alfadomenica #4 – ottobre 2016

Oggi nell'alfadomenica:

  • Franco Berardi Bifo, About blankNei primi anni del decennio ’80 vivevo nel lower east di Manhattan. Scrivevo articoli per una rivista milanese. Scrivevo della scena new wave o no wave dei locali after punk, sull’arte di strada su Keith Haring e Rammelzee e Basquiat. Nel 1977 la città di New York aveva dichiarato bancarotta: l’industria che aveva dato lavoro e identità alla città ora se ne andava. Quando arrivai a New York interi quartieri erano cimiteri abbandonati, fabbriche deserte trasferite nella Sunbelt, magazzini vuoti. Ma un sindaco lungimirante che si chiamava Ed Koch ebbe un’idea brillante: invitò gli artisti di ogni paese a venire a New York. E quelli vennero a frotte e si misero a ristrutturare quei locali abbandonati, a trasformarli in laboratori di vita indipendente. Musicisti, graffitisti, poeti, ma anche sperimentatori tecnici e sperimentatori esistenziali, affollarono la città per farne una specie di incubatrice del futuro possibile. Poi venne l’AIDS. - Leggi:>
  • Mariuccia Ciotta, La macchina ammazzacattivi: Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial-La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse sul terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e a Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg. Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per HBO e documentarista – dopo il successo nelle sale, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston. - Leggi:>
  • Un intervento di Manuela Gandini, Antidoti contro le emozioni distruttive:  Mentre infuria la terza guerra mondiale fatta a pezzi (Francesco) e mentre attacchi fisici, economici e cibernetici vengono sferzati in un mondo incandescente da esseri umani contro altri esseri umani, il Dalai Lama – a Milano per una nuova sessione di insegnamenti sul concetto di Interdipendenza – esordisce dicendo: “Siamo tutti esseri umani con due occhi, un naso e una bocca, indipendentemente dalla nostra provenienza. Ciascuno di noi anela a una vita felice rifiutando la sofferenza. Ciononostante gli uomini vivono costantemente nella paura e nella rabbia perché hanno bisogno di sviluppare la compassione”. - Leggi:>

