Ngugi, sguardi attraverso le crepe del colonialismo

Foto di gruppo alla Alliance High School (Ngugi è il secondo da destra nella prima fila in piedi)

Enrico Terrinoni

Finché gli uomini avranno respiro, e gli occhi vista, / vivranno questi versi, e ti daranno vita... Con i sonetti Kariuki dava prova dell’immortalità delle creazioni letterarie: nel 1956 in un’aula del Kenya leggevamo parole scritte da qualche parte a Stratford-upon-Avon o per le strade di Londra da un Bardo morto nel 1616”. Kariuki era uno degli insegnanti indigeni alla scuola britannica Alliance, in Kenya, frequentata da Ngu˜gı˜ wa Thiong’o negli anni dell’adolescenza. Il suo ricordo, nel memoir Nella casa dell’interprete appena uscito per Jaca Book nella musicale traduzione di Maria Teresa Carbone, è tra i più dolci e delicati: “Sebbene insegnasse tennis e letteratura, la sua vera passione era la musica. Non rientrava nel programma, ma sostenendo che la musica era la porta d’accesso alla letteratura, e in particolare alla poesia, appena poteva ci faceva ascoltare classici europei, Beethoven, Mozart e Bach”.

Avere un insegnante con una visione slegata dal meccanicismo del rapporto docente-discente e capace invece di invadere altre sfere, di aprire portali inaspettati, è una vera fortuna. Tutti i grandi scrittori, poeti e intellettuali hanno avuto grandi maestri, buoni o cattivi che fossero. La grandezza di una mente si giudica dal suo non avere confini, non dal suo attenersi agli schemi. Ma alcuni, tra i grandi maestri, restano innominati, e la loro esistenza è consegnata all’ombra. Non nel caso di Thiong’o, che scrive questo suo ulteriore libro di reminiscenze puntando tutto, e sin dall’inizio, sul ruolo fondamentale dell’istruzione.

Un’istruzione di tipo coloniale, prevalentemente imitativo, è vero, ma attraverso le cui crepe è possibile scorgere la luce, come spiega Leonard Cohen; e individuarne le crepe significa esser capaci di decostruire un sistema fino al punto di riuscire a vederne anche il bene: “I testi inglesi erano il canone e l’Europa rappresentava il punto di riferimento culturale. Ma Kariuki… introdusse un elemento giocoso nello studio della letteratura”. Il gioco della letteratura, che questo insegnante lungimirante e sognatore intravede nella partita a scacchi delle parole, ha aiutato a vivere, e non solo a sopravvivere, il futuro scrittore il quale sperimentò nell’intimo un dissidio tra il sistema in cui venne mandato ad apprendere, la realtà familiare rimasta nel villaggio, e quella de fratello, che quel sistema combatteva nascosto tra le montagne assieme ai compagni dei Mau Mau.

La causa rivoluzionaria affiora non solo nei ricordi che Thiong’o ha del fratello, ma appare un bordone continuo nelle sue riflessioni, colorandone ogni considerazione, persino la sua peculiare resistenza che non è acquiescenza nei confronti del nemico, ma al contrario, una forma alternativa, e assai efficace, di contrastarlo.

Il dissidio personale che innerva il testo consente di comporre sì una autobiografia ma anche il ritratto di una nazione attraverso un contesto coloniale. Contesto un cui l’istruzione gioca un ruolo di primo piano. Qualcosa di simile è accaduto in una colonia distinta e distante, l’ultima colonia d’Europa è stata chiamata, l’Irlanda del Nord, dove la parificazione a livello scolastico tra le due maggiori comunità negli anni settanta. Questa andò a sfidare una vera e propria educational apartheid, e fu uno dei motivi principali che innescarono un processo di pace ancora non concluso, ma che prese le mosse proprio dallo sviluppo di capacità e competenze politiche e culturali (e non solo militari) da parte di una fascia di popolazione a cui tante opportunità da quel punto di vista venivano sistematicamente negate.

Nel libro di Thiong’o tutto giocato all’interno di dinamiche ancora molto legate a una colonizzazione assai repressiva, in grado tuttavia di lasciare qualche minimo spazio alla non assimilazione. Quando un altro insegnante, stavolta non indigeno ma britannico, Carey Francis, elogia l’operato di Churchill perché “aveva mobilitato il mondo per sconfiggere Hitler”, l’alunno Thiong’o è in grado di ascoltare quelle parole non solo con il beneficio del dubbio, ma, grazie ancora una volta al ricordo di un maestro andato, con la forza della critica interiore che poi prenderà corpo e forma nelle sue opere: “Le parole di Churchill giungevano con una tale forza di convinzione che era facile farsi trascinare dalle sue asserzioni, ma dentro di me risuonava sempre il richiamo alla cautela di Ngandi, l’amato mentore dei primi anni, che di Churchill aveva tracciato un quadro ben diverso, come di un combattente per la conservazione dell’impero. Ngandi aveva denunciato l’ingratitudine di Churchill per avere consentito al governatore Baring di dichiarare lo stato di emergenza in Kenya e avere mandato truppe britanniche per reprimere gli stessi kenioti che lo avevano aiutato a combattere Hitler e adesso volevano la libertà. Erano stati i conservatori di Churchill a riprodurre in Kenya i campi di concentramento di Hitler. Ngandi poteva essere uscito dalla mia vita, ma il suo modo di guardare il mondo e di mettere in dubbio la correttezza assertiva dell’autorità era rimasto vivo in me. Non avevo bisogno della sua presenza per aggiungere all’elenco delle malvagità imperiali la creazione dei villaggi di concentramento in tutto il Kenya centrale, visto che da uno di loro ero appena tornato. A causa di Churchill avevo perso casa mia”.

