Venezia 2017 / The Devil and Father Amorth + Downsizing

Il rock gotico di William Friedkin

Roberto Silvestri

Pre-inaugurazione della Mostra con un capolavoro del muto (più orchestra dal vivo) che si credeva perduto, restaurato dal Moma di New York da una copia positiva ritrovata in Russia. È Rosita di Ernst Lubitsch, il primo film hollywoodiano del cineasta tedesco. Chiamato nel 1923 per dirigere Faust da Mary Pickford, attrice, sceneggiatrice e produttrice, Lubitsch accettò invece (a fatica) di realizzare, senza final cut, e assistito da Raoul Walsh (non parlava inglese), una commedia romantica in costume ambientata nella Siviglia carnascialesca del XVIII secolo. Lei è una sorta di Carmen, poverissima, ma adorata folk-singer anti-sistema. Verrà corteggiata e arricchita (assieme a tutta la famiglia) dal Re (noto dongiovanni, straordinario l'attore, Holbrook Blinn) che non sa come sbarazzarsi di un conte nobilissimo, innamorato veramente (George Walsh, il fratello di Raoul) che finirebbe davanti al plotone di esecuzione se non lo salvassero una Regina gelosa e il “touch Lubitsch”: ciò che trasforma la notte in luce, cioé un polpettone melodrammatico in fine satira di costume, zeppa di sapidi e buffi dettagli. Compreso qualche sberleffo a Shakespeare. Mary Pickford si sentì un po' a disagio nel ruolo della sensuale popolana mediterranea, ben diverso da quello dell'avventurosa adolescente americana, ideale angelo della porta accanto che maneggiava abitualmente anche se ormai trentenne, e che l'aveva resa celebre nel mondo (paese dei soviet compresi, e fu proprio in occasione di un mitico viaggio tra i rossi che lei e il marito Douglas Fairbanks donarono la copia del film alla cineteca di Mosca). Forse per questo il film sparì per sempre dalla circolazione. Non ci fossero stati i comunisti...

Un vero horror, non capisco perché fuori concorso, firmato William Friedkin, è The Devil and Father Amorth, poco più di un'ora di documentario, raccontato in prima persona singolare maschile dal regista di L'esorcista, che ha avuto l'autorizzazione di filmare un vero esorcismo – non come i suoi, che erano frutto di pura fantasia – e solo con la sua telecamera, senza troupe e senza luci, da padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti vaticani (scomparso poi a 91 anni pochi mesi fa).

Le riprese sono state effettuate a Roma il primo maggio 2016 e 45 anni dopo la famigerata testa rotante che emetteva liquame verdastro, le cose non sono molto cambiate: sacerdote e diavolo duellano ancora. L'esorcista cerca di cacciarlo questa volta dal corpo di una donna trentenne, architetto, cattolica praticante, affetta da “trance da possessione”, che urla e gesticola ritmicamente come il cantante dei Sepoltura, vantandosi di non tradire mai il Maligno e di odiare la croce, la benedizione e Cristo e tutto il resto. Il set però è molto più impressionante perché nella stanza del rito c'è l'intera famiglia della ragazza, genitori zii nonni fidanzato e cugini... Oltre alle foto di papa Woytila sul tavolo e di Papa Bergoglio in alto sulla parete. A controllare. Il montaggio c'è, però. Insomma Friedkin sceglie solo i momenti salienti delle urla e delle imprecazioni, un po' in stile “C'era una volta Hollywood”, che prediligeva solo gli apici dei musical. Senza le parti noiose. E alla fine ti viene voglia da tifare proprio per quella parte da urlatricec che la ragazza cerca invece sinceramente, e cristianamente, di espellere da sé e che indica resistenza, creatività, ribellione. Friedkin ci dice che in Italia mezzo milione di persone all'anno cercano un esorcista. Su 60 milioni di persone. Mi sembrano un po' pochi. Forse il cattolicesimo è in declino. Inoltre sorprende che Padre Amorth (il nome non lo avrebbe potuto inventare così macabro neanche Dario Argento), che era stato partigiano antifascista insignito di medaglia al valore prendendo i voti molto dopo, non fa che coinvolgere tra i suoi “assistenti morali” anti-Satana perfino Padre Pio. Al cui nome la ragazza si arrabbia davvero. Non mancano scienziati, psichiatri e artisti (come Bill Blatty, autore del romanzo L'esorcista) a commentare queste immagini impressionanti (oltretutto l'esorcismo non è riuscito e la ragazza continuerà a esibirsi in danze e ululati satanici perfino nella chiesa della natia Alatri, mesi dopo, mentre il fidanzato minaccia di morte Friedkin se oserà mostrare le immagini). Insomma la struttura di controllo disciplinare dei corpi da normalizzare formata da preti, scienziati e famiglia qui si vede in tutta la sua orribile potenza di fuoco. Grazie Friedkin.

Nella sezione competitiva di Orizzonti una cupa produzione italo-belga, Nico, 1988 terzo lungometraggio della millennial Susanna Nicchiarelli, studi in filosofia, Csc e set morettiani. All'attrice e cantante danese Trine Dyrholm (premiata a Berlino per La comune di Vinterberg) e che ha scritto negli occhi la noia infinita che prova nel sentire e figuriamoci rifare il gothic rock, Nicchiarelli ha assegnato la missione impossibile di travestirsi, anche vocalmente, da Christa Paffgen che al grande regista Nico Papatakis copiò il nome d'arte e la passione per una vita spericolatamente rivoluzionaria. Il film racconta però in maniera punitiva per lei e per noi (concerti-fiasco, sterotipi da rock-movies, antipatiche interviste radio...) solo gli ultimi due anni di vita e di opere (e di decadenza fisica) della bellissima ex modella e musa di Andy Warhol e dei Velvet Underground, che dal 1969 al 1979 partecipò al fianco di Philippe Garrel alla grande avventura del cinema francese sovversivo. Di questa fiammeggiante parte della sua vita, compresa la sceneggiatura del film La cicatrice interieure, c'è solo un acido accenno da parrocchia “ci facevano solo di lsd in quegli anni” e una battuta, sul palco, che è il titolo del film che Garrel le dedicò dopo la rottura della loro relazione: “Non sento più la chitarra”. Chi la conobbe e frequentò, invece, anche poco prima dell'incidente di bicicletta a Ibiza, durante gli anni di Manchester, e dei tour a Anzio (la parte più curiosa e viva del film, con frammenti quasi da Grifi) e a Praga con il manager Richard, cioè musicisti e giornalisti, la stimavano e adoravano sia dal punto di vista artistico che umano un po' di più di quanto non appaia in questo ritratto che deve troppo forse ai ricordi, giustamente distorti, del figlio Ari (di Alain Delon, mai riconosciuto) che fu per lungo tempo abbandonato da Nico e affidato alla educazione dei genitori di Alain Delon. Insomma la sua vita non è stata affatto scombinata, scombinato è il modo di raccontarla, con sotto-plot che non arrivano da nessuna parte, forse a causa della cattiva qualità delle canne di oggi.

La piccola città ideale di Alexander Payne

Mariuccia Ciotta

Il bianco accecante del piazzale davanti al casinò con suoi alberelli gracili e ordinati in fila, tutto nuovo come la facciata del Palazzo liberata dagli scudi rossi, adesso irta di palloncini trasparenti, è lo scenario giusto per il primo film in concorso, Downsizing di Alexander Payne. Scenografia post-umana.

Nel laboratorio del Nutty professor i corpi organici si trasformano, le cellule impazziscono come in Tesoro, mi sono ristretti i ragazzi, i “rubacchiotti” della favola si animano, i soldatini in plastica di Joe Dante vivono.... ma Payne è nato a Omaha, Nebraska, e con lui quasi tutti i suoi film, commedie nere malinconiche sulla ricerca di sé. In About Schmidt N'dugu rivela a Jack Nicholson, vedovo on the road, qual è il senso della vita, nascosto forse nella Santa Ynes Valley per i due amici in viaggio di Sideway oppure a Lincoln, la capitale, secondo il Bruce Dern di Nebraska, ballata struggente di Bruce Springsteen.