La macchina ammazza-cattivi

denial_enfilme_x8269_675_489Mariuccia Ciotta

Ci sono film che catalizzano l'energia di cinema e storia come Denial-La verità negata di Mick Jackson, un legal thriller come tanti se non fosse sul terzo grande processo contro il nazismo dopo quello di Norimberga e a Eichmann, e se non fosse un complesso congegno politico, una macchina ammazza-cattivi senza pistole. Allenamento molto attuale contro la retorica politica vuota, partita a scacchi fatta di parole inattese che ricorda l'astuzia giudiziaria del Lincoln di Spielberg. Ma c'è chi alla Festa di Roma, dove è stato presentato, sbadiglia con gli occhi alla ricerca di una svirgolata emotiva, di un'uscita dal film-tv di cui il regista inglese è un esperto, autore per HBO e documentarista – dopo il successo nelle sale, l'unico, di Guardia del corpo ('92) con Kevin Costner e Whitney Houston.
Nel 1996 David Irving, storico britannico negazionista, intenta causa per diffamazione a Deborah E. Lipstadt, studiosa della Shoah e autrice del libro Denyng the Holocaust, che lo definisce falsificatore e manipolatore di fatti e prove con l'intento di dimostrare, a sostegno della sua fede nazista, l'inesistenza dell'Olocausto. La parola va all'avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che dispone del copione di David Hare, drammaturgo britannico pluripremiato a teatro e al cinema per gli script tra l'altro di The Hours su Virginia Woolf e The Reader, nonché vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 1985 per la regia e la sceneggiatura del Mistero di Wetherby (anche questo un «giallo» investigativo che non butta però in Law&Order ma in Harold Pinter). Ed è il meccanismo stesso del processo a farsi cinema seguendo il «montaggio delle attrazioni» di Ejzenštejn, rivisto da Pietro Montani quando ricordava, rileggendone la Teoria del montaggio, che il «materiale» del cinema non è lo spettacolo, ma lo spettatore: «il cinema è un genere oratorio» che deve avvincere, attrarre lo spettatore con tutti i mezzi, e saldare insieme – come fa un avvocato – ogni dettaglio eterogeneo per giungere al «verdetto»... musica, mimica, bellezza. È l'arte del bel gioco delle sensazioni ottiche e acustiche, direbbe Kant, più «la realtà pura e semplice»...
La Shoah, appunto, che lo pseudostorico Irving vuole negare. E che il collegio di difesa rimonta e rimette in forma, trasformando in cinema, e solo cinema, l'abietto inarcarsi delle sopracciglia e il tono carnevalesco, esagitato e finto autorevole del negazionista, che però la cinepresa mai si permette di inquadrare dall'alto in basso. O la disincarnata e minimalista «ferocia democratica» dell'esperto avvocato, ma piuttosto misterioso e alcolizzato, che tratta l'avversario come un disprezzabile sergente maggiore del sadismo, mai meritevole di una stretta di mano. E qui la lezione di Hitchcock e di Nodo alla gola si fa sentire.
Da costituzione d'oggetto a formulazione d'immagine. Tom Wilkinson (Rampton) e Timothy Spall (Irving), al termine di questo montaggio verticale fatto di piani, suoni, silenzi, tonalità di colore e di luci, non avranno più nulla né dell'attore né del personaggio storico, pur salvaguardando la cocciuta esistenzialità di un fatto di cronaca vera.
La suspense applicata ai forni crematori, dunque, nella visione allucinata tra la nebbia di Auschwitz, misurata a piedi dal difensore di Deborah E. Lipstadt non per fare una passeggiata della memoria ma per controbattere colpo su colpo alla tesi dell'avversario. Il campo di sterminio – sosteneva Irving – era piuttosto un campo di lavoro, e quei bunker sotterranei antiaerei servivano di riparo agli ufficiali tedeschi, non erano camere a gas. Ma i passi dell'avvocato Rampton misurano 4 km dalle dimore degli ufficiali, le bombe degli Alleati li avrebbero polverizzati sulla strada. Inesplicabile menzogna smascherata col compasso.
L'attualità del film sta anche nel «politicamente corretto», che, a sentirlo nominare, Goebbels avrebbe messo mano alla pistola. I cattivisti infatti, in nome della «libertà d'opinione», possono chiedere impunemente a un sopravvissuto ai campi quanto ha pagato il tatuaggio numerico sul braccio. Domanda che Irving aveva già rivolto in altri processi a testimoni ebrei, insultati e umiliati, ed esclusi perciò dal processo dalla squadra dei legali dalla scorza dura, matematici dei sentimenti, in contrasto con la loro assistita vibrante d'indignazione e che preme per sentire in aula la voce delle vittime. Chi meglio di un sopravvissuto allo sterminio potrà dimostrare che ad Auschwitz «il lavoro rende liberi» nei forni crematori? La vittima, però, non addolcisce il carnefice, anzi lo eccita. Mai piangere davanti alle Schutz-Staffel. E l'avvocato Rampton, che mai guarda negli occhi il negazionista, scarta la linea di una difesa emotiva a favore dell'imputata che secondo la vertiginosa legge britannica dovrà fornire le prove della sua innocenza. È lei, e non «l'amico di Hitler», a dover dimostrare davanti al giudice che sei milioni di persone furono eliminate sistematicamente dai nazisti.
L'esclusione di una giuria popolare, poco gestibile, è un altro colpo messo a segno dai legali che solleticano la vanità di Irving, «non vorrà che una giuria di inesperti confuti i suoi libri?». Sarà il magistrato Charles Gray (Alex Jennings) a presiedere il processo, in un crescendo di suspense per una storia di cui si conosce il finale e che, al di là della regia mainstream, colleziona ritagli di meraviglia, come quando si attraversano in un vuoto ipnotico i magazzini di Auschwitz stipati di scarpe e abiti, cenciosi relitti viventi, immense cataste di fantasmi. O quando l'ispezione tra la neve indica i quattro segni dei forni crematori dai quali piovevano i cristalli di Zyklon B, per Irving solo ombre sul ghiaccio. «Niente buchi, niente Olocausto», titolavano i giornali all'indomani dell'udienza.
E lo stuolo di attori, icone del cinema britannico, a recitare la pièce shakespeariana di David Hare, su dettatura di Lipstadt, l'americana (Rachel Weisz), che non si inchina davanti al giudice imparruccato e apparentemente dubbioso («e se lo storico negazionista fosse in buona fede?»). Già, come Leni Riefensthal.
Il film, tratto da Denial: Holocaust History on Trial, il libro-resoconto della studiosa ebrea, è un'altra traccia di cinema sulla Shoah, dopo i recenti Il figlio di Saul di Nemes, Remember di Egoyan, Hanna Arendt di von Trotta, ma va fuori strada nel riportare a oggi la dinamica di chi nega l'evidenza, la visione della catastrofe. Non ci sono ombre sulla neve.
Il processo Irving-Lipstadt iniziò l'11 gennaio 2000, durò 32 giorni e si concluse l'11 aprile con le 333 pagine redatte dal magistrato, che condannò il negazionista «mascalzone, razzista, bugiardo». Il ricorso in appello fu rifiutato.

