Ambiguità e contraddizioni del nazionalismo in Francia

Alessandro Casiccia

Paris, deutsche Soldaten vor dem Moulin RougeLe elezioni parlamentari francesi assegneranno al Front National, se non una rivincita rispetto alle presidenziali, almeno una rappresentanza ben maggiore di quella ottenuta nelle passate legislature. Tra i limiti che difficilmente potrà superare avranno certo rilevanza le diverse anime e le contraddittorie nature dello spirito nazionale nella storia della Francia: dal nazionalismo cattolico al patriottismo laico e repubblicano. Aver scelto un esponente gollista come candidato primo ministro rappresenta il tentativo di superare tali contraddizioni da parte di Marine Le Pen. La quale però, va ricordato, al tempo del primo turno aveva criticato le aperture di Papa Bergoglio sul problema immigrazione, avvicinandosi così a talune posizioni dei cattolici più conservatori. E qualche giorno prima aveva negato la responsabilità della Francia riguardo ai tragici avvenimenti del Vel d’Hiv nel 1942, durante l’occupazione tedesca di Parigi. Ovvero il rastrellamento di 13.000 cittadini ebrei destinati ai campi di sterminio. Mancava di ricordare che quel rastrellamento era avvenuto con il complice aiuto del governo di Vichy.

Dichiarazioni di quel genere erano volte forse a ricuperare voti nella vecchia destra del Front National, turbata dai molti cambiamenti operati dalla leader rispetto alla linea del padre. Tempo prima, l’elettorato di destra tradizionale, seguace di Jean-Marie, aveva accolto con smarrimento la rottura operata dalla figlia; e ancor più le varie innovazioni di programma che essa stava introducendo negli ultimi anni: innovazioni riguardanti la difesa dello Stato Sociale, il contrasto alla tirannia del capitale finanziario e altre prospettive rivolte a catturare possibili consensi di elettori di sinistra delusi dagli indirizzi economico-politici dei loro rappresentanti.

Dunque, pur rientrando nel numero dei partiti e movimenti “neo-nazionalisti”, il caso del Front National deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre comunque non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nella storia della Francia. E ricordare il carattere molto particolare che in quella storia ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra: dal tardo ottocento fino ai giorni nostri. In quel rapporto, taluni punti di contatto parvero spesso superare, seppure temporaneamente, i punti di contrapposizione. E sorprendentemente presentarsi, non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. Dove socialismo e nazionalismo assunsero forme estreme. Mentre un patriottismo laico e repubblicano poté trovarsi a confronto (ma talvolta anche in ambiguo rapporto) con più antiche tradizioni identitarie.

Quel confronto fu presente nei drammatici anni quaranta del novecento e in particolare durante l’occupazione tedesca: quando il mondo dei sindacati e dei partiti (così come una parte considerevole della cultura e dell’arte) si trovarono, almeno inizialmente, in spazi mutevoli o non chiaramente definiti sotto il profilo politico. Si potrebbe ricordare, ad esempio, la vicenda di Jacques Doriot, dirigente comunista poi passato alla collaborazione filo-nazista. O quello di Hubert Lagardelle, dirigente socialista di formazione marxista, divenuto ministro nel governo Petain. O anche l’analogo approdo a Vichy di Marcel Déat, socialista di destra e campione di antisemitismo.

Nella Parigi occupata, mentre la gente comune stringeva la cinghia, Jean Cocteau celebrava lo scultore nazista Arno Breker. Alla prima di Les Mouches, Jean-Paul Sartre conosceva Albert Camus. Uscivano film di Marcel Carnet e Sacha Guitry. Ernst Jünger ufficiale della Wehrmacht, visitava Braque e Picasso. Nei locali pieni di militari in divisa cantavano Charles Trenet, Edith Piaf, Maurice Chevalier. Le Corbusier scriveva su riviste collabo. E così pure Fernand Léger, Raoul Dufy, Arthur Honegger.