Allora si ride in Downsizing con le battute (sceneggiatura del regista più Jim Taylor) al fulmicotone di Christopher Waltz (cult di Tarantino) precipitato nella “città ideale” di Truman Show e in quella di Wall-E dove i terrestri sopravvissuti alla catastrofe ambientale vivono in un modo asettico e robotizzato. Un mondo in miniatura. Idea di uno scienziato norvegese per fronteggiare l'aumento della popolazione, fermare il saccheggio delle risorse e salvare il pianeta dal default. Al contrario di The Incredible Shrinking Man di Richard Matheson (e film inarrivabile di Jack Arnold), Matt Damon, triste fisioterapista del lavoro a Omaha, si fa colpire volontariamente dalle radiazioni Bx che non lo faranno rimpicciolire “tre millimetri al giorno”, ma subito.

Downsizing inizia dentro un film di fantascienza old fashion, colori, scenografie, abiti, qualcosa come Occhi bianchi sul pianeta terra condito con The Shaggy Dog, Il mondo dei robot, La fuga di Logan... Un mondo dal caldo colore ai confini della realtà dove ti aspetti che il topo-cavia del laboratorio norvegese cominci a parlare o a ingigantirsi, tipo la Tarantula di Arnold. E invece il dramma esistenziale si insinua nella vita vuota di Paul Safranek (Damon), nome storpiato da tutti perché Paul non è nessuno. “Butti in patetico” gli darà il vicino di casa festaiolo (Waltz), miniaturizzato anche lui, abitante della piccola città chiusa sotto una campana di vetro. I “piccoli” della Terra, gli ultimi, i poveri si restringono da soli. A Leisure Town, la città del “tempo libero”, un dollaro ne vale cento, e puoi avere una villa faraonica con la rendita di un impiegato. Eppure Paul non è felice nel “paradiso amaro” di Payne, che lo riempe di storie e metafore, lo affolla come l'Hollywood Party del vicino trafficone di cose di lusso illegali. A cominciare dalla dissidente vietnamita arrivata in un scatolone, resa minuscola per punizione, protestava contro le enormi dighe erette nel Far-East che allagano interi villaggi. Mah. Sarà colpa dei paesi in via di sviluppo l'inquinamento globale? Sfumature di grottesco nella figura di Kristen Wiig, gamba amputata, tuttofare, benefattrice di una comunità al limite della sopravvivenza nella periferia di Leisure Town. Payne scopre gli sfruttati anche nella copia del modello disneyano di Epcot, edificato in scala ridotta a Orlando e in formato gigante col nome di Celebration sempre in Florida. La “città ideale” non esiste, e il regista costruisce un'arca di Noé, deviando dalla surrealtà di genere, la serie B preveggente del futuro, e parte per i fiordi verso una realistica incursione sul tema “fine del mondo”. Il topolino-cavia è rimasto nella sua gabbietta.

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Venezia 2017 / Dunkirk

A partire da oggi e fino al 9 settembre Alfabeta propone ogni giorno ai suoi lettori un alfa + speciale: le recensioni di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri dalla Mostra del cinema di Venezia.

Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

A Venezia, e prima della Mostra, la Warner Bros ha voluto autogestire l'anteprima nazionale all'aperto (all'Arsenale) del filmone sulla disfatta/vittoria di Dunkirk (per usare la parola inglese) uscito ormai dappertutto. Città di mare, proprio come Dunkerque (come si scrive in francese), Venezia, in caso di evacuazione di massa improvvisa, avrebbe difficoltà non minori. Intanto la polizia, per il festival, ha rafforzato del 30% i suoi organici al Lido. E vanta sistemi di controllo e di prevenzione alla Matrix. E gli ambientalisti, involontariamente patriottici, criticano il poco verde rimasto di fronte al Palazzo, tutto bianco, e alla Sala Giardino, un cubo tutto rosso. Certo meglio dell'amianto, a lungo riemerso a ridosso di festivalieri e cittadini, benvenuti piccoli alberi nuovi.

All'Arsenale si è temuto il peggio, per un cielo improvvisamente nero e un vento scatenato. Ma dopo che ci si stava quasi arrendendo (proprio come il primo ministro iperconservatore Neville Chamberlain), ecco la vittoriosa proiezione. Ora l'appuntamento con Dunkirk, undicesimo film di Christopher Nolan, è rimandato al 31 agosto in tutta Italia ma soprattutto a Pioltello, a Sesto San Giovanni e a Orio al Serio, dove sono in funzione le uniche sale dotate di sistema e schermo Imax (all'Arcadia di Melzo si può invece vedere il film in 70 mm). Nella gigantesca India, dove non sono mancate le polemiche degli storici per l'assenza totale, nelle sequenze di esodo, degli oltre mille soldati della Royal Indian Service Corps (su 400 mila soldati in fuga), gli Imax sono 4 e il film ha già fatto incassi sorprendenti.

Dunkirk è dunque un film sulla “meccanica della sopravvivenza”. Immaginate di essere voi il bersaglio, il cattivo qualunque di un videogame di guerra in cui i nemici hanno il controllo della terra, del mare e dell'aria. Ecco, minuto per minuto, le sensazioni che proverete di fronte al nemico vincente. Essere braccati. Correre, saltare su un muro, cercare riparo, cercare buche, non saltare in aria su una mina, sfuggire i proiettili, spogliare un cadavere e travestirsi, fingere di essere un infermiere perché i feriti sono quelli che hanno la precedenza nelle ritirate, anche se una barella “prende il posto di 7 soldati sani”, saltare dalla nave in fiamme, evitare le mitragliate degli Stuka, nascondersi sotto i ponti, salvare la vita a un compagno, farsi salvare da un compagno, rifugiarsi dentro una barca bucherellata da una mitraglia invisibile, planare sulla battigia con l'aereo in fiamme...

Ma il film non è solo questo. C'è più Sartre che Spielberg, si è scritto, perché non ricorrendo ai soliti trucchetti della computer graphic, Dunkirk “umanizza, nonostante la sua monumentalità”, accentuata dalle riprese in pellicola 65mm; dalle sequenze di combattimenti aerei degne di Howard Hughes (pare che Nolan stesso abbia pilotato uno Spitfire per rendere più realistiche le riprese e presumibilmente al grido: “Maledetto Barone Rosso!”); e dall'uso di un numero sterminato di comparse (che forse solo sul piccolo schermo appariranno formiche).

L'assenza pressoché totale di truci gerarchi tedeschi in primo piano a dare ordini disumani o a meditare davanti alle cartine geografiche, crea un denso e cupo spazio di angoscia schermica, accentuata da tutta una serie di serissimi riferimenti alla guerra razziale: “Prima gli inglesi e poi i francesi!”, ordinano i sergenti del Regno Unito, bloccando gli alleati di serie b. Che nel film sono solo francesi. Nella realtà furono mandati lì a morire presumibilmente più i soldati del commonwealth, pakistani, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi o dell'Africa Occidentale francese e del Maghreb arabo: marocchini, tunisini, algerini che comunque vennero salvati per ultimi, secondo le ferree gerarchie coloniali.

