Guerriglieri maoisti in India. Tra gli adivasi del Jharkhand

Marina Forti

Di giorno le colonne di veicoli blindati si muovono tra i villaggi, minacciose. Ma dopo il tramonto, terminato il loro diurno sfoggio di potere, tornano alla base: “Quanto alle notti, da sempre appartengono ai maoisti”, spiega il giovane dal grande sorriso. La marcia nella foresta dunque comincia nell'oscurità: una ventina di giovani uomini, in divisa verde olivo e moschetto a tracolla, e una donna. Siamo nel cuore dell'India e i giovani armati sono un plotone naxalita, il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista sorto negli anni '60, più volte dato per finito e sempre risorto. La donna invece, unica disarmata, è un'antropologa che cerca risposte: perché una rivolta armata per una società comunista, cioè una battaglia che potrebbe sembrare anacronistica per il resto del mondo, sopravvive proprio in India – in quella che si descrive come la più grande democrazia al mondo, una economia emergente tra le potenze del globo? Soprattutto: perché tra le file di questo movimento guerrigliero ci sono tanti giovani adivasi, o “abitanti originari”, i nativi dell'Asia meridionale? E perché il movimento naxalita, una delle insurrezioni più ignorate del mondo, si è reincarnato proprio in queste foreste?

Alpa Shah ci porta così in un'India remota, in senso geografico e forse ancor più culturale e politico, anche se la storia che racconta ha risvolti modernissimi. La sua marcia con il plotone naxalita dura sette notti, duecentocinquanta chilometri a piedi attraverso foreste impervie tra il Jharkhand e il Bihar, nell'India nord-orientale. È questo viaggio che Shah racconta nel suo Marcia notturna, libro scritto come un lungo e appassionato reportage, in cui però confluiscono anche le osservazioni raccolte dall'autrice in oltre quattro anni di lavoro e studio, in due riprese, tra gli adivasi del Jharkhand.

La ricerca di Alpa Shah, nata a Nairobi da famiglia di origine indiana, è cominciata tra il 1999 e il 2002 quando l'autrice, dottoranda in antropologia sociale, ha deciso di condurre la sua ricerca etnografica in una zona rurale del Jharkhand con la pratica della “osservazione partecipante”: ovvero è andata a vivere in un villaggio adivasi. Allora i naxaliti, che cominciavano appena a penetrare nella zona, le sembrarono “una specie di racket”, spiega, “bravissimi a estorcere denaro dai vari programmi di sviluppo o anche dai grandi imprenditori” in cambio di protezione. E però il movimento cresceva, e anche il suo appeal presso tanti giovani adivasi. Shah non si contentava delle spiegazioni semplici: la spinta della povertà, o l'idea che le comunità native fossero “prese tra due fuochi”, i maoisti da un lato e le forze di sicurezza dall'altro. Insomma: nel 2008 decide di tornare in Jharkhand, in uno dei momenti di maggiore forza dell'insurrezione armata, questa volta per capirne le motivazioni.

Così eccola di nuovo in un villaggio adivasi che, scoprirà poi, era diventato una “capitale rossa” del movimento rivoluzionario (per la precisione del Partito comunista indiano - maoista, principale erede delle organizzazioni rivoluzionarie nate in seguito a una famosa rivolta contadina nel 1967 nel villaggio di Naxalbari, in Bengala occidentale, l'episodio da cui il nome naxalita). “Ci volle poco per capire che in effetti [i guerriglieri] erano ovunque, in ogni casa, in ogni villaggio, in ogni foresta”, scrive Shah. E che i giovani adivasi “avevano trovato nei ranghi della guerriglia una specie di casa alternativa”, una comunità da cui entravano e uscivano come si visita la casa di un parente.

Tra i naxaliti l'autrice trova dirigenti di estrazione urbana e casta alta, persone istruite che hanno abbandonato i privilegi di famiglie borghesi per combattere lo sfruttamento e l'oppressione, spinti da ideali a cui i più sono rimasti coerenti per la vita. Constata che la “fanteria” dell'esercito di liberazione del popolo invece viene proprio dalle comunità adivasi: “tribali”, come sono definiti in India, gruppi diversi per etnia e lingua che insieme fanno una minoranza di quasi cento milioni di persone, circa l'8,6 per cento degli indiani. Un gruppo sociale tra i più disprezzati dalle caste e classi dominanti, considerato “sottosviluppato” e primitivo, emarginato e sfruttato da secoli, sopravvissuto in foreste impervie come quella di cui stiamo parlando. Ed è proprio nel sistema di ingiustizia e sfruttamento che schiaccia l'India rurale, e in particolare le comunità adivasi, che l'autrice trova la prima serie di risposte. “Sempre più spesso [gli adivasi] sono espulsi da quelle foreste che erano diventate il loro rifugio e habitat”, trasformati in poverissimi lavoratori migranti in giro per l'India. Cacciati via per intervento di uno Stato che si fa garante degli interessi di grandi aziende e compagnie minerarie, fatti sloggiare per poter sfruttare gli immensi giacimenti di carbone e di ferro che si trovano in quelle regioni. Il Jharkhand, con i vicini Chhattisgarh e Orissa, è al centro della regione chiamata mineral belt, che racchiude il 70 per cento dei giacimenti di carbone dell'India, il 60 per cento del ferro e altrettanto della bauxite, materie prime dell'espansione industriale indiana. Ma racchiude anche la più alta concentrazione di popolazione nativa, è la tribal belt dell'India, e questa è la radice del conflitto: un mix esplosivo di vecchie ingiustizie e modernissima industria estrattiva, l'impunità di vecchi poteri semifeudali su cui s'innesta la deregolamentazione selvaggia del neoliberismo, le diseguaglianze radicate e la predatoria avanzata del capitalismo.