A dire il vero, certe paradossali ambiguità andrebbero collocate nella loro peculiarità storica. Nel giugno del 1940, l’Europa continentale è ormai controllata dalla Germania. E l’Inghilterra appare isolata e sul punto di cedere. Sembra, insomma, che la Seconda Guerra Mondiale sia vicina a concludersi; e ciò potrebbe forse spiegare molti comportamenti di quel momento, senza necessariamente giustificarli. Solo un anno più tardi avrà inizio l’ Operazione Barbarossa, l’aggressione hitleriana all’URSS che indignerà i comunisti europei e li mobiliterà in modo più deciso. Durante quell’anno però, tra la metà del 1940 e quella del 1941, non solo gli Stati Uniti sono ancora neutrali, ma la Germania hitleriana e l’Unione Sovietica staliniana sono ancora legate dal patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov. Patto accolto un anno prima anche da alcuni partiti ufficialmente a sinistra, come il Partito Comunista Francese e dagli uomini di cultura che in esso militavano. Come il poeta surrealista Louis Aragon, direttore di “Ce soir”. Degno d’interesse, fra l’altro, è il rapporto di contrastata amicizia tra Aragon e altri intellettuali quasi coetanei. Come André Malraux, eroe della guerra civile spagnola, poi della seconda guerra mondiale e della Resistenza (e vari anni dopo ministro gollista). O come lo scrittore dandy Drieu La Rochelle: inizialmente aderente, come Aragon, al movimento Dada, ma in seguito simpatizzante con il fascismo e gli occupanti e infine suicida alla fine del conflitto. Potremmo aggiungere che tanto Malraux quanto Aragon avevano riconosciuto un debito culturale nei confronti di Maurice Barrès, personaggio fondamentale nella formazione di quel socialismo “rivoluzionario” ma nazionalista, i cui contorni vennero in anni recenti ridisegnati dallo storico Zeev Sternhell, che vi individuò le radici del fascismo.

Nel suoi libri Sternhell, non solo sottolinea le curiose contaminazioni ideologiche di quel periodo, ma mostra come l’ambivalente rapporto – nella cultura francese - tra ciò che chiamiamo “destra” e ciò che chiamiamo “sinistra” abbia origine già tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento.

Tra le radici ottocentesche di una destra nazionalista in Francia va ricordato il boulangismo, cioè il contributo di Jean-Marie Boulanger, cui va aggiunto il Parti Social National di Pierre Biety nel cui programma si delineavano prospettive corporativiste. Resta inteso che durante quel secolo un posto significativo avevano ricoperto le opere di Pierre-Joseph Proudhon, sulla cui tradizione verrà poi a svilupparsi, nel passaggio tra ottocento e novecento, il pensiero di Georges Sorel. Cui a suo modo attingerà il Mussolini rivoluzionario nel suo passaggio dal socialismo al fascismo.

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Speciale Presidenziali in Francia

emmanuel-macronProponiamo oggi due interventi sulle presidenziali francesi. Torneremo sul tema nei prossimi giorni.

Nello Speciale:

  • Franco Berardi Bifo, Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista
  • Alessandro Casiccia, Superamento della destra e della sinistra?

 

Tra il buio del fascismo e lo schiavismo neoliberista

Franco Berardi Bifo

Sembra inevitabile di questi tempi scegliere tra schiavismo e fascismo. Lo schiavismo neoliberale ha vinto in Francia fermando (temporaneamente) l’avanzata del fascismo, e pare che dobbiamo esserne contenti. La vittoria di Emmanuel Macron permetterà di allentare lo strangolamento che ha asfissiato i lavoratori dell’Unione Europea? Credo piuttosto che la vittoria di questo estremista liberista sia destinata a intensificare in Francia l’offensiva anti-sociale, l’impoverimento dei lavoratori, la precarizzazione.

