Ma noi facciamone un’altra. Un congedo

Alfabeta2, come la precedente alfabeta, è legata indissolubilmente al nome e all’opera di Nanni Balestrini, che – come sapete – non è più tra noi dallo scorso 19 maggio. Per questo con il numero di oggi, dopo aver pubblicato i testi raccolti o commissionati prima della sua scomparsa, ci congediamo dai nostri lettori. Anche se la rivista chiude le pubblicazioni, tutti i materiali che abbiamo pubblicato in questi anni resteranno accessibili in rete almeno sino alla fine del 2020 e, in seguito, all’interno dell’Archivio Balestrini.

Sappiamo che questa, per i lettori, è una perdita. Lo è anche per noi. Dal 2010 in avanti, prima su carta e poi in rete, alfabeta2 ha avuto un ruolo importante in un dibattito, quello culturale e politico italiano, più che mai impoverito. Del lavoro che abbiamo fatto insieme alla comunità dei nostri collaboratori, che negli anni è sempre cresciuta in quantità e qualità, per quanto è stato possibile in un contesto certo non facile, siamo fieri. E lo siamo pure del riscontro ottenuto, della discussione che in molti casi abbiamo contribuito a stimolare. Proprio per questo il congedo odierno vale anche come una dichiarazione di intenti; mutuando il motto brechtiano di Nanni, assicuriamo che, nel futuro più o meno prossimo, anche noi ne faremo un’altra. Alfa e Beta sono solo le prime due lettere.

Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa

Alfabeta2 è stato un luogo di critica e di non allineamento. Senza, però, quell’aria di famiglia da ceto intellettuale e/o di sinistra che lascia sempre nell’aria un che di appiccicoso.

Un luogo nel quale si sono messi in circolo anticorpi per provare a respingere pregiudizi e conformismi.

Un luogo dove ci si è presi cura del linguaggio a fronte della sua semplificazione, provocata e cavalcata dalla politica della paura.

Abbiamo affrontato un campo di devastazione che si accompagna alla violenza contro i corpi dei più fragili. E delle donne.

Con i suoi pregi e i suoi difetti Alfabeta2 si è mossa lungo questo solco con un’ operazione pensata e portata avanti da Nanni Balestrini e da quanti e quante, per primi Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, hanno sostenuto e realizzato il progetto.

Io credo che sia stata presa bene la mira e che molte delle idee di Nanni continueranno a circolare.

Letizia Paolozzi

Alfabeta2 dunque chiude.

Usando Melville, direi: avrei preferito di no. Prima è mancato il profumo della sua materialità (oltre al profumo intellettuale degli articoli pubblicati sulla edizione cartacea); ora mancherà anche l’immaterialità dell’edizione online.

Alfabeta2 dunque chiude. E mancherà anche a chi, come me è entrato nel mondo di Alfabeta solo con la seconda Alfabeta, ma vivendo comunque una bellissima avventura. Ma lo spirito di Alfabeta non muore: perché non deve morire; perché i tempi sono difficili e serve un luogo/tempo di riflessione critica e di dissenso. Dissenso non solo culturale, ma anche o soprattutto sociale e politico. Alfa e Beta sono le prime due lettere dell’alfabeto greco: perché allora non immaginare e costruire davveromorta una rivista se ne fa un’altra - una nuova rivista e chiamarla ad esempio Alfabetagamma - continuando cioè le nostre riflessioni oltre le prime due lettere (ovvero, oltre il già fatto)? Oppure, e più semplicemente: Alfabeta3?

Ultima cosa, in realtà la più importante: grazie Nanni!

Lelio Demichelis

Alfabeta2 sono gli incontri a casa di Letizia, le cene a Testaccio, gli incontri con Nanni a Maria ai Monti e sul terrazzo. Incontri per utilizzare parole, per dialogare, comprendere, discutere, litigare, con il massimo di libertà e di anarchia, riuscendo a rendere visibile il futuro a cui si sta pensando nei modi più diversi. Alfabeta2 unitaria e diversa, irritante ed entusiasmante, noiosa e geniale, come tutte le altre cose di cui ci dobbiamo occupare nelle nostre vite. Parole, idee, suggestioni che rimarranno scritte, da poterle riguardare perché tutto per la natura delle cose dobbiamo dimenticare ed essere dimenticati.

Michele Emmer

La conclusione di ogni esperienza collettiva è sempre un evento vagamente luttuoso; se poi, come nel caso di Alfabeta2, a questo si sovrappone il lutto per la scomparsa di una figura e di una persona come Nanni Balestrini, ecco che questo sentimento diventa sempre più concreto e quasi si materializza davanti ai nostri occhi. A questa esperienza dolorosa si oppone da sempre la certezza che una parte di ciò che scompare continua a vivere e a mutarsi in altre forme: non intendo certo sottrarmi, né potrei del resto, a questa legge umana. Così ovunque si praticheranno l’idea della cultura come intelligenza collettiva che svolge una funzione critica del presente e il gusto per la connessione di campi disciplinari anche molto distanti Alfabeta2 in qualche misura rivivrà. Alfabeta2 è stata una scheggia di un mondo in cui sembrava possibile fare quasi tutto ciò che era sentito come giusto proiettata in un mondo in cui quasi tutto è predeterminato, in cui ogni via di fuga sembra essere abolita. A chiunque non si vuole rassegnare a vivere solo in questo mondo attuale spetta il compito etico di rilanciare, nei modi che gli competono, schegge di quell’altro mondo.

Giorgio Mascitelli

Alfabeta2 si congeda, ma come scrivono Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa, nel saluto di oggi – 15 settembre 2019 – è contenuta l’intenzione di “farne un’altra”, un’altra rivista, un’altra festa, un’altra trasformazione.
Un’altra mano del gioco, possiamo dire, nello spirito di Nanni Balestrini, che sempre si è mosso nella dimensione regolata e imprevedibile, dilatata e futura dei suoi giochi con il linguaggio, con le cose e con i tempi.

