Speciale Polonia / Marx calato dal piedistallo. Una intervista a Krzysztof Bednarski

Maria Teresa Carbone

Al museo di arte contemporanea MOCAK di Cracovia è attualmente in corso una retrospettiva, Karl Marx vs Moby Dick, dedicata all'opera dell'artista polacco Krzysztof M. Bednarski e curata da Achille Bonito Oliva, Maria Anna Potocka e Martyna Sobczyk. Molto famoso in Polonia, dove è stato prima del crollo del muro di Berlino una delle icone dell’arte antisistema, ma noto anche in Italia, il paese dove ha scelto di vivere diversi anni fa, Bednarski ha collaborato a lungo con il Teatro Laboratorio di Jerzy Grotowski e ha tra l'altro firmato il

monumento per Federico Fellini a Rimini. Nel corso di una visita all'esposizione allestita al MOCAK gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il suo lavoro su Marx è cominciato negli anni Settanta - anzi, è stato il suo lavoro di diploma all'Accademia di belle arti di Varsavia. Qual è stata l'origine di questa scelta? Cosa voleva dire lavorare su un'icona come quella di Marx nella Polonia di quegli anni? In generale, può descriverci il clima artistico di quel periodo?

Più mi avvicinavo al diploma, più crescevano i miei dubbi sul senso del fare arte, intesa solo come un mezzo per guadagnare denaro senza guardare alle condizioni esterne del sistema in cui vivevamo. Pensavo che dopo il diploma sarebbe terminata la mia avventura con la scultura e non avrei affrontato ulteriormente la questione, perché non mi andava di realizzare monumenti per il potere. Oggi quasi nessuno si rende conto che, nel 1978, toccare l'argomento di Marx, e per di più nella tesi di diploma, è stata una grande provocazione che avrebbe potuto finire con l'espulsione dagli studi. Una parte integrante del mio diploma era una raccolta di fotografie di ritratti di Marx realizzati da altri artisti, che ho trattato come materiale di partenza. Ora sembra un compito semplice, perché abbiamo internet e un facile accesso alle informazioni. Allora è stato possibile solo avendo a che fare con i vari Comitati Centrali del Partito a Mosca e a Berlino, con la burocrazia dell'Accademia, con la censura delle lettere ...

Da allora sono passati quarant'anni e il contesto storico e l'atteggiamento nei confronti del personaggio di Marx sono completamente cambiati. In quel momento si era rianimato ed era come se si fosse liberato delle accuse di essere colpevole della catastrofe comunista. Non faccio giornalismo. Non dichiaro quello che penso sull'argomento. Ho attirato Marx nel flusso dell'arte e lo uso. Nel mio lavoro è sceso dal suo piedistallo, è diventato un segno vuoto. È quel che è successo anche con "il nostro Papa" (Wojtyla) ma su scala esponenziale. La moltiplicazione della sua immagine, spesso realizzata in una forma orribile, è diventata la negazione di ciò che ha predicato. La mia operazione su Marx è certamente più modesta. Mostra solo il meccanismo di svalutazione dell'immagine ufficiale.

La mostra allestita al Mocak di Cracovia si intitola Karol Marx vs Moby Dick. Perché vs (contro)? In che modo i due cicli vanno visti come antitetici? Quali sono - se ci sono - i legami che li uniscono? In entrambi i casi si tratta di cicli molto lunghi, che hanno abbracciato decine di anni. Come si sono evoluti nel tempo?

 In effetti questa è una mostra bipolare. Questi due temi hanno dominato il mio lavoro e si sono sviluppati in parallelo, dando origine a diverse centinaia di opere. Nella mostra ne ho esposte soltanto poco più di duecento. Per dirla semplicemente: Moby Dick si occupa della sfera metafisica, di ciò che è irrazionale nell'uomo. Evoca domande elementari su Dio, il senso della nostra esistenza, la nostra insignificanza nell'universo, le ossessioni su ciò che sfugge alla conoscenza. Marx, dall'altra parte, rappresenta il mondo materiale, il nostro coinvolgimento nella Storia. È al centro di opere ambivalenti, ambigue. Marx e Moby Dick sono i due lati dello specchio.