Emmanuel Macron si è presentato sulla scena promettendo di licenziare 120.000 impiegati pubblici, e ha ottenuto il sostegno di François Fillon, il quale, per parte sua, mentre intascava un milione di euro intestati alla moglie Penelope, prometteva di licenziarne 500.000. Macron ha promesso di portare a termine le riforme timidamente abbozzate dal governo Hollande, e di rivedere la loi el Khomri così da rendere più fluida la precarizzazione del lavoro che negli anni scorsi non è stata imposta fino in fondo per le resistenze della società. Macron, che si è formato culturalmente all’interno del sistema bancario, ha un compito: sfondare la resistenza della società francese per piegarla definitivamente all’ordine finanziario.

Naturalmente la vittoria di Marine Le Pen avrebbe aperto le porte dell’inferno provocando a tempi brevissimi il crollo di quel che resta dell’Unione Europea, e dunque è stato inevitabile piegarsi al ricatto.

Ma non mi illudo su un asse franco-tedesco che giunga salvifico dopo la probabile vittoria socialdemocratica in Germania. Non dovremmo dimenticare che furono proprio i socialdemocratici tedeschi ad avviare l’offensiva europea contro il salario, ai tempi di Schroeder e della legge Hartz. Saranno loro a rovesciare la tendenza, ora che l’Unione è sul punto del collasso terminale? Può darsi, ma non accadrà in assenza di un movimento anti-schiavista europeo.

Se siamo stati costretti a scegliere tra brutalità razzista e aggressività neoliberista è anche perché non siamo riusciti a costruire alcun movimento europeo contro la dittatura finanziaria.

Dal 2005 ci siamo infilati in una trappola. In quell’anno francesi e olandesi furono chiamati a prendere posizione in un referendum sul trattato costituzionale che poneva al centro la piena subordinazione del lavoro: a larga maggioranza francesi e olandesi votarono NO al ricatto neoliberale. La sinistra riformista iniziò da quel momento a perdere la rappresentanza elettorale della classe operaia, ma anche le componenti di sinistra critica che provenivano dai movimenti, in quell’occasione subirono il ricatto e diedero indicazione di scegliere lo schiavismo liberista contro la regressione nazionalista. In questo modo la rappresentanza dei lavoratori venne lasciata interamente alla destra, che oggi è maggioritaria nel voto operaio.

Anche se il voto del 2005 aveva detto no alla precarizzazione, la macchina neoliberale non si è fermata, e l’aggressione finanziaria è proceduta sotto l’etichetta: “riforme”: aumento dei carichi di lavoro, aumento della disoccupazione e riduzione dei salari, rapina finanziaria e smantellamento del welfare. È da queste tendenze che è cresciuta l’ondata nazionalista e razzista. Macron si è presentato sulla scena proclamando strenua fedeltà alle “riforme”, e ha vinto perché non c’era alternativa al buio definitivo. L’Europa procede entro le linee di devastazione decise dal sistema finanziario. Non mi pare che ci sia ragione di rallegrarsi.

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Superamento della sinistra e della destra?

Alessandro Casiccia

La vittoria di En Marche! al ballottaggio e l’uscita di scena dei partiti più classici, non deve distogliere l’attenzione dal Front National. Alle ormai imminenti legislative, esso affermerà comunque una sua presenza; che potrà riguardare le sue tematiche più demagogiche come l’immigrazione, o come i rapporti con l’UE; ma forse ancor più la condizione della classe lavoratrice. Rompendo col padre, Marine aveva assunto posizioni di difesa riguardo a vari aspetti dello stato sociale. Quindi, pur se il Fronte rientra nel numero dei partiti e dei movimenti “neo-nazionalisti”, la linea politica che persegue deve essere considerata nella sua specificità.

La Francia è uno dei paesi in cui storicamente si è presentata sotto forme diverse una collocazione non nettamente definita del discorso politico. Considerando oggi la dispersione della classe operaia nell’era globale insieme all’attuale incertezza economica delle classi medie, quella indeterminatezza potrebbe veder prevalere un nazionalismo radicale. O all’opposto rendere più viva la discussione intorno al tema della convergenza verso il centro, quale possibile, forzata scelta dell’elettore medio, ferito dalla globalizzazione ma timoroso di mutamenti potenzialmente catastrofici. (Come quelli che potrebbe produrre una rottura con l’Europa.)