Nell’avventura di alfabeta2 on line, la rubrica “alfagiochi”, per quasi tre anni, ha intercettato l’attitudine alla partecipazione ludica di lettori e lettrici, che hanno scambiato e condiviso immagini al confine fra scrittura e pittura, sensi e nonsensi trovati in giro e rilanciati: grazie a chi ha contribuito, ha intuito e proposto nuove possibilità, a chi è stato al gioco. Stare al gioco. Intermezzi ludici e replicabili tra parole e immagini, il volume pubblicato da alfabeta edizioni e DeriveApprodi, mantiene traccia di questi scambi (e di molto altro), così come rimane attivo, ancora per qualche tempo, l'account twitter @alfabetadue.

Antonella Sbrilli

La piada

La farina che sia zero

Un decimo di strutto vero

La s’impasta a palla lesto

E si spiana poi rotonda

La si pone sopra il testo

Volta, rivolta, è pronta.

Alberto Capatti

Adesso ci fermiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non vale più la pena Nanni
Va bene Nanni continuiamo

E’ tutto inutile Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si vende abbastanza Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non abbiamo più soldi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

C’è lo sfacelo ovunque Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Gli sbirri menano più di prima Nanni
Va bene Nanni continuiamo

I vecchi fasci sembrano come nuovi Nanni
Va bene Nanni continuiamo

La poesia non ci salva né da soli né in gruppo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Hanno scritto che non serve a niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Il governo non è meglio della strada, la strada non è meglio del governo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non leggono più niente Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non guardano nemmeno più in aria Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono di sì a tutto Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Non si capisce neppure da che parte stiamo Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Dicono che siamo morti Nanni
Va bene Nanni continuiamo

Andrea Inglese *

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Su questo testo si basa la traccia audio di un video dal titolo omonimo, realizzato da Gianluca Codeghini e Andrea Inglese e presentato il 2 luglio 2019 a Milano presso la galleria Mudima, in occasione della serata in omaggio a Nanni Balestrini. 

Qui di seguito l'annuncio di due incontri dedicati a Nanni Balestrini che si terranno nei prossimi giorni a Milano e a Roma. 

Martedì 17 settembre, ore 16, Sala del Grechetto alla Biblioteca Sormani, Milano:

Giornata di studio su Nanni Balestrini

Intervengono Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Franca D’Agostini, Eugenio Gazzola, Milli Graffi, Giorgio Longo, Federico Milone, Ugo Perolino.

Presiede Luigi Ballerini.

Lunedì 23 settembre, ore 17, Upter (via IV novembre 157), Roma:
Nanni Balestrini. Una retrospettiva
Con Maria Grazia Calandrone, Maria Teresa Carbone, Fiammetta Cirilli, Andrea Cortellessa, Elisa Davoglio, Marco Giovenale, Massimiliano Manganelli, Giulio Marzaioli, Guido Mazzoni, Vincenzo Ostuni, Lidia Riviello, Franca Rovigatti, Sara Ventroni, Michele Zaffarano

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Cartografie del ricordo. Migrazioni e memoria visiva

Luisa Passerini

Il libro Conversations on Visual Memory da cui proviene l’estratto qui presentato (che ringrazio Maria Teresa Carbone di aver tradotto) è uno dei prodotti di un progetto di ricerca incentrato sul nesso memoria/mobilità/visualità (“Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond”, BABE, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca e basato presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze negli anni 2013-2018). Nel libro si intrecciano tre delle direzioni di indagine sviluppate nel progetto: la raccolta di memorie orali e visuali di migranti verso l’Italia e l’Europa (se ne possono vedere esempi nel documentario di Valerio Finessi ImmagineMemoria sulla mostra dedicata a tali memorie presso l’Archivio di Stato di Firenze nell’aprile 2018); l’analisi di opere di artisti come i fotografi Eva Leitolf e Victor López González e le video-artiste Ursula Biemann e Bouchra Khalili, sui confini dell’Europa e le migrazioni verso/attraverso il continente; le mie conversazioni sulla memoria visuale con amici scomparsi, tra i quali Jerome S. Bruner, Gianni Carchia e Jack Goody. Con il progetto e con il libro ho inteso allargare lo studio della memoria dall’oralità alla visualità, il che ha portato a introdurre la dimensione corporea nella categoria di intersoggettività e a estendere la riflessione e la ricerca ad altri ambiti del conoscere. Questi comprendono non solo le discipline tradizionalmente frequentate dalla storia orale, come la psicologia o l’antropologia, ma soprattutto l’arte, considerata come fonte di saperi che innovano metodologicamente la storiografia e la geografia culturali. Le arti visive sono state il medium che ha permesso di stabilire sia rapporti di scambio con persone mobili (termine con cui molti preferiscono definirsi anziché con “migranti”) sia dialoghi tra la ricerca artistica e frammenti di autobiografie visive su itinerari temporali e spaziali. Ne è uscita una prima esplorazione di forme di intersoggettività visuale in corso di costruzione attraverso il globo, che offrono un terreno di comunicazione tra culture ed esperienze diverse.

Negli ultimi tre decenni le arti visive nelle loro varie forme – inclusi film, fotografie e video – hanno fornito una importante documentazione sulla diaspora della popolazione globale, che rimette in questione le frontiere in tutto il mondo, in particolare quelle che circondano e attraversano la “Fortezza Europa”. Questo libro è un'esplorazione all'interno di due campi della conoscenza che si sono sviluppati secondo linee diverse, a volte convergenti e a volte divergenti: da un lato l'arte che ha come oggetto la migrazione e dall'altro la documentazione orale, visiva e scritta, raccolta da persone coinvolte nel processo di mobilità verso e attraverso l'Europa. Uno dei miei obiettivi è mettere in luce le somiglianze e le differenze tra le due pratiche di ricerca, quella artistica e quella storico-culturale, e dimostrare come il rapporto fra loro possa avere un ruolo cruciale, gettando maggiore luce su entrambe.