Il racconto di Alpa Shah però va oltre. Le motivazioni collettive sono una cosa, poi ciascuno ha la sua spinta personale. L'autrice presenta le persone incontrate con affetto e intelligenza - il giovane quadro maoista scappato da casa per raggiungere il gruppo ribelle che, da bambino, incontrava spesso portando al pascolo le capre; la donna che nella vita di guerrigliera cerca di sfuggire a una famiglia patriarcale, il ragazzo che sceglie “la polizia della giungla”, quelli che raggiungono la foresta quando le forze di sicurezza bruciano il loro villaggio in un raid. Shah ce le racconta con grande empatia, e con capacità narrativa superba. E insieme analizza, documenta, riflette.

Il viaggio qui raccontato è avvenuto nel 2010, mentre le forze di sicurezza indiane erano impegnate in una delle più estese offensive contro il movimento armato (fu chiamata Green Hunt, la “caccia verde”): la sua marcia notturna infatti comincia sgattaiolando tra colonne di blindati. Il suo libro però sarà pubblicato solo nel 2018, nella prima edizione inglese. Perché? Dopo quel viaggio, spiega l'autrice, il primo impulso è scrivere il più in fretta possibile “per contrastare la rappresentazione dominante” dei ribelli come nient'altro che terroristi. Ma poi ci ripensa: avrebbe solo alimentato narrazioni superficiali, ragiona, “sarei rimasta nei binari della condanna o del romanticismo”. Del resto, qualche scritto di “contro propaganda” cominciava a circolare. Di li a poco sarebbe uscito anche il reportage di una nota scrittrice, Arundhati Roy, che aveva compiuto a sua volta un viaggio con un gruppo di naxaliti in un'altra foresta indiana. Insomma, Shah decide di fare quello che ci si aspetta da una antropologa: studia ancora, mette della distanza con quanto ha visto, continua la sua analisi critica sui limiti un movimento che è pure riuscito a mobilitare una delle comunità più oppresse dell'India – prima di rimanere vittima delle sue contraddizioni, oltre che della repressione governativa.

P-S. Dopo il viaggio raccontato da Alpa Shah molto è cambiato tra le foreste nel cuore dell'India, avverte l'autrice in una postfazione per l'edizione italiana. I ribelli sono in ritirata strategica, le forze di sicurezza hanno imposto il proprio draconiano controllo. Nei villaggi adivasi sono penetrate le organizzazioni dell'estremismo hindu, nuova forma di controllo sociale. E lo stato ha intensificato la repressione: nell'ultimo anno ha fatto arrestare decine di noti intellettuali, poeti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti in grandi città come Delhi, Mumbai, Ranchi, Nagpur. Sono persone che si battono per i diritti civili, un'avvocata che fa cause di lavoro, un anziano gesuita che lavora con gli adivasi, uno storico di fama internazionale: tutti indistintamente accusati di fiancheggiare i “terroristi”, definiti con scherno “naxaliti urbani” (si è sviluppata anche una contro-campagna di solidarietà, stile social media, con un #MeTooUrbanNaxal). Le ingiustizie di fondo invece restano tutte uguali, e finiranno per alimentare un nuovo ciclo di resistenza.

Alpa Shah

Marcia notturna

traduzione di Daniela Bezzi

Meltemi, 2019,

pp. 392, euro 24

Storie di veleni italiani e di occhi troppo a lungo chiusi

G.B. Zorzoli

Un libro d’inchiesta da prendere a modello, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia di Marina Forti. Dove il supporto di un’accurata ricerca bibliografica è integrata da indagini sul campo che, grazie anche alle testimonianze di protagonisti, rendono le descrizioni del dissesto ambientale “visibili”, come se fossero accompagnate da documentazione fotografica.

Inoltre, la scelta delle nove aree dove un’industrializzazione selvaggia non si è limitata a devastare il territorio, ma ha avuto un impatto sulla salute delle popolazioni, destinato a prolungarsi anche dopo la chiusura delle fabbriche, smentisce una diffusa vulgata, secondo cui la causa di questa aggressione sarebbe principalmente l’arretratezza del Sud.

Ci sono Taranto con l’Ilva, il polo petrolifero e petrolchimico di Priolo e Melilli nella Sicilia sud-occidentale, alla periferia di Napoli Bagnoli con il suo complesso siderurgico dismesso e Portoscuso avvelenata dal piombo in Sardegna, ma anche Seveso, Brescia inquinata dall’azienda chimica Caffaro, Montichiari – sempre in provincia di Brescia – “ricca” di discariche che raccolgono ogni tipo di rifiuto, il petrolchimico di Porto Marghera e, a raccordare il Nord col Sud, nel basso Lazio la valle del Sacco devastata dalla concentrazione di aziende chimiche, farmaceutiche e meccaniche.

Anche la storia di queste aree disastrate è sostanzialmente identica. La proposta iniziale di investimenti industriali viene accolta con favore, a volte con entusiasmo dai cittadini e dagli enti locali, vista come portatrice di lavoro e di prosperità, fattori decisivi, dato che quasi sempre si tratta di iniziative calate in contesti dove si fanno ancora sentire le conseguenze negative della seconda guerra mondiale. Promesse che la realtà successiva conferma: crescono l’occupazione e il benessere diffuso. Ed è proprio la paura di perderli, come documenta Marina Forti, a far chiudere gli occhi davanti agli effetti, ormai visibili, dell’inquinamento del suolo, delle acque, dell’aria. Tanto che all’inizio i pochi che li denunciano vengono addirittura messi sotto accusa. Non mancano nemmeno complicità da parte degli enti locali e casi di occultamento delle prove.