Queste parole richiamano un altro sorprendente parallelo con la lontana Irlanda, ovvero la discrasia tra la percezione di Oliver Cromwell quale un repubblicano amante della libertà in Inghilterra, e, guidato dalla furia dell’ odio religioso, come un sanguinario e spietato conquistatore in Irlanda (si veda l’eccidio di Drogheda tra i tanti).

Nel contesto delle colonizzazioni europee il ruolo della religione è fondamentale, e nel libro viene affrontato secondo percorsi per nulla scontati, legati alla letteratura. È nota, infatti, l’influenza di una famosa traduzione biblica sulla letteratura inglese, ossia quella commissionata da King James. L’autore-protagonista, nel testo, impara ad apprezzarne la lucida prosa, il ritmo pacato, l’assenza di verbosità, e dopo aver appreso la lezione (un po’ come si fa talvolta in classe quando, per insegnare i ragazzi a scrivere una tesi di laurea, li si incoraggia a studiare la limpida prosa del giornalismo di qualità), la gira a un suo compagno. Questi, amante della scrittura egli stesso, gli aveva sottoposto un manoscritto in cui però si eccedeva in espressioni mirabolanti e pompose: “Mandami altre pagine, risposi a Kenneth. Ma non usare paroloni. Rileggi la Bibbia e osserva come usa la lingua. Stavo per scrivere che Gesù parlava in un inglese semplice, ma mi trattenni”. Qualcosa di simile è da credere accada in certe zone dall’altra parte dell’Atlantico, in cui Jesus non è solo biondo, alto, e bianco, ma parla anche un ottimo inglese con accento americano.

La colonizzazione britannica del Kenya fu improntata a un inevitabile eurocentrismo che permeò poi i contenuti stessi dell’insegnamento: “Questa tendenza a fare dell’Europa il punto di riferimento per l’esperienza umana era acuita dal contenuto e dall’approccio anche di altre materie. In geografia il paesaggio europeo, le montagne, i fiumi e i siti industriali erano le forme primarie a cui le versioni africane, naturalmente secondarie, si potevano solo porre in contrasto…. A lezione di storia, viaggiavamo nell’Inghilterra del xvi e del xvii secolo, ammirando una galleria di baldanzosi eroi. Anche la storia africana era in larga parte la storia degli europei in Africa… Brillanti e capaci di evocare i drammi della storia, i nostri insegnanti, come quelli di altre scuole, seguivano un programma elaborato dalla commissione di esami di Cambridge”. A tutto ciò il protagonista non si ribella apertamente, ma sceglie la strada introspettiva del ragionamento, dell’elaborazione lenta, che tuttavia gli consente di aver sempre presenti i contrasti lampanti non solo della sua situazione, ma anche dello stato in cui versavano la sua famiglia e la sua comunità. Rimaste nel villaggio sono guardate a vista da check-point e dall’alto di Torri di Guardia che non sembrano troppo lontane da quelle che potevano vedersi a Belfast fino a una ventina di anni fa: “Di colpo, all’apparenza dal nulla, sentii un comando: alt. Dopo un silenzio surreale il ponte levatoio venne abbassato. Avevo lo stomaco chiuso mentre lo varcavo. Sotto il ponte c’era un fossato profondo, coperto di filo spinato e cosparso di aguzzi spunzoni di legno. Al cancello, armato dei documenti e della divisa scolastica, dichiarai lo scopo della mia venuta e venni fatto entrare… Ero in un campo militare, e la mia unica armatura era la divisa della Alliance che avevo addosso”.

L’adolescenza vissuta come un andirivieni tra la scuola prestigiosa e il villaggio militarizzato travasa poi nel racconto di una crescita culturale che culmina nell’ottenimento di un posto di lavoro proprio come insegnante. E nel momento va a compiersi la sua carriera, accade qualcosa di assai perturbante, kafkiano quasi, ma di cui non si darà conto in questa sede, che non deve concedere spoiler. Bastino a fornirne qualche barlume una manciata di frasi scelte qua e là dall’ultimo capitolo: “Non è solo l’incertezza di che cosa accadrà dopo”; “Sono in un limbo. L’assurdità della mia situazione aumenta”.

Nella casa dell’interprete è un libro che sa rivelare molto, anche nel senso di anteporre alla nostra visione ulteriori veli, ulteriori ombre, che però, come insegnava il Nolano, possono da un lato trascinarci nella tenebra, ma dall’altro anche proteggerci dalla luce. Perché la luce può illuminare, ma pure accecare; e questo, Thiong’o, in tutte le sue vicissitudini scolastiche, sembra averlo appreso assai bene.

Ngu˜gı˜ wa Thiong’o

Nella casa dell’interprete

traduzione di Maria Teresa Carbone

Jaca Book 2019

Alfabeto Balestrini

Maria Teresa Carbone

Premessa. Tra Alfabeta e Zooom, attraversando le 21 lettere tradizionali dell'alfabeto (e non 26, come suggerirebbe Andrea Cortellessa, co-destinatario di numerosi fra i messaggi che cito qui sotto), questo è il tentativo di riassumere gli oltre vent'anni di amicizia e di collaborazione con Nanni Balestrini, secondo il criterio – molto balestriniano – di non scrivere (quasi) niente, lasciando fare, in questo caso, tutto a lui. Per quanto Nanni mi manchi tantissimo, e di più mi mancherà in seguito, scorrendo fra le migliaia di email che ci siamo scambiati nel tempo, sono scoppiata a ridere parecchie volte. E questo, penso, non gli sarebbe dispiaciuto.