Per riesaminare simili alternative occorrerebbe fra l’altro ricordare che negli studi politologici della seconda metà del novecento, il tema del voto veniva spesso affrontato ricorrendo al paradigma della “scelta razionale”, considerando quindi il modello dell’elettore mediano, il suo possibile coincidere di con l’elettore medio, il suo ruolo quale destinatario di messaggi politici, nonché le strategie che un partito può assumere nella competizione politica. E ovviamente sorgeva anche il dibattito sul voto “utile” cui l’elettore in talune circostanze si ritiene costretto. (Il successo di Macron potrebbe costituirne un esempio.)

Ma ormai sappiamo che il risultato di ogni elezione può suscitare sorpresa. Già alla fine del Settecento Condorcet, con il suo “paradosso” (tema poi ripreso nel secolo XX da Arrow e Black) avvertiva che una votazione spesso conduce a esiti non facilmente prevedibili. Dove la preferenza della maggioranza può risultare incoerente oltre misura con le precedenti opzioni dei singoli votanti. Vari sistemi elettorali sono stati escogitati per affrontare i suddetti problemi: nel caso francese, l’uninominale maggioritario a doppio turno. Differente peraltro dal criterio che guiderà le prossime legislative.

Ma indipendentemente da ciò va ricordato che lo stesso impianto teorico, sia delle previsioni sia delle analisi riguardanti le elezioni avvenute, può risultare oggi debole in quanto fondato in buona misura, come si è notato, sull’assunto di una scelta lucida e ponderata da parte del cittadino. Il punto è che oggi, di fronte alle derive devastanti della crisi, al crescere dell’incertezza, della “paura”, della sofferenza per l’esclusione sociale, i modelli fondati sulla coerenza dell’attore razionale parrebbero perdere rilevanza e lasciare il campo ad analisi riguardanti invece le emozioni come reale impulso a una scelta di voto. Da un lato il risentimento, dall’altro la paura.

Tra la considerazione di tale spazio emozionale e il riconoscimento di quanto invece possono tuttora valere indirizzi razionali di scelta, prende corpo il tema di una opzione politica di “centro” come possibile via per rispondere a timori, risolvere indecisioni, sfuggire a esiti considerati peggiori. Ma tale opzione non è che uno dei modi in cui un altro appello, ritenuto ancor più generale e “attuale”, viene tematizzato e diffuso: il distacco dalle ben note identità politiche, ovvero la destra e la sinistra. Un distacco che non manca certo di precedenti storici, soprattutto in Francia.

Occorre allora distinguere tra due diversi modi in cui tale dichiarato superamento tende a presentarsi attualmente.

Un tipo di superamento almeno dichiarato, dell’opposizione destra-sinistra riguarda le proposte politiche assumenti la possibile la fattuale coincidenza di linee estreme, polarizzate, fra loro radicalmente contrapposte per convenzionale disposizione “ideologica”. Tale coincidenza può riguardare provvedimenti essenziali, come ad esempio la difesa di conquiste sociali. Ma l’inevitabile esito è l’affermazione di uno dei due poli estremi: e sappiamo che in genere il polo sarà quello della destra radicale, nazionalista, escludente.

Esiste poi un altro tipo di superamento della contrapposizione in questione: ed è quello che assume, non la coincidenza sopra descritta ma la confluenza ragionevole verso un partito o una coalizione che si caratterizzi per posizioni moderate (e non troppo definite). Ed è questa una presa di distanza tra gli estremi che conduce tendenzialmente verso l’area “di centro”. Osservando il quadro della Francia odierna, mentre nell’offerta politica di Marine Le Pen sembra possa individuarsi la linea che abbiamo denominato coincidenza, la linea della confluenzainvece parrebbe riconoscibile nell’indirizzo politico di Macron: moderazione, normalità, osservanza quanto possibile delle direttive comunitarie, quindi controllo del bilancio, riduzione della spesa pubblica. Gran parte di quelle politiche si erano rivelate controfattuali, come sappiamo. E avevano alimentato varie forme di euroscetticismo, tra cui quella del Fronte. Si tratta di vedere ora se, in quale modo e in quale misura, il moderato Macron saprà trovare un difficile equilibrio tra le politiche comunitarie e le esigenze dei cittadini.