Ho già detto addio diverse volte a Marx. Ma quando il mio lavoro in Polonia ha perso il suo terreno politico, improvvisamente guadagnandolo altrove, Marx è tornato in vita saturo di nuovi contenuti. In Italia ha avuto un'accoglienza completamente diversa rispetto alla Polonia. L'ho realizzato con resine colorate a Roma nelle vetrine del negozio Fendissime, organizzandone la vendita in saldo. Facendolo diventare una merce.

Al contrario, in Ucraina è tornato a riferimenti drammatici quando l'ho esposto a Kiev, insieme alle mie altre sculture politiche, meno di un mese prima degli eventi di Majdan. Ero arrivato al momento giusto, cioè il momento in cui il messaggio viene amplificato dalle circostanze. Moby Dick, anche se si evolve nel tempo, funziona al di fuori del contesto politico. I riferimenti archetipici sono per lui più importanti.

Lei ha viaggiato molto e in particolare ha lavorato a lungo in Italia. Ci sono stati incontri che hanno avuto un'influenza determinante sul suo lavoro? 

 Quando ho deciso di vivere a Roma, sono stato fortunato nell'incontrare persone meravigliose e straordinarie che mi hanno aiutato ad adattarmi a una  realtà per me nuova. Mario Schifano, che ha generosamente acquistato le mie sculture e pubblicato nel 1991 la mia prima monografia, Ritratto Totale di Karl Marx, in cui scrisse per la prima volta su di me Achille Bonito Oliva. Da quel momento, ABO mi ha ancora dedicato molti testi ed è stato più volte curatore delle mie mostre. Tonino Guerra è stato un altro bel rapporto, su sua iniziativa nel 1994 ho progettato il monumento "Incontro con Federico Fellini" a Rimini. E ancora il grande collezionista Giorgio Franchetti, che è stato un supporto importante per me nel corso degli anni. Daniel Spoerri, che mi ha voluto come primo titolare della borsa di studio da lui istituita nella sua fondazione toscana. Il giornalista Gigi Melega, con cui ho spesso giocato a scacchi e bevuto del buon vino, una persona davvero speciale ... la lista è lunga, alcuni di loro se ne sono andati da tempo, ma li ricorderò per sempre. In cima alla lista resta sempre però Jerzy Grotowski, con cui avevo lavorato in Polonia negli anni '70-'80, e che ho continuato a frequentare anche in Italia, dove lui ha trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita. In anni recenti ho incontrato, e in alcuni casi coinvolto in collaborazioni,  artisti come Silvio Orlando, che ha prestato la sua voce a una mia installazione per la mostra dedicata a Dante del PAN a Napoli, Nanni Moretti, Giancarlo De Cataldo che ha voluto omaggiare me e una mia scultura (Marx Profeta) inserendoci nel suo romanzo La notte di Roma,  la bravissima Lina Sastri, che è stata mia partner nel film mockumentary My Italy del 2017, dedicato a quattro artisti internazionali che vivono a Roma, infine anche Pippo Delbono, col quale c'è da tempo un feeling che prima o poi sfocerà, spero, in una collaborazione.

Contro l’autonomia differenziata, per un nuovo federalismo. Intervista a Gianfranco Viesti

Daniele Balicco, Maria Teresa Carbone, Giuliano Laccetti

Gianfranco Viesti è stato uno dei principali animatori della battaglia contro “la secessione dei ricchi”, espressione per altro coniata da lui stesso (G.Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019). Dopo gli interventi di Daniele Balicco e di Giuliano Laccetti, la redazione ha deciso di intervistare il professor Viesti, per capire cosa potrà succedere, su questo tema, nei prossimi mesi; e se è possibile ragionare su una riforma dello Stato portata all’altezza del presente. Ci pare di particolare interesse la parte propositiva del suo discorso: anzitutto un non banale “avviso di tagliando” per le Regioni a Statuto speciale, che dopo 70 anni di Repubblica non hanno forse più ragione d’essere; un opportuno “warning” all’ipotesi di macroregioni per superare i limiti dell’attuale regionalismo; infine, l’ipotesi di costituire nuove realtà inter-provinciali per realizzare un assetto amministrativo nuovo, più aderente ai territori, soprattutto nella gestione di servizi e interessi comuni.

Anche se la discussione interna al governo sembra momentaneamente stoppata, sembra difficile che la Lega accetti di trattare al ribasso sull’autonomia differenziata. Esistono, secondo lei, possibilità reali che questo progetto venga bloccato? Quali forze istituzionali potrebbero opporsi?