Alfabeta

siamo realisti, alfabeta non esiste perché non può esistere una rivista di cultura fatta in questo modo, senza una redazione che la costruisca, senza un gruppo compatto di collaboratori, magari giovani, che la discuta sulla base di un programma di idee, di politica culturale. È un blog appaltato a collaboratori casuali, alcuni analfabeti, agli amici grafomani. Può essere un servizio di informazione culturale, ma allora deve essere pagato. Per cui adesso continuiamo, con tanti sacrifici e buona volontà, a arrampicarci insoddisfatti su un inutile specchio. È un peccato smettere perché abbiamo una buona testata e un buon pubblico. Dovremmo cercare di inventare una soluzione innovativa da settembre, che adesso non riesco a immaginare... (email,16 luglio 2016)

Bocca (tapparsi la)

non ti chiedo di pensare come me, pensa quello che vuoi ma tienilo per te, fa parte del buon vivere e del rispetto verso una persona non sparlare dei suoi amici e dei colleghi di lavoro – spesso nella vita è bene perfino ahimè se non cucirsi tapparsi un po' la bocca!

(email, 25 luglio 2015)

Cazzo (di cane)

fare le cose a cazzo di cane non è un insulto ma un giudizio di comportamenti, è un modo di dire che significa fare le cose in modo disordinato, insensato. Così considero il fatto di voler fare arrivare al correttore e all'impaginatore di una rivista indicazioni spesso contraddittorie da quattro persone diverse, in tempi diversi, invece che da un'unica fonte. (email, 22 giugno 2013)

Donne (intellettuali)

su Alfabeta vorrei cose direttamente incisive come quello di cui avevamo parlato: come alle donne intellettuali viene riservato il compito di parlare unicamente di problemi femminili su giornali e televisione (l'altra possibilità è far vedere il culo), contrariamente ai maschi che hanno il diritto di parlare di tutto – è questa la cosa che mi piaceva affrontata direttamente senza tante digressioni, come violenta denuncia polemica, e dovresti farmela benissimo e presto, grazie.

(email, 16 aprile 2010)

Emma

EMMA (Enciclopedia Multimediale Attiva) è il primo esempio di enciclopedia di base realizzata appositamente per Internet, utilizzando cioè tutte le risorse – testi, immagini, link, audio e video – che il web può offrire. Nata nell'ottobre 1999 all'interno del sito RaisatZoom (realizzato dalla società Ars Edizioni Informatiche per conto di Raisat) e configurata come un'opera in progress, EMMA conta a marzo 2001 circa 400 voci suddivise in ambiti tematici.

(Progetto Emma, a cura di NB e MTC, marzo 2001)

Futuro

mi sono stati insinuati dubbi sul titolo dello Speciale FUTURO ADDIO e suggerito invece INFINITO PRESENTE (che mi ricorda qualcosa) sarei d'accordo per cambiarlo, che ne pensate? (Infinito Presente era il titolo che avevo suggerito per il programma destinato a Rai5 e poi intitolato Alfabeta, ndr)

(email, 28 agosto 2015)

Gruppo 63

continuo a pensare che una sfilza di schedine tutte su libri dello stesso ambito sia una palla, basta un pezzo ampio che permette anche un discorso complessivo (a proposito di uno speciale per i 50 anni del Gruppo 63, ndr)

(email, 29 agosto 2013)

Homepage

La homepage del sito è concepita come una vera e propria copertina, che punta ogni giorno su un tema diverso e attira l'attenzione del visitatore attraverso un'immagine, un testo, un video (incipit del progetto RaiLibro/web, a cura di NB e MTC, 2001-2002)

Inquinare

continuo a pensare che Inquinare (come tema di una puntata – poi non realizzata – del programma Alfabeta per Rai5, ndr) sia buono, è una delle nostre attività più costanti, coi trasporti, con le immondizie, con le industrie – poche delle cose che facciamo non contaminano... e poi si inquinano le menti con buona parte della cultura popolare, la morale con la corruzione pubblica, i bambini... (email, 23 marzo 2014)

Litigare

oggi sono molto raffreddato, ma domani o dopo ti vedrei volentieri per andare avanti a litigare un po'

(email, 12 giugno 2013)

Millepiani

Millepiani è stato concepito come un magazine culturale che affronta tematiche di attualità partendo da libri. L’assenza di conduttore e intervistatori vuole significare il rifiuto di prendere per mano lo spettatore e guidarlo a piccoli passi nei sentieri della conoscenza. L’intenzione è di metterlo direttamente, brutalmente spesso, di fronte alle idee e agli eventi.

(progetto per il programma televisivo Millepiani, a cura di NB e MTC, Cult Network Italia, 2004-2006)

Necrologi

alfa + giornaliero non si presta a pubblicare necrologi, cosa che vorremmo anche evitare perché i nostri numerosi collaboratori hanno tutti tanti amici illustri e in buona parte sono anziani, età in cui gli eventi luttuosi sono frequenti e i necrologi finirebbero per occupare tutti gli spazi (email, 26 febbraio 2014)

Obiettivo

Resta fondamentale la critica dell'esistente, ma tentare di inventare il nuovo è un obiettivo forse più ambizioso, e probabilmente oggi anche necessario. (email, 10 novembre 2013)

Poesia

La poesia fa male (incipit di Apocalisse, testo/manifesto di NB per l'edizione 1999 del festival romapoesia, a cura di NB, MTC e Franca Rovigatti)

