Speciale I giorni, la memoria / 1

Nello Speciale I giorni, la memoria / 1 :

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  • Premessa
  • Daniele Bruzzone, Viktor Frankl, l'amore per la vita, nonostante tutto
  • Marina Beer, Lui è tornato?

(Nella seconda parte dello Speciale interventi di Andrea Cortellessa e di Angelo Guglielmi)

 

 

Anche il nostro è un doppio legame. Ci si sente sempre inadeguati, e insieme superflui, a concelebrare il 27 gennaio. Da un lato chi siamo noi per pensare di contribuire, con le nostre povere parole, alla memoria di quell’Evento? Dall’altro sappiamo bene come la genericità, l’automatismo, per non dire la strumentalità (anche commerciale) di tante celebrazioni rischino sempre più di allontanare chi legge – specie coloro che maggiormente ne avrebbero bisogno, i più giovani – da una memoria effettiva: relegando la ricorrenza a ennesimo omaggio formale a una Storia sempre più vissuta come fiction. In quanto tale irrilevante fra le tante storie e storielle, più o meno attraenti, sfornate dall’industria culturale.

Eppure, come si vede, ci ostiniamo a scrivere. Perché se gli umori negazionisti – che stanno nell’album di famiglia delle estreme destre che hanno preso il potere, o si apprestano a farlo, sulle due sponde dell’Atlantico – non hanno ancora prevalso, negli ormai quasi quarant’anni da quando hanno cominciato a circolare (era il 29 dicembre 1978 quando Robert Faurisson pubblicava su «Le Monde» La rumeur d’Auschwitz: a quel veleno intese rispondere nell’86 Primo Levi col suo estremo sforzo, I sommersi e i salvati), lo si deve anche agli anticorpi introdotti nell’ecosistema culturale di alcuni paesi – la Germania senz’altro più dell’Italia – dalla massa di materiali documentari e interpretativi che l’occasione della ricorrenza, da quando nel 2000 è stata introdotta, ha sollecitato e reso accessibili.

All’osceno selfie di Coblenza si può rispondere solo cercando di mettere a frutto le lezioni più importanti che sull’Evento ci sono venute dalla riflessione scientifica, storica e filosofica, ma anche dalle arti e dalla letteratura. Agli articoli di Marina Beer, di Angelo Guglielmi e di chi scrive si aggiunge – per gentile concessione dell’editore Franco Angeli – l’introduzione di Daniele Bruzzone alla riedizione di un libro importante dello psichiatra Viktor Frankl, che dell’Evento ebbe in sorte di essere insieme testimone e interprete: al pari, appunto, di Primo Levi.

La memoria non è solo fallace, come diceva Levi. È anche fragile, facile a banalizzarsi e a corrompersi: sino a rischiare di stingere via, definitivamente. Resistere a questa erosione è un dovere, e insieme una prova: alla quale dobbiamo sottomettere noi stessi, prima di coloro a cui ci rivolgiamo.

A.C.

Viktor Frankl, L’amore per la vita, nonostante tutto

Si riproduce l’introduzione a Viktor E. Frankl, L’uomo alla ricerca di senso. Uno psicologo nei Lager e altri scritti inediti, in libreria in questi giorni presso Franco Angeli, che si ringrazia.

Daniele Bruzzone

Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare;

ma nel tornare viene con giubilo , portando i suoi covoni.

Sal 125, 6

franklQuello sui campi di concentramento è il secondo libro pubblicato da Viktor Frankl, una volta rientrato a Vienna nell’aprile del 1945, dopo due anni e mezzo di prigionia. Era stato deportato nel settembre del 1942 a Theresienstadt, in Boemia. Sarebbero seguiti Auschwitz, in Polonia, poi Kaufe- ring III e Türkheim (due filiali di Dachau), in Baviera1.

Già nei mesi precedenti la deportazione Frankl aveva apprestato il manoscritto del suo lavoro più rappresentativo, Ärztliche Seelsorge (Cura medica dell’anima), che secondo un illustre psichiatra dell’epoca, Oswald Schwarz, avrebbe offerto alla storia della psicoterapia un contributo paragonabile a quello rappresentato dalla Critica dellaragion pura di Kant per la storia della filosofia. Frankl conservò, finché gli fu possibile, questa prima stesura del suo lavoro e, quando fu trasferito ad Auschwitz, la nascose nella fodera del cappotto nella segreta speranza di poterla un giorno dare alle stampe. Naturalmente quel manoscritto andò perduto, e lo stesso Frankl rammenta che, nelle gelide notti trascorse nei Lager, in preda alla febbre, una delle cose che lo tennero in vita fu proprio la volontà di ricostruire il manoscritto perduto, stenografandone i conte- nuti su piccoli foglietti di carta sottratti di nascosto alle SS2. Dopo essere rientrato a Vienna, su suggerimento del nuovo Ordinario di Psichiatria dell’Università, il prof. Otto Kauders, Frankl riscrisse il libro e lo pubblicò presso la casa editrice Deuticke nel marzo del 19463.

Subito dopo iniziò a comporre le sue memorie, che comparvero ancora in quella primavera del ’46, con il titolo Ein Psycholog erlebt das Konzentrationslager («Uno psicologo nei campi di concentramento»), per i tipi di Jugend und Volk. Tra i due lavori pubblicati in quell’anno corre un intimo legame: se da un lato le intuizioni di Frankl sulla psicoterapia, così come sono state sviluppate nel primo libro, erano precedenti alla deportazione, dall’altro l’esperienza dei Lager ne costituiva, paradossalmente, la riprova empirica più inconfutabile. Auschwitz, in un certo senso, era stato il vero experim entum crucis delle sue teorie.

Qui le capacità propriamente umane dell’autotrascendenza e dell’autodistanziam ento, sulle quali ho richiamato l’attenzione più volte negli ultimi anni, furono verificate e convalidate in termini esistenziali. Quest’empiria, nel significato più ampio del termine, confermò il survival value, per parlare con la terminologia psicologica americana, che spetta a ciò che io chiamo "volontà di senso" o autotrascendenza, ossia l’orientamento dell’esistenza umana al di là di sé, verso qualcosa che non è se stessa 4.

