artistico alla molteplicità linguistica.

Katharina Grosse

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Katharina Grosse, Untitled Trumpet, acrilico a parete, pavimento e oggetti vari, 660x2100x1300 cm 56° Biennale di Venezia, All the World’s Futures
Corderie dell’Arsenale, 56° Biennale di Venezia, 2015

Martina Cavallarin

All’interno della lunga e complessa teoria di spazi delle Corderie dell’Arsenale di Venezia, ideate e allestite dal curatore della 56° Biennale di Venezia Okwui Enwezor, l’immersione nell’opera di Katharina Grosse è un’esperienza totale, un panismo che è fusione di colori e sensazioni tra tessuti e pigmenti. Per creare questa bulimica installazione Grosse ha impiegato la sua tecnica immersiva agendo su tutte le strutture dello spazio veneziano come una pittrice militante, tuta ignifuga da lavoro e mascherina per incidere traiettorie brandendo una pistola a spruzzo industriale. Consistenza e colore, acrilico e trame di stoffa, detriti di alluminio e schegge, particelle di oggetti si sparpagliano in un caos controllato. Aristotele nel VI libro dell’“Ethica nichomachea” scrive che “L’Arte ama il caso e il caso ama l’Arte”; l'esperienza nella quale ci trasporta Katharina Grosse si matura con una coincidenza che non è mai caso perché “un coup de dés jamais n'abolira le hasard”, come ci insegna Stéphane Mallarmé.

Adrian Piper

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Adrian Margaret Smith Piper, Everything Will Be Taken Away #21, 2010. 4 vintage blackboards in lacquered wood frames, dimensions variable. Courtesy the Artist
Padiglione delle Esposizioni, 56° Biennale di Venezia, 2015

Martina Cavallarin

Vincitrice del Leone d’Oro, Piper evidenzia gli aspetti performativi e dialogici dell’arte odierna, facendo emergere in The Probabile Trust Registry -performance interattiva che teatralizza le dinamiche dei contratti sociali o personali- un ambiente aziendale simulato nel quale i visitatori possono firmare dichiarazioni in cui promettono responsabilità morale verso se stessi e gli altri. I documenti sono successivamente fotocopiati e archiviati presso l’APRA (Adrian Piper Research Archive Fundation) di Berlino. Alla performance l’artista newyorkese correla una sequenza di foto abrase e modificate, Everything Wil Be Taken Away Erasers, in cui ogni immagine replica, scritta a stampatello, la frase del titolo. Quattro lavagne vintage ripetono ossessivamente, grafiche e meccaniche, le medesime parole, a guisa di punizione scolastica. L’opera solleva questioni che vanno dalla sfera politica a quella spirituale, dalla distruttività del conflitto globale contemporaneo alla censura nei media dominanti fino a dichiarare dei precetti yoga.