Le sorti del progetto dell’autonomia differenziata sono molto difficili da prevedere; dipenderanno dal percorso parlamentare che si farà, dalla decisione o meno di stabilire prima i Livelli Essenziali delle Prestazioni. É comunque immaginabile che la Lega continuerà ad insistere il più possibile per portare a casa, almeno in parte, i risultati a cui ambisce. Anche se raggiunti solo parzialmente, essi potrebbero essere molto gravi, sia per le sorti complessive del Paese, sia in particolare per quelle del Sud. Le forze che più potrebbero opporsi a questo processo sono il mondo della scuola, compatto nel contrastare la regionalizzazione dell’istruzione scolastica; e il mondo della sanità: i medici, e le
altre professioni sanitarie, sono anch’essi molto contrari a queste ipotesi di regionalizzazione. La spinta maggiore potrà venire poi da gruppi e da associazioni sul territorio, molto più che dai partiti politici che, sull’argomento, sono spaccati al proprio interno.

L’unica forza sociale che si è espressa chiaramente contro l’autonomia differenziata è il sindacato. Come spiega la trasversalità dell’appoggio a questo progetto? Quali sono le ragioni profonde? 

L’appoggio a questo progetto dipende da un insieme di circostanze: la forza compatta della Lega e delle forze economico-sociali ad essa vicina, soprattutto in Veneto, e in parte in Lombardia; la scelta dell’attuale giunta regionale dell’Emilia-Romagna di affiancarsi a quel processo, anche se a partire da posizioni diverse, sostanzialmente favorendolo. Le ragioni profonde di questa iniziativa, però, sono nella crisi del Paese, nelle sue difficoltà di finanza pubblica, e nella scelta di una parte delle classi dirigenti di concentrare sui propri territori le forze e le risorse disponibili. Una scelta a mio avviso autolesionista anche per loro, ma comprensibile in un’ottica egoistica di brevissimo periodo. 

Nel caso in cui questo progetto secessionista fallisse, in che modo, secondo lei, si dovrebbe riaprire, nel paese, una discussione politica capace di disegnare un processo serio di riassetto federale dello Stato? Con quali soggetti sociali e politici? 

Certamente bisogna ridiscutere gli assetti dei poteri nel nostro Paese, per così dire fare un tagliando al regionalismo, ma anche all’abolizione delle Province e all’istituzione delle Città Metropolitane, che sono state un grande problema, realizzate in questi ultimi anni. Si può, si deve realizzare un equilibrio migliore fra il governo centrale, a cui vanno riservate forti competenze di cornice e di impostazione generale e di definizione di standard e livelli di servizi, e quelli regionali. All’interno delle Regioni, tuttavia, va guardato con grande attenzione il tema delle città e soprattutto quello delle grandi città che hanno bisogno di competenze e di risorse, attualmente a livello regionale, ben maggiori di quelle di cui dispongono. C’è il tema, scottante ma decisivo, delle Regioni a statuto speciale, che certamente non meritano più il trattamento di favore che esse attualmente ricevono; e c’è il tema del livello ottimale di pianificazione socio-economica.  Le 19 regioni e 2 province autonome che abbiamo oggi non sono certamente ottimali e quindi si dovrebbe aprire una grande discussione su come riformulare anche i confini delle regioni

Sento molti a favore di macroregioni; forse, invece, si potrebbe puntare su territori relativamente più limitati però uniti fra loro nella gestione di grandi servizi.