La prima edizione uscì anonima. In soli nove giorni e nove notti, un misterioso medico viennese deportato dai nazisti aveva sottoposto i lunghi anni di inaudite sofferenze al vaglio saggio e paziente della scrittura, costringendo la congerie di ricordi e il carico emotivo di cui erano intrisi a incanalarsi in una rigorosa operazione di analisi e riflessione. Ciò che ne scaturì non era un trattato, beninteso, ma non si poteva neppure considerare un semplice memoriale della deportazione: si trattava di un documento umano di straordinario valore, il cui successo, evidentemente, non è dovuto tanto all’oggetto del discorso, quanto alla particolarissima prospet- tiva con cui viene affrontato. Da questo punto di vista, il titolo della prima edizione è significativo: rappresentava il tentativo, da parte di uno psichiatra, di sezionare con metodo scientifico la propria esperienza, per restituirne una comprensione più profonda.

Tuttavia, in quella fase di faticosa ripresa postbellica, nessuno voleva (ancora) ricordare il passato, bensì trovare prospettive di fiducia e di speranza per il futuro. Non a caso, quando il libro, alcuni anni dopo, venne ribattezzato ... trotzdem Ja zum Leben sagen (Nonostante tutto dire alla vita)5, conobbe quel successo di pubblico che immediatamente non aveva raccolto6 . In effetti, il nuovo titolo riusciva, più del precedente, a comunicare l’essenza del messaggio frankliano: che, cioè, la vita vale la pena di essere vissuta in qualunque situazione, o meglio, che l’essere umano è capace, anche nelle peggiori condizioni della vita, di "mutare una tragedia personale in un trionfo"7. Proprio questo aspetto costituisce uno dei motivi dell’inossidabile attualità dello scritto di Frankl: esso, infatti, pur narrando i tragici eventi a cui si riferisce, li trascende per incentrarsi sull’esplorazione della natura umana e delle sue potenzialità. E, in questo senso, ciò che dice vale non solo per l’esperienza della detenzione, ma anche e a maggior ragione per tutte le altre "situazioni-limite" (la sofferenza, la malattia, la disabilità, il lutto, ecc.) che, in certo qual modo, sfidano la capacità umana di resistere e di sopravvivere.

Ogni singolo lettore, pertanto, può trovare in questo libro un riflesso di sé: non necessariamente di ciò che è stato, ma magari di ciò che può diventare. Leggere Frankl, infatti, è un’esperienza di rivelazione: ci induce a scoprire i lati migliori di noi stessi8.

Del resto, il libro di Frankl non è solo un’incursione in una delle pagine più dolorose della nostra storia, ma un vero e proprio viaggio alla ricerca dell’essenza dell’umanità. Questa è forse la ragione principale per cui il suo contributo si distingue dalle altre – ancorché inestimabili – memorie della Shoah. Egli non si limita (pur facendolo) a raccontarci le efferatezze compiute nei Lager, né è interessato (benché li descriva in modo accurato) a restituire oggettivamente i fatti più salienti.

Il suo intento è tutto orientato a comprendere dall’interno l’esperienza del deportato, sviluppando una fenomenologia dell’internamento che, per molti versi, converge con altre analisi psicologiche effettuate sui detenuti di diversi regimi. Soprattutto, però, Frankl non si accontenta di descrivere e spiegare i modi in cui progressivamente le persone, in quelle condizioni estreme, si adattavano al contesto, perdevano gradualmente la loro umanità e, infine, soccombevano al de- stino; egli infatti è assai più incuriosito dai motivi per cui alcune di esse (non necessariamente quelle fisicamente più robuste) resistessero più a lungo e, soprattutto, si opponessero al quel processo di disumanizzazione che in tali situazioni apparirebbe, se non proprio inevitabile, quanto meno prevedibile e ampiamente giustificato. La domanda sorgeva spontanea: che cosa consentiva a queste persone di resistere e di non smarrire la dignità e la speranza?

La risposta a questo interrogativo ci conduce a una revisione delle più consuete teorie motivazionali con cui tendiamo a interpretare – o addirittura a prevedere – il comporta- mento umano. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, infatti, gli interessi spirituali delle persone che si trovano in situazioni di deprivazione radicale sul piano psico-fisico non regrediscono fino a scomparire, ma possono acuirsi e perfino manifestarsi laddove sembravano sopiti. Come dire: proprio laddove la natura umana è ricondotta e ancorata implacabilmente alla sua "bassezza", il suo spirito è capace di elevarsi a un’"altezza" (intellettuale, morale, reli- giosa) altrimenti forse insospettata.

Ciò che Frankl mette a fuoco nel suo scritto è l’incredibile "forza di resistenza dello spirito" (una sorta di resilienza ante litteram) che, proprio nei momenti più difficili, permette alle persone di opporsi al proprio destino e – pur non potendolo mutare esteriormente – le rende capaci di dominarlo dall’interno. In tal modo, con l’autorevolezza dello scienziato e la credibilità del testimone, lo psichiatra sopravvissuto ai Lager sostiene che le persone sono capaci non solo di resistere, ma perfino di crescere, nonostante gli "urti" della vita e talvolta grazie ad essi9. Questo aspetto costituisce altresì il principale motivo di distinzione dell’interpretazione frankliana rispetto alle altre descrizioni psicologiche dei campi di concentramento. Ad esempio quella di Bruno Bettelheim, che fu deportato nel 1938, venne rilasciato nel 1939, si rifugiò negli Stati Uniti dove insegnò psicologia per trent’anni e poi morì suicida: laddove Bettelheim vede il trionfo dell’istinto di morte sulla pulsione di vita, Frankl scorge invece la possibilità di "dire sì alla vita" nonostante tutto10.

Dagli abissi della sofferenza emerge l’intuizione che la libertà interiore e la responsabilità (la capacità, cioè, di rispondere al proprio destino) sono l’intimo baluardo della dignità umana contro la spersonalizzazione e il fatalismo:

Che cos è, d un q ue, l’u o mo? Noi l’abbiamo conosciuto come forse nessun’altra generazione precedente; l’abbiamo conosciuto nel campo di concentramento, in un luogo dove veniva perduto tutto ciò che si possedeva: denaro, potere, fama, felicità; un luogo dove restava non ciò che l’uomo può "avere", ma ciò che l’uomo deve "essere"; un luogo dove restava unicamente l’uomo nella sua essenza, consumato dal dolore e purificato dalla sofferenza. Che cosè, dunque, l uomo? Domandiamocelo ancora. È un essere che sempre decide ciò che è. Un essere che porta in sé contemporaneamente la possibilità di abbassarsi al livello degli animali o di innalzarsi al livello di una vita santa. L’uomo è l’essere che ha inventato le camere a gas, ma è anche l’essere che è entrato in esse a fronte alta, sulle labbra il Padre nostro o la preghiera ebraica per la morte11.