In una prima fase, anche l’iniziativa sindacale a difesa degli operai in misura crescente colpiti da malattie provocate dalla mancanza di protezioni adeguate viene inserita nel pacchetto delle rivendicazioni relative alla difesa della salute in fabbrica, trascurando l’impatto esterno delle emissioni dannose e della eliminazione incontrollata di rifiuti spesso tossici.

In genere la situazione esplode quando si verificano fatti che colpiscono direttamente una fascia della popolazione: è il caso del sangue dei bambini di Portoscuso, avvelenato dal piombo. Poiché si tratta di effetti a scoppio ritardato, la loro rivelazione spesso coincide con le crisi che in tempi più recenti hanno colpito molti settori industriali coinvolti. La stessa Forti si interroga sul peso che la perdita di molti posti di lavoro e del relativo benessere ha avuto nella contemporanea crescita della sensibilità ambientale e di movimenti locali per la difesa del territorio e della salute dei cittadini.

Anche la vicenda dei successivi interventi di bonifica è analoga in tutte le aree considerate. Secondo il principio europeo “chi inquina paga”, i costi delle bonifiche dovrebbero essere sostenuti dai proprietari delle fabbriche, ma molte sono ormai chiuse, con i proprietari irreperibili, apparentemente senza ricchezze personali oppure in grado di fare ricorsi che in più di un caso riescono a vincere. La maggior parte dell’onere ricadrà quindi sullo stato, quindi sui cittadini. Mai come in questo caso il futuro è d’obbligo. Come documenta Marina Forti, il ministero dell’Ambiente ha individuato negli ultimi vent’anni ben cinquantasette Siti da bonificare, di cui quelli riconosciuti di interesse nazionale sono quaranta, per circa 120.000 ettari, una superficie del 10% superiore a quella del comune di Milano. A dicembre 2017 solo sedici avevano completato la caratterizzazione, cioè l’anagrafe delle contaminazioni esistenti, che consente di prendere decisioni realizzabili e sostenibili per la messa in sicurezza e la successiva bonifica del sito. attività per le quali «siamo ovunque in grande ritardo, anche se negli ultimi anni… il ministero dell’Ambiente ha dato un’accelerazione».

È dunque un peccato che un libro così efficace nel descrivere una storia italiana, poco conosciuta nelle sue reali dimensioni ed effetti, manchi di un glossario per la terminologia tecnica ampiamente utilizzata per descrivere i fenomeni d’inquinamento, col rischio di scoraggiare molti potenziali lettori.

Storia – ed è un suggerimento all’autrice – che potrebbe essere completata da un’indagine altrettanto approfondita sui criteri con cui sono stati autorizzati simili orrori. Emblematici sono ad esempio alcuni dettagli sulle modalità con cui negli anni ’60 è stato deciso di costruire nel comune agricolo di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, una centrale termoelettrica che bruciava olio combustibile a elevato tenore di zolfo. Al Comune era disponibile un unico modulo prestampato per “autorizzazione a nuove costruzioni, a modificazioni o ad ampliamenti di costruzioni esistenti”. Compilato a penna, il modulo autorizzò “il signor Enel-Compartimento di Milano a costruire una centrale termoelettrica per produzione di energia elettrica in località la Casella”.

La lettura dell’allegato modello di Notizie Generali sull’Opera” mette in evidenza la difficoltà incontrata dal tecnico del Comune a barrare le caselle poste a fianco delle voci prestampate per i lavori edilizi più usuali, specialmente quando si è trovato di fronte al quesito circa il tipo dell’opera: “popolare, medio, superiore al medio o rurale”; quesito risolto barrando con scelta salomonica la casella del “medio”. Questo è solo l’atto di nascita di una procedura autorizzativa che, nel suo sviluppo e nella successiva realizzazione dell’impianto, incontra solo le obiezioni dell’ufficiale sanitario, alla fine aggirate dal ministero dell’Industria, che di fatto lo sostituisce, dando la prescritta licenza sanitaria.

Conoscere a fondo anche quel che è successo a monte dell’entrata in esercizio di fabbriche che hanno rovinato il territorio e la salute dei cittadini, consente di individuare, rispetto a quelli descritti da Marina Forti, altri misfatti a lungo termine, misfatti che paradossalmente possono rendere più difficile il ripristino di adeguate condizioni ambientali.

La sfiducia nelle istituzioni e nell’industria, generata da un numero di casi di “malaterra” molto più elevato di quelli così gravi da essere classificati Siti di interesse nazionale, facilmente diventa sfiducia tout court verso qualsiasi proposta di modifica dell’assetto territoriale esistente. Secondo l’ultimo rapporto in materia, dei 359 impianti la cui autorizzazione, nel 2016, è stata contestata quasi sempre da opposizioni locali, il 56,7% apparteneva al settore energetico, di cui circa i tre quarti utilizzavano fonti rinnovabili. Si tratta di circa 150 impianti, quasi tutti, date le dimensioni, poco invasivi, e per la maggior parte a emissioni nulle, soggetti a iter autorizzativi molto severi. Una volta scartate le eventuali pecore nere, la loro realizzazione consentirebbe la chiusura di impianti che continuano a bruciare combustibili fossili, inquinando l’atmosfera e contribuendo al riscaldamento globale del pianeta.

Marina Forti

Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia

Editori Laterza, 2018

pp. 198, € 13

Attiviste in Iran sugli schermi e nelle strade. Incontro con Rakhshan Bani Etemad

Marina Forti

Rakhshan Bani Etemad, oggi riconosciuta come una delle figure più autorevoli e innovative della cinematografia iraniana, dice che ad attirarla nel cinema è stato «l'immenso potere delle immagini». Negli anni '70 lavorava alla televisione di stato, spiega: «Era semplicemente un lavoro. Poi però ho cominciato a percepire con quale straordinaria forza le immagini possono indagare le vicende umane». Diplomata all'Accademia d'Arte drammatica di Tehran nel 1979, anno della rivoluzione che ha cambiato l'Iran, Bani Etemad si è dedicata prima al cinema documentario e poi alla fiction, imponendosi da subito con opere che hanno cambiato il linguaggio del cinema. Regista e sceneggiatrice, ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo, dal festival di Cannes a quello di Locarno, a Venezia e molti altri.