L’impostura dell’immediatezza

Paul Virilio

"L'immediatezza è un'impostura”, scriveva il teologo Dietrich Bonhoeffer. Di questa impostura possiamo misurare gli effetti perversi osservando che ciò che è comune viene oggi messo in discredito dall'immediatezza di ciò che non è comune. Quando un utente della citizen band spiega per esempio che la sua ricetrasmittente gli permette di parlare “di preferenza con gente che non conosce”, di entrare in comunicazione “al di fuori della sua cerchia di affinità geografiche”, significa che quello che non c'è prevale di gran lunga su quanto è presente... In fondo, quella che è stata definita “la pressione dell'audiovisivo”, altro non è che l'espressione del declino dell'unità di vicinanza, e attraverso di esso, della prossima decadenza delle politiche territoriali. Da ciò deriva l'insidioso discredito gettato, da più di vent'anni, sull'estensività geopolitica a vantaggio di una intensità transpolitica insospettata, declino dello Stato di diritto, deregulation accelerata dei diversi sistemi di governo che portano, in questo stesso momento e nonostante l'illusione dei mercati internazionali, all'inversione del principio aggregativo, federativo, dissociazione propizia, raffigurazione di un illusorio decentramento che è solo il prolungamento della decolonizzazione liberale. Questo porta all'infinita serie di “divorzi” operati in nome delle libertà, fra i sessi, le generazioni, le etnie e i gruppi sociali, fino alle più vaste entità comunitari e nazionali, a vantaggio di un'amministrazione o meglio di un impero del tempo proprio di cui l'evoluzione della produzione industriale consente già di valutare la natura, con la precarietà dello statuto del personale temporaneo, costretto al tempo stesso alla disoccupazione congiunturale e agli orari intensivi, senza nessun rapporto con i cicli fisiologici e con i ritmi culturali, dato che si è parlato addirittura di sopprimere il giorno libero domenicale al fine di realizzare la pianificazione di un tempo continuo che starebbe all'intensità transpolitica come l'estensione coloniale e feudale stava ieri alla geopolitica.

La riconversione industriale illustra quindi alla perfezione questo fenomeno di disseminazione panica in cui la maggiore concentrazione del potere implica al contrario il decentramento geografico e transnazionale delle imprese, l'anarchia economica e sociale più grande che si possa immaginare.

Si può così capire meglio la sottile trasformazione delle procedure di liberazione che porta oggi popolazioni intere a diventare non solo lavoratori e migranti costretti alla deportazione industriale, proletari interinali, disoccupati di un lockout programmati in anticipo, ma anche e sempre più spesso, rifugiati, esiliati nel loro stesso paese, nemici o meglio minaccia interna, per un potere senza nessuna esteriorità in cui gli assenti hanno fatalmente ragione.

(da L’orizzonte negativo, traduzione di Maria Teresa Carbone, Costa & Nolan 1986, pp. 174-175)

Mosca incatenata e scatenata

Maria Teresa Carbone

In un mondo senza evasione possibile, non resta che battersi per un’evasione impossibile”: la frase (di Victor Serge, autore delle bellissime Memorie di un rivoluzionario meritoriamente ripubblicate lo scorso anno da e/o) viene citata da Valentina Parisi nell’introduzione al suo Guida alla Mosca ribelle come una sorta di motto ideale per la capitale russa, da secoli oscillante in un pendolo che vede potere e rivolta coesistere, perfino coincidere, secondo modi e regole spesso poco intelligibili agli occhi di un forestiero.

Durante il mio primo soggiorno a Mosca, nel 1981 (Brežnev sarebbe morto l’anno dopo, era cominciato il decennio che avrebbe portato alla dissoluzione dell’Urss, ma pochissimi allora lo prevedevano, e certo non io), mi è capitato di continuo di imbattermi in questa lotta per una “evasione impossibile”, anche se allora non me ne rendevo conto, né i diretti interessati l’avrebbero vista in questi termini. Poteva essere la dežurnaja, l’occhiuta guardiana del piano dell’albergo dove alloggiavo, nel centro della città, che forse (anzi molto probabilmente) faceva quotidiani rapporti al Kgb e tuttavia setacciava le valigie dei clienti stranieri in cerca di oggetti da acquistare (per sé? per altri?), innamorandosi infine di un paio di occhiali da vista dalla montatura color avorio per i quali sarebbe stata disposta a spendere l’equivalente di tre suoi stipendi; poteva essere l’addetto alla biglietteria del cimitero di Novodevici, che dopo avermi negato l’accesso alla sezione dove si trovavano le tombe più recenti (“solo chi ha parenti sepolti qui può entrare”), mi aveva richiamato da un’altra finestrella e per una cifra irrisoria aveva aperto il cancello, consentendomi così di vedere la tomba di Chruščëv coperta di fiori; poteva essere l’insegnante di russo che a suo rischio e pericolo aveva organizzato per noi allievi occidentali una vietatissima gita fuori Mosca perché diceva – e aveva ragione – che è impossibile capire la Russia se non se ne conoscono che le città.