Forse il pessimismo e la disperazione che hanno insidiato l’esistenza di tanti superstiti (incluso, forse, il nostro amato Primo Levi) fino a spegnere in loro il desiderio di vivere, sono dovuti a una domanda che li ha assillati ogni giorno, rodendone l’anima dall’interno come un tarlo: Perché ha potuto accadere tutto questo? Perché abbiamo dovuto soffrire? Perché così tanti sono morti nell’indifferenza del mondo? Anche Frankl esce dai campi di concentramento chiedendosi perché, ma la sua è una domanda molto diversa. Egli non si chiede perché abbia dovuto soffrire, né pretende di sapere perché abbia dovuto perdere le persone più care (il padre Gabriel, la madre Elsa, il fratello Walter e la giovanissima moglie Tilly morirono nei campi); si domanda piuttosto: Perché io sono tornato indietro? Perché a me la vita è stata risparmiata? La differenza è evidente: la risposta al perché del male e della morte non è in nostro potere, e la domanda è destinata a infrangersi contro il silenzio (o la morte) di Dio; la risposta alla domanda sul perché della vita, invece, dipende interamente da noi: sta a noi, infatti, decidere per chi oper che cosa siamo disposti a vivere, soffrire e perfino morire.

Questo spiega anche, almeno in parte, il carattere di Viktor Frankl: la sua instancabile dedizione al lavoro, il suo spiccato senso dell’umorismo, la sua irriducibile passione per le sfide che la vita, ad ogni età, poteva presentargli. Non si trattò, probabilmente, di una consapevolezza immediata, ma di una conquista progressiva, l’esito di un lungo lavoro su di sé. Dalle lettere che Frankl inviò agli amici nei mesi immediatamente successivi alla liberazione si evince lo stato di profonda prostrazione in cui era precipitato. Il 14 settembre 1945 scriveva a Wilhelm e Stepha Börner:

Mi sento indicibilmente stanco, indicibilmente triste, indicibilmente solo. Non ho più nulla da sperare e niente più da temere. Non ho più alcuna gioia dalla vita. [...] Nel Lager si credeva di aver già toccato il fondo dell’esistenza ma al ritorno abbiamo dovuto constatare che non è così, che ciò a cui si teneva è andato perduto, che nel momento in cui siamo tornati a essere uomini possiamo piombare in una sofferenza ancora più grave, più abissale12.

Forse il farmaco per questo malessere fu proprio la scrittura. Scrivere, probabilmente, gli consentì di metabolizzare la materia grezza del dolore trasformandola in nutrimento per l’anima. In questo senso, si potrebbe dire che il libro non è solo il ricettacolo di una sofferta saggezza, ma anche lo strumento con cui è stata distillata.

Il risultato sta sotto gli occhi di ogni lettore. L’esperienza della sofferenza poteva spegnere in Viktor Frankl l’amore per la vita oppure farlo divampare come un fuoco inestinguibile. Sono passati 70 anni da quando queste pagine hanno visto la luce per la prima volta. Bruciano ancora.

Note

1 Per un’introduzione alla vita e al pensiero di Frankl, si rimanda a D. Bruzzone, Viktor Frankl. Fondamenti psicopedagogici dell’analisi esistenziale, Carocci, 2012. Per un avvicinamento al modello clinico della logoterapia e analisi esistenziale, cfr. D. Bellantoni, L’analisi esistenziale di Viktor E. Frankl, 2 voll., LAS, 2011.

2 Alcuni di questi esemplari sono tuttora conservati come reliquie al museo recentemente inaugurato del Viktor Frankl Zentrum di Vienna, al numero 1 di Mariannengasse, proprio nell’appartamento adiacente a quello in cui Frankl ha vissuto ininterrottamente dal suo ritorno a Vienna fino alla sua scomparsa, il 2 settembre del 1997.

3 L’edizione italiana, tradotta da Danilo Cargnello nel 1953 e successivamente rivista da Eugenio Fizzotti, reca il titolo Logoterapia e analisi esisten ziale ed è pubblicata dall’editrice Morcelliana di Brescia. Solo alcuni anni dopo la sua morte, nell’archivio di casa Frankl, è stata rinvenuta la prima stesura del ’42 (probabilmente Frankl aveva affidato una copia del manoscritto a un amico, prima dell’arresto) e ciò ha permesso di mettere al confronto le diverse stesure, raccolte nel IV volume delle Gesammelte Werke, a cura di A. Batthyany, K. Biller e E. Fizzotti (Böhlau, Wien, 2011).

4 V. E. Frankl, Ciò che nonè scritto nei mieilibri. Appunti autobiografici sull a vita come compito, FrancoAngeli, 2012, p. 100.

5 Si trattava del titolo di una delle prime conferenze tenute da Frankl presso l’Università Popolare di Ottakring nel 1946.

6 Quando poi nel 1959, per volere dell’allora Presidente dell’American Psychological Association, Gordon W. Allport, ne venne pubblicata la traduzione in lingua inglese (dapprima con il titolo From Death-Camp to Existentialism e poi con il titolo tuttora in vigore Man’s Search for Meaning), il volume divenne rapidamente un bestseller, tanto che gli studenti universitari americani lo elessero più volte "libro dell’anno" e la Library of Congress di Washington D.C. lo ha decretato "uno dei 10 libri più influenti d’America". Alla morte di Frankl, l’opera era stata tradotta in 24 lingue e aveva venduto oltre 10 milioni di copie.

7 V. E. Frank l , La sfida del significato. Analisi esistenziale e ricerca di senso , a cura di D. Bruzzone e E. Fizzotti, Erickson, 2005, p. 119.

8 Si veda, a questo proposito , P. Versari, Dalla « bella vita» a una vita bella. Colmare i vuoti di senso alla scuola di Viktor E. Fr ank l , Ares, 2015.