Credo di dover spiegare com'è avvenuta l'estensione del mio campo di interesse dalla memoria orale a quella visiva. Da oltre quarant'anni, a cominciare dagli anni '70, ho intervistato persone di tutte le età e di tutte le classi sociali: operai, studenti, protagonisti dei movimenti di protesta del 1968, attiviste femministe, e migranti, uomini e donne. Ho registrato su nastro le loro testimonianze e poi le ho trascritte. Ero affascinata dal rapporto fra oralità e scrittura e da come i due livelli si mescolano nella memoria. Già negli anni '80 avevo sviluppato in parallelo un interesse verso tutto ciò che ha a che fare con la dimensione visuale, un interesse che deriva dal fascino delle arti visive e, più banalmente, da un uso costante dei computer. Negli anni '90 ho lavorato sul mito di Europa, la principessa fenicia che ha dato il suo nome al continente europeo, un ambito di ricerca dominato per secoli, anzi per millenni, dalle immagini prodotte da artisti, dai più grandi ai meno noti. Mi colpiva come la “visualità” avesse trasformato il mito nel corso del tempo, a mano a mano aggiornandolo con immagini contemporanee.

Quando, nei primi anni 2000, ho cominciato a fare ricerche sulle migrazioni, la comunicazione visuale si è inserita lentamente nel mio lavoro e ho continuato a utilizzare prevalentemente interviste orali e trascrizioni. A mano a mano che aumentava su di me l'impatto delle arti visive, la pressione degli avvenimenti alle frontiere interne e esterne dell'Europa si è fatta sempre più drammatica. Ero scossa dall'evidenza con cui i video, le fotografie e i film di artisti di tutta Europa rappresentavano il destino delle persone che cercavano di attraversare lo stretto di Gibilterra o di entrare nell'Unione Europea da est. Mi rendevo conto che la loro efficacia nel denunciare l'idea di “Fortezza Europa” era molto maggiore rispetto alla politica o alle scienze sociali.

Nei primi anni 2010 ho cominciato a pensare al progetto collettivo di ricerca sulla memoria della migrazione in Europa che è alla base di questo libro. Le ricerche sul campo hanno fornito uno stimolo decisivo. A volte gli intervistati trovavano più semplice disegnare su un foglio di carta l'itinerario della loro migrazione invece di descriverlo a parole. Da qui è venuta l'idea di raccogliere le mappe personali di veri viaggi come documenti di memoria visiva. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea confrontare queste immagini con quelle create da artisti visivi che lavoravano sul tema della migrazione in Europa. Si è così delineato un progetto di ricerca sulla memoria visiva che ha poi ricevuto dei finanziamenti europei per gli anni 2013-2018.

Nella primavera del 2013 la nostra équipe ha cominciato a raccogliere mappe di migrazioni verso l'Europa. In sostanza, chiedevamo alle donne e agli uomini emigrati in Europa nei precedenti vent'anni di disegnare l'itinerario del loro viaggio. Abbiamo dunque fornito loro carta e matite, e in alcuni casi videocamere e telefoni cellulari. Le testimonianze visive erano quasi sempre accompagnate da interviste orali, individuali o collettive. Gli intervistati, contattati nelle scuole di lingua o di educazione permanente per migranti in Italia e in Olanda, o attraverso organizzazioni di volontariato venivano da tutto il mondo, e soprattutto dall'Africa e dall'America Latina. Avevano età variabili tra i 16 e i 60 anni e provenivano dagli ambiti culturali e religiosi più diversi. Il presupposto era che quanto loro ci offrivano in risposta alle nostre richieste erano le immagini delle loro mappe mentali, una nozione tratta dalle mie letture di geografia e psicologia. Contemporaneamente continuavo a cercare opere d'arte che riguardassero la mobilità umana e da qui è poi nata una linea autonoma di ricerca nella quale abbiamo usato anche le opere degli artisti per sollecitare risposte dagli intervistati.

Quanto leggevo sulle mappe mentali, però, non mi soddisfaceva dal momento che esse erano spesso considerate rappresentazioni interne di ambienti esterni, mettendo quindi l'accento sul distacco fra il “dentro” e il “fuori”. La mappa era trattata come un oggetto, sia pure intangibile, come una rete o una struttura preesistente, una visione del mondo prefissata che il ricercatore doveva semplicemente far emergere. Al tempo stesso era elevata allo stato di controgeografia o di controcartografia, come strumento di critica dell'eurocentrismo (in cui ero coinvolta da molti anni). Così tutte le mappe raccolte dai migranti erano raggruppate insieme quasi a rivelare “un'altra” visione del mondo e della sua storia. Ancora più preoccupante era il fatto che tendevo a riprodurre questi stereotipi nell'osservare le mappe che raccoglievamo. Ero sopraffatta dalla loro ricchezza e tuttavia incapace di restituirla. Colleghi politicamente consapevoli mi avvertirono che cercare di interpretare quei disegni era un modo eurocentrico di riprodurre pregiudizi coloniali e postcoloniali e finii per pensare che forse la scelta migliore era semplicemente archiviarle e disseminare le informazioni su di esse attraverso vari media. Le contraddizioni si facevano più acute. Mentre le testimonianze e le immagini esprimevano un alto grado di soggettività e di efficacia, il mio approccio non era capace di rendere loro giustizia.

Il processo di raccolta durò ancora un altro anno e quando nella primavera del 2014 arrivai a New York per tenere il mio corso sulla memoria alla Columbia University, avevo più dubbi che certezze su quelle che continuavo a chiamare mappe mentali, mentre ero sempre più incerta sull'appropriatezza del termine e a disagio sul lavoro di raccolta.

Vivere e insegnare per alcuni mesi a New York è stato liberatorio, come spesso mi era capitato in altre occasioni. Quel soggiorno mi consentì di mettere una certa distanza rispetto ai miei dubbi e alle mie esitazioni. Mi ero immersa a tal punto nel lavoro sul campo, nelle interviste e nello studio delle narrazioni orali e visuali, che non osavo aggiungere la mia voce al coro che avevo contribuito a mettere insieme. Non sapevo se avevo il diritto di farlo; entravano in questo anche il senso di colpa per essere europea, e di conseguenza in qualche modo dalla parte degli antichi colonizzatori (e attuali sfruttatori), e un senso di privilegio rispetto alle molte persone che avevo incontrato nel mio lavoro sul campo. Mi rendevo conto di avere incontrato per così dire i più fortunati, coloro che erano riusciti a sopravvivere e in certo senso avevano dato un lieto fine alle loro storie. Ma non potevo dimenticare le innumerevoli persone che erano scomparse nello sforzo di raggiungere l'Europa o che, essendo arrivate, erano soggette a sofferenze e umiliazioni associate con la condizione di “migrante” o di “rifugiato”. Scrivo queste parole fra virgolette, perché ho imparato a essere diffidente riguardo alle possibili implicazioni negative di questi termini, così come vengono espresse dagli intervistati stessi.