L'occasione per incontrare questa gran signora del cinema è stata la rassegna ospitata di recente dal Maxxi di Roma per iniziativa di Asiatica, il festival di cinema dall'Asia. In una sorta di anticipazione (il festival si terrà in ottobre), al Maxxi sono arrivate le copie restaurate di due film ormai considerati dei classici: Nargès, con cui nel 1991 Bani Etemad ha vinto il premio Fajr alla regia (era la prima donna a ricevere il massimo riconoscimento per il conema in Iran), e Sotto la pelle della città (“Zir-e poosht-e shahr”, 2001), oltre a May lady (“Banoo-Ye Ordibehesht”, 1998) e alla sua ultima fiction, Storie (“Ghasse-ha”, 2014, premio per la sceneggiatura al Festival di Venezia), che in qualche modo riprende i film precedenti.

Anche a distanza di anni la forza di questi film è indiscutibile. Nargès ad esempio mostra un amore che culmina in tragedia. È una storia dei bassifondi, dove un giovane rapinatore di professione lavora con una complice più anziana che è anche la sua compagna; ma quando incontra una bellissima giovane (Nargès) fa in modo di sposarla e tenta (invano) di cambiare vita. A rendere dirompente il film è la figura della complice-amante, Afagh, che si vede abbandonare per l'altra: «Quando ho girato Nargès non si era mai vista sugli schermi una figura femminile così, una donna con trascorsi criminali che però mostro in tutta la sua umanità», commenta la regista. «Storie di crimine erano già comparse nel cinema, ma la differenza sta nel mio sguardo, la mia solidarietà verso i personaggi: ho voluto guardare alla complessità umana, non dare giudizi».

Troviamo la stessa capacità di guardare senza moralismi in Sotto la pelle della città. Qui vediamo uno spaccato di proletariato urbano: la protagonista è di nuovo una donna forte, Touba, operaia sfiancata dal lavoro, con un marito invalido e un figlio che sogna di emigrare in Giappone – invece finirà a fare il galoppino per un trafficante di stupefacenti, mettendosi nei guai. Sullo sfondo vediamo un palazzinaro senza scrupoli, una giovane donna che non osa ribellarsi alle botte del marito, una ragazza che fugge di casa per sottrarsi alla violenza del fratello maggiore che pretende di controllarla. «In fondo, tutti questi personaggi sono vittime della società», dice Rakhshan Bani Etemad. Ma non c'è alcuna rassegnazione in quei personaggi, al contrario. Emblematica la scena in cui la figlia adolescente di Touba molla un ceffone al fratello violento dell'amica scappata di casa: «Non riuscivo a immaginare il dialogo tra un esponente di quella mentalità tradizionale e una ragazza della nuova generazione: non c'era comunicazione possibile tra loro. Ho pensato che ci volesse un gesto forte, di rottura: così è arrivato lo schiaffo. Lui resta interdetto, non se lo aspettava», spiega Bani Etemad. Neanche il pubblico se lo aspettava: «Spesso, nelle sale, le donne applaudivano».

Chiedo: oggi farebbe ancora scalpore quello schiaffo? come ha visto cambiare la vita delle donne nella società iraniana? «Il cambiamento più significativo è che oggi le donne parlano in modo molto più aperto e deciso dei loro problemi, di ciò che pensano e che vogliono», risponde Bani Etemad. «Una volta avevano davanti dei tabù infrangibili. Per le donne di certi strati sociali essere picchiate, o peggio violentate, era un'esperienza comune di cui però non si poteva parlare. Oggi se ne parla eccome, una donna non considera più ineluttabile la violenza di un uomo».

Del resto, negli ultimi vent'anni l'Iran ha visto crescere agguerriti movimenti di donne, di cui Rakhshan Bani Ettemad è parte e interprete. Si potrebbe citare il documentario We are half of the Iranian population, girato durante la campagna per le presidenziali del 2009. Il film segue gruppi di attiviste che chiedono ai candidati di pronunciarsi sui diritti sociali, il lavoro e la libertà delle donne (tutti avevano accettato di rispondere davanti alla telecamera salvo Mahmoud Ahmadi Nejad, poi rieletto per un secondo, contestato mandato). «Il ruolo dei movimenti delle donne in quelle elezioni è stato molto importante», osserva Bani Ettemad. Negli anni precedenti si era sviluppata una campagna per i diritti civili contro le leggi che discriminano le donne, ad esempio nel diritto di famiglia, e «in quel movimento erano presenti donne di diverse estrazioni, religiose e non. Questo ha permesso al movimento di mettere sul tavolo le proprie rivendicazioni in modo molto forte». Come sappiamo, il voto del giugno 2009 fu seguito da un'ondata di proteste senza precedenti, represse con forza. «Così durante il secondo mandato del presidente Ahmadi Nejad molte attiviste sono state arrestate, e altre hanno deciso di lasciare l'Iran. Il movimento si è disperso. Ma anche se da allora non si è ripetuta un'esperienza organizzata di quel livello, la battaglia delle donne continua in forme diverse».