Denial-La verità negata
regia di Mick Jackson, sceneggiatura di David Hare
USA-Gran Bretagna 2016, 110'

alfadomenica #5 luglio 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Gabriele Frasca, Lello Voce, poesia in 3 D: Atteso vanamente per l’intera giornata del 15, troppi i bar sulla 57ª per non annebbiargli la meta, un opportunamente scortato Dylan Thomas fece infine il suo ingresso nella neonata Caedmon Records il 22 febbraio del 1952. Ad attenderlo, oltre a Barbara Cohen e Marianne Rooney, le due intraprendenti ventenni che avevano dato vita all’intrapresa, vi era il tecnico del suono Peter Bartok. Il figlio americano di Bela aveva per l’occasione impostato il livello di registrazione per quella che immaginava una flebile voce da letterato; ma quando il poeta gallese cominciò a declamare in prima battuta Do Not Go Gentle Into That Good Night, si precipitò a posizionare i livelli come se fosse al cospetto di un’orchestra sinfonica. Il miracolo della voce, e del suo strumento più che umano, il microfono, dava vita quel giorno, al culmine della seconda trionfale tournée americana di Thomas, a una nuova forma di trascrizione per la poesia, barattando il canto della memoria, che il sussurro di carta aveva silenziato, col fruscio del vinile. Non la semplice rinascita della cultura orale, ma il manifestarsi, come avrebbe poi recitato il logo della Caedmon Records, di una «terza dimensione per la pagina a stampa».  Leggi:>
  • Mariuccia Ciotta, Billy Wilder va in vacanza: Vietato scrivere in un copione hollywoodiano “Figlio di un cane”? Billy Wilder non si arrende e aggira così la censura: “Se tu avessi un padre, abbaierebbe”. Con umorismo caustico il regista viennese di A qualcuno piace caldo incanta, ipnotizza e coniuga la più sfrenata frivolezza, che qualcuno riterrà volgare, con la spietata autopsia dell'umanità, scambiata per cinismo, come in L'asso nella manica, il film che indignò pubblico e critica. Troppo implacabile nel disegnare la geografia della crudeltà fatta di media e spettatori sanguinari.  Nella memoria del re della commedia (6 Oscar) non c'erano solo i filari di palme a Beverly Hills, dove morì nel 2002 all'età di 95 anni, ma i ricordi di madre, nonna e patrigno bruciati nei forni di Auschwitz, e la fuga prima a Parigi e poi in America. Billie, che adottò la “y” per sbarcare a Hollywood nel 1933, a chi gli chiedeva se era stata una sua scelta abbandonare l'Europa rispondeva “No, è stata di Hitler”. C'è un interregno, però, che spiega tutto di Billie e Billy, il dolce e l'amaro, la sua vita a Berlino quando tra il '27 e il 30 esercitò il mestiere di giornalista per diversi quotidiani popolari, e si allenò ad osservare caratteri e fisionomie e a spiare le conversazioni per le strade della Repubblica di Weimar.  Leggi:>
  • Valerio De Simone, Televisione delle mie brame«La televisione – affermava Marshall McLuhan – porta la brutalità della guerra nel comfort del salotto. Il Vietnam è stato perduto nei salotti d’America, non sui campi di battaglia». La nota affermazione dello studioso canadese ben si presta per comprendere lo spirito del libro curato da Damiano Garofalo e Vanessa Roghi. L’opera si pone quale obbiettivo principale infatti, come affermano i due curatori nell’introduzione al libro, quello di «aggiungere alcuni elementi al discorso storico sulle mentalità in epoca contemporanea». Dunque Televisione. Storia, immaginario, memoria non vuole proporsi come un tradizionale manuale storico sulla televisione ma, mantenendo la ricerca storica come proprio impianto di metodo, la diversifica. Per questo motivo il volume è suddiviso nelle tre aree tematiche annunciate dal sottotitolo, così raccogliendo interventi di studiosi provenienti da ambiti disciplinari differenti (sociologi, mediologi e antropologi) che hanno posto al centro delle loro ricerche il medium televisivo conservando l’eterogeneità visiva dell’oggetto: dai messaggi veicolati nei programmi al pubblico che li recepisce. Leggi:>
  • Semaforo: Biblioteche - Rumore - Tecnologia. Leggi:>