Quello che viene, viene

eccoci, ho riunito tutte le scelte, non è così perfetto come auspicavo, ma non è grave (...) Quello che viene viene, vorrei invece avere i mesi dell'antologia omogenei come quelli dell'anno scorso, e più o meno ci siamo (a proposito dell'almanacco di Alfabeta 2017, ndr). (email, 13 settembre 2016)

Ragionamento

ieri in treno per Milano ho buttato giù un ragionamento su una possibile rivista digitale

(orrendo termine, e sbagliato, sarebbe più esatto utilizzare la traduzione francese: numerico) (email, 26 febbraio 2014)

Stroncatura

mai qualche bella polemica o stroncatura che faccia notizia, e ce ne sarebbe bisogno, altrimenti il tedio dilaga... (email, 5 giugno 2016)

Tecnologie digitali

avevamo chiesto una serie di video sulle arti visive, non il sottobosco dei poveri fanatici illusi drogati delle tecnologie digitali – non parliamo poi dell'arte digitale che non esiste, se ne blatera da qualche decennio e non ne è venuta fuori finora neanche un'opera con un minimo di validità...
(email, 21 febbraio 2016)

Urgente

telefonami urgente (email, 14 settembre 2018)

Volontariato

volontariato per tutti e sempre, ma per quale alta, nobile impresa? almeno ci fosse da divertirsi, ma così è diventato solo una noiosa e ripetitiva perdita di tempo, veramente poco interessante. A meno che salti fuori una sconvolgente idea nuova...
(email, 16 luglio 2016)

Zooom

Sembra quasi un ossimoro, un quotidiano di libri e di cultura, e per di più online. Eppure questo è e vuole essere Zooom (presentazione Zooom. Letture e visioni in rete, a cura di NB e MTC, luglio 2003)

Adesso che facciamo i video, zooom va recuperato (email, 12 giugno 2013)

MTC: Su Zoooom l'unico difetto è che l'abbiamo fatto con 10 anni esatti di anticipo (email, 12 giugno 2013)

Questo articolo è uscito su Alias / il manifesto sabato 8 giugno 2019

Aumentare la lettura per aumentare i lettori. Quattro domande a Gino Roncaglia

Maria Teresa Carbone

Augmented Reading, la lettura aumentata: intorno a questa idea ruota il progetto europeo Living Book che, avviato nell'autunno 2016, si propone di contrastare il calo della lettura presso le ragazze e i ragazzi tra i 9 e i 15 anni, partendo da due concetti di fondo: il digitale non è un nemico della lettura e la curiosità è una molla potente per alimentare il coinvolgimento attivo dei giovani lettori. Alla vigilia del convegno finale, in programma il 6 e il 7 giugno presso l'università di Roma Tre (Sala Volpi, viale di Castro Pretorio), ho rivolto alcune domande a Gino Roncaglia che ha coordinato il gruppo di lavoro del Forum del Libro (di cui anche io faccio parte) nell'elaborazione delle linee-guida del progetto.

  1. Come mai i lettori di libri tendono a calare, nonostante il numero di persone alfabetizzate, cioè in grado di leggere e scrivere, sia in aumento?

Le cause sono numerose, e la situazione varia da paese a paese: ad esempio, in Cina negli ultimi anni il tasso di lettura è cresciuto in maniera rilevante, sicuramente in primo luogo per la crescita delle fasce di popolazione in condizione di relativo benessere e per la crescita complessiva del mercato culturale interno. Nell’occidente industrializzato la tendenza sembra opposta: in alcuni paesi si osserva direttamente una diminuzione nei tassi di lettura (in Italia la percentuale di persone che hanno letto almeno un libro – esclusi quelli per studio e lavoro – nell’anno precedente è passata dal 46,8% del 2010 al 41% del 2017), in altri il tasso rimane più o meno costante ma diminuisce il numero medio di libri letti.

È difficile pensare che questi dati non siano legati anche e forse principalmente all’uso della rete: in rete in realtà leggiamo tutti moltissimo, ma prevalentemente forme di testualità più breve e granulare rispetto alla forma-libro. Va anche considerato che il tempo libero, che era aumentato con continuità nella seconda metà del ‘900, è invece ormai fermo o addirittura in lieve diminuzione: tradizionalmente i consumi culturali si rafforzano a vicenda, ma in queste condizioni una certa concorrenza nell’uso del tempo diventa inevitabile.

  1. Quali sono, se ci sono, le principali differenze fra la lettura su carta e la lettura su schermo?

Prima di provare a rispondere, una nota di cautela: mentre quando parliamo di lettura su carta abbiamo dei modelli di supporto del testo ben precisi e dalle caratteristiche ormai abbastanza stabili (i libri a stampa), quando parliamo di lettura su schermo siamo davanti a famiglie di dispositivi dalle caratteristiche differenziate: un tablet è ad esempio assai diverso rispetto a un e-book basato su carta elettronica e inchiostro elettronico, e uno smartphone ha caratteristiche (a partire dalla dimensione dello schermo) ancora diverse. Inoltre, si tratta di dispositivi la cui evoluzione tecnologica è ancora in corso e – almeno in certe fasi – è assai rapida. Pensare a carta e schermo come due fronti ben definiti e contrapposti è dunque sbagliato.