Quanto a lei, negli anni bui di Ahmadi Nejad aveva deciso di non fare più cinema: «Lo sguardo critico era pesantemente scoraggiato, e io non volevo sottopormi alla trafila per ottenere i permessi delle autorità», spiega Rakhshan Bani Etemad. «Però mi mancava un cinema che indagasse sulla società, mi mancavano i miei personaggi. Allora ho provato a immaginare dove fossero andati a finire. Ho girato diversi film brevi, con gli stessi attori e stessi personaggi di alcuni miei vecchi film: sono andata a vedere come erano diventati, cosa fanno ora. Ho scritto le sceneggiature in modo che fossero correlate, i brevi film creavano una nuova storia». Così è nato Storie (“Ghasse-ha”). «Girare dei film non è vietato, dunque non avevo fatto nulla di illegale; è per distribuire che bisogna ottenere il permesso. Ma sapevo che non un mio film non sarebbe stato autorizzato, e ho deciso di non presentarlo. Il ministero della cultura sapeva che stavo facendo qualcosa, ma finché non chiedevo di distribuirlo non potevano dirmi nulla: e questo li faceva imbestialire».

Così il film è rimasto a lungo nel cassetto: «Non volevo distribuirlo all'estero prima che fosse autorizzato in Iran», spiega la regista. L'imprimatur è arrivato con l'amministrazione del moderato presidente Hassan Rohani, e nel febbraio 2014 Storie è stato presentato al Fajr, il più importante festival di cinema dell'Iran. Ma le difficoltà non erano finite, «ci sono voluti ancora quasi due anni perché il film arrivasse nelle sale», spiega la regista. Perché? «Per le pressioni da certi gruppi».

La vicenda di Storie illustra bene i paradossi di un paese dove la cultura è il principale terreno di attacco delle correnti più oltranziste del sistema politico. «Il governo oggi è più aperto, ma le pressioni possono venire da altri poteri e gruppi di pressione informali, che alla fine influenzano anche le scelte del ministero», spiega Bani Etemad. Chi sono? Gruppi di deputati conservatori, giornali legati a correnti ultraconservatrici: nel caso di Tales l'attacco era partito da un giornale legato alle Guardie della rivoluzione, che l'aveva definito un film “sedizioso”. Allora i distributori si erano tirati indietro.

«Il problema sono le regole non scritte. Un film può rispettare certe norme formali, ad esempio che un uomo e una donna non devono mai neanche prendersi per mano, ma anche così può proporre uno sguardo sul mondo che non piace ai censori». Lo sguardo critico di Bani Etemad non è gradito ai guardiani dell'ortodossia, questo è chiaro. «Ma anche quando c'è l'autorizzazione, tutto dipende dall'atmosfera politica del momento. È così anche per i libri, la musica, il teatro: può succedere che un concerto viene autorizzato a Tehran ma viene sospeso nella conservatrice città di Mashhad perché qualche influente gruppo religioso ha fatto obiezioni. Non sappiamo mai con chi abbiamo a che fare». Il cinema riflette le incertezze dell'Iran. Anche per questo gli artisti cercano vie alternative per diffondere e finanziare le proprie opere.

Rakhshan Bani Ettemad però si dice ottimista: nel cinema iraniano vede crescere «giovani talenti che hanno molte cose da dire. E riusciranno a dirle, perché alla fine nessun film resta nel cassetto».

alfadomenica giugno #2

Pedone su Joyce – Forti su Mohebali – Galimberti su rifiuto del lavoro - Coordinate di Várnai – Semaforo di Carbone

LA TERRA TREMA (A TEHRAN)
Marina Forti

Shadi è la protagonista di Non ti preoccupare, romanzo dell'iraniana Mahsa Mohebali (di recente pubblicato in Italia da Ponte33, nella traduzione dal farsi da Giacomo Longhi). Nata a Tehran nel 1972, Mohebali è laureata in discipline della musica ma ha coltivato la scrittura fin da adolescente, quando frequentava il seminario di un noto scrittore. «Il primo libro l'ho pubblicato a mie spese, avevo 27 anni, e l'ho distribuito agli amici», mi ha detto un pomeriggio di maggio nel caffè di un cinema di Tehran.
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MEDIOEVO FUTURO REMOTO. JOYCE IN MOSTRA A DUBLINO
Fabio Pedone

Nascosta con discrezione dietro la mole grigia della Cattedrale di Saint Patrick, la Marsh’s Library è la prima biblioteca pubblica d’Irlanda, nata nel 1701 per volere dell’arcivescovo Narcissus Marsh, sotto il cui sguardo placido, fermato in un ritratto a olio, ancora oggi il visitatore sale la scala di legno che conduce ai suoi austeri ambienti. Qui, in questa «stagnant bay» isolata nel mezzo della vecchia Dublino, un James Joyce appena ventenne approdò nell’ottobre del 1902 per consultare libri che potessero aiutarlo nell’elaborazione di una sua personale via d’uscita dal cristianesimo.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a una lavoratrice e militante tedesca

Un rifiuto del lavoro non può funzionare in un quadro di isolamento. Per poter essere efficace necessita l’organizzazione di quelli che lavorano all’interno di un’azienda.
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COORDINATE DALL'UNGHERIA
Dóra Várnai

Se si esce da Budapest in direzione sud, ci si ritrova sulla punta settentrionale della grande isola di Csepel. Lasciati alle spalle gli ultimi, popolosi quartieri della capitale ungherese e una serie di paesini della cinta urbana assolutamente anonimi, si giunge finalmente in piena campagna magiara. La cittadina di Ráckeve, a circa cinquanta chilometri da Budapest, è il capolinea del trenino proveniente dalla capitale; per spingersi oltre in direzione sud bisogna affidarsi a qualche rara corriera o all'autostop.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

#Abitudini e #Multipli
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La terra trema (a Tehran)