Dunque un film che potrebbe piacere anche a tutti quelli che detestano i film di guerra. Un'opera patriottica - grazie alle sfumature come al solito retoriche di Kenneth Branagh, e all'uso, solo come voce fuori campo, di Michael Caine - che ha convinto perfino Nigel Farage e chi l'ha vista come l'elogio della Brexit e della magica Albione. Ma anche a The Guardian che l'ha trovata, oltre che la migliore performance artistica di Christopher Nolan, anche pacifista, antifascista e “maligna” verso la May. Perché è un inno (indiretto) al Churchill interventista, cioè al primo ministro conservatore (di centro) durante la settimana fatale dell'esodo (contro l'isolazionista, o peggio, Chamberlain che lo aveva preceduto). E che ben maneggiò, in quei frangenti almeno, valori oggi desueti. Morale. Onore. Compassione. Coraggio. Spirito umanitario. Sacrificio. Comprendendo, al volo, la pancia della nazione. Dei cittadini che fecero sorprendentemente più di ciò che fu lo chiesto. Insomma. Grande soggetto per immagini ricche e emozionanti. In realtà il film “prende” dall'inizio alla fine dei 106', e se cercate di sfuggirgli, arriverà la partitura neo-futurista di Hans Zimmler mai così estroversa, vibrante, pulsante e mitragliante a irretirvi. Sul più bello le armonie diventeranno anche scioviniste, visto che in climax attinge alle Variazioni Enigma del gigante musicale inglese Edward Elgar (già ispiratrici del soundtrack di Matrix). Cosa successe di clamoroso a Dunkirk, nonostante la rotta è stato raccontato da molti film, non solo hollywoodiani. Il primo è La signora Miniver di William Wyler (1942), quasi un instant movie. La versione francese è di Henri Verneuil, del 1964, Week end a Zuydcoote, con Belmondo, che non dimentica la presenza tra gli alleati di soldati tunisini. Patriottica davvero la ricostruzione di Leslie Norman del 1958, identica nel titolo, Dunkirk per non parlare dei cinegiornali Pathé di propaganda che glorificarono le 800 imbarcazioni private che parteciparono alle operazioni di soccorso dei soldati e di traghettamento dai piccoli moli della spiaggia alle grandi navi da guerra.

Dal 26 maggio al 3 giugno 1940, dopo un colossale disastro militare sul campo di battaglia europeo che quasi costrinse Sua Maestà Britannica a mendicare l'armistizio con Hitler, ormai padrone di Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Olanda, Belgio, Norvegia, qualcosa di miracoloso, anzi di inglese, trasformò infatti, in una sola settimana, una ritirata ingloriosa nell'ora “più bella della patria”, per usare le parole del primo ministro Churchill.

Lo “spirito di Dunkirk”, ovvero la riuscita dell'operazione Dynamo che permise di salvare 330 mila dei 400 mila soldati alleati in rotta (la previsione era di salvarne solo 30 mila), assediati dalla Werhmacht sulla spiaggia Pas de Calais, fu in realtà un micidiale e inaspettato gioco di squadra. Un cocktail velenoso per le SS.

Esercito, marina, aviazione, servizi di spionaggio, che Touring stava modificando ciberneticamente, molta fortuna, centinaia di civili che misero a disposizione se stessi e le proprie barche sfidando obici e sommergibili nemici, riuscirono a mantenere intatta la potenza operativa delle armate di terra e a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale. Nei combattimenti aerei gli Spitfire con motori Roll-Royce per la prima volta vinsero: distrussero gli Junkers Ju 87 in proporzione 3 a 1. Il grosso dei sommergibili e dei mortai tedeschi furono deviati dagli alti comandi hitleriani lontano da Dunkirk, sia perché si considerava assurda una evacuazione in massa da quella località sia per i virtuosismi del controspionaggio. Ma furono proprio i politici (chi lo crederebbe oggi, dopo le performance immorali del vertice immigrazione all'Eliseo) a sorprenderci di più. Churchill, per l'unica volta in vita sua, pur di far cadere Chamberlain, si alleò perfino con il diavolo, con il laburista rosso Clement Attlee! Tutto questo nel film non c'è. Gli inglesi lo sanno bene. Ma c'è la sensazione che non basta essere ben equipaggiati, armati e disciplinati per vincere le guerre. Nell'arte, come nell'arte bellica, si deve essere lottatori imprevedibili. E qui arriviamo alla parte di ambiziosa del film di Nolan, all'opera “più sperimentale tra quelle che ho diretto e scritto”. Più di Memento. Più di Inception. Più di Interstellar.

“Non amo le immagini, amo il tempo”. Era il motto della compianta cineasta Chantal Akerman. Potrebbe essere anche quello del seguace Nolan, il regista losangelino di 47 anni che viene da Londra, celebre per la trilogia Batman (più videogame). Dalle indagini inquietanti degli interni e degli oggetti domestici inquietanti e qualunque (Following, 1998, costo 6 mila dollari) fino ai voli spaziali ai confini della relatività, lì dove lo spazio diventa curvo (Inceptor Interstellar), il tempo reversibile e solo se sei uno scienziato non ti va in fumo il cervello, perché comprendi solo un terzo di quel che sta succedendo. Qui l'ambizione non è meno alta, ma grazie alla “spirito di Dunkirk”, diventato un conosciutissimo mito nazionale il disegno è più chiaro. E non c'è bisogno di molto dialogo. Allora Nolan divide la storia in tre parti. Terra (il molo), aria, acqua. Tommy, un giovane soldato in fuga raggiunge la spiaggia e cerca di imbarcarsi con un altro soldato (Ameurin Barnard, un francese travestito da inglese), con tutti i mezzi necessari e con non poche difficoltà. Un pilota (Tom Hardy) compie il suo dovere prima di arrendersi. Il padre di un pilota inglese morto (Mark Rylance, presenza spielberghiana) parte dall'Inghilterra con il figlio e un amico per andare a salvare con il suo piccolo yacht più soldati possibili. La difficoltà è che l'episodio terra dura in realtà una settimana. L'episodio acqua circa un giorno (la traversata) e l'episodio aria circa un'ora (non più di un'ora d'autonomia, per il carburante). Riuscire a raccordare tre tempi storici differenti in un tempo narrativo unico è stata la scommessa di Nolan. Evitando di raccontare la grande Storia, se non indirettamente, e ripartendo dal basso. Soldato semplice, pilota semplice, cittadino semplice. Il paradosso temporale sconfigge ogni compiacimento realistico. La fotografia di Hoyte van Hoytema, spettacolarmente deprimente, cerca di annullare la pignoleria del consulente storico. Si fa con i fatti storici pura magia. Sartre entra in un videogame. E allora il film diventa patriottico, ma a un secondo livello più ancestrale. E si torna all'anno mille. Ai sassoni sconfitti dai normanni. Al trauma della disfatta epocale che si trasformò in vittoria imperiale. Alla consapevolezza che gli inglesi, in fondo, non solo hanno una casa regnante tedesca. Ma sono “tedeschi” e “francesi” essi stessi. Insomma, ancora uno sforzo, Brexit, per capire davvero cosa hai fatto. E ritrovare lo spirito di Dunkirk.

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Cannes 70 / Polanski, per favore mordetemi sul collo

cannes2017_fotoschedaOggi da Cannes

  • Roberto Silvestri, Polanski, per favore mordetemi sul collo
  • Mariuccia Ciotta, You Were Never Really Here

Roberto Silvestri

Scriveva più o meno Borges (Le rovine circolari): “Non essere una donna: essere la proiezione del sogno di un’altra donna: che umiliazione incomparabile, che vertigine!”.

Il desiderio inconscio, i sogni, il doppio, il fantasma e le suggestioni notturne e mutanti in generale sono la specialità di Polanski. Uno specialista nella regia dell’azione. Dunque. Brividi forti e chiari di paura, sia grazie a Lynch che a Da una storia vera, perfido titolo spiazzante del nuovo, meraviglioso Polanski di Cannes 70. È più o meno come se Per favore mordetemi sul collo fosse ambientato alla fiera del libro di Parigi.