Detto questo, possiamo osservare che sulla maggior parte dei dispositivi digitali il carattere fluido dell’impaginazione permette sì al lettore di scegliere font e dimensione dei caratteri, ma può far perdere i punti di riferimento tipografici garantiti da un testo con impaginazione più controllata. In generale, la qualità della tipografia digitale deve ancora crescere (e devono crescere le relative competenze editoriali: molti grandi editori producono e-book di qualità bassissima). Questa situazione sembra penalizzare la lettura su schermo, in particolare rispetto alla memorizzazione del testo. Siamo peraltro molto indietro anche nella capacità di sfruttare sensatamente alcune caratteristiche specifiche del digitale, come l’interattività e la multicodicalità. Basti pensare al fatto che in teoria un dispositivo di lettura digitale dovrebbe fornire un ambiente di lettura assai più potente della carta rispetto all’annotazione del testo, mentre in realtà queste potenzialità sono ancora largamente ignorate e le modalità di annotazione di un e-book sono spesso faticose e poco efficaci se paragonate a carta e matita. Penso che la situazione migliorerà con il tempo, ma non così rapidamente come si poteva pensare una decina di anni fa.

  1. Nel saggio L'età della frammentazione sottolinei la necessità di costruire forme comunicative ed espressive complesse in ambiente digitale. Quali sono i passi più importanti da compiere per raggiungere questo obiettivo?

Credo sia anche in questo caso un problema legato in primo luogo alla fase di sviluppo dell’ecosistema digitale: per la maggior parte degli utenti, il cosiddetto web 2.0 è segnato soprattutto dall’autoproduzione dei contenuti e dalla loro condivisione via social, ma i contenuti autoprodotti – anche se li creiamo usando smartphone sempre più sofisticati – sono ancora molto ‘artigianali’: brevi, granulari, frammentati. Il passaggio a contenuti più complessi e strutturati dipende da una maggiore collaborazione (Wikipedia da questo punto di vista rappresenta un esempio interessante di maggiore integrazione e strutturazione dei contenuti) e da una migliore formazione all’uso delle risorse informative. Molto, moltissimo, dipende da un sistema formativo ancora incapace di fare davvero alfabetizzazione informativa.

  1. Oggi si parla spesso di “libri aumentati” e di “lettura aumentata”: cosa sono? Qual è la differenza?

I libri aumentati sono libri elettronici che aggiungono ai tradizionali contenuti testuali anche contenuti multicodicali (video, suoni, immagini…) e interattivi. Un campo interessantissimo, ma come accennavo ancora poco sviluppato, anche perché produrre buoni libri elettronici aumentati costa molto e il mercato è ancora abbastanza limitato e basato, come si è detto, su famiglie di dispositivi di lettura assai diverse. In ogni caso, il libro aumentato è un prodotto editoriale: a progettarlo sono autori e editori.

La lettura aumentata capovolge la prospettiva: è il lettore che accompagna la lettura (che può avvenire indifferentemente su carta o in digitale) attraverso l’uso della rete, che permette di approfondire o integrare il contenuto del testo. Leggiamo di un personaggio storico, e andiamo a cercare in rete maggiori informazioni; leggiamo di un luogo, e ne cerchiamo mappe o fotografie; troviamo menzionato un brano musicale, e andiamo ad ascoltarlo. Sono pratiche che sono ormai entrate fra le abitudini di qualunque lettore forte: la rete è l’ambiente naturale di approfondimento e allargamento dei contenuti del libro.

Il progetto The Living Book si propone proprio di dare metodologie e strumenti efficaci per la lettura aumentata, considerata come un’occasione per collegare il libro all’ecosistema digitale in cui si svolge gran parte della vita comunicativa delle giovani generazioni. Il convegno romano sarà un’occasione credo molto interessante per fare il punto proprio su questi temi, anche attraverso le esperienze fatte dagli altri partner europei del progetto.

Semaforo Balestrini

Maria Teresa Carbone

Nanni Balestrini, Rubens. Come s'impara, 1964

Città

Io sono completamento alieno all’idea del genius loci, questa idea che uno porti in sé la città dov’è nato, cresciuto… Io a Milano sono stato fino ai 25 anni, mi sono trasferito a Roma che ne avevo 26, ma da allora vengo a Milano praticamente ogni mese. In questi sessant’anni è stato un continuo avanti e indietro tra Roma e Milano, che per me sono contigue, è come cambiare quartiere. Non sento nostalgia per nessuna delle città in cui ho vissuto, né per Milano né per Roma, né per Parigi, né per Berlino. Potrei vivere ovunque. (…) Ogni città è interessante, meravigliosa. Se pensi bene a cos’è una città, è un posto in mezzo alla natura, al niente, in cui gli uomini si sono messi insieme a costruire prima delle capanne, poi delle case, poi dei monumenti, poi dei grattacieli, poi delle metropolitane… È un lavoro pazzesco. La città è una cosa straordinaria, la cosa più bella che esista, anche una città piccola, anche una cittadina, anche un paese.

Nanni Balestrini intervistato da Stella Succi (in Le cronache di Nanni, The Towner, 18 marzo 2016)

Dandy

In settembre ho finalmente incontrato Balestrini – o più precisamente, è lui che ha incontrato me: aveva preso un taxi fino all'aeroporto di Fiumicino in attesa del mio arrivo. Siamo andati in città e abbiamo pranzato insieme. Balestrini ha 81 anni ma ne dimostra una sessantina e ha del dandy raffinato e del perfetto gentleman più di qualsiasi anarcocomunista io abbia mai conosciuto. Quando mi sono lanciata in una serie di domande a raffica sulla sua vita nel movimento, ha detto: “Questo è un pranzo, non una ricerca biografica”, e si è occupato del vino da ordinare. Ogni cosa al suo posto.