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Speciale Francia 2017

Nello Speciale:

  • Alessandro Casiccia,  Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista
  • Salvatore Palidda, La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista

Alessandro Casiccia

marine-le-pen-Con l’esito della corsa alla Casa Bianca e l’avvicinarsi delle elezioni in Francia, era naturale che l’opinione pubblica focalizzasse la propria attenzione sull’emergere di movimenti comunemente detti “populisti”, ma meglio denominabili “neo-nazionalisti”. Entro questo scenario, assume in Francia un ruolo rilevante, il Front National. Il caso deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nelle vicende della Repubblica francese. E riflettere, al tempo stesso, sul tanto dibattuto distacco dell’attuale leader dal proprio padre. Se per alcuni osservatori quel distacco costituisce una frattura reale e profonda, per altri invece non rappresenta che un temporaneo camuffamento. E questa seconda ipotesi parrebbe trovare riscontro nelle dichiarazioni di Marine Le Pen a favore dei poliziotti dopo l’odiosa violenza da essi compiuta a danno di un giovane di colore nei primi giorni di febbraio. Resta fermo comunque che occorrerà tener conto anche del carattere molto particolare che nella storia francese ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra (dal tardo ottocento, al periodo dell’occupazione, fin poi ai giorni nostri). Guardando a quel rapporto però i punti di contatto parvero spesso presentarsi non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. E ciò parrebbe riproporsi ai nostri giorni in forme nuove. E non solo in Francia. Il che, considerando anche l’attuale rovina delle classi medie, potrebbe contribuire a rendere vieppiù discutibile il classico tema della “corsa al centro” come tattica vincente nei confronti elettorali. Tale “corsa” viene ora lanciata dal concorrente centrista Macron, facendo leva su un superamento delle opposte tensioni. Ma non si dimentichi che per un curioso paradosso proprio nella tradizione francese la prospettiva “né destra né sinistra” caratterizzò a suo tempo movimenti tendenzialmente fascisti.

Il partito oggi guidato da Marine Le Pen sembra confrontarsi con alcune questioni cruciali. L’immigrazione è una di queste: non solo perché non facile da gestire in assenza, al riguardo, di programmi europei coerenti, ma anche perché il fenomeno viene messo in rapporto, da una parte considerevole dell’opinione pubblica, con l’irruzione del terrorismo marcato “stato islamico”; irruzione particolarmente tragica proprio in Francia, come appare guardando agli eventi degli ultimi due anni.

Ma sarebbe assurdo ignorare quanto il fenomeno migratorio sia percepibile da una parte considerevole dell’elettorato tradizionalmente di sinistra come pressione competitiva nel mercato del lavoro. Non manca la possibile lettura del fenomeno quale “esercito industriale di riserva” utilizzabile programmaticamente da parte della classe capitalistica, grazie allo sgretolamento dei confini nazionali. Giustificabile o meno, una certa drammatizzazione del fenomeno migratorio pare presentarsi anche in altre linee politiche. Ad esempio, con la candidatura alle primarie di François Fillon, ora messa nuovamente in difficoltà per l’emergere dei noti scandali.

Un altro punto che appare oggetto di discussione è il ruolo dell’Unione Europea. Le cui politiche vengono in genere percepite, da un lato come un tentativo di limitare o controllare taluni effetti della globalizzazione, d’altro lato invece (e qui già si erano manifestate posizioni radicali di opposti segni) come un aspetto del processo globalizzante stesso, perlomeno in quanto la sua azione riduce i poteri sovrani degli stati membri; e accentua, almeno fra essi, la liberalizzazione degli scambi.