9 Da questo punto di vista l'intuizione frankliana anticipa e ispira le successive ricerche sulla capacità di resilienza e i fattori di protezione e di rischio che la condizionano, ma si lega anche al costrutto, più recentemente definito, della "crescita post-traumatica", secondo cui una persona può esibire un grado di consapevolezza, di maturità e di integrazione personale, non solo pari a quello che possedeva prima del trauma, ma addirittura superiore.

10 Per approfondimenti si rinvia a D. Bruzzone, Ricerca di senso e cura dell’esi stenza, Erickson, 2007, pp. 37-59.

11 V. E. Frankl, Homo patiens. Soffrire con dignità, Queriniana, 1998, pp. 97-98.

12 V. E. Frankl, Lettere di un sopravvissuto.Ciò che mi ha salvato dal lager, a cura di E. Fizzotti , Rubbettino, 2008, pp. 137-138.

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Lui è tornato?

Marina Beer

hitlerProiettato nelle sale in Italia solo per tre giorni nel 2016 (dopo il 25 aprile), il film satirico di David Wnend Er ist wieder da. Lui è tornato non è la semplice traduzione cinematografica dell’omonimo bestseller satirico dello scrittore tedesco-ungherese Timur Vermes (2012, tradotto in italiano da Francesca Gabelli per Bompiani nel 2013). Il film è stato prodotto dalla Costantin Film, la stessa casa che ha prodotto Der Untergang (2004) di Oliver Hirschbiegel (La caduta, gli ultimi giorni di Hitler) – con un memorabile Bruno Ganz – e del film sul neonazismo Die Welle di Dennis Gansel (L’onda, 2009, presentato al Festival di Torino). Uno dei due produttori del film, Moszkowicz, è figlio di due sopravvissuti ai campi.

In entrambi i testi un Adolf Hitler in carne e ossa si risveglia incolume, benché intriso di benzina e bruciacchiato (dalle fiamme della cremazione nel bunker? da quelle dell’Inferno?), il 30 agosto del 2011 proprio a Berlino, nei cespugli di un parcheggio tra la Potsdamer Platz e la Brandenburger Tor. Il dittatore fa ripulire la sua divisa in una per lui sorprendente lavanderia turca, si avventa su un chiosco di giornali alla ricerca dell’ultima copia del Völkischer Beobachter, il quotidiano del suo partito, si stupisce di non trovarla nel 2011 (ha cessato le pubblicazioni il 30 aprile 1945!) e quindi si istalla nell’edicola per documentarsi freneticamente sull’attualità – come d’altra parte aveva sempre fatto. E dall’edicola parte alla scoperta del mondo in cui è precipitato, allo scopo di impossessarsene di nuovo carpendone il consenso.

Così, intercettato dal cameraman di una rete televisiva che lo crede un attore che "fa" Hitler, viene risucchiato nel mondo dei media. Lo strano personaggio ha carisma, sa comunicare e, dietro una maschera subliminalmente familiare a tutti, parla con una voce e con un linguaggio insoliti: ma soprattutto dice quello che il pubblico vuole sentirsi dire. E Hitler-showman seduce non tanto perché è un ottimo oratore ed entertainer, ma proprio perché prende posizione, con opinioni nette, magari "bizzarre", estreme come la lingua e il gergo aulico in cui sono espresse (è uno dei pregi maggiori del libro e del film) – e questo salto linguistico è ciò che fa di lui un "comico", uno showman, agli occhi degli addetti ai lavori, che lo considerano un clown e non il vero Führer. Certo, si dicono i producers televisivi, costui è vestito e truccato come Hitler: ma nella cultura tedesca 2.0 anche un Hitler "comico" è diventato una sorta di gadget anestetizzato, non è più neppure troppo politicamente scorretto; anzi, ridotto a goffo idiota nelle commedie satiriche su di lui e nelle manipolazioni di film e documentari in chiave farsesca che circolano online, il dittatore non è quasi più un tabù: e allora per fare audience lo si può anche mandare in onda.

Dunque l’Hitler revênant si impadronisce delle forme di comunicazione del nuovo millennio così come si era impossessato di quelle del secolo precedente – non solo della televisione, definita da lui «straordinario strumento di propaganda», dove si presta a interviste, ospitate, siparietti – ma anche di internet e dei social, diventando rapidamente una star del web. Avendo capito che gli europei del XXI secolo sono ormai assuefatti alla spazzatura trasmessa dai media e da essa completamente anestetizzati e resi ottusi, impara a disprezzarli e si predispone a dominarli di nuovo da uomo forte con una comunicazione diversa che li risvegli dalla loro inerzia.

Nella finzione comica, i cittadini consumatori della democrazia tedesca (solo tedesca?), ormai del tutto privi di capacità di comprensione storica, hanno dimenticato ogni cosa, salvo il loro benessere e il timore di perderlo. Della "memoria" del nazismo e della Seconda guerra mondiale qui non è questione: se qualcuno dei personaggi l’avesse, si domanderebbe dov’è che il revênant vuole arrivare – e invece nessuno se lo chiede. Automatizzata dalle ripetizioni rituali, questa memoria – che la Germania cerca meticolosamente da decenni di rielaborare attraverso la scuola, l’architettura, la letteratura, l’arte, i musei – sarebbe ormai soltanto una funzione fàtica del conformismo politicamente corretto. Nel romanzo, tanto per mettersi la coscienza a posto, una donna fa osservare a Hitler: «Sa, la questione degli ebrei non è uno scherzo», e lui risponde, serafico e ambiguo: «Ha perfettamente ragione!», poi i due passano disinvoltamente a un altro argomento. Perché sanno di avere molte idee e "valori" in comune: l’odio per stranieri, profughi e Asylanten che li stanno invadendo, per le classi dirigenti corrotte e senza identità, lontane dal "popolo"/"gente", indistinguibili nell’essere immerse nei sondaggi e a caccia di consensi; la paura della povertà, l’amore identitario per la loro terra la loro lingua e il loro popolo, il sospetto verso gli altri europei, l’amore per la natura. Insomma, sono nazionalisti e razzisti e antisemiti... «La gente non può ancora avercela tanto con Hitler!». Davanti a lui ormai si aprono tutte le porte!