Rachel Kushner, “I am interested in collective characters”. An interview with Nanni Balestrini, The Nation, 17 novembre 2016

Industria culturale

È difficile pensare cosa può essere un italiano medio. Penso si debba piuttosto parlare di consumo della cultura e di creazione. Il termine "industria culturale" presuppone dei consumatori e dei ricavi, misurabili in quantità di pubblico. Da esso deve dunque trovare una risposta, adeguandosi ai suoi gusti o almeno alle sue aspettative. La creazione si svolge invece su un altro piano, quello della ricerca che, come per la scienza, non dovrebbe essere condizionata da immediati riscontri di mercato. Ma purtroppo questo non avviene quasi mai, e tanto meno in un paese così malridotto come è il nostro oggi.

Nanni Balestrini, intervistato da Dario Alfieri (in Progetto Babele, senza data, 2006 o 2007)

Regia

(…) Mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza del sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni Balestrini, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. (…)

Sergio Bianchi, Mescolando il riso alle lacrime. In memoria di Primo Moroni, DeriveApprodi 2018

Sport

Una volta ho chiesto a un mio amico, uno di Milano che sembra conoscere un sacco di gente, se aveva sentito parlare di Nanni Balestrini. Il mio amico è nel giro dell'arte, e non ero sicura se avesse mai letto le cose di Balestrini. Eravamo nella cucina del mio amico e lui mi stava preparando un'insalata. Si è fermato e mi ha detto: “Balestrini? Nanni? Ma l'ho aiutato a scappare in Francia!”. Così è venuto fuori che nel 1979, quando Balestrini stava per essere arrestato per cosiddette attività insurrezionali contro lo stato, come tanti altri allora, questo amico gli aveva procurato gli sci e l'equipaggiamento. Poi lo aveva portato con la macchina in montagna, aveva passato il confine con la Francia e aveva aspettato a Chamonix che Balestrini venisse giù sciando. Pensai all'unica foto che avevo visto di Balestrini, alla sciarpa che portava in modo elaborato ed elegante: un uomo che dava l'idea di essere bohémien e sofisticato, più che atletico. Ho chiesto: “Ma Balestrini scia?”. Il mio amico ha proteso le mani enfaticamente, e ha detto: “Piuttosto bene... quando vuole!”.

Rachel Kushner, Popular Mechanics, The New Republic, 21 giugno 2016

Trasgressione

Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela (…) come l'antiprincipe, il libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere.

Nanni Balestrini, dalla presentazione del libro di Leon Battista Alberti Momo o del principe (Costa & Nolan 1986)

Speciale Biennale 2019 / Semaforo: Animali – Imperialismo – Voce

Maria Teresa Carbone

Animali

Siamo mammiferi e primati, e discendiamo da altri primati, da cui ci siamo evoluti solo poco tempo fa (…) Non è facile rendersene conto se guardiamo alle cose attraverso la lente della storia, ma è qualcosa che possiamo accertare appunto storicamente, se prendiamo in esame quel tipo di intelligenza che viene descritta come intelletto.

Jimmie Durham, in Jimmie Durham and mammals with a greater intellect, Domus, 9 ottobre 2017

Imperialismo

Venezia ha da sempre una lunga esperienza con il colonialismo e l'imperialismo, che si traduce nel concetto stesso di biennale internazionale. Da qui nasce l'idea di nazionalismo che sottende l'esperienza della Biennale di Venezia. Io credo che ci siano moltissime opportunità, in quanto artisti, di giocare con questa limitazione, vera o presunta. Quando sei in una mostra collettiva, sei un po' più passivo perché non sei tu per forza di cose a creare l'esperienza totale. Sei parte di una storia più grande, raccontata dal curatore.

Tavares Strachan, in Tavares Strachan: The Idea of a Parallel Universe, C&, 10 maggio 2019

Voce

Dopo un lavoro che ho realizzato nel 2011, intitolato Someone Else, una biblioteca di cento libri scritti in forma anonima o sotto pseudonimi, mi sono interessata alla forza e alla potenza della parola scritta (e parlata), e di come chi sta al potere la tema. Tutte le opere della mostra (Shilpa Gupta si riferisce all'esposizione che si è tenuta a Baku nel 2018 e intitolata For in Your Tongue I Cannot Fit, lo stesso titolo dell'installazione esposta ora all'Arsenale, ndr) condividono un filo conduttore nella esplorazione delle restrizioni politiche e sociali imposte ai poeti nel corso della storia. L'installazione sonora consente a queste poesie di essere ascoltate e dà a questi poeti una voce.

Shilpa Gupta, in For in Your Tongue I Cannot Fit: Artist Shilpa Gupta on Breaking Silence, Baku, 9 luglio 2018

Speciale Polonia / Marx calato dal piedistallo. Una intervista a Krzysztof Bednarski

Maria Teresa Carbone

Al museo di arte contemporanea MOCAK di Cracovia è attualmente in corso una retrospettiva, Karl Marx vs Moby Dick, dedicata all'opera dell'artista polacco Krzysztof M. Bednarski e curata da Achille Bonito Oliva, Maria Anna Potocka e Martyna Sobczyk. Molto famoso in Polonia, dove è stato prima del crollo del muro di Berlino una delle icone dell’arte antisistema, ma noto anche in Italia, il paese dove ha scelto di vivere diversi anni fa, Bednarski ha collaborato a lungo con il Teatro Laboratorio di Jerzy Grotowski e ha tra l'altro firmato il

monumento per Federico Fellini a Rimini. Nel corso di una visita all'esposizione allestita al MOCAK gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il suo lavoro su Marx è cominciato negli anni Settanta - anzi, è stato il suo lavoro di diploma all'Accademia di belle arti di Varsavia. Qual è stata l'origine di questa scelta? Cosa voleva dire lavorare su un'icona come quella di Marx nella Polonia di quegli anni? In generale, può descriverci il clima artistico di quel periodo?