Anche sotto questo aspetto, la linea di Marine Le Pen merita attenzione in quanto, pur dichiarandosi europeista sotto il profilo culturale, esprime scetticismo e critica riguardo all’azione politica dell’Unione. Nell’ indirizzo da lei impresso al Fronte, emerge una riaffermazione dello stato-nazione, accompagnata dal progetto di un forte controllo pubblico sull’economia: aspetto, quest’ultimo, che segna una differenza marcata rispetto alle posizioni del padre. E così pure rispetto ad apparentemente simili posizioni neo-nazionaliste in altri paesi a sviluppo maturo; compresa quella rappresentata ora dalla Casa Bianca, nonostante il plauso formale di Marine Le Pen all’inaspettato successo di Trump.

A ciò si aggiunge, nella linea della leader del Fronte, una dichiarata sfiducia riguardo alle attuali élites della politica; e ancor più a quelle dell’economia finanziaria. A completare il profilo “socialista” che la nuova leader mostra (quasi a riempire il vuoto della sinistra politica), potrebbero ricordarsi le sue dichiarazioni a favore dei diritti dei lavoratori, di un fisco progressivo, del Welfare State, e contro il libero mercato globalizzato. Un atteggiamento critico nei confronti del grande capitale privato, e della crescente diseguaglianza parrebbe insomma delineare l’attuale indirizzo del Fronte. E non manca chi ritiene che un analogo atteggiamento avrebbe potuto (se assunto tempestivamente) ridare vita e seguito a molte linee politiche di sinistra, oggi in declino. L’entrata in scena, sia pur tardiva, di un candidato socialista radicale come Hamon potrebbe forse ridisegnare la scena, pur senza mutare il corso delle prossime elezioni.

È pure da tener presente che la dichiarata sfiducia nelle élites genericamente intese costituisce un tratto caratterizzante di molte posizioni demagogiche oggi presenti nel mondo; non esclusa quella espressa da Trump con frettolosa e paradossale demagogia durante la sua campagna per la Casa Bianca. In quella campagna erano oggetto di denuncia anche i poteri dell’alta finanza; rappresentanti della quale però, una volta ottenuto il successo elettorale da parte del tycoon, sono stati da lui chiamati a far parte della compagine governativa in posizioni strategicamente decisive. Del resto andrebbe sempre tenuto presente lo stretto rapporto fra il grande patrimonialismo immobiliare (di cui Trump è un rilevante esponente) e il mondo bancario.

In linea generale, la convinzione che lo sgretolarsi dei confini e delle barriere sia imputabile in buona misura alle élites cosmopolite del potere economico-finanziario, alimenta diversi movimenti neo-nazionalisti. Che tali movimenti poi si ergano anche a difesa di un’identità (linguistica, religiosa, “etnica”) e che soprattutto oggi tale difesa possa esprimersi attraverso la drammatizzazione sopra accennata delle ondate migratorie, tutto ciò acuisce la differenza rispetto a orientamenti propriamente definibili “di sinistra radicale”, pur non meno critici nei riguardi delle élite del potere, oltre che dell’attuale assetto economico-politico mondiale e dell’incontrollabilità del libero mercato senza confini e senza regole.

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La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Salvatore Palidda

Il recente stupro col manganello del minorenne Théo per mano di quattro poliziotti durante un controllo è l’ultimo di una serie di fatti ad avere suscitato rivolta e sdegno in Francia, dopo la morte, pochi mesi prima, del giovane Adama Traoré, che tentava di sfuggire al controllo di polizia perché non aveva con sé la carta d’identità e aveva già sperimentato la violenza che si può subire in tali casi.