Né le cose sono cambiate in seguito – e anche oggi, nell’era putiniana, consenso e dissenso (com’era stato – ovviamente in tutt’altro contesto – ai tempi di Stalin) non sono due polarità che si escludono a vicenda, ma un impasto inestricabile che rende l’evasione ancora più impossibile. Di tutto questo la città, Mosca, è stata e continua a essere, espressione fisica: nei suoi edifici, nelle sue strade, nel suo movimento che non ha uguali in nessuna città italiana (e in Europa, forse, solamente a Londra), nel suo attaccamento feroce alla tradizione che coesiste con una furia di demolizioni e ricostruzioni dalla quale nessun luogo è risparmiato.

Tra le molte vicende passate e contemporanee, che nel suo libro Valentina Parisi ripercorre con grande cura e altrettanta passione, forse la più emblematica è quella della monumentale cattedrale del Cristo Salvatore, edificata tra il 1839 e il 1883 a spese di un antico monastero e rasa al suolo nel 1931 per lasciare spazio a un edificio, il Palazzo dei Soviet, destinato a essere il più alto al mondo e mai costruito: un “ologramma ideologico”, lo definisce Parisi, che per una “paradossale inversione semantica” si appiattì al suolo, trasformandosi in una enorme piscina all’aperto. Poi, nel 2000, la chiesa è letteralmente risorta, più o meno com’era e dov’era e, ridiventata ingombrante simbolo del potere, ha ospitato diverse azioni di protesta, fra cui una, molto clamorosa e subito repressa, delle Pussy Riots.

Guida perfettamente aderente al suo ruolo (è evidente, leggendo il libro, che l’autrice ha rivisitato ognuno dei luoghi segnalati, ricontrollandone lo stato attuale), la Mosca ribelle di Valentina Parisi è al tempo stesso un testo di storia rigoroso e avvincente, che va su e giù nel tempo, tratteggiando qua e là piccole figure indimenticabili (come il decabrista Svistunov, mai pentito delle sue idee, pur essendo stato costretto a vivere molti anni in Siberia, e che però, molto ricco e amante della moda, “nonostante le distanze, ordinava a Parigi gli abiti per sé e la moglie anche dal confino”), e un manuale di letteratura e di approfondimento della cultura russa, essendo quasi ogni luogo descritto corredato da un consiglio di lettura o di visione o di ascolto. Un libro che si presta ad accompagnare un viaggio e a essere letto in poltrona – e nell’uno e nell’altro caso, non si potrà non convenire con Gian Piero Piretto, che firma la colta e spiritosa prefazione: “Quante Mosche!”.

Valentina Parisi

Guida alla Mosca ribelle

prefazione di Gian Piero Piretto

Voland

pp. 323 euro 20

Guida alla Mosca ribelle di Valentina Parisi verrà presentato al Palazzo Ducale di Genova (Sala Liguria) sabato 29 settembre alle 12 nell’ambito di Book Pride. Con l’autrice dialoga Maria Teresa Carbone

Semaforo # 1 – gennaio 2018

Astrologia

Secondo i dati raccolti dall'American Psychological Association dal 2014, i millennial sono la generazione più stressata, e anche la generazione più probabilmente pronta ad affermare che il suo stress è aumentato nell'ultimo anno dal 2010. (...) E gli americani nel loro complesso hanno visto aumentare lo stress a causa del tumulto politico dopo le elezioni presidenziali del 2016. L'edizione 2017 del sondaggio dell'APA ha rilevato che il 63% degli americani ha dichiarato di essere significativamente stressato per il futuro del proprio paese. Il 56% delle persone ha affermato che leggere le notizie li stressa, e i millennial e gli esponenti della Generation X sono stati significativamente più propensi degli anziani a dirlo. Ultimamente queste notizie riguardano spesso lotte intestine politiche, cambiamenti climatici, crisi globali e la minaccia della guerra nucleare. Se lo stress rende l'astrologia più attraente, non sorprende che un numero sempre maggiore di persone ne sia attratto.