Ma il film di Wnend non è la semplice trascrizione del romanzo. Nel passare da un medium all’altro cambiano finale e piano del racconto. Il vero protagonista infatti non è Hitler, ma il pubblico che lo accoglie e che è stato fatto entrare direttamente in molte scene dove è semplicemente se stesso con effetto di candid-camera: la turista che si scatta un selfie con il bravissimo Hitler-Oliver Masucci davanti alla porta di Brandeburgo (gli italiani condiscono il selfie di saluti romani), gente qualunque in pellegrinaggio wagneriano sulla piazza di Bayreuth che si fa ritrarre da lui, ancora una volta artista di strada, famigliole che salutano al suo passaggio in macchina scoperta, gente che davanti a un bicchiere di birra confida all’attore (che improvvisa a partire da frammenti del romanzo) le sue preoccupazioni rispetto agli immigrati e al lavoro, gente dell’Est che teme la perdita del benessere dopo la riunificazione. A quanto si vede il post-Hitler è stato accolto quasi ovunque (tranne che da alcuni neonazi veri, ma non da tutti) con spontanea e spaventosa tolleranza. Sono pochi i passanti che si voltano dall’altra parte. Nessuno, a quanto pare, si è sentito preso in giro dalla troupe: uomini e donne ormai assuefatti a digitalizzazioni di ogni genere hanno perso quasi immediatamente ogni inibizione a familiarizzare con il finto Führer. D’altronde l’unico personaggio che smascheri il dittatore è la nonna ebrea della segretaria di Hitler, una sopravvissuta che lo riconosce come "vero" e mette a nudo il suo irrefrenabile razzismo antisemita.

Così questo film inquietante finisce per dirci molto di più sui tedeschi e sulla democrazia del 2015 (l’anno dei profughi) e del 2016 (l’anno di Trump) che su Hitler. E non sulla memoria del passato, ma sulla memoria nel presente. «Lei è un mostro!», dice a Hitler il giovane cameraman che l’ha scoperto e che cerca di ucciderlo nella scena finale. «E allora lei deve condannare anche quelli che hanno votato questo Mostro ... erano tutti mostri? – risponde Hitler – Non erano piuttosto persone qualunque che hanno deciso di votare un uomo straordinario e di affidargli il destino di una nazione? E allora lei vorrebbe proibire le elezioni?». E conclude: «Non potete liberarvi di me. Io sono una parte di voi... e poi ... non tutto era così cattivo!».

Il romanzo si conclude invece con Hitler che si prepara a candidarsi alle elezioni: scritto in prima persona, per quattrocento pagine costringe il lettore ad abitare comicamente nella testa di Hitler, assordati da una voce che descrive in modo straniato il nostro mondo e insieme, in modo più surreale, racconta i propri crimini come se fossero decisioni secondo giustizia (un tòpos, nelle rappresentazioni più recenti di Hitler). In Germania l’audio-libro del testo ha avuto enorme successo.

Non è questa la prima rappresentazione comica di Hitler nell’immaginario collettivo tedesco e occidentale degli ultimi settant’anni, ma (se si eccettuano i libri di storia – la sua biografia più recente è quella di Volker Ullrich, Adolf Hitler. Die Jahre des Aufstiegs 1889-1939, Fischer 2013) è la prima che ne descriva realisticamente le qualità di manipolatore politico e di uomo di spettacolo. Alcune di queste doti venivano adombrate già nell’archetipo, Il Grande dittatore (ottobre 1940; del 2015 la versione in dvd restaurata dalla Cineteca di Bologna). D’altra parte Chaplin aveva definito «l’uomo che gli aveva rubato i baffi» uno dei più grandi uomini di spettacolo viventi, e già prima della distribuzione del film circolavano caricature a specchio del clown Charlot, «il giudeo Chaplin», e della sua controparte germanica. I due erano nati lo stesso anno a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Il tema del doppio e dello scambio di persona, tipico delle farse, dei vaudevilles e dello stesso Chaplin – anche del suo progetto di film mai realizzato su Napoleone – entrò così direttamente nel suo primo film parlato e nella storia delle rappresentazioni satiriche di Hitler: si scambiano di posto il dittatore Adenoid Hynkel e il suo sosia, il barbiere ebreo senza nome, «il piccolo ebreo abbandonato, pieno d’ingegno... il piccolo pover’uomo di tutti i paesi» (Arendt).

Così faranno poi Hitler e il libraio ebreo Schlomo Herzl nella pièce teatrale del grande scrittore e drammaturgo ungherese Georg Tabori Mein Kampf (1987), forse il primo a portare un Hitler farsesco e insieme tragico direttamente sulla scena del Burgtheater nella Vienna del cancelliere ex-nazista Kurt Waldheim, un anno prima del cinquantenario dell’Anschluss dell’Austria al Reich e della prima, provocatoria rappresentazione di Heldenplatz, di Thomas Bernhard, sempre al Burgtheater. Il tema del doppio Hitler/ebreo ritorna anche nella recente fantasia satiricaMein Führer. Die wirkliche wahrste Wahrheit über Hitler (2007) di Dani Levy: nel dicembre 1944 un Hitler già stremato tira fuori da unLager un celebre attore ebreo (Ulrich Mühe, il protagonista delle Vite degli altri, qui nell’ultimo suo film prima della morte) che dovrà sostituirlo, e che verrà ucciso in un attentato al posto suo. Anche il romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, La parte dell’altro (e/o, 2007) immagina due vite parallele, quella di Hitler non ammesso all’Accademia di Vienna e quella di Hitler che supera l’esame e diventa un vero pittore.

