Mark Cousins, storie del Big Flash

Stefania Zuliani

Route tournante non è certo il quadro più noto di Paul Cézanne, eppure è nei vuoti e nei pieni di questo luminoso paesaggio, un dipinto dei primi del Novecento pieno di aria e di colorata solidità, che Mark Cousins ha riconosciuto le origini e le prospettive della sua Storia dello sguardo. Fin dalle prime battute del libro, che si propone di dimostrare «come il guardare abbia migliorato le nostre vite», il regista, scrittore e critico cinematografico irlandese indica infatti nell’esperienza ottica di Cézanne, nella «vita visiva» che la sua pittura restituisce con paziente sapienza, il movente e la direzione della propria personale indagine sulle trasformazioni del vedere. Un percorso di ricerca – del resto, «guardare è sempre una ricerca» – tanto colto quanto appassionato, che ha come oggetto e soggetto lo sguardo, le sue strategie e le sue mobili frontiere e che, pur considerando i dati di scienza e le differenti situazioni storiche, del guardare sottolinea soprattutto il piacere, la felicità che solo gli occhi sanno dare. «Guardare – chiarisce ancora nelle pagine introduttive l’autore – è la mia consolazione, la mia compensazione, così ho costruito la mia vita lavorativa sulle immagini. Gran parte dei miei film tratta dello sguardo. Ognuno di essi potrebbe cominciare con una parola: “guarda”».

Quella di Mark Cousins, che lo scorso anno ha presentato a Cannes l’applauditissimo The Eyes of Orson Welles in cui ha ricostruito l’opera e la biografia di Welles analizzando, montando, rovesciando gli inediti disegni del regista, è davvero una consapevole quanto «famelica dedizione allo sguardo», un desiderio e un’ossessione che insieme muovono la sua scrittura e il suo cinema proprio come la riflessione e l’esercizio sullo sguardo (e dello sguardo) avevano orientato la ricerca di Cézanne, quel suo «guardare la natura secondo le forme del cubo, del cilindro, della sfera» che tanto ha suggestionato filosofi e poeti – di lui Alfonso Gatto scrisse come di un «occhio che vede dentro il suo vedere» – e di cui Cousins ha notato non soltanto la passione ma anche la lucidità, la capacità di cogliere la natura ingannevole del visibile: «La mia posizione coincide con quella espressa da Cézanne. Sono un appassionato osservatore, ma non sono cieco alle mancanze dello sguardo».

Così, Storia dello sguardo più che essere un saggio in cui si affrontano e confrontano tesi e testi diversi – per dirla con Cousins, «una cena elegante» fra scienziati artisti e filosofi – è un lungo viaggio. Meglio, un road movie avventuroso che segue una precisa traiettoria, dalle origini (dalla nascita) dell’umanità e, ancora prima, dell’universo, frutto non del Big Bang ma del Big Flash, «il più grande e irripetibile evento luminoso di tutti i tempi», fino alla deflagrazione dello sguardo che segna il nostro presente, in cui l’asse z, quella linea che ci collega nello spazio a tutto ciò che abbiamo davanti, sembra essersi drasticamente (e forse drammaticamente) accorciato, riducendo la dimensione dell’altrove.

È un itinerario scandito da luoghi e figure della cultura visiva mondiale, sia artistica che scientifica («Abbiamo accolto soltanto cose garantite da un’oculata testimonianza», è la citazione di Bacone che apre il capitolo dedicato agli scienziati dello sguardo, da Galileo a Shen Kuo), un racconto di uomini e spesso di città: spazi ad «alta densità» di prospettive, in cui si susseguono gli incontri e si incrociano, numerosissimi, sguardi e visioni. Ne viene fuori un insolito ritratto di gruppo, tanto soggettivo quanto corale, dove testo e immagine non smettono di dialogare.