“Adama viene buttato a terra da tre gendarmi con tutto il loro peso. I poliziotti notano che la loro preda lamenta di non poter respirare e lo sbattono sul loro furgone dove perde conoscenza. Anziché condurlo all’ospedale, lo portano nella loro caserma. Il 19 luglio 2016, verso le 17,45, Adama Traoré sparisce tra le mani delle forze dell’ordine. Secondo la versione ufficiale, il decesso avviene alle 19,05. Ma nulla è detto alla famiglia. Avendo saputo che Adama «ha avuto una crisi», i familiari cercano sue tracce negli ospedali. Invano. Verso le 21, chiamando il pronto intervento (sapeurs-pompiers) apprendono che è trattenuto alla gendarmeria. La madre d’Adama, va quindi chiedere del figlio alla caserma; le rispondono «sta molto bene». Allora, aspetta lì con altri familiari. Alle 23,30 i gendarmi annunciano la morte d’Adama, cioè quattro ore e mezza dopo la constatazione ufficiale del decesso” (dal testo dell’appello di centinaia di artisti, sportivi e altri ).

Da oltre trent’anni i giovani delle banlieues francesi sono oggetto di continue umiliazioni, abusi, violenze vigliacche e persino torture da parte di agenti della polizia e della gendarmeria. La “giustificazione” di tale accanimento è stata legittimata da destra e sinistra, da buona parte dell’opinione pubblica e anche da parte della stessa popolazione delle periferie come necessaria repressione di “vandalismi primitivi”, di inciviltà intollerabili di “feccia” (racaille ebbe a definirla Sarkozy) che distruggeva le belle cose che lo stato paternalista-pastorale creava in tali territori per il bene di tutti. Le cosiddette rivolte dei giovani delle banlieues (discendenti dei lavoratori francesi e di origine immigrata) erano infatti descritte come azioni nichiliste o da lumpenproletariat. Ricercatori in scienze politiche e sociali, urbanisti e altri esperti ne hanno proposto diverse analisi (utile in proposito la bibliografia di Laurent Mucchielli ), spesso senza arrivare a suggerimenti utili e comunque restando sempre poco ascoltati dalle autorità pubbliche, salvo per le trovate buone per la demagogia elettorale. Così, i partiti politici hanno oscillato tra ammortizzatori sociali e l’escalation della tolleranza zero.

Com’era prevedibile, le rivolte delle banlieues non hanno mai smesso di riprodursi a causa di due principali fatti: 1) l’aggravamento continuo della disoccupazione, della precarizzazione, della discriminazione razzista e l’aumento come pseudo alternative del lavoro nero oppure dello spaccio, delle attività illecite, tutte conseguenze sempre più nefaste della deriva neoliberista; 2) la continua scelta della gestione violenta del disagio, dei malesseri e dei problemi sociali proprio perché la deriva neoliberista della destra e anche della sinistra – in Francia come altrove – ha avallato la fine delle politiche e pratiche di integrazione economica e sociale.

Così da più di trent’anni la polizia francese è stata legittimata e incitata verso la deriva razzista che, come scrivono Rigouste e altri, ricorda le pratiche violente del colonialismo ( De la question sociale à la question raciale? Représenter la société française , a cura di D. e E. Fassin, La Découverte). I criminologi e gli esperti di polizia, salvo qualche rara eccezione, hanno continuato nella loro attitudine reverenziale verso la polizia. E nei ranghi di questa si sono imposti i zelanti sostenitori delle modalità muscolose accompagnati da fascisti lepenisti e neo-colonialisti («figli» dei feroci nemici dell’Algeria indipendente).

Una tale riproduzione delle violenze ha provocato il cronicizzarsi dell’impotenza e dell’odio da parte dei giovani e di parte della popolazione delle banlieues . Il discredito e l’immagine insudiciata della polizia e dello Stato hanno indotto alla costernazione, allo sconforto e alle proteste sempre più associazioni, personalità e cittadini che ancora credono nella possibilità di salvare la République democratica dell’ égalité, fraternité et solidarité. Ma, l’impotenza sembra prevalere. Come per confermare le loro abituali pratiche, alla fine della manifestazione del 18 febbraio a Parigi, in piazza della Repubblica, 4 o 5 poliziotti insieme, varie volte non hanno esitato a trascinare per terra dei manifestanti colpendoli ripetutamente a manganellate sulla testa e dappertutto (vedi le immagini). Assai grottesca appare allora la coesistenza del tentativo di «pacificazione» del presidente della Repubblica Hollande che va a trovare Théo in ospedale mentre la gerarchia della polizia comunica che lo stupro di questo ragazzo è stato solo un «fatto accidentale» e dopo dirige ancora violenze a République il 18 febbraio.