Solo loro due, Lynch e Polanski, sono ancora capaci di tagliarti in due con un improvviso primo piano d’amore (e in seconda battuta di morte). Non più un vampiro, un demonio, un inquilino che ti fissa dalla finestra accanto, un mostro che ruba l’acqua ai messicani, un Blair che massacra un popolo per sbaglio, però, questa volta. Ma addirittura il primissimo piano della donna più bella del mondo che entra a forza nella tua vita. A cominciare dal sogno. Gli occhi prensili di Eva Green, nel ruolo di una donna, L. o Elle, colta, sofisticata, impeccabilmente à la page e scrittrice sicura di sé, che incontra casualmente e poi si insinua nella vita quotidiana e diventa l’amica intima del cuore e imprescindibile di una romanziera di best seller, Delphine, che si trova nella brutta situazione, già descritta da Billy Wilder in Giorni perduti, di non riuscire più a scrivere O a scrivere meglio. Oltre ad avere modi nervosi e capelli biondi disordinati. E un amante un po’ distratto e volatile. E una figlia insopportabilmente pilota d’aereo, altro che insicurezze. La bruna L è proprio l’amica disponibile, generosa, simpatica, complice che si ha a 17 anni. Come il conigliaccio Harvey di Jimmy Stewart. Ma non è la sicurezza che attrae Delphine. L al contrario è importante per il suo lato dark (che poi è anche dentro Delphine: i sensi di colpa di aver utilizzato e strumentalizzato la vita vera degli altri per strappare, opportunisticamente, il successo): “qualcosa di nascosto, di appena percettibile, mi diceva che L. era una sopravvissuta, che aveva alle spalle un passato torbido e misterioso, che aveva messo in atto una straordinaria metamorfosi." Una sopravvissuta, come tutti gli scrittori o le persone o i cineasti pericolosi. L. pericolosa come Delphine. Una coppia più vicina di quanto non sia un rapporto lesbico dichiarato.

histoireConservatori della messa in scena sintatticamente più che corretta, Lynch e Polanski, questi rivoluzionari dell’immagine creano paesaggi interiori tematicamente perturbanti, simili alla messa in scena di un atto psicoanalitico, di un transfert nel quale però è arduo trovare il punto di vista dell’analista. È il regista? Lo spettatore? Il critico? Da cui l’imbarazzo di fronte ai suoi film più riusciti. Forse solo un po’ l’allieva inglese Ramsay sembra seguire (sulla Croisette) gli stessi sentieri deliranti, fantasmatici, futili, babbei (da beato: da “povero di spirito”) e schizofrenici della strana coppia. Un bel finale di festival.

È paradossale però che il nomadismo fatto persona e cinepresa del regista polacco di Rosemary’s Baby, L’inquilino del terzo piano e Chinatown sia stato fermato negli ultimi tempi, per colpa di leggi internazionali non consone a uno stato di diritto. Roman non può mettere piedi fuori dalla Francia o dalla Svizzera, vittima di una sorta di “sindrome Sofri-Negri” planetaria. La perfida vendetta contro chi ci aiuta con le immagini a capovolgere il mondo. E il suo indagare che inquieta. Da una storia vera è un romanzo del 2015 di Delphine de Vigan, scrittrice francese cinquantenne pubblicata in Italia da Mondadori, che aveva sfiorato il premio Goncourt nel 2011 con Niente si oppone alla notte, biografia romanzata della vita e del suicidio della madre. Proprio dal successo di quest’ultimo libro, e da una fiera del libro dove l’autrice lo presenta con successo, parte sia il nuovo libro (ancora una volta autobiografico) di de Vegan che il nuovo film di Roman Polanski, scritto con l’ex critico e collega francese Olivier Assayas, interpretato oltre che da una Eva Green perfetta sia come spettro cinematografico sia come proiezione fantasmatica di Delphine, che è la moglie di Polanski, Emmanuel Seigner. È proprio lei che ha voluto il film, colpita da un romanzo in cui realtà e finzione giocano a nascondino, e dunque perfettamente in linea (anche se non dritta, curva) con le ossessioni, i sogni, i fantasmi, insomma la poetica del grande cineasta polacco. Film scandalosamente tenuto fuori dal concorso di Cannes, solo per evitare le solite polemiche che intrigano i bigotti di tutto il mondo. Il romanzo è del 2015, proprio lo stesso anno del suicidio di Chantal Akerman, la regista belga che ha reinventato il tempo cinematografico, ha sempre costantemente raccontato i suoi rapporti con la madre sopravvissuta di Auschwitz, e ha sempre imbastito realtà e finzione senza preconcetti. Spesso c’è più vita vera nell’immaginazione. Mi piacerebbe che questo film le fosse stato dedicato da Polanski e Assayas. Anche perché Akerman come Polanski non usava ralenti per mettere in scena sogni. Non usa il flou per eliminare il fondo che nel sogno è opaco. Il sogno non è solo ciò che si vede ma ciò che si sa. E nulla è statico nei sogni. Tutto si muove e cambia. E si rischia l’incubo. E i colori non sono mai vividi…

You Were Never Really Here

Mariuccia Ciotta

You-Were-Never-Really-Here-1-620x418Nota a margine prima del palmarès sui voti ai film di Cannes che siamo chiamati ad assegnare. Se James Gunn non può andare d'accordo con Straub, figuriamoci Todd Haynes con Hong Sangsoo. Stelline molto disciplinate. Però il russo Zvyagintsev, Leone d'oro per Il ritorno, il regista arty che in Loveless indica in divorzio, cellulari, sesso e tapis-rulant la disgregazione morale della Russia, è trasversale.

A sorpresa, l'ultimo film in gara, You Were Never Really Here della scozzese Lynne Ramsay sale nelle classifiche internazionali (sempre dopo Zvyagintsev), un po' fischiata in sala per il montaggio alternato tra morti ammazzati con il martello e immagini carezzevoli alla Jane Campion.

Concerto per voce sola, Joaquin Phoenix, allucinato come in Vizio di forma di Paul Thomas Anderson, con cui, non a caso, condivide Jonny Greenwood, compositore e super chitarrista dei Radiohead.

Flash-back sincopati, elettrici, brandelli di vita passata di Joe, barbone bianco/nero, cappello da baseball, corpo tumefatto e striato di ferite, Afghanistan, probabilmente. Siamo negli States, tra Cincinnati e New York dietro una tredicenne bionda, figlia di un senatore, scomparsa. Giro di pedofili nei piani alti. Governatori, politici. E Joe, sofferente per vecchie ferite psichiche, anche familiari, si trascina nelle ville decoratissime dei sequestratori di bambine, e martella.

Al contrario di Kathryn Bigelow, la cineasta in tuta mimetica, Ramsay sprigiona una violenza interiore, un'adrenalina sinfonica contro i mostri intoccabili. Il sangue versato è come una lacrima. Il film gioca con lo sguardo di Joe e di Nina (Ekaterina Samsonov), digressioni e dettagli, la madre fragile e allegra, sogni, miraggi, prove di resistenza al male, ricordi di guerra e il pedinamento dentro l'oscurità.

Joe è uno venuto dall'aldilà, un deadman tornato a salvare le tante Nine, carne da macello. È un altro Luther Whitney che indaga nelle stanze del Potere assoluto. Ma la linea di confine tra ossessione mentale e presente sfuma, tu non sei mai stato veramente qui... Joe è distratto, la morte ha il silenziatore.

La regista di …. e ora parliamo di Kevin, presentato a Cannes nel 2011 sa coniugare sangue e tormento, come sdraiarsi affettuosamente accanto, vittima e assassino, e stringersi la mano, come spararsi in testa seduto a un diner e poi tornare vivo. La giornata è bella e Nina ha deciso di fare una passeggiata.

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Cannes 70 / Amanti (di cinema) doppi e tripli

cannes2017_fotoschedaOggi da Cannes:

  • Mariuccia Ciotta, L’amant double non è De Palma né Cronenberg
  • Roberto Silvestri, Una samurai a Amburgo

 

L’amant double non è De Palma né Cronenberg
Mariuccia Ciotta

François Ozon è un regista cinéphile dichiarato e se in Frantz si affidava a Ernst Lubitsch con esito ammirevole, in L'amant double (concorso) affolla i suoi maestri sullo schermo che collassa sotto il peso di Hitchcock, Lynch, Lang, il De Palma di Doppia personalità ('92) con John Lithgow psichiatra assassino dissociato in identità multiple, e il Cronenberg di Inseparabili ('88) con Jeremy Irons al quadrato nella parte di due gemelli monozigoti ginecologi perversi che amano scambiarsi donne e uteri.