Il flusso del racconto è infatti costantemente accompagnato e sostenuto dalle immagini: frames di film, fotografie, diagrammi, riproduzioni di opere d’arte e di oggetti di design, cartografie e pubblicità che si dispongono, e a volte si parlano, in un’architettura testuale articolata in cui la parola cerca il conforto dell’immagine illuminandola: allo stesso modo in cui il nostro sguardo non si limita a ricevere le sensazioni del mondo visibile ma le determina, proiettando su ciò che osserva la propria coscienza e anche, su questo punto Cousins insiste con decisione, la propria esperienza. Dal primo all’ultimo capitolo di questa storia dello sguardo veramente universale – uno dei meriti indiscussi del libro di Cousins è di allargare il campo d’indagine e di narrazione a tradizioni e contesti inconsueti, dall’Impero Moghul alle contemporanee rovine di Pryp’jat, la città ucraina abbandonata dopo l’esplosione del reattore della centrale nucleare di Cernobyl – a guidare l’autore è la certezza che, pur nelle continue trasformazioni legate ai progressi tecnologici e alle catastrofi della storia, lo sguardo non tradisca mai la propria originaria natura di pensiero che informa, una matrice che conserva traccia di ogni passata visione: «Il nostro sguardo è infestato da tutto ciò che abbiamo visto in precedenza».

Che sia lo sguardo «annidato» che si riconosce nel domestic landscape degli oggetti familiari o l’occhio «lacerato» del XX secolo – la cui immancabile icona è il colpo di rasoio che taglia l’occhio in una delle scene più viste di Un chien andalou (1929) – in ogni tempo e in ogni luogo guardare comporta un mettere a fuoco, un portare alla luce in cui il dato culturale è dominante. Riprendendo la tradizionale distinzione tra lumen e lux, la luce astratta del divino e la luce umana dell’orizzonte quotidiano, Cousins non esita, con la naturalezza che gli viene dalla dichiarata parzialità del proprio racconto, a creare un archivio delle visioni in cui trovano ampio spazio le immagini del cinema – e lo shock generato dallo sguardo specchiante della capra nell’Infanzia di Ivan di Tarkovskij è, con le cristalline architetture visive di Ozu, fra i riferimenti certi del suo discorso – e le immagini dell’arte. Testi visivi in cui è possibile ritrovare lo sguardo dell’artista e quello del pubblico, destinatario delle potenti rappresentazioni barocche, frutto di quello che Cousins definisce un eccezionale «riarmo visivo», come di quelle del cinema di Hollywood, che ha sostituito la Chiesa cattolica nella creazione di miti e visioni collettive.

Nella Storia dello sguardo si trovano opere del passato – le icone bizantine, di cui Florenskij ci ha insegnato a riconoscere la «prospettiva rovesciata», la scultura di Bernini e la pittura di Caravaggio, esemplari della distanza fra lumen e lux – e opere moderne (ampio spazio è dedicato ai Surrealisti, «tra i più arditi esteriorizzatori della storia dell’umanità») in una sequenza che, pur con qualche opportuna deviazione e inversione, si mantiene sostanzialmente lineare perché quella che Cousins disegna è una traiettoria di conquista scandita da un Inizio, da una fase di Espansione, e da un presente Sovraccarico, come dichiarano i titoli delle tre sezioni in cui il libro è diviso.

Un percorso in cui convivono luce e oscurità, una storia fatta di raggiunti trofei e di perdute illusioni, di frequenti oscenità e di inutili entusiasmi, di cui Cousins rintraccia stazioni e accelerazioni, senza indulgere nell’ottimismo e neppure nell’ovvio catastrofismo. Certo, le tecnologie della visione hanno portato agli eccessi della sorveglianza totale, al trionfo irragionato dell’esposizione (ed è singolare che in questa storia non trovino che marginale spazio le mostre e i musei, che pure sono potenti dispositivi pubblici dello sguardo) ma poi resta il fatto che «essere guardati è la via di uscita dal nulla» e che guardare è, comunque, un piacere e una ricerca cui non possiamo rinunciare.

Mark Cousins

Storia dello sguardo

traduzione di B. Alessandro D’Onofrio

il Saggiatore 2018, 545 pp., € 35

Sguardi sullo sguardo umano. Nove domande a Mark Cousins


Maria Teresa Carbone

Vorrei partire da un episodio personale. Anni fa camminavo per la strada con un amico altissimo che a un tratto ha piegato le ginocchia in modo che i suoi occhi fossero allo stesso livello dei miei. “Voglio vedere il mondo come lo vedi tu”, ha detto. E poi: “Che prospettiva diversa!”. È solo un fatterello, ma le chiedo: in che misura possiamo condividere lo sguardo? 