In effetti, la gerarchia della polizia, con il sostegno della maggioranza dei politici di destra e di sinistra, sembra ben ancorata all’idea che la police repose sur le désordre (la polizia si basa sul disordine). Come sottolinea Hélène Huillet, è qui che sta la «ragione» della deriva dell’attuale congiuntura. E ciò perché alcuna proposta e dinamica politica sembra essere in grado di portare la polizia e in generale il governo della sicurezza verso la gestione pacifica del disordine così come verso un governo dei malesseri e problemi economici e sociali secondo lo spirito dell’égalité, fraternité et solidarité.

A dispetto di alcune diagnosi e pronostici sulla crisi del neoliberismo, questo continua a dominare, alimenta e si nutre dei successi della destra più ignobile negli Stati Uniti come altrove. A ciò corrisponde il continuum delle guerre e di una gestione della sicurezza secondo modalità militar-poliziesche di tipo neocoloniale all’interno stesso dei paesi dominanti. Non è un caso se negli Stati Uniti come in Francia la polizia massacra sempre più giovani neri o figli di immigrati, così come è probabile che avverrà anche in Inghilterra, visto l’orientamento dopo il Brexit.

La crisi dell’assimilazionismo in Francia e in altri paesi e la nuova etnicizzazione e razzializzazione degli immigrati e dei loro discendenti è ben spiegabile. Non si tratta di inattesi revival o rigurgiti d’integrismi pseudo-religiosi, e in parte anche “laici”(J.F. Bayart, Les fondamentalistes de l'identité. Laïcisme versus djihadisme. Karthala, 2016) o di “populismi”. Questi non sono che la strumentalizzazione delle conseguenze della destrutturazione economica, sociale, culturale e politica, dello smantellamento del welfare, delle conquiste democratiche. Si tratta quindi della conseguenza ben prevedibile del successo neoliberista che produce innanzitutto una violenta destrutturazione permanente, così come le guerre permanenti, la proliferazione delle insicurezze che gli imprenditori della ‘distrazione di massa’ attribuiscono a false cause e al nemico di turno o di comodo occultando le loro responsabilità. Chi provoca immigrazioni disperate? Chi provoca la riproduzione delle guerre, così come delle rivolte delle banlieues? Chi alimenta i terrorismi?

Questa congiuntura non può non indurre al pessimismo. Tuttavia, forse la sola strada percorribile è il tenace tentativo di costruire ex novo dal basso una gestione pacifica dei malesseri e problemi sociali associandovi tutte le persone, di tutte le professioni, rimaste ancora ancorate alla difesa della res publica; si tratta allora di affrontare innanzitutto le vere insicurezze di cui soffre la maggioranza della popolazione, dai rischi di diffusione delle malattie oncologiche a causa dell’inquinamento (anche da sostanze e rifiuti tossici per mancanza di risanamento e di effettiva prevenzione), ai disastri ambientali, dalla diffusione delle economie sommerse alle neo-schiavitù. Intanto il 23 febbraio i liceali di ben 16 licei di Parigi hanno abbandonato le aule e sono scesi in piazza per “vendicare Théo”; così era scritto nello striscione di testa di una manifestazione non autorizzata nonostante le minacce strombazzate dalle autorità di polizia persino con manifesti affissi dappertutto nelle scuole e l’appoggio a queste da parte di diversi presidi e docenti. Una manifestazione molto dura con toni estremi e senza quella paura che invece sembra mal nascosta nei ranghi della polizia perché non è la prima volta che i liceali parigini non esitano a passare alle modalità estreme ben oltre i cosiddetti casseurs abituali. Dai 14 ai 18 anni hanno la vita davanti e non vogliono viverla come pecore bastonate, impaurite e silenti. Loro sono certo i soggetti sociali che non si piegano e indicano che resistere si può.

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