Una vagina, vista dallo speculum, apre il film e muta poi in un occhio... Ozon frulla tutto e lo riflette sulla faccia ipnotica di Marine Vatch (Giovane e bella, 2013), Chloé, capelli corti, abiti maschili, corpo androgino, atteggiamento fluid gender così da avvicinarsi alle fantasie erotiche del regista e procurarsi al sex-shop quel che manca alle donne, secondo Freud.

lamant-doubleLo psicanalista Paul (Jéremie Renier) innamorato di Chloé si sdoppia, gemello dolce, gemello macho, ma anche lei, afflitta da dolori di stomaco e incubi ricorrenti, cova nella pancia un'altra citazione cinefila, Alien. Il ventre gonfio di bimbo si spacca e dalla ferita aperta esce una manina-tentacolo sanguinante. Chloé ha divorato se stessa, sorella cannibale, figlia di una meravigliosa Jacqueline Bisset.

Gatti impagliati dalle fauci spalancate circolano nel film per compiacere i divertiti cinefili che ricordano L'uomo che sapeva troppo.... Mentre il pedinamento della realtà si dissolve nei tanti piani della storia che passa dal thriller all'horror al soft-core, sesso tra due corpi identici, in un avvitarsi del film dove sogno, fantasia, allucinazione, realtà si fondono in una poltiglia anti-emotiva. Ozon si diverte ad ambientare il suo iper-omaggio meta-cinematografico in un museo d'arte contemporanea pieno di trasparenze e apparizioni in un crescendo cronenberghiano di ammassi carnosi e trasudanti liquami. E anche David Lynch corre alla fine in aiuto di François Ozon con l'immagine deformante e fiabesca che riflette l'impossibile ma, come succede ai vampiri, nello specchio non c'è niente.

L'artista che rende materico il subconscio è tornato con la terza serie di Twin Peaks, già in onda sulle tv via cavo, e non ha perso “l'aura” Palmer, la bella Sheryl Lee, 26 anni dopo le due serie andate in onda sulla rete Abc dal '90 al '91.

Si possono lasciare impronte sulla scena di un delitto soltanto sognato? E anche peggio. Si può parlare all'incontrario con una voce a scatti metallici, seduti sul divano nella sala d'aspetto dell'inferno, con un albero scheletrico che monta una testa-cervello parlante. Sembrano i quadri misteriosi che il cineasta compone nel documentario (nelle sale italiane) David Lynch – The Art of Life, tele appiccicose di plastilina, filamenti e mostri informi.

Le due prime puntate viste qui al festival, musica di Angelo Badalamenti, create da Lynch e Mark Frost, non rilanciano solo la serie e i protagonisti cult, Kyle MacLachlan, Piper Laurie, Ray Wise, o il pavimento trompe-l'oeil e le tende di velluto rosso. I due film di 56' turbano ancora più di allora, e sembrano interrogarsi sugli esperimenti indicibili di laboratori alla Frankenstein, macchine aperte all'aldilà, ectoplasmi elettronici, innesti di materiale organico e artificiale. Tutto nella Loggia nera, in presenza di una testa mozzata di donna che non appartiene al corpo fuori formato di un uomo. Metamorfosi in transito.

Una samurai a Amburgo
Roberto Silvestri

Cannes

cinema_-_in_the_fade_-_fatih_akin_et_diane_kruger_-_allemagne_-_cannes_2017_0Io li odio i “nazisti dell'Illinois”. Ma quando Robert Aldrich (La sporca dozzina) e Quentin Tarantino (Inglorious Basterds) fanno saltare in aria, tramite bombe immaginarie, i loro adorati maestri con tanto di divise da gerarchi SS e mogli e figli al fianco, non c'è troppo da obiettare. Azioni di guerra, collettive e organizzate. Dolorose, necessarie. Copiando via Rasella. Bisogna fare in fretta. Distruggere Lipsia e Ulm. I campi di sterminio vanno liberati al più presto. Non ci fossero state Nagasaki e Hiroshima il disegno progressista del trio Churchill-Stalin-Roosevelt sarebbe stato un gioiello di antifascismo. Diverso il caso del vendicatore solitario di oggi. Di chi si fa giustizia da sé privatizzando perfino le vittime del terrorismo o delle nuove guerre di rapina (Iraq, Siria, Libia). Dello psicopatico occidentale che copiando gli psicopatici orientali (o viceversa) ne fotocopia l'immoralità e diventa abietto quanto il suo nemico. Eppure un film radiografa proprio questo tragitto, che l'arte dovrebbe criticare e combattere.

La bionda e ariana Katya (la star internazionale Diana Kruger, Inglorious Basterds) ha sposato Nuri Sekerci, ex trafficante di droga turco, adesso consulente fiscale, e dolcissimo papà del piccolo Rocco. Una bomba di misteriosa origine, scoppiata di fronte al suo ufficio di Amburgo – città-stato, libera e anseatica – però polverizza (inspiegabilmente) entrambi i maschi, il piccolo e il grande. Il referto medico anatomicamente spietato sulla morte dei due, letto in aula, spiega da solo l'urgenza, la necessità del film. Bombe ormai scoppiano ovunque e tutti i giorni.

Katya, che ha un tatuaggio gigantesco da samurai sul fianco, una casa da sogno, poliziotti sospettosi e un po' razzisti attorno a indagare e quasi colpevolizzare il morto, molto traumatizzata, senza ausilio psicologico statale, si fa di coca, cerca il suicidio, ma poi novella Charles Bronson passa al contrattacco. E quando il tribunale, nonostante l'evidenza, assolve i due neonazisti indagati, troverà un modo, per quanto agghiacciante, di farsi giustizia da sé. Basterà farsi un viaggetto dalle parti di Alba Dorata. Già. Sono stati i nazisti. Non si capisce perché. Come mai Nuri era un nemico particolarmente odioso. Forse non sono stati nemmeno loro...Non si dà la parola ai nazi. Sappiamo cosa dicono. Ma il loro avvocato difensore ha ritmo, occhi di ghiaccio e fanatismo degni di Goebbels.

Che il film sia una sorta di esplicito Una sposa in nero antifascista fin dai primi secondi, da quando i due ragazzi si sposano in carcere esibendo anelli nuziali dark e tatuati, giustifica lo spoiler.

In dissolvenza, in concorso, è un film sulla Germania di oggi, i suoi incubi, il suo inconscio collettivo, i rimossi, i traumi del terrorismo, i sensi di colpa per aver martirizzato la Grecia di Siryza, il vicino appuntamento elettorale, il pericoloso partito neonazista sovranista Nsu che agisce, e non parla solo, più come Alba dorata che come Salvini o Le Pen. Nove morti finora, tutti immigrati. Senza che, ci dice il film, attonito, le istituzioni sappiano o vogliano fermarlo. I tedeschi come popolo perennemente vendicativo pronto a ricominciare la guerra? Il film da questo punto di vista è davvero inquietante. Agghiacciante.

Ha diretto In dissolvenza, con la rigidità inusuale di un lavoro tv (anche mal montato) e scritto, con Hark Bohm, in forma di poliziesco e dramma processuale troppo schematico, Fatih Akin, regista turco di Amburgo e finora sincero democratico. E la sua filmografia è lì a mostrarlo. La sensualità orientale, musiche, odori e spari compresi, ha contaminato grazie a lui profondamente il cinema tedesco, un po' è migliorato il cinema italiano grazie a Ozpetek. Ma non basta la prima performance a tutto tondo della diva internazionale Diana Kruger a salvare il film, diviso in capitoli come un libro, come si usa adesso, dalle critiche che abbiamo mosso. Gli stereotipi a manetta. Il matrimonio misto come qualcosa di velenoso che fa diventare perfino una donna occidentale una talebana drastica.