Julie Beck, The New Age of Astrology, The Atlantic, 16 gennaio 2018


Depressione

Nella dichiarazione ufficiale per la Giornata mondiale della salute nel 2017, le Nazioni Unite hanno preso in esame gli studi più autorevoli e hanno concluso che "la narrativa biomedica dominante della depressione" si basa su "un uso distorto e selettivo dei risultati della ricerca" che "va abbandonato". Dobbiamo passare dall'attenzione verso gli “squilibri chimici”, così è scritto, all'attenzione verso gli "squilibri di potere". (...) Se siete depressi e ansiosi, non siete macchine con parti mal funzionanti. Siete esseri umani con bisogni insoddisfatti. L'unica vera via d'uscita dalla nostra epidemia di disperazione è che tutti noi, insieme, iniziamo a soddisfare quei bisogni umani – per una connessione profonda, verso le cose che contano veramente nella vita.

Johann Hari, Is everything you think you know about depression wrong?, The Observer, 7 gennaio 2018

Signori della guerra

Tancítaro è, per noi, il microcosmo di un problema che si sta manifestando oggi in gran parte del mondo, causando molte delle sue peggiori crisi: sacche di signori della guerra all'interno di uno stato funzionale. Questi signori della guerra aiutano lo stato fornendo stabilità locale, ma anche implicitamente contestano la sua autorità. Lo stato e il signore della guerra possono sviluppare un accordo che permetterà un giorno al signore della guerra di incorporare il proprio territorio nello stato. O, molto più comunemente, possono competere per il controllo, spesso portando alla violenza. Ciò apre lo spazio al crimine organizzato - le mafie che spesso hanno portata globale – e impedisce ai paesi di coalizzarsi in stati unificati.

The Interpreter (newsletter del New York Times), How Do You Build a State Up From Nothing?, 17 gennaio 2018

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone

Alfadomenica # 5 – dicembre 2017

Con un Alfadomenica di dimensioni monstre si chiude il 2017 e, come vi abbiamo annunciato la scorsa settimana, si apre un nuovo ciclo per Alfabeta. Nel 2018, infatti, la rivista riprenderà a uscire su carta, sotto forma di trimestrale monografico. Il primo numero, in uscita a primavera, sarà dedicato al Sessantotto, mentre il secondo e il terzo avranno rispettivamente come tema Femminismo e gender e Trasformazioni dell'industria culturale; in chiusura, l'Almanacco 2019. Una decisione che, come abbiamo scritto, è anche il frutto dei risultati dell'associazione Alfabeta, che ha raccolto alcune centinaia di adesioni. Per questo, ai soci che rinnoveranno l'iscrizione e a quelli che si iscriveranno per la prima volta riserviamo, insieme a una copia dell'Almanacco 2018, il primo numero della nuovissima Alfabeta. La quota associativa rimane invariata: 25 euro (18 euro per studenti e insegnanti). I soci sostenitori (quota: 100 euro) riceveranno invece, oltre all'Almanacco 2018, i quattro numeri del trimestrale. Per tutti si conferma l'accesso esclusivo al Cantiere di Alfabeta, che in questi giorni ospita una nuova discussione sullo ius soli. Quanto al sito, a partire da domani, l'alfapiù quotidiano sarà sostituito da un alfasettimanale che ogni domenica, a turno, tratterà di libri, di musica e spettacolo, di arte, di cinema. A questo si affiancheranno  interventi puntuali sulle più importanti questioni di attualità.

A tutti, lettrici e lettori, i nostri auguri per il nuovo anno!

La redazione di Alfabeta

Ed ecco il sommario di oggi:

  • Patricia Peterle e Elena Santi, Cinque voci dal contemporaneo # 5 / Valerio Magrelli (con una nota di Andrea Cortellessa su Guida allo smarrimento dei perplessi): L’attività poetica, questo “fare” per antonomasia, rappresenta una forma di resistenza linguistica contro ogni preteso uso “innocente” del linguaggio. Pertanto, chi si ostina a comporre versi, dovrà cercare di rendere alla parola la lucentezza del conio che le viene quotidianamente offuscata. La poesia esige dunque un approccio reattivo, capace di sottrarre i materiali verbali alla mercificazione quotidiana. È appunto questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. È appunto questo a spiegare perché, come l'Araba Fenice, essa rinasca dalle sue stesse ceneri, ed abbia per culla la fiamma. Altrimenti detto, ricorrendo a un’immagine assai meno sublime, più il linguaggio si deteriora, maggiore è la necessità della sua manutenzione poetica. E di manutenzione, oggi, c’è assai bisogno. - Leggi:>
  • Arianna Agudo, Happy New Ear: Nell’incipit del suo l’Arte del romanzo Milan Kundera, rifacendosi alla celebre conferenza che Edmund Husserl tenne nel 1935 a proposito della crisi dell’umanità europea, individuava i germogli di questa crisi nell’incalzante tendenza alla formazione di discipline specializzate, alla divisione categoriale del mondo in tante verità relative che ne frantumano e dissolvono l’unità fino a condurre l’uomo moderno all’«oblio dell’essere». Secondo Kundera è proprio il romanzo moderno a porsi per primo come ricettore e ricettacolo di questa realtà frammentata grazie alla sua capacità di accettare la relatività, parzialità e ambiguità del mondo e a possedere «come sola certezza la saggezza dell’incertezza». A questa tendenza alla specializzazione, che oggi risulta quanto mai acuita, l’arte contemporanea sembra aver risposto attraverso i tanti tentativi di erosione dei confini tra le arti, la loro commistione e contaminazione reciproca. - Leggi:>
  • Carlo Branzaglia, Anche la grafica fa storie. Una visione autoriale sul graphic designA molti anni dall’uscita del seminale, è il caso di dirlo, Storia del Graphic Design di Maurizio Vita e Daniele Baroni, edito nel 2003 da Laterza, compare in libreria un altro corposo volume in cui la storia si incrocia con la grafica. Ma già dal titolo è evidente che l’intenzione dell’autore non è quella di costruire una storiografia precisa, per quanto la sequenza di saggi e schede segua inflessibilmente un ordinamento di stampo cronologico. Il racconto della grafica di Andrea Rauch, edito da Casa Usher (sottotitolo Storie e immagini del graphic design italiano e internazionale dal 1890 ad oggi) segnala infatti la volontà di raccontare delle storie e di parlare di grafica più che di design. - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Gualtiero immaginario: Un menu : Le Dîner de l’Apocalypse chez Marchesi. Cena dell’Apocalisse da Marchesi, Milano, 21 Marzo 1979. Lo ritrovo ne La mia grande cucina italiana (Rizzoli, 1980). Scorro il menu, dietro l’ultima pagina della copertina, e leggo e traduco : I fiori del Male saltati e bagnati di neghentropia, e sotto Implosione di rombo semiologico alla maniera di Umberto Eco, e sono preso dall’idea fissa che la nuova cucina è stata, è immaginazione. Le ricette vengono prima o dopo questi fiori del male e dopo il rombo semiologico, e non esauriscono una ricerca fatta di intuizioni, accostamenti, plagi, parole e giochi di parole e mani da prestigiatore, da cuoco. Gualtiero Marchesi, una voce posata, cauta ed amichevole, un volto tranquillo, lo ricordo così, con esternazioni culinarie impossibili, il risotto con la foglia d’oro, e una giusta distanza da me, da chi cuoco non è, e dovrebbe ascoltare in silenzio. - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Alfabetadue à la carte: Ci siamo lasciati la vigilia di Natale con un anagramma molto riuscito e tempestivo di Sandra Muzzolini: Regalo di Natale = Donate allegria. E intanto si è fatta la fine dellanno e linizio di una nuova fase di Alfabeta2, che dal 2018 uscirà come trimestrale su carta e come settimanale, sempre la domenica, online. Alfabetadue, con le sue undici lettere, si presta  a  rivolgimenti di vario genere. Sincretistico: LAde fu beata; Fiabesco: Baule da fate; Cinefilo: Daube fatale.  - Leggi:>
  • Semaforo: Algoritmo - Coscienza - Fundraising - Offline - Tempo. Leggi:>

Semaforo # 5 – dicembre 2017

Algoritmo

Dobbiamo molto al dotto studioso persiano del IX secolo Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi. Secoli dopo la sua morte, le opere di al-Khwarizmi hanno introdotto in Europa i decimali e l'algebra, ponendo alcune delle basi per l'attuale era tecnocentrica. La versione latinizzata del suo nome è diventata una parola comune: algoritmo – una parola che nel 2017 ha assunto sfumature sinistre. (…) Questo è un cambiamento notevole rispetto a pochi anni fa, quando "algoritmo" significava principalmente modernità e intelligenza, grazie al successo strepitoso di aziende come Google, fondata su un algoritmo per classificare le pagine web. Quest'anno, la crescente preoccupazione per il potere delle aziende tecnologiche ha conferito all'eponimo di al-Khwarizmi una nuova aura negativa. (…) Tuttavia, la pressione esercitata su Facebook e su altre aziende a volte rappresenta una trappola, per cui gli algoritmi diventano il capro espiatorio dei fallimenti umani e aziendali. Alcune critiche sottintendono, o addirittura affermano, che gli algoritmi hanno una sorta di autonomia. Questo è un errore, perché permettere agli algoritmi di diventare il "mostro di Frankenstein" può distogliere l'attenzione dalle responsabilità, dalle strategie e dalle scelte delle aziende che le fabbricano.