Marina Forti

Tehran - A Tehran c'è il terremoto e tutti cercano di mettersi in salvo, ma l'unico pensiero di Shadi è la sua scorta di oppio quasi finita. Il pusher non risponde, gli sms vanno a vuoto. Tra gli strilli della madre e i rimproveri di un fratello, la ragazza scivola in strada e comincia a vagare alla ricerca degli amici spacciatori. Eccoci così in una capitale iraniana in preda al delirio. Politici e religiosi sembrano scomparsi, i bancomat sono presi d'assalto, le buone maniere svaniscono. Mentre la terra continua a tremare la città è invasa da giovani: d'improvviso sono i padroni della scena. Musica a tutto volume, chi balla, chi urla. Blues, jazz, rock, metal, tutto ciò che è bandito ora è possibile: «Abbiamo la città in pugno», urla un ragazzo saltando sul tetto di un'auto. La polizia incombe, partono le cariche, ma il controllo gli sfugge. Intanto Shadi continua il suo vagare tra amici tossici e famiglie disgregate, tra il tragico e il comico con sguardo ironico e disincantato. Un aspetto dell'Iran che difficilmente sentiremo mai raccontare.

Shadi è la protagonista di Non ti preoccupare, romanzo dell'iraniana Mahsa Mohebali (di recente pubblicato in Italia da Ponte33, nella traduzione dal farsi da Giacomo Longhi). Nata a Tehran nel 1972, Mohebali è laureata in discipline della musica ma ha coltivato la scrittura fin da adolescente, quando frequentava il seminario di un noto scrittore. «Il primo libro l'ho pubblicato a mie spese, avevo 27 anni, e l'ho distribuito agli amici», mi ha detto un pomeriggio di maggio nel caffè di un cinema di Tehran. «Non è stato un gran successo, credo che ne sia rimasta una pila in un sottoscala a farsi rosicchiare dai topi», ride. «Ma penso che la chiave della scrittura sia leggere molto e continuare a scrivere, restare fedeli a sé, concentrarsi». Oggi Mohebali è molto apprezzata soprattutto dal pubblico più giovane (ma non solo), e ha vinto due volte il prestigioso premio letterario Golshiri: con la raccolta L'amore a piè di pagina (2004) e poi con Non ti preoccupare (2009).

«Shadi è un po' me stessa, un po' i miei amici», mi ha detto Mohebali in quel pomeriggio quasi estivo. Non ha alcuna pretesa di rappresentare «i giovani», dice: ha raccontato una storia spinta dalla sua stessa esperienza, punto. «Capisci, qui la droga costa poco». L'Iran è un ponte tra l'Afghanistan e l'occidente, spiega, una via del traffico di oppiacei che il governo tenta di fermare, ed è anche un punto di smercio. «L'alcool è illegale ma l'oppio no, non c'è nessuna proibizione religiosa. Insomma, è più facile trovare droga che alcool. Io ne ero coinvolta, come molti miei amici. So che non è comune scrivere di essere stata tossicodipendente, suscita riprovazione. E' vero, è stata un'esperienza difficile, ma ne sono uscita. E volevo scrivere cosa succede quando ci sei dentro, come ti senti: quando sei un tossico non vuoi nulla, non pensi a nulla, non t'importa di nessuno: vuoi solo la tua prossima dose. Non hai tempo per niente altro. Certo non pensi alla politica né a nessun tipo di impegno sociale. Tra parentesi, credo che in fondo allo stato non dispiaccia che una generazione intera non sia attiva nella società».

Poi c'è quel terremoto che scuote la città anche se non crolla nulla.

Non è una metafora, è l'Iran. A Tehran ogni giorno c'è il terremoto. È un po' come quando c'è un evento, fai conto una vittoria al mondiale di calcio, e tutti escono in strada a festeggiare: è qualcosa che dà un click, fa saltare il tappo, e allora fai ciò che di solito non si fa. Inoltre il terremoto costringe a prendere decisioni ultimative, mostrare la tua vera faccia. Shadi abbandona la famiglia e si fa i fatti suoi, ma così fanno tutti gli altri. Volevo togliere la maschera alla città e ai suoi abitanti: al dunque, tutti se ne fregano di tutti.

Se ne ricava l'impressione che la società iraniana sia una pentola a pressione pronta a scoppiare. Pubblicato pochi mesi prima delle elezioni del 2009 e delle grandi proteste dell'onda verde, il suo libro è sembrato premonitore.

Macché premonizioni, non sono mica Nostradamus. Ma in qualche modo era ovvio. In una società sotto pressione, un piccolo spiraglio diventa l'occasione per scatenarsi. I giovani in particolare non hanno niente da perdere, e vogliono cambiare. Il terremoto è l'opportunità per ballare in strada, fare ciò che è vietato. È la logica conseguenza della repressione. Ricordo quando la nazionale di calcio iraniana vinse all'ultimo minuto una partita del campionato mondiale, nel 1998: a Tehran migliaia di persone uscirono a festeggiare, era poco dopo l'elezione del presidente Khatami. Quella sera le ragazze lasciavano cadere i foulard e gli agenti non potevano impedirlo. Finì con uno scatenamento generale, macchine della polizia rovesciate. Un amico mi disse: era una manifestazione di felicità, pensa se fosse stata di rabbia. C'è un potenziale di energia nei giovani, lo vedono tutti. Sei mesi dopo la pubblicazione del mio romanzo c'è stato il movimento dell'onda verde: no, non avevo previsto nulla, avevo solo visto ciò che tutti potevano vedere, l'energia pronta a esplodere.

Ha trovato difficile pubblicare i suoi libri?