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Cannes 70 / Good Time, tutto in una notte all’acido lisergico

Mariuccia Ciotta

screen-shot-2017-05-16-at-8-22-13-amCannes 70 si affanna alla ricerca della sua palma d'oro che Pedro Almodovar e la sua giuria assegneranno domenica prossima con l'esclusione preventiva (e inaccettabile) dei due titoli prodotti da Netflix (Okja e The Meyerowitz Stories) o almeno così ha dichiarato alla vigilia del festival il regista spagnolo.

L'ultima volata - prima del turco Fatih Akin e del magnifico fuori concorso di sabato, D'après une histoire vraie di Polanski - è dei Safdie Brothers, i fratelli ebreo-siriani, esponenti del cinema indipendente di New York, in gara con Good Time.

Thriller ansiogeno nei bassi fondi del Queens, New York, è Tutto in una notte all'acido, una corsa a zigzag con la mdp incollata alla faccia dell'ex vampiro Robert Pattinson, eccellente, travestito da tossico e goffo rapinatore di banche, Connie.

Oltre a John Landis, c'è anche Scorsese di Fuori orario e Rain man di Barry Levinson nella memoria cinematografica di Josh e Benny Safdie, quest'ultimo anche attore, bellezza mediorientale, nella parte di un ritardato mentale, fratello di Connie, Nick, capace di svuotare lo sguardo da ogni espressione.

Cromatismi filtrati dall'adrenalina, virati e anti-realistici, visioni allucinogene e primissimi piani fin dentro le pupille, Good Time è un titolo-paradosso. Quella notte è andato tutto storto a Connie. Eppure non è un bad boy ma un perdente tenero alle prese con una sequenza di pessime coincidenze. Nel sacco delle banconote rubate esplode l'antifurto di vernice rossa; Nick frantuma una vetrata e, arrestato, finisce in ospedale; Connie libera per sbaglio un altro detenuto dalla faccia bendata come Humphrey Bogart; la carta di credito di Jennifer Jason Lee (è l'amica strafatta di Connie) viene respinta, niente cauzione per Nick; la bottiglia di prezioso acido lisergico rotola lontano...

I fratelli Safdie dimostrano affetto per questa banda di sciamannati, e ne hanno diretta conoscenza, a cominciare da Il cielo sa cosa (Heaven Knows What) vincitore alla Mostra di Venezia 2014 per la sezione Orizzonti, scritto e interpretato da Arielle Holmes, attrice nella parte di se stessa drogata, e autrice del romanzo autobiografico da cui è tratto il film, Mad Love in New York. Premiati nella sezione della Quinzaine di Cannes, dove hanno presentato Il piacere di essere derubato (2008) e Lenny e i bambini (2009), i Safdie Brothers si trovano bene ai confini del mondo e in compagnia di outsider anche se sono imparentati con l'architetto star Moshe Safdie e con uno stuolo di drammaturghi e artisti.

Good Time è un “documentario” sulla notte brava dell'anti-eroe perfetto che passa da una storia all'altra, sovrappone tre o quattro film diversi, prende e lascia protagonisti - una bambina nera, la sua anziana nonna, il bendato in cerca della sua bottiglia, il fratello inconsapevole, l'amante che sogna il Costa Rica... - si mette dalla parte dei fuorilegge, e lo fa con uno stile manierista, tutto filtri, sfocature e macchina a mano. Ma, a parte l'enfatica dichiarazione indie, il film trova la sua materia incandescente, qualcosa che avvince nella fatica di mettere in forma la vita di Nick, che cerca ogni volta di trasformare le disfatte in vittorie, un po' come fa il cinema. E c'è anche un clou narrativo, una sequenza nel Luna Park da Signora di Shanghai per i poveri, ad Adventureland in stile più Banksy che Disneyland, popolata da mostri grugnanti, le mani adunche protese, le giostre fantasma, le luci al neon rutilanti. Alla fine, è un salmodiare per Nick che ama moltissimo suo fratello, a rischio della prigione. Sarà così anche per i due cineasti indipendenti di Manhattan, un sodalizio inscalfibile.

Cannes 70 / The Beguiled – La vendetta delle vergini suicide

Mariuccia Ciotta

the_beguiled_everything_to_knowLe querce della Virginia aprono varchi nebbiosi mentre l'inquadratura scivola in basso sul sentiero dove una bambina con le treccine e un cesto in mano cammina lentamente nel bosco. Cappuccetto rosso incontrerà il lupo nelle vesti del caporale nordista John McBurney che nell'immaginario ha il volto di Clint Eastwood, il Jonathan della notte brava di Don Siegel, anno 1971, accolto ferito nel collegio femminile durante la guerra di secessione, 1863.

Sofia Coppola che firma sceneggiatura e regia del remake The Beguiled (concorso) sceglie Colin Farrell, oggetto erotico meno potente di Eastwood, nelle vesti blu dell'uomo ferito alla gamba e trovato tra l'erba dalla dodicenne Amy (Oona Laurence) per spostare l'attenzione sulla algida e spettrale Nicole Kidman, nel ruolo perverso che fu di Geraldine Page, e anche su Elle Fanning, Carol, la Lolita, e su Kristen Dunst, Edwina, la romantica sessualmente repressa. Donne-stereotipo che Coppola esplicita nel suo southern gothic rispetto al film di Don Siegel, tutte statuine in abito bianco che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender. Eredi di The Virgin Suicides.

Allevate al ricamo dai punti perfetti, anche quelli che cuciranno il sacco del morto, alla buona cucina, e alle buone maniere, le signore di ogni età del collegio in stile neo-classico riproducono, potenziate, Le piccole donne di Louise May Alcott, ragazze del New England, nordiste, ma anche loro in piena guerra civile e alla ricerca di uno spiraglio contro il destino di femmine docili e vittoriane. Joe ci riuscirà con i suoi romanzi e Beth con l'esodo più radicale, la morte.

Ognuna di queste “vergini” isolate nel loro tempio immerso tra gli alberi ha un conto aperto con il soldato bugiardo e mercenario, che le blandisce a seconda del loro “tipo”. Ad Edwina, insegnante di francese, dirà che la ama, ad Amy, fotocopia della piccola, sensibile Beth, che si prenderà cura della sua tartaruga, prima di scagliarla per terra in uno scoppio d'ira. A Martha, la Madame, farà intendere quel che sognava la Geraldine Page di Siegel, una visita nella sua camera da letto. Ma sarà Carol a perderlo. Il caporale precipita dalle scale, spinto da mani deluse, perché sorpreso tra le gambe della ninfetta. Il gioco è smascherato. I candidi angeli ricoperti di trine e merletti si mutano in Erinni. Il corpo desiderato del caporale sarà spartito in brandelli metaforici.

Sofia Coppola costruisce un film rarefatto, elimina quasi tutto il contesto storico - Eastwood compariva in flash-back feroci sul campo di battaglia, e le fotografie dal fronte del pioniere Matthew Brody dominavano i titoli di testa - e i retroscena narrativi - il passato incestuoso di Martha con il fratello - e si immerge nella nebulosa gotica, candele e pianoforte, fruscio di abiti, sensualità vellutata e scale a chiocciola.

Un'opera horror e non più il western anomalo di Don Siegel, consacrato all'epoca autore per un film considerato “europeo”, flop al botteghino. Qui le manine delicate cuciono squarci sanguinolenti e tagliano gambe in un rituale sacro, e rispondono alle accuse di misoginia rivolte negli anni Settanta al regista di Dirty Harry ('71, stesso anno). Alle critiche di The Velvet Light Trap risponderà, solo nel 1998, G. Herring in The Film Quarterly consacrando il film come “favola femminista”.