Billy Wilder va in vacanza

wilder2Mariuccia Ciotta

Vietato scrivere in un copione hollywoodiano “Figlio di un cane”? Billy Wilder non si arrende e aggira così la censura: “Se tu avessi un padre, abbaierebbe”. Con umorismo caustico il regista viennese di A qualcuno piace caldo incanta, ipnotizza e coniuga la più sfrenata frivolezza, che qualcuno riterrà volgare, con la spietata autopsia dell'umanità, scambiata per cinismo, come in L'asso nella manica, il film che indignò pubblico e critica. Troppo implacabile nel disegnare la geografia della crudeltà fatta di media e spettatori sanguinari.

Nella memoria del re della commedia (6 Oscar) non c'erano solo i filari di palme a Beverly Hills, dove morì nel 2002 all'età di 95 anni, ma i ricordi di madre, nonna e patrigno bruciati nei forni di Auschwitz, e la fuga prima a Parigi e poi in America. Billie, che adottò la “y” per sbarcare a Hollywood nel 1933, a chi gli chiedeva se era stata una sua scelta abbandonare l'Europa rispondeva “No, è stata di Hitler”.

C'è un interregno, però, che spiega tutto di Billie e Billy, il dolce e l'amaro, la sua vita a Berlino quando tra il '27 e il 30 esercitò il mestiere di giornalista per diversi quotidiani popolari, e si allenò ad osservare caratteri e fisionomie e a spiare le conversazioni per le strade della Repubblica di Weimar.

Il regista di Quando la moglie è in vacanza, Stalag 17, Irma la dolce, La fiamma del peccato, prese appunti per i suoi capolavori nelle vesti di “city editor”, un flaneur molto speciale, autore di articoli di “vita autentica”, antesignani del neorealismo, raccolti in un volumetto imprescindibile Il principe di Galles va in vacanza (edizioni Lindau, pag. 220, 18 euro, 2016). Nel racconto che dà il titolo al libro, Wilder scortica vivo il principe pavone, viveur d'alto rango sempre in prima pagina per gli scandali di letto, l'Edoardo VIII che abdicherà sia per amore di Wallis Simpson, l'americana pluridivorziata, sia per quello del Fuhrer. Il principe annoiato dalla vita di corte non sa più dove andare, conosce India e Indocina, Giamaica e Guyana, Ceylon e le isole Fiji, l'Australia poi gli dà i nervi, in “quanto all'Egitto, i coccodrilli stanno già fischiettando il suo nome dalle piramidi”, e quindi decide per un “simple” ranch in Canada, fornito di “sei bagni, due sale da biliardo, una da bridge, una da ballo, tre bar e così via”. Meglio di una pagina di storia con il futuro “re per una notte” indeciso se indossare per una cavalcata mattutina, il frack rosso, l'abito da cow-boy o un completo lilla.