Al tempo stesso il film di Chaplin cristallizza alcune modalità delle rappresentazioni di Hitler: la vendetta contro il tiranno egomaniaco e anaffettivo attraverso la denigrazione caricaturale, anche in termini sessuali (e pare che Hitler, allergico a ogni forma di ironia, si fosse procurato da Lisbona una copia del Grande Dittatore, vietato nel Reich e nell’Italia fascista come d’altronde tutti i film dell’ebreo Chaplin, ma si ignora se – a differenza di Mussolini-Benzino Napoloni – l’abbia poi mai visto); la deformazione fantastica e straniante tipica della satira, che autorizza (fino all’Hitler di Inglorious Basterds di Tarantino) la libera invenzione di favole antirealistiche e paradossali, l’inserimento di slapstick e nonsense; il riuso di materiale documentario originale, frammentato e mescolato con materiali girati; l’uso ironico della musica di Wagner – il Lohengrin nella scena indimenticabile del mappamondo – come già avveniva nel cinema hitleriano della Riefensthal. La musica di Wagner, insieme alla Gazza ladra di Rossini e alla colonna sonora di Arancia meccanica di Kubrick accompagna significativamente e sinistramente anche il recente Lui è tornato, alludendo al mondo del diabolico Alex e alla sua banda di clowns.

Alexander Sokurov, regista dell’Hitler drammatico di Moloch (1999) e di altri tre film sul disfacimento del potere (Taurus, su Lenin, Il sole, su Hirohito, Faust, da Goethe), sta ora preparando un film su Mussolini. Suggerisce che «indagare la fascinazione sessuale, il vero e proprio amplesso con cui un tiranno lega a sé il suo popolo, spetta ai singoli paesi». E forse è proprio questa la chiave per leggere il recente successo in libreria della nuova edizione critica dell’ Eros e Priapo di Gadda (Adelphi, 2016, a cura di Paola Italia e Giorgio Pinotti).

(Speciale I giorni, la memoria 1 - segue)

alfadomenica #1 giugno 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Marina Beer, Anna Maria Ortese, se questo è un animale:  Anna Maria Ortese (1914-1998) ha sempre avuto un rapporto profondo con il mondo degli animali (come Elsa Morante: eccezionali entrambe anche in questo tra gli scrittori italiani). Bastano i titoli-totem dei grandi romanzi (L’Iguana, Il cardillo addolorato): la questione moderna dell’‹‹animale›› come ultima (o prima) frontiera dell’umano è impaginata da Ortese a piene mani ovunque nella sua narrativa, che è stata fino alla fine zoomorfa e metamorfica. Animalismo e consapevolezza della sparizione della Natura vengono però divulgati con passione profetica soprattutto nei saggi e negli articoli scritti fra gli anni Settanta e Ottanta – contemporaneamente agli inizi dei movimenti per i diritti degli animali e l’Animal Welfare e dei movimenti ecologisti – ora raccolti con cura e dedizione da Angela Borghesi nel volume Le Piccole Persone: appunto gli animali, le cosiddette persone non umane. Essi occupano la scrittura della Ortese giornalista fin dagli esordi – l’elzeviro Gli amici senza parole del 1940 già contiene in nuce la maggior parte dei temi della sua riflessione. Leggi: > 
  • Enrico Testa, Leo Spitzer, scrivere di espedientiA volte gli anniversari servono a qualcosa. È forse anche per la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale infatti che oggi, a quarant’anni dalla sua prima traduzione italiana presso Boringhieri (la splendida versione di Renato Solmi qui mantenuta), si ripresenta dal Saggiatore in una veste nuova e più ricca e in un contesto nel frattempo radicalmente mutato, un capolavoro della storia e della linguistica come le Lettere di prigionieri di guerra italiani di Leo Spitzer. Apparso la prima volta in tedesco nel 1921, il libro nacque dal caso: la decisione da parte del Ministero della Guerra austro-ungarico di affidare il compito di censore della corrispondenza dei prigionieri italiani, per lo più contadini con scarsa dimestichezza con la penna, a un giovane filologo romanzo destinato, a parere di Cesare Segre, a «giganteggiare tra gli esponenti maggiori della linguistica della prima metà del Novecento» e a diventare, secondo le lapidarie parole di Harold Bloom, «uno dei pochi eruditi critici moderni che contano». Spitzer, con un intuito pioneristico che restituisce piena dignità umana ed espressiva a testi la cui umiltà e rozzezza li facevano solitamente disprezzare dagli storici, sfruttò appieno l’occasione costruendo un libro capitale del Novecento. Leggi: >
  • Semaforo: Diversità - Lutti - Robot. Leggi: >

Anna Maria Ortese, se questo è un animale

imagesMarina Beer

Anna Maria Ortese (1914-1998) ha sempre avuto un rapporto profondo con il mondo degli animali (come Elsa Morante: eccezionali entrambe anche in questo tra gli scrittori italiani). Bastano i titoli-totem dei grandi romanzi (L’Iguana, Il cardillo addolorato): la questione moderna dell’‹‹animale›› come ultima (o prima) frontiera dell’umano è impaginata da Ortese a piene mani ovunque nella sua narrativa, che è stata fino alla fine zoomorfa e metamorfica. Animalismo e consapevolezza della sparizione della Natura vengono però divulgati con passione profetica soprattutto nei saggi e negli articoli scritti fra gli anni Settanta e Ottanta – contemporaneamente agli inizi dei movimenti per i diritti degli animali e l’Animal Welfare e dei movimenti ecologisti – ora raccolti con cura e dedizione da Angela Borghesi nel volume Le Piccole Persone: appunto gli animali, le cosiddette persone non umane. Essi occupano la scrittura della Ortese giornalista fin dagli esordi – l’elzeviro Gli amici senza parole del 1940 già contiene in nuce la maggior parte dei temi della sua riflessione.

L’animalismo e l’ecologismo di Ortese sono estravaganti, tragici e veementi, ma senza militanze ed etichette politiche – né esplicite, né corrette. L’unica militante che cita con sublime sprezzatura è la vera ‹‹regina di Francia››, la Brigitte Bardot delle campagne animaliste (e lepeniste). Poetiche e impolitiche, anacronistiche, eccessive e insieme vertiginosamente attuali queste prose, di cui molte inedite, sono ora pubblicate da Adelphi, editore che da anni sta rendendo giustizia all’opera di Ortese, e che da tempo persegue con sistematicità la divulgazione di testi dedicati agli animali e all’‹‹animale››: da Konrad Lorenz a Temple Grandin, da John M. Coetzee (con il titolo La vita degli animali, la prima versione, del 1999, di Elizabeth Costello, 2003) a Gerard Durrell, da Presenze animali di James Hillman fino al Cacciatore celeste di Roberto Calasso, che al rapporto tra uomo e animale è interamente dedicato.