Non sono “cattive” le ragazze del collegio, solo che le dipingono così. E Sofia Coppola ne disintegra il guscio, ne cambia la forma. La metamorfosi è compiuta con la mela di Biancaneve, sostituita dai funghi avvelenati del romanzo di Thomas Cullinan, A Painted Devil ('66) dal quale è tratto The Beguiled (L'inganno, titolo italiano, uscirà il 14 settembre).

Il cerchio si chiude con Amy dal cestino ricolmo di mistero, ombra fatata nel bosco.

Return to Return to Nuke Em' High vol.2. Lloyd Kaufman, re del mercato di Cannes

RETURN-TO-NUKE-EM-HIGH-8Roberto Silvestri

Cannes

1986, Class of Nuke Em' High. 2012, Return to Nuke Em' High vol.1. E finalmente sette anni dopo averlo scritto, con Travis Campbell, Derek Dressler e Gabriel Friedman, ecco il regista Lloyd Kaufman in persona presentare al Festival du Film la terza parte della saga horror-college più antinuclearista e anti-ong di tutte o, come direbbe Roger Corman, del “serial più svitato del mondo”: Return to return to nuke Em' High vol. 2.Ovvero Le Metamorfosi di Ovidio, riaggiornate in era Trump, come neanche Christophe Honoré, nel 2014, ha avuto il coraggio di riprendere in diretta, sul grande schermo. Perché qui vedrete le insostenibili trasformazioni dei liceali e dei loro prof, divoratori di fast food colore verde scoria, in bestie contaminate dalla scatologica potenza di fuoco, siano cannibali ammazzacattivi, fiancheggiatori dei lgbt, oppure creature diaboliche nazi-tossico-atomiche che si deliziano di sangue, cervella e budella expanded e si comportano con la delicatezza dell'acido muriatico. Visto che qui vanno molto i remake, potrebbe anche essere considerato un omaggio mascherato al cinema classico, a Howard Hawks diLa cosa da un altro mondo. O a Godard, per l'affetto che Kaufman nutre per la narrazione a piani asimmetrici, disomogena, piena di digressioni, note a pie' pagina, critiche, autocritiche e trasformazioni della diegesi. Con la differenza che qui sono lesbiche e non gay nascosti gli eroi della storia e le armi atomiche portatili, decisive nello scontro tra buoni e cattivi, vengono usate perfino per far fuori, senza volerlo, il Creatore in persona, quello con la lunga barba bianca, che domina nel più alto dei cieli.

Tutto inizia nello spogliatoio femminile di un college, a Tromaville, New Jersey, sede di un impianto nucleare minaccioso e di una compagnia alimentare, la TromaOrganic, alimentata da residui organici umani (non si butta via mai niente), peti e rutti compresi, diretta con l'eleganza di un Marchionne da Lee Harvey Herzkaut (che è lo stesso Kaufman). La bionda e longilinea Lauren (è Catherine Corcoran, la riot girllll della porta accanto), stuprata da un papero incolpevole nell'episodio scorso, da' alla luce, mentre fa la doccia, tra liquido amniotico rosso bianco e verde, souvenir d'Italie, una creatura gonfia grassa e dal becco giallo, che cercherà di difendere come Ripley da una gang di massacratori mutanti, in fase heavy metal all'ultimo stadio. Al suo fianco l'amata Chrissy Goldberg (l'attrice ispanica Asta Paredes) che alla fine riuscirà a sposare. Nel frattempo tra una girandola di citazioni e battute cinefile verremo deliziati dai servizi super crazy della Tromaville tv, da alcuni interventi scandalizzati di una producer (la moglie di Kaufman) che non ne può più di tutte le scene di violenza e di cazzi al vento dimensione Oldenburg, e pretende tagli! tagli! Senza ottenerli. E da una colonna sonora tagliente come un sorbetto punk (due canzoni sono di Mystery).

Return to Return to Nuke'em High Aka vol 2 il nuovo film di Lloyd Kaufamn, lo abbiamo visto in prima mondiale nella sala 3 del cinema Les Arcades di Cannes, al Marché di Cannes (repliche il 24 e il 25 maggio), davanti a una sessantina di spettatori e fan entusiasti, compresi molti del cast e della troupe del film Troma, come lo stesso Kabukiman (Doug Sakmann), Toxic Avanger e Catherine Corcoran.

Jack Hill, il geniale cineasta che ha diretto di Spider Baby, Pit Stop e Le ragazze pon pon, qualche anno fa, incrociato sulla Croisette, mi disse di essere venuto al festival di Cannes solo ed esclusivamente per vedere i film della Troma. Era come al solito profetico visto che un Troma-boy, un cineasta allevato dalla piccola company, è diventato oggi il gioiello aureo del cinema multiplex e mainstream, quel coccolato James Gunn, regista dei due Guardians of the Galaxy che sono nello stesso tempo il più eccitante e riuscito dei blockbuster Marvel ma anche una critica ferocissima dei loro pomposi, retorici e sciovinistici design e clichés. Deadpool è sostanzialmente un Troma movie, anche se costato 300 volte di più. E Akiva Goldsman, sceneggiatore Oscar, sta riscrivendo un classico Troma, The Toxic Avenger, trasformato in kolossal epico da 200 milioni di dollari di budget. Infatti non c'è Cannes senza Troma, la piccola, sovversiva e pugnace casa di produzione indipendente newyorkese che spende raramente più di 250 mila dollari per realizzare le sue commedie estremamente indigeste. E ne ha prodotte, non senza grandi sacrifici, ben 112 finora, a cominciare dal 1966, quando il co-fondatore (con il compagno di studi a Yale Michael Hertz) Lloyd Kaufman aveva 21 anni, era amico di Eli Roth, Stan Lee, i due creatori di South Park e Oliver Stone, e diresse la sua prima opera “sacra”, Rappaccini.

Troma è un logo oggi mondialmente affermato che vuol dire horror softcore: la diffusione di nobili contenuti alternativi, controculturali e soprattutto di alta polemica politica e ecologica, con ogni ignobile mezzo audiovisivo necessario a diffonderli, sia esso il gore, lo splatter, ilsoftcore, l'umorismo nero, l'anatomia delirante di un surrealista ubriaco e la demenzialità sessualmente esplosiva di un film erotico all'italiana. Grandi compagnie avvelenatrici nel settore chimico e alimentare, farmaceutico e d'allevamento sono i suoi bersagli preferiti, assieme ai nazi e agli omofobici. No Nuke, dunque. In più, come diceva Dario Argento, grade coraggio nell'autoanalisi: Kaufman non ha peli sulla lingua nel confessare i lati più dark e inconfessabili del suo immaginario. E non è affatto priva di humor la sua dark zone.

Se questo progetto radicale utilizza le conquiste spaziali della sensibilità camp (solo quel che è ignobile è nobile, là dove la violenta volgarità impera) e il Trash, così come è stato canonizzato nei recenti concilii John Waters I, Roger Corman II e Hershell Gordon Lewis II, non manca a Kaufman quel certo non so che di spirito elisabettiano, visto che proprio ieri ha annunciato un altro Troma shakespeariano, dopo Tromeo and Juliet, che poi era il titolo che aveva portato qui Jack Hill dalla California, un Tempest, correttamente recitato in pentametri giambici.

Il trionfo di Troma avvenne negli anni 80, quando Tromaville divenne un mondo immaginario a parte, degno erede e seguace di Disneyland, e popolato di creature in metamorfosi altrettanto combattive, freakkettone, mutanti e di frankensteiniana bastardaggine postumana, proprio come Topolino, Paperino e le Silly Simphonies: Toxic e Toxic Avenger 2, Surf Nazi Must Die; Poultrygeist: Night of The Chicken Dead, Sgt Kabukiman N.Y.P.D.... Peccato che in Italia solo il Fantafestivasl se ne sia accorto. Toccherà sintonizzarci on line sul sito watch.Troma.com, a 4,99 dollari al mese. Una library di oltre 1000 film, estremamente strani, a nostra completa disposizione.