Quando ero ancora in Italia, tornando a casa dopo una sessione di interviste, mi sentivo spesso esultante per quegli incontri ma a volte restavo ammutolita. Fui molto colpita da un episodio in particolare, una giovane donna in una classe aveva restituito in bianco il foglio che le avevamo dato: lo aveva firmato, il suo nome scritto chiaramente nell'angolo in fondo a destra, ma non aveva voluto disegnare il itinerario o altro. E non aveva voluto commentare. Anche a me il silenzio appariva la scelta giusta. Inoltre, sulla base della mia lunga esperienza di storia orale, non volevo parlare per gli altri e non mi illudevo più di “dare voce” ai narratori che avevano condiviso con me le loro storie. Né credevo che le memorie visive degli intervistati potessero semplicemente essere paragonate alle produzioni degli artisti. In questo mio tumulto mentale, New York forniva stimoli costanti nel campo delle arti visive, con mostre, installazioni, convegni e dibattiti di ogni tipo.

In quella situazione così piena di contrasti sul piano personale e complessivo, il mio atteggiamento è cambiato. È stato in buona parte grazie a conversazioni con amici, colleghi e studenti a New York che ho cominciato lentamente a capire che tutti i vari tipi di conversazioni, incluse le interviste e le discussioni in classe nei seminari, potevano contribuire a formare una nuova storia che ero in grado di narrare. In molti modi la metropoli stessa ha offerto il contesto per darmi il coraggio di essere me stessa fra gli altri, essendo al tempo stesso un'altra, e di unire la mia voce all'insieme di voci che avrebbero rispecchiato le mie esperienze nel corso della ricerca.

Sguardi sullo sguardo umano. Nove domande a Mark Cousins


Maria Teresa Carbone

Vorrei partire da un episodio personale. Anni fa camminavo per la strada con un amico altissimo che a un tratto ha piegato le ginocchia in modo che i suoi occhi fossero allo stesso livello dei miei. “Voglio vedere il mondo come lo vedi tu”, ha detto. E poi: “Che prospettiva diversa!”. È solo un fatterello, ma le chiedo: in che misura possiamo condividere lo sguardo? 

Quella del suo amico alto è una bella storia, e possiamo individuare tante altre differenze sottili nel modo in cui le persone guardano. Ma per usare una metafora musicale, questa, secondo me, è l'armonia, non la melodia. La storia principale, la melodia, è il fatto che la maggior parte degli esseri umani hanno una visione frontale e binoculare. Noi non vediamo come i gatti o come le telecamere a raggi infrarossi. Come specie sono molti di più i tratti visivi che ci uniscono rispetto a quelli che ci dividono. Questa non è una cosa molto alla moda da dire perché – a ragione, penso – attualmente preferiamo sottolineare le differenze culturali, neurobiologiche, sociali e sessuali fra le persone, ma è giusto ricordarci che siamo un'unica specie.

Nello scrivere Storia dello sguardo come ha equilibrato la sua prospettiva personale con la prospettiva collettiva?

Credo che tutti noi siamo al tempo stesso "micro" e "macro". Nelle nostre vite personali e nel mondo più ampio. Nel mio libro ho cercato di cogliere entrambi gli aspetti, il fondo della foresta e le punte degli alberi.

Pensa che il linguaggio influenzi il nostro modo di guardare? Per esempio, è possibile percepire un colore o una forma se non si possiede una parola per definirli?

Si dice spesso che la lingua dia forma a quello che vediamo, ed è vero, entro certi limiti. Ma è vero anche il contrario ed è un fenomeno molto meno analizzato. Nel mio libro porto un esempio. Nell'Odissea di Omero la parola “azzurro” non viene mai usata per descrivere il mare. E questo accade perché, secondo me, il mare è molto più che azzurro. È anche tempestoso, spumeggiante, distruttivo e riflettente. Questi dati nel mondo antico oscuravano la semplice azzurrità del mare.

Secondo lei il modo di guardare dell'umanità è cambiato nel corso dei secoli?

Lo sguardo è rimasto sotto tanti punti di vista lo stesso. Ci sono sempre state città frenetiche e tramonti sereni. D'altra parte le tecnologie visuali hanno introdotto modifiche enormi. I telescopi, i raggi X o i microscopi elettronici, per esempio, ci hanno consentito di vedere – spesso in modo mediato – nuovi territori e scale di ampiezza che prima ignoravamo. La cosa affascinante è che il mondo minuscolo e il mondo gigantesco, gli atomi e gli universi, sono simili.

Nel film La caverna dei sogni dimenticati Werner Herzog mostra delle teste di cavalli dipinte nel corso di cinquemila anni e commenta:  “Noi siamo schiavi del tempo, coloro che dipinsero queste teste non lo erano”. Lei è d'accordo?

Direi di sì, sono d'accordo con Herzog. La vita si è accelerata e si è espansa. Noi riceviamo informazioni da luoghi sempre più lontani rispetto a quanto accadeva un tempo. Questo influenza il nostro senso del tempo ma – in modo anche forse più importante – il nostro senso dello spazio. La distanza psicologica è un dato importante nella nostra vita d'oggi.

Nel suo libro parla spesso dello sguardo umano sulla morte. Un tempo era un'esperienza comune, che poteva avere aspetti molto crudeli. Adesso la morte è nascosta. Quali sono le cose che non vogliamo guardare?