Che cosa è dunque l’animalismo di Ortese? Se retorica, stile e fiammeggianti ricami barocchi risplendono ai margini di questo suo bestiario minore, il cuore di esso è una logica apocalittica, ferrea e magmatica. Ortese antepone tutte le offese fatte per rapacità dall’uomo alla Natura e alle sue creature, nel corso della storia del pianeta, anche a quelle inflitte dall’uomo alla stessa specie umana: per lei l’homo sapiens, ultimo agente del non-umano, è fin dal principio della sua storia il genocida della Natura e sarà forse da ultimo la vittima ‹‹dell’Universo››. E se nel 1965 la Natura-Iguana ancora chiede aiuto agli uomini ‹‹per non essere abbandonata [...] dato che sarà difficile, per essa, vivere senza di noi››, nei fatali anni Ottanta, quando la distruzione è ormai compiuta, Ortese vagheggia un tempo – quasi messianico – in cui soltanto la natura ‹‹angelica›› dell’animale potrà forse redimere l’uomo ‹‹degradato da creatura a padrone››. I lettori di oggi sanno che forse quel tempo è davvero arrivato.

‹‹Quando sono nata l’universo era ancora visibile››: questo l’incipit folgorante di questa raccolta di prose da leggere oggi come breviario inquietante e tormentoso per il nostro presente, discorso del mondo oscuro nel quale ci stiamo inoltrando, ‹‹nei popoli e nei tempi privi di malinconia [...] che salgono o discendono furiosamente i crepacci del vivere››: sono guizzi fulminei e tortuose illuminazioni che rischiarano paesaggi divenuti anche troppo familiari. Ed ecco la singolare miseria del modo italiano di porsi davanti alla Natura e all’animale, alla società e allo spirito; lo scandalo della sofferenza degli animali, della macellazione industriale e della vivisezione; e quello ancora maggiore dell’indifferenza davanti alla tortura dell’animale, che equivale all’odio per l’uomo, ridotto anch’esso a cosa – e così Ortese spiega non solo le torture e i genocidi del Novecento (una tesi che non è solo la sua, quella dello specismo come archetipo inconscio del razzismo), ma anche il sadismo innato (inconscio e latente) nell’uomo moderno. È vero, la percezione perturbante, kafkiana, che ‹‹gli animali, come noi li chiamiamo, potrebbero non essere affatto animali, come l’uomo, forse, non è l’uomo››, convive con stralunate perorazioni a favore di lupi e cani assassini, esiti estremi di un’antropomorfizzazione dell’animale immune da darwinismo o neodarwinismo. Consiglio però a tutti di rispondere alle 18 domande antropomorfe del Questionario in difesa degli animali probabilmente destinato da Ortese negli anni Ottanta alle scuole – un arduo «esercizio spirituale», tra arte concettuale e coscienza civile. Insomma, questo libro di ombra e di lampi è un piccolo classico della letteratura novecentesca sugli animali.

In un recentissimo intervento su doppiozero Angela Borghesi accosta il libro di Ortese da lei curato all’enciclica di papa Francesco Laudato si’, e commenta quasi delusa le recenti parole del papa contro la ‹‹gente tanto attaccata ai cani e ai gatti›› che poi lascia ‹‹senza aiuto la fame del vicino o della vicina››. Ma se a Ortese trent’anni fa era forse lecito essere ‹‹tanto attaccata ai cani e ai gatti››, oggi ha ragione Francesco. Oggi infatti i diritti degli animali stanno (apparentemente) diventando parte del senso comune globale della parte più ricca del mondo e della sua ideologia. Emarginati e quasi del tutto distrutti insieme ai loro habitat, gli animali sono diventati anche in Italia persone di famiglia e protagonisti del discorso quotidiano. Filosofia, cinema, letteratura, editoria e rete li mettono al centro. Perché?

Forse anche perché l’antropomorfizzazione degli animali e l’animalizzazione dell’uomo mettono al riparo il nostro senso comune dalla presenza e dai transiti di altre vite, alle quali vogliamo restare indifferenti, alle quali non vogliamo dare valore di vita e dalle quali – come un tempo dagli animali – ci sentiamo solo minacciati. Vite che entrano in contatto con le nostre solo come immagini e notizie. Vite di cui non vogliamo sapere nulla. Vite umane in esubero scacciate da territori resi inabitabili e devastati, non-cittadini, non-uomini, scarti dello sviluppo globale uccisi ogni giorno a centinaia nel nostro mare.

Anna Maria Ortese

Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti

a cura di Angela Borghesi

Adelphi, 2016, 271 pp., € 14

John Berger, come si guarda un animale

bergerMarina Beer

Chi, senza aver letto altro di John Berger (classe 1926, scrittore inglese e europeo, eclettico e irregolare praticante di molte arti e discipline e politiche del Novecento: vedi il numero 32 di Riga a lui dedicato e curato da Maria Nadotti, la sua voce italiana), si aspettasse da questa raccolta di brevi saggi, racconti e poesie un insieme di proposte o ricette comunque «disciplinate», riguardo alla condizione degli animali in rapporto all’uomo, sarebbe completamente fuori strada. Benché la sua lettura dovrebbe essere obbligatoria per chiunque abbia a cuore la vita animale (e quindi anche la vita umana), questo non è un libro per lettori animalisti, né per vegetariani o vegani. Non parla di diritti degli animali, e non è neppure un libro per lettori naturalisti, etologi, zoologi, comportamentalisti, antropologi, neodarwinisti o appassionati di neuroscienze. Ed è ancora meno un libro esauriente per chi aspiri a definire il problema degli animali e dell’anima degli animali nella storia della filosofia o nel dibattito teologico o bioetico. Della storia degli animali non parla dettagliatamente (la linea di sviluppo di questa Storia è oggi sufficientemente chiara) anche se dell’antropomorfismo filosofico e culturale fa il centro della sua riflessione. Gli anni Sessanta e Settanta – l’epoca d’oro di Berger, dalla quale provengono alcuni dei testi qui riuniti da Maria Nadotti – furono anni di libri-denuncia della distruzione della vita animale sul pianeta, delle campagne di opinione e dei movimenti contro gli Zoo pubblici, contro gli allevamenti industriali e per i diritti degli animali. Nemmeno questi libri sono il suo.