Cannes 70 / Happy end amaro

Roberto Silvestri

3336b9fe70bbabc7b65df6710c54dba7c285b27cIn concorso un apologo gelido sulla borghesia francese ed europea mutante e morente, Happy end di Michael Haneke, che da quando vive e lavora a tempo intero a Parigi e ha messo in soffitta le sue eccentriche crudeltà carinziane, ha trovato in Isabelle Huppert una analoga, affidabile macchina delle cattive passioni, la sua musa, la “Medusa”: basta uno sguardo e impietrisce il vicinato, avvelenando il nemico. In realtà qui la sua Anne Laurent è la compassionevole 'cavaliere del lavoro', rampolla di Georges Laurent (un Jean-Louis Trintignant gelido, come solo Nicole Kidman oggi sa essere: è anche lui in “anestesia totale”, come lei nel nuovo Lanthimos), il magnate, capostipite di una ditta di costruzioni, nella Calais “intasata” da cittadini africani in cerca di traghetto (e che, rispetto ai grassi e tozzi e pingui riccastri biancastri della zona fanno la figura di erotici modelli da passerella), che sta pagando i disastri e le contraddizioni del neoliberismo globale che tanto li ha arricchiti nel recente passato. Ma ora, invece di competere avventurosamente e da duri, “perché quando il gioco si fa duro ….”, il giochetto espansivo non sta funzionando più anzi produce crisi a catena e rifeudalizzazione. Così le ditte tutte vanno in pasto ai giganti planetari (finanziari o meno) che aspettavano al varco. E non a caso Isabelle Huppert è ormai costretta a sposare un partner made in Usa per resistere, con villa e servi e tutto, nel mondo che cambia, mentre il fratello, responsabile di disastri cruenti nei cantieri e il figlio, fuori di testa perché non è cieco e indurito nell'animo, devono essere bloccati e messi in grado di non nuocere, seguendo il “manuale Agnelli”. L'eliminazione dei deboli. Trintignant, che qui riprende, come fosse in un serial, il suo personaggio di marito caritatevole di L'Amour, decide così di suicidarsi, non perché è in presa a invincibili sensi di colpa (per aver soffocato la moglie troppo sofferente), ma perché è ormai convinto di aver trovato nella nipotina dodicenne, più cinica, consapevole e acuta di tutti, una affidabile ereditiera della dinastia. E' vero che non si assiste a scene insostenibili, questa volta (a parte l'happy end, finale). Ma il congegno narrativo, come al solito spietato e senza orpelli, non è appariscente né autogratificante, come se Haneke, riguardo alla segnaletica autoriale, avesse intrapreso un percorso di semplificazione e annullamento.

Molto stilizzato invece il sudcoreano Il giorno dopo, del beniamino di Cannes Hang Sangsoo. Bianco e nero. Macchina fissa. Interni quasi tutti uguali. Un tavolo in mezzo e la cinepresa che si sposta da destra a sinistra a inquadrare due soli personaggi che parlano. Lui e lei. Sempre lui e un'altra lei. Sempre lui e una terza lei. Piccolo editore di narrativa e saggistica nella Seoul di oggi, Bongwan, sposato con figlia, ha un'amante. La moglie sospetta. Quando ha la prova, finalmente, entra in campo e schiaffeggia, in casa editrice, una ragazza incolpevole, appena assunta, e nel suo primi giorno di lavoro. Ed ecco che tutto crolla. Lui avrà il coraggio di lasciare la moglie e mettersi con l'amante, salvo restare solo con la figlia. Ma la continuità temporale del racconto è sconvolta da un montaggio e da una musica asincrona che ci introduce in un puzzle sofisticato, che dobbiamo ricostruire da soli, reso ancora più interessante dal gioco performativo dei quattro attori, superbi. Tutto un mettere in primo piano (e non c'è un solo primo piano) solo attraverso i movimenti del corpo, delle mani e del viso, le emozioni più sottili, anzi le sotto emozioni. Il regista che in qualche modo si identifica con l'editore trova nella macchina da presa l'alter ego che lo psicoanalizza. L'atto psicoanalitico entra in funzione. Si chiama cinema.

L'intrusa e Cuori puri

Mariuccia Ciotta

Taxidrivers_CUORI-PURI-1Tripletta italiana alla Quinzaine, produzione Rai Cinema, tre sfumature di un cinema energetico e scintillante al contrario di quello spesso monumentale del concorso. Dopo A Ciambra di Jonas Carpignano e le sue 'ndrine calabresi e zingare, arriva la camorra di Leonardo Di Costanzo, L'intrusa, e la piccola criminalità della periferia romana di Roberto De Paolis, Cuori puri.

Vincitore del David di Donatello e del Gran premio della giura del Golden Globe, Di Costanzo ha incantato Venezia con L'intervallo (Orizzonti, 2012) primo lungometraggio del regista nato a Ischia nel '58 e allevato al documentario. Ancora la Napoli con addosso l'odore camorrista, ma al centro l'esile Raffaella Giordano, danzatrice e coreografa di Pippo Del Bono, Pina Bausch, Carolyn Carlson, nei panni di una educatrice volontaria alla guida di un centro per bambini disagiati, marmocchi scatenati che dipingono scenografie, costruiscono lucertoloni giganti di cartone e macchine celibi fatte con ruote di biciclette.

Di Costanzo è attratto dalla realtà dell'esperienza e vira verso il materiale no-fiction con lunghe digressioni su giochi e feste in giardino. Più lontano, nel prato interno della comunità c'è una casetta, set del cinema febbrile del regista che sa creare thriller fiabeschi, ombre, presenze e agguati onirici.

Sarà la moglie di un camorrista arrestato per l'omicidio di un passante, Maria (Valentina Vannino) con la sua faccia di pietra e gli occhi fissi, a rievocare quel cinema dove lo spazio disegnava traiettorie misteriose, la grande casa vuota, il giardino selvaggio, l'attesa, l'intervallo ... Dalle fessure della baracca, Maria spia il mondo altro, il fuorisenza camorra, insieme a una bimbetta imbronciata che come in un Twin Peaks di casa (e cosa) nostra osserva tra i cespugli la mano ingrigita di un uomo, scarto umano, segnaletica e presagio.

Cuori puri di Roberto De Paolis (figlio di Valerio, produttore) è l'adrenalinico psicodramma d'amore di Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati), sequestrati da opposte “sette” integraliste, ognuno proteso verso l'altro, corpi desideranti e in fuga. La pulsione a divincolarsi dall'abbraccio mortifero di enclave intolleranti attraversa, oltre a L'intrusa, anche A Ciambra, e qui si presenta nelle vesti di una madre ultrareligiosa (Barbara Bobulova) che prega e dorme insieme alla figlia diciottenne e, complice un simpatico pretone, le fa promettere di arrivare vergine al matrimonio. Il film ricorda La ragazza del mondo di Marco Danieli, lì i testimoni di Geova, qui un Gesù che chiede di “onorare il sacro”, cioé di fare sacrifici in cambio della salvezza. Ma Agnese è già stata salvata da Stefano, che non la denuncia per furto di un cellulare (la tremenda madre ha requisito il suo) nel supermercato dove lavora alla sicurezza. Licenziato. Guardiano in un parcheggio che confina con un campo rom, Stefano sarà combattuto tra le malefatte della sua gang di quartiere - spaccio e rapine ai danni di immigrati - e la parte di sé che non venderebbe mai droga a un dodicenne, e mai accuserebbe ingiustamente uno zingaro di stupro, nonostante la scuola del disprezzo anti-rom. Agnese dovrà liberarsi dall'intrusione mentale di una madre ossessiva. Cuori puri nel suo sbandamento drammaturgico - incerto su dove andare, tra i nomadi o da Romeo e Giulietta - è un esordio carico di sensualità, tensione e suspense, un cinema di cui si attende il seguito.