Credo che la commercializzazione delle nostre vite ci abbia fregato. Allo scopo di fare sempre più soldi le culture in cui viviamo tendono a far sembrare la vita molto più rosea di quanto in effetti sia. Anche oggi la morte è ovunque, la differenza è che nel passato questo non si poteva ignorare.

Cosa pensa delle sempre più diffuse telecamere di sorveglianza? Le macchine hanno un modo di guardare le cose?

Naturalmente io odio le telecamere di sorveglianza per ragioni politiche, ma questi congegni hanno una loro estetica. Pensi ai film taiwanesi di Tsai Ming Liang. Essi riproducono, a volte in modo molto efficace, la prospettiva delle  telecamere di sorveglianza. E pensi ai racconti di J. G. Ballard. L'impassibile vacuità dell'immaginario della sorveglianza è affascinante.

Fino a pochi decenni fa solo poche persone producevano immagini, oggi ognuno di noi ne produce centinaia ogni giorno. Con quali effetti?

Il fatto che la produzione di immagini si sia democratizzata è un fenomeno del tutto positivo. L'élite non possiede più completamente l'immaginario.

C'è una differenza fra la storia dello sguardo e la storia dell'umanità?

Sì. Il mondo visivo è solo una parte delle nostre vite. Una parte affascinante e vitale. Le sue debolezze sono grandi come le sue forze.

Ngugi, sguardi attraverso le crepe del colonialismo

Foto di gruppo alla Alliance High School (Ngugi è il secondo da destra nella prima fila in piedi)

Enrico Terrinoni

Finché gli uomini avranno respiro, e gli occhi vista, / vivranno questi versi, e ti daranno vita... Con i sonetti Kariuki dava prova dell’immortalità delle creazioni letterarie: nel 1956 in un’aula del Kenya leggevamo parole scritte da qualche parte a Stratford-upon-Avon o per le strade di Londra da un Bardo morto nel 1616”. Kariuki era uno degli insegnanti indigeni alla scuola britannica Alliance, in Kenya, frequentata da Ngu˜gı˜ wa Thiong’o negli anni dell’adolescenza. Il suo ricordo, nel memoir Nella casa dell’interprete appena uscito per Jaca Book nella musicale traduzione di Maria Teresa Carbone, è tra i più dolci e delicati: “Sebbene insegnasse tennis e letteratura, la sua vera passione era la musica. Non rientrava nel programma, ma sostenendo che la musica era la porta d’accesso alla letteratura, e in particolare alla poesia, appena poteva ci faceva ascoltare classici europei, Beethoven, Mozart e Bach”.

Avere un insegnante con una visione slegata dal meccanicismo del rapporto docente-discente e capace invece di invadere altre sfere, di aprire portali inaspettati, è una vera fortuna. Tutti i grandi scrittori, poeti e intellettuali hanno avuto grandi maestri, buoni o cattivi che fossero. La grandezza di una mente si giudica dal suo non avere confini, non dal suo attenersi agli schemi. Ma alcuni, tra i grandi maestri, restano innominati, e la loro esistenza è consegnata all’ombra. Non nel caso di Thiong’o, che scrive questo suo ulteriore libro di reminiscenze puntando tutto, e sin dall’inizio, sul ruolo fondamentale dell’istruzione.

Un’istruzione di tipo coloniale, prevalentemente imitativo, è vero, ma attraverso le cui crepe è possibile scorgere la luce, come spiega Leonard Cohen; e individuarne le crepe significa esser capaci di decostruire un sistema fino al punto di riuscire a vederne anche il bene: “I testi inglesi erano il canone e l’Europa rappresentava il punto di riferimento culturale. Ma Kariuki… introdusse un elemento giocoso nello studio della letteratura”. Il gioco della letteratura, che questo insegnante lungimirante e sognatore intravede nella partita a scacchi delle parole, ha aiutato a vivere, e non solo a sopravvivere, il futuro scrittore il quale sperimentò nell’intimo un dissidio tra il sistema in cui venne mandato ad apprendere, la realtà familiare rimasta nel villaggio, e quella de fratello, che quel sistema combatteva nascosto tra le montagne assieme ai compagni dei Mau Mau.

La causa rivoluzionaria affiora non solo nei ricordi che Thiong’o ha del fratello, ma appare un bordone continuo nelle sue riflessioni, colorandone ogni considerazione, persino la sua peculiare resistenza che non è acquiescenza nei confronti del nemico, ma al contrario, una forma alternativa, e assai efficace, di contrastarlo.

Il dissidio personale che innerva il testo consente di comporre sì una autobiografia ma anche il ritratto di una nazione attraverso un contesto coloniale. Contesto un cui l’istruzione gioca un ruolo di primo piano. Qualcosa di simile è accaduto in una colonia distinta e distante, l’ultima colonia d’Europa è stata chiamata, l’Irlanda del Nord, dove la parificazione a livello scolastico tra le due maggiori comunità negli anni settanta. Questa andò a sfidare una vera e propria educational apartheid, e fu uno dei motivi principali che innescarono un processo di pace ancora non concluso, ma che prese le mosse proprio dallo sviluppo di capacità e competenze politiche e culturali (e non solo militari) da parte di una fascia di popolazione a cui tante opportunità da quel punto di vista venivano sistematicamente negate.

Nel libro di Thiong’o tutto giocato all’interno di dinamiche ancora molto legate a una colonizzazione assai repressiva, in grado tuttavia di lasciare qualche minimo spazio alla non assimilazione. Quando un altro insegnante, stavolta non indigeno ma britannico, Carey Francis, elogia l’operato di Churchill perché “aveva mobilitato il mondo per sconfiggere Hitler”, l’alunno Thiong’o è in grado di ascoltare quelle parole non solo con il beneficio del dubbio, ma, grazie ancora una volta al ricordo di un maestro andato, con la forza della critica interiore che poi prenderà corpo e forma nelle sue opere: “Le parole di Churchill giungevano con una tale forza di convinzione che era facile farsi trascinare dalle sue asserzioni, ma dentro di me risuonava sempre il richiamo alla cautela di Ngandi, l’amato mentore dei primi anni, che di Churchill aveva tracciato un quadro ben diverso, come di un combattente per la conservazione dell’impero. Ngandi aveva denunciato l’ingratitudine di Churchill per avere consentito al governatore Baring di dichiarare lo stato di emergenza in Kenya e avere mandato truppe britanniche per reprimere gli stessi kenioti che lo avevano aiutato a combattere Hitler e adesso volevano la libertà. Erano stati i conservatori di Churchill a riprodurre in Kenya i campi di concentramento di Hitler. Ngandi poteva essere uscito dalla mia vita, ma il suo modo di guardare il mondo e di mettere in dubbio la correttezza assertiva dell’autorità era rimasto vivo in me. Non avevo bisogno della sua presenza per aggiungere all’elenco delle malvagità imperiali la creazione dei villaggi di concentramento in tutto il Kenya centrale, visto che da uno di loro ero appena tornato. A causa di Churchill avevo perso casa mia”.