Più mi avvicinavo al diploma, più crescevano i miei dubbi sul senso del fare arte, intesa solo come un mezzo per guadagnare denaro senza guardare alle condizioni esterne del sistema in cui vivevamo. Pensavo che dopo il diploma sarebbe terminata la mia avventura con la scultura e non avrei affrontato ulteriormente la questione, perché non mi andava di realizzare monumenti per il potere. Oggi quasi nessuno si rende conto che, nel 1978, toccare l'argomento di Marx, e per di più nella tesi di diploma, è stata una grande provocazione che avrebbe potuto finire con l'espulsione dagli studi. Una parte integrante del mio diploma era una raccolta di fotografie di ritratti di Marx realizzati da altri artisti, che ho trattato come materiale di partenza. Ora sembra un compito semplice, perché abbiamo internet e un facile accesso alle informazioni. Allora è stato possibile solo avendo a che fare con i vari Comitati Centrali del Partito a Mosca e a Berlino, con la burocrazia dell'Accademia, con la censura delle lettere ...

Da allora sono passati quarant'anni e il contesto storico e l'atteggiamento nei confronti del personaggio di Marx sono completamente cambiati. In quel momento si era rianimato ed era come se si fosse liberato delle accuse di essere colpevole della catastrofe comunista. Non faccio giornalismo. Non dichiaro quello che penso sull'argomento. Ho attirato Marx nel flusso dell'arte e lo uso. Nel mio lavoro è sceso dal suo piedistallo, è diventato un segno vuoto. È quel che è successo anche con "il nostro Papa" (Wojtyla) ma su scala esponenziale. La moltiplicazione della sua immagine, spesso realizzata in una forma orribile, è diventata la negazione di ciò che ha predicato. La mia operazione su Marx è certamente più modesta. Mostra solo il meccanismo di svalutazione dell'immagine ufficiale.

La mostra allestita al Mocak di Cracovia si intitola Karol Marx vs Moby Dick. Perché vs (contro)? In che modo i due cicli vanno visti come antitetici? Quali sono - se ci sono - i legami che li uniscono? In entrambi i casi si tratta di cicli molto lunghi, che hanno abbracciato decine di anni. Come si sono evoluti nel tempo?

 In effetti questa è una mostra bipolare. Questi due temi hanno dominato il mio lavoro e si sono sviluppati in parallelo, dando origine a diverse centinaia di opere. Nella mostra ne ho esposte soltanto poco più di duecento. Per dirla semplicemente: Moby Dick si occupa della sfera metafisica, di ciò che è irrazionale nell'uomo. Evoca domande elementari su Dio, il senso della nostra esistenza, la nostra insignificanza nell'universo, le ossessioni su ciò che sfugge alla conoscenza. Marx, dall'altra parte, rappresenta il mondo materiale, il nostro coinvolgimento nella Storia. È al centro di opere ambivalenti, ambigue. Marx e Moby Dick sono i due lati dello specchio.

Ho già detto addio diverse volte a Marx. Ma quando il mio lavoro in Polonia ha perso il suo terreno politico, improvvisamente guadagnandolo altrove, Marx è tornato in vita saturo di nuovi contenuti. In Italia ha avuto un'accoglienza completamente diversa rispetto alla Polonia. L'ho realizzato con resine colorate a Roma nelle vetrine del negozio Fendissime, organizzandone la vendita in saldo. Facendolo diventare una merce.

Al contrario, in Ucraina è tornato a riferimenti drammatici quando l'ho esposto a Kiev, insieme alle mie altre sculture politiche, meno di un mese prima degli eventi di Majdan. Ero arrivato al momento giusto, cioè il momento in cui il messaggio viene amplificato dalle circostanze. Moby Dick, anche se si evolve nel tempo, funziona al di fuori del contesto politico. I riferimenti archetipici sono per lui più importanti.

Lei ha viaggiato molto e in particolare ha lavorato a lungo in Italia. Ci sono stati incontri che hanno avuto un'influenza determinante sul suo lavoro? 

 Quando ho deciso di vivere a Roma, sono stato fortunato nell'incontrare persone meravigliose e straordinarie che mi hanno aiutato ad adattarmi a una  realtà per me nuova. Mario Schifano, che ha generosamente acquistato le mie sculture e pubblicato nel 1991 la mia prima monografia, Ritratto Totale di Karl Marx, in cui scrisse per la prima volta su di me Achille Bonito Oliva. Da quel momento, ABO mi ha ancora dedicato molti testi ed è stato più volte curatore delle mie mostre. Tonino Guerra è stato un altro bel rapporto, su sua iniziativa nel 1994 ho progettato il monumento "Incontro con Federico Fellini" a Rimini. E ancora il grande collezionista Giorgio Franchetti, che è stato un supporto importante per me nel corso degli anni. Daniel Spoerri, che mi ha voluto come primo titolare della borsa di studio da lui istituita nella sua fondazione toscana. Il giornalista Gigi Melega, con cui ho spesso giocato a scacchi e bevuto del buon vino, una persona davvero speciale ... la lista è lunga, alcuni di loro se ne sono andati da tempo, ma li ricorderò per sempre. In cima alla lista resta sempre però Jerzy Grotowski, con cui avevo lavorato in Polonia negli anni '70-'80, e che ho continuato a frequentare anche in Italia, dove lui ha trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita. In anni recenti ho incontrato, e in alcuni casi coinvolto in collaborazioni,  artisti come Silvio Orlando, che ha prestato la sua voce a una mia installazione per la mostra dedicata a Dante del PAN a Napoli, Nanni Moretti, Giancarlo De Cataldo che ha voluto omaggiare me e una mia scultura (Marx Profeta) inserendoci nel suo romanzo La notte di Roma,  la bravissima Lina Sastri, che è stata mia partner nel film mockumentary My Italy del 2017, dedicato a quattro artisti internazionali che vivono a Roma, infine anche Pippo Delbono, col quale c'è da tempo un feeling che prima o poi sfocerà, spero, in una collaborazione.