Pubblicare oggi è più facile rispetto a quando ho tentato con i primi racconti. Gli editori sono interessati, i lettori ci sono: forse una nicchia, ma una minoranza che frequenta librerie, letture, seminari. E c'è un'esplosione di scrittori. Ora sono nella giuria del Premio Fereshteh, istituito dalle librerie Bookcity: pensa che per un concorso di racconti brevi abbiamo selezionato 250 scritti su un migliaio ricevuti, e il tema era gli anni '80. Cioè: un migliaio di persone ha voluto scrivere le proprie storie su quel tempo di rivoluzione, guerra, eventi travagliati. Lo trovo sorprendente. C'è un boom della scrittura in Iran. Considera che tutti qui abbiamo una sorta di doppia vita, quella pubblica e quella privata. Questo crea situazioni spesso strane, paradossali, fonte continua di ispirazione. Un'amica mi dice che in Iran «le storie crescono per strada, basta raccoglierle».

Però c'è sempre la censura a porre dei limiti. Non ti preoccupare ha avuto problemi?

Come sempre in Iran: la prima volta che l'ho presentato non mi hanno dato il nullaosta. Poi però ho trovato un amico che conosce un amico che sta al ministero della cultura e forse poteva fare qualcosa. Questo signore mi ha detto che a lui il romanzo piaceva, solo dovevo fare qualche modifica. Piccole frasi, addirittura semplici parole: abbiamo fatto 78 correzioni, lui sapeva perfettamente quali parole sono inaccettabili ai censori, quali sono le linee rosse. Per esempio: mai menzionare Tehran o la Repubblica islamica. È fiction, una città immaginaria, un paese immaginario, non c'è polizia ma “persone in grigio”. Così è stato autorizzato (ma per la traduzione italiana abbiamo usato la versione originale). Naturalmente è un auto-inganno, tutti riconoscono ciò di cui parlo. In Iran ciò che è impossibile diventa possibile, e viceversa.

Che reazioni ha trovato tra i lettori?

Molti giovani mi hanno detto che è stato il primo romanzo che hanno letto: perché parla di loro, dicono, non della generazione dei genitori. Tre anni fa però, dopo l'undicesima edizione, la censura l'ha vietato [ogni riedizione ha bisogno di un nuovo permesso, ndr]. Il libro resta nelle librerie, ma sempre con la dicitura “undicesima edizione”, anche se credo sia ormai la trentesima.

Il fatto è che ora il mio nome significa guai, per gli editori, e nessuno vuole avere a che fare con me. Il mio nuovo romanzo è stato rifiutato dall'editore, non dal ministero. La protagonista è una “donna oggetto”, personaggio di fantasia ma molto diffuso: spesso in Iran le donne danno enorme importanza all'aspetto esteriore, trucco, chirurgia estetica, acconciature. Una società maschilista si aspetta da loro che siano carine e compiacenti, e la mia protagonista è così: un oggetto sessuale. Ho scritto in seconda persona: tu fai, tu vai, perché neppure lei si vede come un individuo autonomo, è abituata a prendere ordini. È in balia delle cose, passiva.

Quando ho presentato il manoscritto all'editore però mi ha detto che a lui non piace questo tipo di donna e non può pubblicarlo. Per questo dico che non c'è solo la censura ufficiale: in questo caso c'è una cultura maschilista e patriarcale che non accetta di essere discussa. Ora però ho deciso di pubblicarlo in proprio: ci ho lavorato sei anni, e senza feedback uno si deprime. Devo pubblicarlo, liberarmene, e poi potrò cominciare a pensare altro.

Eppure l'atmosfera sociale sembra migliorata negli ultimi due anni.

Non c'è dubbio. Ma sono anche molto furbi. In un paese sotto pressione ogni piccola libertà, un foulard portato un po' più indietro, sembra chissà cosa. Ma in fondo il controllo resta. Anzi è subdolo, spingono all'autocensura, mettono gli editori contro gli autori. Andarmene? No, per scrivere devi vivere nella tua lingua, lo scrittore che emigra perde l'ispirazione. Comunque: intanto ho scritto una sceneggiatura, e poi tengo un seminario di scrittura. Alcuni dei miei studenti hanno cominciato a pubblicare, ottimi lavori, e ne sono molto orgogliosa. Chi sono? I miei studenti vengono dagli strati bassi. Alcuni sono religiosi. Ho scelto deliberatamente di tenere il seminario in una zona centrale della città, accessibile dai quartieri meridionali, i più modesti di Tehran. Molti cominciano a scrivere della propria vita, del gap sociale, di poveri e ricchi. Ne parlano perfino con qualche ostentazione, in uno speciale slang di Tehran sud. È come esplorare una storia sconosciuta: Tehran ha due facce, la città benestante o sfacciatamente ricca e quella che vive in povertà, di cui nessuno sa e nessuno parla. Sarebbe un errore pensare che la cultura appartenga solo ai ricchi.

Quel treno per il Pakistan. Un’intervista a Khushwant Singh

Marina Forti

Avvocato, politico, giornalista e romanziere, Khushwant Singh – scomparso il 20 marzo, novantanovenne, a New Delhi – è stato uno dei protagonisti della vita culturale indiana per tutta la seconda parte del ventesimo secolo, e oltre. Lo ricordiamo proponendo una intervista pubblicata sul “manifesto” in occasione dell'uscita italiana del suo libro più famoso, Quel treno per il Pakistan (Marsilio 1996).

Non erano molti i treni che fermavano a Mano Majra, villaggio del Punjab - la regione indiana che nel 1947 ebbe la ventura di essere divisa tra due nazioni che nascevano proprio allora dalla fine dell'impero coloniale britannico nel subcontinente: l'India e il Pakistan. Mano Majra era solo un piccolo villaggio, lungo la linea ferroviaria che univa Delhi a Lahore, capoluogo del Punjab. Ma nell'estate del '47 divenne un villaggio di frontiera.