Queste parole richiamano un altro sorprendente parallelo con la lontana Irlanda, ovvero la discrasia tra la percezione di Oliver Cromwell quale un repubblicano amante della libertà in Inghilterra, e, guidato dalla furia dell’ odio religioso, come un sanguinario e spietato conquistatore in Irlanda (si veda l’eccidio di Drogheda tra i tanti).

Nel contesto delle colonizzazioni europee il ruolo della religione è fondamentale, e nel libro viene affrontato secondo percorsi per nulla scontati, legati alla letteratura. È nota, infatti, l’influenza di una famosa traduzione biblica sulla letteratura inglese, ossia quella commissionata da King James. L’autore-protagonista, nel testo, impara ad apprezzarne la lucida prosa, il ritmo pacato, l’assenza di verbosità, e dopo aver appreso la lezione (un po’ come si fa talvolta in classe quando, per insegnare i ragazzi a scrivere una tesi di laurea, li si incoraggia a studiare la limpida prosa del giornalismo di qualità), la gira a un suo compagno. Questi, amante della scrittura egli stesso, gli aveva sottoposto un manoscritto in cui però si eccedeva in espressioni mirabolanti e pompose: “Mandami altre pagine, risposi a Kenneth. Ma non usare paroloni. Rileggi la Bibbia e osserva come usa la lingua. Stavo per scrivere che Gesù parlava in un inglese semplice, ma mi trattenni”. Qualcosa di simile è da credere accada in certe zone dall’altra parte dell’Atlantico, in cui Jesus non è solo biondo, alto, e bianco, ma parla anche un ottimo inglese con accento americano.

La colonizzazione britannica del Kenya fu improntata a un inevitabile eurocentrismo che permeò poi i contenuti stessi dell’insegnamento: “Questa tendenza a fare dell’Europa il punto di riferimento per l’esperienza umana era acuita dal contenuto e dall’approccio anche di altre materie. In geografia il paesaggio europeo, le montagne, i fiumi e i siti industriali erano le forme primarie a cui le versioni africane, naturalmente secondarie, si potevano solo porre in contrasto…. A lezione di storia, viaggiavamo nell’Inghilterra del xvi e del xvii secolo, ammirando una galleria di baldanzosi eroi. Anche la storia africana era in larga parte la storia degli europei in Africa… Brillanti e capaci di evocare i drammi della storia, i nostri insegnanti, come quelli di altre scuole, seguivano un programma elaborato dalla commissione di esami di Cambridge”. A tutto ciò il protagonista non si ribella apertamente, ma sceglie la strada introspettiva del ragionamento, dell’elaborazione lenta, che tuttavia gli consente di aver sempre presenti i contrasti lampanti non solo della sua situazione, ma anche dello stato in cui versavano la sua famiglia e la sua comunità. Rimaste nel villaggio sono guardate a vista da check-point e dall’alto di Torri di Guardia che non sembrano troppo lontane da quelle che potevano vedersi a Belfast fino a una ventina di anni fa: “Di colpo, all’apparenza dal nulla, sentii un comando: alt. Dopo un silenzio surreale il ponte levatoio venne abbassato. Avevo lo stomaco chiuso mentre lo varcavo. Sotto il ponte c’era un fossato profondo, coperto di filo spinato e cosparso di aguzzi spunzoni di legno. Al cancello, armato dei documenti e della divisa scolastica, dichiarai lo scopo della mia venuta e venni fatto entrare… Ero in un campo militare, e la mia unica armatura era la divisa della Alliance che avevo addosso”.

L’adolescenza vissuta come un andirivieni tra la scuola prestigiosa e il villaggio militarizzato travasa poi nel racconto di una crescita culturale che culmina nell’ottenimento di un posto di lavoro proprio come insegnante. E nel momento va a compiersi la sua carriera, accade qualcosa di assai perturbante, kafkiano quasi, ma di cui non si darà conto in questa sede, che non deve concedere spoiler. Bastino a fornirne qualche barlume una manciata di frasi scelte qua e là dall’ultimo capitolo: “Non è solo l’incertezza di che cosa accadrà dopo”; “Sono in un limbo. L’assurdità della mia situazione aumenta”.

Nella casa dell’interprete è un libro che sa rivelare molto, anche nel senso di anteporre alla nostra visione ulteriori veli, ulteriori ombre, che però, come insegnava il Nolano, possono da un lato trascinarci nella tenebra, ma dall’altro anche proteggerci dalla luce. Perché la luce può illuminare, ma pure accecare; e questo, Thiong’o, in tutte le sue vicissitudini scolastiche, sembra averlo appreso assai bene.

Ngu˜gı˜ wa Thiong’o

Nella casa dell’interprete

traduzione di Maria Teresa Carbone

Jaca Book 2019

Alfabeto Balestrini

Maria Teresa Carbone

Premessa. Tra Alfabeta e Zooom, attraversando le 21 lettere tradizionali dell'alfabeto (e non 26, come suggerirebbe Andrea Cortellessa, co-destinatario di numerosi fra i messaggi che cito qui sotto), questo è il tentativo di riassumere gli oltre vent'anni di amicizia e di collaborazione con Nanni Balestrini, secondo il criterio – molto balestriniano – di non scrivere (quasi) niente, lasciando fare, in questo caso, tutto a lui. Per quanto Nanni mi manchi tantissimo, e di più mi mancherà in seguito, scorrendo fra le migliaia di email che ci siamo scambiati nel tempo, sono scoppiata a ridere parecchie volte. E questo, penso, non gli sarebbe dispiaciuto.