Contro l’autonomia differenziata, per un nuovo federalismo. Intervista a Gianfranco Viesti

Daniele Balicco, Maria Teresa Carbone, Giuliano Laccetti

Gianfranco Viesti è stato uno dei principali animatori della battaglia contro “la secessione dei ricchi”, espressione per altro coniata da lui stesso (G.Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019). Dopo gli interventi di Daniele Balicco e di Giuliano Laccetti, la redazione ha deciso di intervistare il professor Viesti, per capire cosa potrà succedere, su questo tema, nei prossimi mesi; e se è possibile ragionare su una riforma dello Stato portata all’altezza del presente. Ci pare di particolare interesse la parte propositiva del suo discorso: anzitutto un non banale “avviso di tagliando” per le Regioni a Statuto speciale, che dopo 70 anni di Repubblica non hanno forse più ragione d’essere; un opportuno “warning” all’ipotesi di macroregioni per superare i limiti dell’attuale regionalismo; infine, l’ipotesi di costituire nuove realtà inter-provinciali per realizzare un assetto amministrativo nuovo, più aderente ai territori, soprattutto nella gestione di servizi e interessi comuni.

Anche se la discussione interna al governo sembra momentaneamente stoppata, sembra difficile che la Lega accetti di trattare al ribasso sull’autonomia differenziata. Esistono, secondo lei, possibilità reali che questo progetto venga bloccato? Quali forze istituzionali potrebbero opporsi?


Le sorti del progetto dell’autonomia differenziata sono molto difficili da prevedere; dipenderanno dal percorso parlamentare che si farà, dalla decisione o meno di stabilire prima i Livelli Essenziali delle Prestazioni. É comunque immaginabile che la Lega continuerà ad insistere il più possibile per portare a casa, almeno in parte, i risultati a cui ambisce. Anche se raggiunti solo parzialmente, essi potrebbero essere molto gravi, sia per le sorti complessive del Paese, sia in particolare per quelle del Sud. Le forze che più potrebbero opporsi a questo processo sono il mondo della scuola, compatto nel contrastare la regionalizzazione dell’istruzione scolastica; e il mondo della sanità: i medici, e le
altre professioni sanitarie, sono anch’essi molto contrari a queste ipotesi di regionalizzazione. La spinta maggiore potrà venire poi da gruppi e da associazioni sul territorio, molto più che dai partiti politici che, sull’argomento, sono spaccati al proprio interno.

L’unica forza sociale che si è espressa chiaramente contro l’autonomia differenziata è il sindacato. Come spiega la trasversalità dell’appoggio a questo progetto? Quali sono le ragioni profonde? 

L’appoggio a questo progetto dipende da un insieme di circostanze: la forza compatta della Lega e delle forze economico-sociali ad essa vicina, soprattutto in Veneto, e in parte in Lombardia; la scelta dell’attuale giunta regionale dell’Emilia-Romagna di affiancarsi a quel processo, anche se a partire da posizioni diverse, sostanzialmente favorendolo. Le ragioni profonde di questa iniziativa, però, sono nella crisi del Paese, nelle sue difficoltà di finanza pubblica, e nella scelta di una parte delle classi dirigenti di concentrare sui propri territori le forze e le risorse disponibili. Una scelta a mio avviso autolesionista anche per loro, ma comprensibile in un’ottica egoistica di brevissimo periodo. 

Nel caso in cui questo progetto secessionista fallisse, in che modo, secondo lei, si dovrebbe riaprire, nel paese, una discussione politica capace di disegnare un processo serio di riassetto federale dello Stato? Con quali soggetti sociali e politici? 

Certamente bisogna ridiscutere gli assetti dei poteri nel nostro Paese, per così dire fare un tagliando al regionalismo, ma anche all’abolizione delle Province e all’istituzione delle Città Metropolitane, che sono state un grande problema, realizzate in questi ultimi anni. Si può, si deve realizzare un equilibrio migliore fra il governo centrale, a cui vanno riservate forti competenze di cornice e di impostazione generale e di definizione di standard e livelli di servizi, e quelli regionali. All’interno delle Regioni, tuttavia, va guardato con grande attenzione il tema delle città e soprattutto quello delle grandi città che hanno bisogno di competenze e di risorse, attualmente a livello regionale, ben maggiori di quelle di cui dispongono. C’è il tema, scottante ma decisivo, delle Regioni a statuto speciale, che certamente non meritano più il trattamento di favore che esse attualmente ricevono; e c’è il tema del livello ottimale di pianificazione socio-economica.  Le 19 regioni e 2 province autonome che abbiamo oggi non sono certamente ottimali e quindi si dovrebbe aprire una grande discussione su come riformulare anche i confini delle regioni

Sento molti a favore di macroregioni; forse, invece, si potrebbe puntare su territori relativamente più limitati però uniti fra loro nella gestione di grandi servizi.