Intanto (come già altri di Berger) la raccolta è un montaggio (a volte un riuso) di saggi e di storie. Storie minime, come da Esopo in poi sono le storie di animali, e narrate al rallentatore: tanto per non farci dimenticare, in epoca di «narrazioni» usa e getta e di retorica plastificata, che lo storytelling non è in prima battuta «comunicazione», ma piuttosto un artigianato modesto, minuzioso, che si inoltra con lentezza nel tempo dell’enunciazione. Perché narrare una storia, come anche ascoltarla o leggerla, è una forma di conoscenza che ferma il tempo. È legata all’attenzione e alla distrazione, all’esperienza e al corpo, così come (per Berger) lo è il disegno. Nella buona retorica i racconti funzionano come esempi, e però (trucco del mestiere del narratore postmoderno, che qui replica il narratore orale) sanno anche adattarsi di volta in volta a situazioni differenti, offrendosi ogni volta a interpretazioni nuove e sfalsate, che generano storie diverse.

Il tema di questa raccolta dedicata al rapporto tra uomo e mondo animale è sintetizzato nella domanda del saggio (del 1977) che le dà il titolo, Perché guardiamo gli animali? Ma tutto il libro, composto tra il 1974 e il 2001, nasce da un’altra domanda, una domanda marxista, cioè un’interrogazione che parte materialmente dal processo per definire il risultato: come guardare (e cioè – al modo tipico di Berger) come pensare gli animali oggi, nel mondo del capitalismo multinazionale, e perché farlo? Berger risponde che il nostro sguardo filosofico, ma soprattutto il nostro sguardo fisico sugli animali può mettere in forse l’ordine umano: un ordine apparentemente ancora visibile, ma sempre meno centrale. I suoi racconti ci prendono per mano e cercano di avvicinarci alla percezione di noi stessi. Un percorso simile a quello estetico, e che a suo modo porta felicità.

Gli animali sono le prime vittime della fine della mediazione tra uomo e natura avviata dal capitalismo delle multinazionali nel Novecento, e ora consumatasi con la completa marginalizzazione degli animali rispetto al mondo umano: fisicamente sono trattati come materia prima proteica, e ridotti a «isolate unità di produzione e consumo», culturalmente sono stati «cooptati nella famiglia o nello spettacolo» e risucchiati loro malgrado nella «maggioranza silenziosa». Invece, come intermediari tra l’uomo e le sue origini, gli animali hanno avuto per millenni con l’uomo un rapporto duale: «soggiogati e venerati, nutriti e sacrificati». Da sempre, prima che l’espulsione degli animali si compisse, essi sono stati insieme all’uomo al centro del suo universo: lo nutrivano, lavoravano per lui, lo trasportavano, lo vestivano, e partecipavano alla sua vita spirituale attraverso la religione, la magia, le leggende, l’arte, i proverbi, la lingua, l’astronomia. Diversi da lui, ma simili. In più gli animali, nel loro silenzio, hanno sempre donato, e ancora donano all’uomo «una compagnia diversa da quella che può essergli offerta da un altro essere umano [...] una compagnia offerta alla solitudine dell’uomo come specie». Da questa compagnia, come dal rapporto uomo-animale, sono sempre stati ineliminabili il presentimento e l’accettazione dell’uccisione dell’animale, che è ciò che ha sempre reso «duale» il rapporto: «il rifiuto di questo dualismo è probabilmente uno dei fattori che hanno aperto la strada al moderno totalitarismo». L’unica classe sociale che sappia vivere questo dualismo è quella dei piccoli e medi contadini, tra i quali da più di trent’anni Berger ha appunto scelto di abitare. Una classe a sua volta marginalizzata e condannata dallo sviluppo globale.

Berger sa che nessun racconto di animali è immune dal proprio antropomorfismo originario. Gli animali non possono raccontare (lo sapeva bene Ovidio: l’uomo trasformato in animale ammutolisce, pur continuando a pensare): sono invece destinati a diventare per noi metafore, o simboli. Ma oggi essi sono simboli diversi, simboli incerti – come incerti siamo noi, i loro destinatari. Questo si svela molto bene nel racconto «à tiroirs» Una storiella per Esopo, che Berger conclude così: «Una storiella per Esopo. Potete farne quel che volete. Fino a che punto sono in grado di capire, i cani? La storia diventa una storia perché non ne siamo del tutto sicuri, perché in un modo o nell’altro rimaniamo scettici. L’esperienza che la vita ha di se stessa (e cos’altro sono le storie se non questo?) è sempre scettica».

Gli animali non narrano storie, anche quando li guardiamo. Ci insegnano l’esperienza, che non è un racconto. Le storie dobbiamo essere sempre noi a raccontarle, davanti al limite estremo della vita e al suo al di là: lo stesso, per uomini ed animali.

John Berger

Perché guardiamo gli animali? Dodici inviti a riscoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi

a cura di Maria Nadotti

il Saggiatore, 2016, 139 pp., € 16,00

alfadomenica #2 aprile 2016

Sull'alfadomenica di oggi:

Letizia Paolozzi, Storie di donne schiave e donne libereLa prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Leggi >

Marina Beer, John Berger, come si guarda un animale:  Chi, senza aver letto altro di John Berger (classe 1926, scrittore inglese e europeo, eclettico e irregolare praticante di molte arti e discipline e politiche del Novecento: vedi il numero 32 di Riga a lui dedicato e curato da Maria Nadotti, la sua voce italiana), si aspettasse da questa raccolta di brevi saggi, racconti e poesie un insieme di proposte o ricette comunque «disciplinate», riguardo alla condizione degli animali in rapporto all’uomo, sarebbe completamente fuori strada. Benché la sua lettura dovrebbe essere obbligatoria per chiunque abbia a cuore la vita animale (e quindi anche la vita umana), questo non è un libro per lettori animalisti, né per vegetariani o vegani.  Leggi >

Semaforo a cura di Maria Teresa Carbone:  Ogni mese Emma acquistava una scatola di cartone da uno spedizioniere chiamato Johnny Air Cargo su Roosevelt Avenue, a Filipinotown. La scatola aveva le dimensioni di un piccolo frigo e Emma trascorreva alcune settimane a riempirlo con caffè, carne in scatola, tavolette di cioccolato...  Leggi >