Alfabeta

siamo realisti, alfabeta non esiste perché non può esistere una rivista di cultura fatta in questo modo, senza una redazione che la costruisca, senza un gruppo compatto di collaboratori, magari giovani, che la discuta sulla base di un programma di idee, di politica culturale. È un blog appaltato a collaboratori casuali, alcuni analfabeti, agli amici grafomani. Può essere un servizio di informazione culturale, ma allora deve essere pagato. Per cui adesso continuiamo, con tanti sacrifici e buona volontà, a arrampicarci insoddisfatti su un inutile specchio. È un peccato smettere perché abbiamo una buona testata e un buon pubblico. Dovremmo cercare di inventare una soluzione innovativa da settembre, che adesso non riesco a immaginare... (email,16 luglio 2016)

Bocca (tapparsi la)

non ti chiedo di pensare come me, pensa quello che vuoi ma tienilo per te, fa parte del buon vivere e del rispetto verso una persona non sparlare dei suoi amici e dei colleghi di lavoro – spesso nella vita è bene perfino ahimè se non cucirsi tapparsi un po' la bocca!

(email, 25 luglio 2015)

Cazzo (di cane)

fare le cose a cazzo di cane non è un insulto ma un giudizio di comportamenti, è un modo di dire che significa fare le cose in modo disordinato, insensato. Così considero il fatto di voler fare arrivare al correttore e all'impaginatore di una rivista indicazioni spesso contraddittorie da quattro persone diverse, in tempi diversi, invece che da un'unica fonte. (email, 22 giugno 2013)

Donne (intellettuali)

su Alfabeta vorrei cose direttamente incisive come quello di cui avevamo parlato: come alle donne intellettuali viene riservato il compito di parlare unicamente di problemi femminili su giornali e televisione (l'altra possibilità è far vedere il culo), contrariamente ai maschi che hanno il diritto di parlare di tutto – è questa la cosa che mi piaceva affrontata direttamente senza tante digressioni, come violenta denuncia polemica, e dovresti farmela benissimo e presto, grazie.

(email, 16 aprile 2010)

Emma

EMMA (Enciclopedia Multimediale Attiva) è il primo esempio di enciclopedia di base realizzata appositamente per Internet, utilizzando cioè tutte le risorse – testi, immagini, link, audio e video – che il web può offrire. Nata nell'ottobre 1999 all'interno del sito RaisatZoom (realizzato dalla società Ars Edizioni Informatiche per conto di Raisat) e configurata come un'opera in progress, EMMA conta a marzo 2001 circa 400 voci suddivise in ambiti tematici.

(Progetto Emma, a cura di NB e MTC, marzo 2001)

Futuro

mi sono stati insinuati dubbi sul titolo dello Speciale FUTURO ADDIO e suggerito invece INFINITO PRESENTE (che mi ricorda qualcosa) sarei d'accordo per cambiarlo, che ne pensate? (Infinito Presente era il titolo che avevo suggerito per il programma destinato a Rai5 e poi intitolato Alfabeta, ndr)

(email, 28 agosto 2015)

Gruppo 63

continuo a pensare che una sfilza di schedine tutte su libri dello stesso ambito sia una palla, basta un pezzo ampio che permette anche un discorso complessivo (a proposito di uno speciale per i 50 anni del Gruppo 63, ndr)

(email, 29 agosto 2013)

Homepage

La homepage del sito è concepita come una vera e propria copertina, che punta ogni giorno su un tema diverso e attira l'attenzione del visitatore attraverso un'immagine, un testo, un video (incipit del progetto RaiLibro/web, a cura di NB e MTC, 2001-2002)

Inquinare

continuo a pensare che Inquinare (come tema di una puntata – poi non realizzata – del programma Alfabeta per Rai5, ndr) sia buono, è una delle nostre attività più costanti, coi trasporti, con le immondizie, con le industrie – poche delle cose che facciamo non contaminano... e poi si inquinano le menti con buona parte della cultura popolare, la morale con la corruzione pubblica, i bambini... (email, 23 marzo 2014)

Litigare

oggi sono molto raffreddato, ma domani o dopo ti vedrei volentieri per andare avanti a litigare un po'

(email, 12 giugno 2013)

Millepiani

Millepiani è stato concepito come un magazine culturale che affronta tematiche di attualità partendo da libri. L’assenza di conduttore e intervistatori vuole significare il rifiuto di prendere per mano lo spettatore e guidarlo a piccoli passi nei sentieri della conoscenza. L’intenzione è di metterlo direttamente, brutalmente spesso, di fronte alle idee e agli eventi.

(progetto per il programma televisivo Millepiani, a cura di NB e MTC, Cult Network Italia, 2004-2006)

Necrologi

alfa + giornaliero non si presta a pubblicare necrologi, cosa che vorremmo anche evitare perché i nostri numerosi collaboratori hanno tutti tanti amici illustri e in buona parte sono anziani, età in cui gli eventi luttuosi sono frequenti e i necrologi finirebbero per occupare tutti gli spazi (email, 26 febbraio 2014)

Obiettivo

Resta fondamentale la critica dell'esistente, ma tentare di inventare il nuovo è un obiettivo forse più ambizioso, e probabilmente oggi anche necessario. (email, 10 novembre 2013)

Poesia

La poesia fa male (incipit di Apocalisse, testo/manifesto di NB per l'edizione 1999 del festival romapoesia, a cura di NB, MTC e Franca Rovigatti)

Quello che viene, viene

eccoci, ho riunito tutte le scelte, non è così perfetto come auspicavo, ma non è grave (...) Quello che viene viene, vorrei invece avere i mesi dell'antologia omogenei come quelli dell'anno scorso, e più o meno ci siamo (a proposito dell'almanacco di Alfabeta 2017, ndr). (email, 13 settembre 2016)