Quell'estate, e quella frontiera, e la logica fratricida che poco a poco si impossessa di un villaggio dove fino al giorno prima avevano convissuto musulmani, sikh e hindù, sono lo sfondo di un romanzo appena tradotto in italiano, Quel treno per il Pakistan (Marsilio editore). L'autore è Khushwant Singh, non a torto definito "grande vecchio" della letteratura indiana: avvocato, poi diplomatico, poi giornalista che ha fondato e diretto alcuni dei più autorevoli giornali indiani (dall'Illustrated Weekly of India all'Hindustan Times). Singh vanta una copiosa produzione di articoli, saggi, racconti, romanzi.

Ma quel suo primo libro, ormai entrato tra i classici della letteratura indiana in lingua inglese, Singh dice di averlo scritto per un senso di colpa: "Non potevo fare nulla per impedire le cose terribili che andavano succedendo". Cose terribili davvero, perché la Partition tra uno stato dei musulmani (il Pakistan) e uno multireligioso, laico, ma a maggioranza hindù (l'India), si compì nel sangue. In pochi mesi dieci milioni di persone si spostarono: famiglie hindù o sikh delle province diventate Pakistan raccoglievano il possibile e fuggivano in India. Famiglie musulmane facevano altrettanto, si rifugiavano in Pakistan.

Quell'estate morì un milione di persone, musulmani, hindù, sikh. Convogli affollati di profughi arrivavano a destinazione carichi di cadaveri. Bande di mestatori bruciavano e saccheggiavano le proprietà abbandonate da chi fuggiva. "E io ero uno spettatore", dice Kushwant Singh, allora avvocato poco più che trentenne a Lahore (che oggi è in Pakistan): "Mentre là fuori si uccideva, io e la mia cerchia di amici - tra cui molti musulmani - stavamo seduti nelle nostre case bevendo scotch whisky, e deplorando tanta follia. Non potevamo fare nulla, salvo forse immolare le nostre vite nel tentativo di salvare qualcuno. E non l'abbiamo fatto. È questo il senso di colpa".

Incontro Khushwant Singh a Roma - qualche giorno fa ha partecipato al primo di una serie di incontri su "scrittori e città" su invito di Linea d'ombra. Concede volentieri un'intervista. "Vedi, per dire quello che mi urgeva ho creato tre personaggi: il contadino analfabeta, il giovane militante comunista, il magistrato. Rappresentano la trinità dell'induismo: il creatore, il distruttore, il conservatore. Penso che ogni essere umano abbia questa trinità dentro di sé”.

Mentre il giovane comunista distrugge i miti dell'India: il misticismo, una religione intesa come appartenenza a una comunità che esclude gli altri. Vi distruggete tra voi in nome della religione, dice ai contadini di Mano Majra, mentre siete sfruttati dai ricchi padroni. "Quello sono io", spiega Singh: "le idee del giovane comunista sono le mie: che bisognava cambiare la società indiana da cima a fondo". Ma il giovane militante andrà a dormire sbronzo, la notte del massacro a Mano Majra.

Solo il contadino analfabeta cercherà di salvare i musulmani del suo villaggio. L'India ha visto di nuovo violenze perpetrate in nome dell'appartenenza religiosa. Negli ultimi anni un movimento di "revivalismo" hindù è culminato nella distruzione di una moschea, con un velenoso seguito di vendette, pogrom contro i musulmani, episodi di terrorismo. Un'eredità del passato, o qualcosa di nuovo - una modernità perversa? Khushwant Singh paragona il fondamentalismo hindù a un fiume sotterraneo che ogni tanto riemerge: "Il revivalismo hindù era nato durante il dominio britannico. Si è mescolato in modo subdolo con il movimento per la libertà (anticoloniale, ndr).

Molti dei leaders del Congresso indiano erano anche fondamentalisti hindù. Sono loro che hanno fatto rivivere il culto di eroi come Shivaji in Maharashtra. Era tutto in funzione anti-musulmana. Nel '47, con l'indipendenza, quel fiume sotterraneo è emerso: dicevano che dopo quattrocento anni di dominio musulmano e duecento di colonialismo inglese, finalmente risorge l'India hindù". Di recente poi il revivalismo religioso si è trasformato in forza politica. Ma secondo Khushwant Singh è un fenomeno destinato a scomparire: "In una società che si urbanizza in fretta, le persone vorranno scrollarsi quel tipo di arretratezza. Il fatto è che spesso il fondamentalismo si alimenta in reazione all'intolleranza altrui. Così abbiamo visto il fondamentalismo islamico accendere quello hindù, e quello sikh".

Singh è di origine sikh ("Sono agnostico, ma porto il turbante e la barba come i sikh per un certo senso di appartenenza", spiega), ma con l fondamentalismo dei suoi simili si è scontrato. "Sembrava impossibile - dice - i sikh sono una comunità così progressista. E invece ha prodotto un integrismo tra i più viziosi, con un leader come Bindrawale che predicava l'odio: i problemi dell'India, andava dicendo, saranno risolti se ogni sikh ucciderà 32 hindù. E lo consideravano un santo!". Allora Singh fu minacciato di morte.

Nel circolo vizioso di terrorismo e repressione perì Indira Gandhi, uccisa dalle guardie del corpo sikh che avevano inteso vendicare la profanazione del Tempio d'oro sikh, invaso dall'esercito. Era il 1984. Alla vendetta seguì il pogrom, Delhi fu in fiamme, oltre duecento sikh furono uccisi per rappresaglia. "Ma le autorità avrebbero potuto fermare quel massacro in meno di due ore. Solo che non volevano, bisognava 'dare una lezione ai sikh'.

Il governo, e il partito del Congresso di Indira, sono stati complici. Rajiv Gandhi disse 'quando un grande albero cade, la terra trema'. Si oppose a un'indagine sulle responsabilità nel massacro: solo di recente un responsabile di quei fatti è stato arrestato". La storia si ripete. Il magistrato aspetta che la bufera passi.