Tom Simonite, 2017 Was The Year We Fell Out of Love with Algorithms, Wired, 26 dicembre 2017

Coscienza
Gli studiosi non sanno se si possono progettare macchine auto-organizzanti e adattative sofisticate come il cervello umano. Non abbiamo una teoria matematica del calcolo per sistemi di questo tipo. Forse è vero che solo le macchine biologiche possono essere sufficientemente creative e flessibili. Ma questo suggerisce che si dovrebbe cominciare (o che comunque si comincerà) a lavorare su nuove strutture biologiche che sono, o potrebbero diventare, consapevoli.

Subhash Kak, Could Humanity Actually Create A Self-Aware Machine?, Pacific Standard, 29 dicembre 2017

Fundraising
Francamente, noi che ci occupiamo di fundraising sappiamo che le uniche persone più difficili da gestire rispetto ai donatori esigenti sono le celebrità esigenti. E quando hai a che fare con entrambi, la vita è semplicemente un inferno. Abbiamo celebrità che chiedono un biglietto aereo di prima classe per sé e il loro entourage, 10.000 dollari di parrucchiere e trucco, e poi si rifiutano di sedersi a tavola con il presidente del comitato. Questo ancora si può gestire. Ma peggio di tutto, abbiamo donatori che reclamano tutti i posti migliori, vogliono totale esclusività e insistono che tutte le celebrità si siedano al loro tavolo. La verità è che al momento del servizio tutti pensano di essere celebrità.

Karen Brooks Hopkins, 'Tis the Season: The 10 Most Excruciating Parts of Fundraising, Inside Philanthropy, 20 dicembre 2017

Offline

Il più grande cambiamento a cui assisteremo è che gran parte del monitoraggio e della sperimentazione abitualmente associato ai comportamenti online si applicherà sempre più ai comportamenti offline. In altri termini, molti ricercatori sono oggi consapevoli che tutti i nostri movimenti online sono tracciati e soggetti a sperimentazione. Ad esempio, quando si visita Amazon, il comportamento di navigazione viene registrato e analizzato e si conducono esperimenti per migliorare la misurazione delle transazioni. Tuttavia, sempre di più queste stesse cose accadranno con il nostro comportamento offline a causa della cosiddetta connettività ubiqua e dell'internet delle cose. Ad esempio, i negozi fisici investono sempre più in sistemi analoghi di raccolta e sperimentazione di dati.

Matthew Salganik, autore di Bit by Bit: Social Research in the Digital Age (Princeton University Press), intervistato da Lindsay Mc Kenzie, ‘Bit by Bit’, Inside Higher Ed, 22 dicembre 2017

Tempo

Per me, come storico, la scoperta più affascinante è stata che il concetto tradizionale di tempo dei Maori era completamente diverso dal nostro. Gli europei tendono a immaginarsi come se stessero nel presente e guardassero avanti verso un futuro indistinto, con il passato alle spalle. Ma i Maori adottavano la posizione mentale opposta. Stavano in piedi, per così dire, con la faccia rivolta al passato, osservando le azioni degli dei e degli antenati mentre voltavano freddamente le spalle a ciò che doveva ancora venire. Il loro vocabolario riflette questa posizione. Il passato è ngaa raa o mua, 'i giorni davanti', mentre il futuro è kei muri, 'cosa c'è dietro'. Come ha detto un antropologo, i Maori "camminavano all'indietro nel futuro". Il loro sguardo era fisso sul passato. E l'idea di progresso era assente”.

Norman Davies, autore di Beneath Another Sky: A Global Journey into History (Allen Lane), citato da John Gray in Beneath Another Sky: a historian’s revisionist, global take on migration and identity, New Statesman, 20 dicembre 2017

Il Semaforo di Alfabeta è a cura di Maria Teresa Carbone