Quella del suo amico alto è una bella storia, e possiamo individuare tante altre differenze sottili nel modo in cui le persone guardano. Ma per usare una metafora musicale, questa, secondo me, è l'armonia, non la melodia. La storia principale, la melodia, è il fatto che la maggior parte degli esseri umani hanno una visione frontale e binoculare. Noi non vediamo come i gatti o come le telecamere a raggi infrarossi. Come specie sono molti di più i tratti visivi che ci uniscono rispetto a quelli che ci dividono. Questa non è una cosa molto alla moda da dire perché – a ragione, penso – attualmente preferiamo sottolineare le differenze culturali, neurobiologiche, sociali e sessuali fra le persone, ma è giusto ricordarci che siamo un'unica specie.

Nello scrivere Storia dello sguardo come ha equilibrato la sua prospettiva personale con la prospettiva collettiva?

Credo che tutti noi siamo al tempo stesso "micro" e "macro". Nelle nostre vite personali e nel mondo più ampio. Nel mio libro ho cercato di cogliere entrambi gli aspetti, il fondo della foresta e le punte degli alberi.

Pensa che il linguaggio influenzi il nostro modo di guardare? Per esempio, è possibile percepire un colore o una forma se non si possiede una parola per definirli?

Si dice spesso che la lingua dia forma a quello che vediamo, ed è vero, entro certi limiti. Ma è vero anche il contrario ed è un fenomeno molto meno analizzato. Nel mio libro porto un esempio. Nell'Odissea di Omero la parola “azzurro” non viene mai usata per descrivere il mare. E questo accade perché, secondo me, il mare è molto più che azzurro. È anche tempestoso, spumeggiante, distruttivo e riflettente. Questi dati nel mondo antico oscuravano la semplice azzurrità del mare.

Secondo lei il modo di guardare dell'umanità è cambiato nel corso dei secoli?

Lo sguardo è rimasto sotto tanti punti di vista lo stesso. Ci sono sempre state città frenetiche e tramonti sereni. D'altra parte le tecnologie visuali hanno introdotto modifiche enormi. I telescopi, i raggi X o i microscopi elettronici, per esempio, ci hanno consentito di vedere – spesso in modo mediato – nuovi territori e scale di ampiezza che prima ignoravamo. La cosa affascinante è che il mondo minuscolo e il mondo gigantesco, gli atomi e gli universi, sono simili.

Nel film La caverna dei sogni dimenticati Werner Herzog mostra delle teste di cavalli dipinte nel corso di cinquemila anni e commenta:  “Noi siamo schiavi del tempo, coloro che dipinsero queste teste non lo erano”. Lei è d'accordo?

Direi di sì, sono d'accordo con Herzog. La vita si è accelerata e si è espansa. Noi riceviamo informazioni da luoghi sempre più lontani rispetto a quanto accadeva un tempo. Questo influenza il nostro senso del tempo ma – in modo anche forse più importante – il nostro senso dello spazio. La distanza psicologica è un dato importante nella nostra vita d'oggi.

Nel suo libro parla spesso dello sguardo umano sulla morte. Un tempo era un'esperienza comune, che poteva avere aspetti molto crudeli. Adesso la morte è nascosta. Quali sono le cose che non vogliamo guardare?

Credo che la commercializzazione delle nostre vite ci abbia fregato. Allo scopo di fare sempre più soldi le culture in cui viviamo tendono a far sembrare la vita molto più rosea di quanto in effetti sia. Anche oggi la morte è ovunque, la differenza è che nel passato questo non si poteva ignorare.

Cosa pensa delle sempre più diffuse telecamere di sorveglianza? Le macchine hanno un modo di guardare le cose?

Naturalmente io odio le telecamere di sorveglianza per ragioni politiche, ma questi congegni hanno una loro estetica. Pensi ai film taiwanesi di Tsai Ming Liang. Essi riproducono, a volte in modo molto efficace, la prospettiva delle  telecamere di sorveglianza. E pensi ai racconti di J. G. Ballard. L'impassibile vacuità dell'immaginario della sorveglianza è affascinante.

Fino a pochi decenni fa solo poche persone producevano immagini, oggi ognuno di noi ne produce centinaia ogni giorno. Con quali effetti?

Il fatto che la produzione di immagini si sia democratizzata è un fenomeno del tutto positivo. L'élite non possiede più completamente l'immaginario.

C'è una differenza fra la storia dello sguardo e la storia dell'umanità?

Sì. Il mondo visivo è solo una parte delle nostre vite. Una parte affascinante e vitale. Le sue debolezze sono grandi come le sue forze.