Gli scritti del giornalista Billie Wilder scorrazzano soprattutto per le vie berlinesi, protagoniste della sua prima sceneggiatura, Gente di domenica (Menschen am Sonntag, 1930), diretto da futuri icone del cinema, Robert Siodmak, Edgar G. Ulmer, Fred Zinnemann, un film dove mette a frutto le cronache cittadine che trascendono la realtà. E vanno dall'uomo-portafortuna, “grasso, calvo e con dei bei denti”, assunto da un imprenditore perché sorrida sempre seduto davanti alla sua scrivania (Perfetto ottimista cercasi) alla donna ingaggiata da pigri ricconi perché desideri per conto loro di ammazzare gli avversari in affari (Intervista con una strega). Sembra di stare tra le pagine di Tre uomini a zonzo (1900), diario turistico di Jerome K. Jerome, esilarante e cupo nel descrivere il tedesco che ubbidisce agli ordini più aberranti, un racconto premonitore del nazismo. Anche Billy Wilder immagina negli anni Venti, dopo la catastrofe della Grande guerra, le macerie di Berlino. La svendita della sua anima sarà esposta in Scandalo internazionale ('48), altro folgorante esempio di Billy il “doppio”, che sa cucire insieme lo strazio di Black Market, cantato da Marlene Dietrich, ammaliante spia tedesca, con la risata provocata da Jean Arthur, deputata in missione venuta dall'Iowa, goffa e puritana.

I reportage berlinesi, intrisi di spirito yiddish, sono fulminanti sonetti che dicono molto del lessico cinematografico di Wilder, non solo per le battute celebri, “Nessuno è perfetto”, inciso sulla sua lapide nel cimitero di Westwood (I'm a writer. But then nobody's perfect), Los Angeles, accanto all'amata e temuta Marilyn Monroe (“ottanta ciak per dire Dov'è il mio bourbon?”). Ma soprattutto per il lavoro linguistico, le ellissi e le iperboli, l'incoerenza sintattica che gli fa scrivere “il viso del signor Isin sorride, giallo e lontano” oppure “un signore in raglan e con una gamba rigida”. Come nota la traduttrice (ottima) di Il principe di Galles va in vacanza, Silvia Verdiani, il ritmo delle parole lo ritroveremo nei copioni e le regie, da Viale del tramonto a Sabrina, giochi di parole in versi, che ci fanno scoprire, sotterrato sotto una coltre di gelido distacco, Billy il poeta. E Billy il “ballerino a pagamento”. Lo fece davvero quando aveva i buchi nella giacca e il colletto liso. Fu un gran successo, il racconto autobiografico, Cameriere, un ballerino per favore!, storia di un ventenne disoccupato, improvvisato danzatore per anziane signore in un locale di Berlino. Usava così, e lui ballava “con le più snelle e con quelle che bevono tisane dimagranti”.

Il Bergamo Film Meeting ha scelto undici cult movie per i suoi “Mercoledì da Leoni”, rassegna estiva di capolavori del cinema classico (22 giugno-31 agosto) proiettati in versione originale con sottotitoli in italiano. E tra gli evergreen c'è Viale del tramonto (10 agosto). Nel libro-intervista Conversazioni con Billy Wilder del critico Cameron Crowe, il regista rivela che per riprendere dal basso William Holden che galleggia, morto, nella piscina, sistemò uno specchio sul fondo e filmò l'immagine riflessa, “Facemmo una prova con una papera di gomma e andò tutto a meraviglia”. Alla domanda se fosse un manichino il cadavere nell'acqua, Wilder risponde “Macché manichino... Holden all'epoca era in forma splendida”. Nel film recita anche Erich von Stroheim, l'amico viennese al quale dedica un corrosivo ritratto nel libro Il principe di Galles va in vacanza, intitolato “Stroheim, l'uomo che vi piacerebbe odiare” dove lo prende in giro per il sussiego e le pretese di grandeur. “Sapete perché lo chiamano “one” (invece che von)... perché ogni compagnia di produzione può girare con lui soltanto un film, dopodiché va in bolletta”.

Billy Wilder

Il principe di Galles va in vacanza

Edizioni Lindau 2016

pp. 220, euro 18

Il film del secolo

Valerio De Simone

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo (Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest'ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell'appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l'attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un'espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d'intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all'epoca lavoravano nell'archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall'essere un'opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un'appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un'appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks...), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all'oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l'una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l'altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l'alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda - mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l'ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d'età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda
con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri
Il film del secolo
Bompiani (2013), pp. 341
€ 19,00