Ragionamento

ieri in treno per Milano ho buttato giù un ragionamento su una possibile rivista digitale

(orrendo termine, e sbagliato, sarebbe più esatto utilizzare la traduzione francese: numerico) (email, 26 febbraio 2014)

Stroncatura

mai qualche bella polemica o stroncatura che faccia notizia, e ce ne sarebbe bisogno, altrimenti il tedio dilaga... (email, 5 giugno 2016)

Tecnologie digitali

avevamo chiesto una serie di video sulle arti visive, non il sottobosco dei poveri fanatici illusi drogati delle tecnologie digitali – non parliamo poi dell'arte digitale che non esiste, se ne blatera da qualche decennio e non ne è venuta fuori finora neanche un'opera con un minimo di validità...
(email, 21 febbraio 2016)

Urgente

telefonami urgente (email, 14 settembre 2018)

Volontariato

volontariato per tutti e sempre, ma per quale alta, nobile impresa? almeno ci fosse da divertirsi, ma così è diventato solo una noiosa e ripetitiva perdita di tempo, veramente poco interessante. A meno che salti fuori una sconvolgente idea nuova...
(email, 16 luglio 2016)

Zooom

Sembra quasi un ossimoro, un quotidiano di libri e di cultura, e per di più online. Eppure questo è e vuole essere Zooom (presentazione Zooom. Letture e visioni in rete, a cura di NB e MTC, luglio 2003)

Adesso che facciamo i video, zooom va recuperato (email, 12 giugno 2013)

MTC: Su Zoooom l'unico difetto è che l'abbiamo fatto con 10 anni esatti di anticipo (email, 12 giugno 2013)

Questo articolo è uscito su Alias / il manifesto sabato 8 giugno 2019

Aumentare la lettura per aumentare i lettori. Quattro domande a Gino Roncaglia

Maria Teresa Carbone

Augmented Reading, la lettura aumentata: intorno a questa idea ruota il progetto europeo Living Book che, avviato nell'autunno 2016, si propone di contrastare il calo della lettura presso le ragazze e i ragazzi tra i 9 e i 15 anni, partendo da due concetti di fondo: il digitale non è un nemico della lettura e la curiosità è una molla potente per alimentare il coinvolgimento attivo dei giovani lettori. Alla vigilia del convegno finale, in programma il 6 e il 7 giugno presso l'università di Roma Tre (Sala Volpi, viale di Castro Pretorio), ho rivolto alcune domande a Gino Roncaglia che ha coordinato il gruppo di lavoro del Forum del Libro (di cui anche io faccio parte) nell'elaborazione delle linee-guida del progetto.

  1. Come mai i lettori di libri tendono a calare, nonostante il numero di persone alfabetizzate, cioè in grado di leggere e scrivere, sia in aumento?

Le cause sono numerose, e la situazione varia da paese a paese: ad esempio, in Cina negli ultimi anni il tasso di lettura è cresciuto in maniera rilevante, sicuramente in primo luogo per la crescita delle fasce di popolazione in condizione di relativo benessere e per la crescita complessiva del mercato culturale interno. Nell’occidente industrializzato la tendenza sembra opposta: in alcuni paesi si osserva direttamente una diminuzione nei tassi di lettura (in Italia la percentuale di persone che hanno letto almeno un libro – esclusi quelli per studio e lavoro – nell’anno precedente è passata dal 46,8% del 2010 al 41% del 2017), in altri il tasso rimane più o meno costante ma diminuisce il numero medio di libri letti.

È difficile pensare che questi dati non siano legati anche e forse principalmente all’uso della rete: in rete in realtà leggiamo tutti moltissimo, ma prevalentemente forme di testualità più breve e granulare rispetto alla forma-libro. Va anche considerato che il tempo libero, che era aumentato con continuità nella seconda metà del ‘900, è invece ormai fermo o addirittura in lieve diminuzione: tradizionalmente i consumi culturali si rafforzano a vicenda, ma in queste condizioni una certa concorrenza nell’uso del tempo diventa inevitabile.

  1. Quali sono, se ci sono, le principali differenze fra la lettura su carta e la lettura su schermo?

Prima di provare a rispondere, una nota di cautela: mentre quando parliamo di lettura su carta abbiamo dei modelli di supporto del testo ben precisi e dalle caratteristiche ormai abbastanza stabili (i libri a stampa), quando parliamo di lettura su schermo siamo davanti a famiglie di dispositivi dalle caratteristiche differenziate: un tablet è ad esempio assai diverso rispetto a un e-book basato su carta elettronica e inchiostro elettronico, e uno smartphone ha caratteristiche (a partire dalla dimensione dello schermo) ancora diverse. Inoltre, si tratta di dispositivi la cui evoluzione tecnologica è ancora in corso e – almeno in certe fasi – è assai rapida. Pensare a carta e schermo come due fronti ben definiti e contrapposti è dunque sbagliato.

Detto questo, possiamo osservare che sulla maggior parte dei dispositivi digitali il carattere fluido dell’impaginazione permette sì al lettore di scegliere font e dimensione dei caratteri, ma può far perdere i punti di riferimento tipografici garantiti da un testo con impaginazione più controllata. In generale, la qualità della tipografia digitale deve ancora crescere (e devono crescere le relative competenze editoriali: molti grandi editori producono e-book di qualità bassissima). Questa situazione sembra penalizzare la lettura su schermo, in particolare rispetto alla memorizzazione del testo. Siamo peraltro molto indietro anche nella capacità di sfruttare sensatamente alcune caratteristiche specifiche del digitale, come l’interattività e la multicodicalità. Basti pensare al fatto che in teoria un dispositivo di lettura digitale dovrebbe fornire un ambiente di lettura assai più potente della carta rispetto all’annotazione del testo, mentre in realtà queste potenzialità sono ancora largamente ignorate e le modalità di annotazione di un e-book sono spesso faticose e poco efficaci se paragonate a carta e matita. Penso che la situazione migliorerà con il tempo, ma non così rapidamente come si poteva pensare una decina di anni fa.

  1. Nel saggio L'età della frammentazione sottolinei la necessità di costruire forme comunicative ed espressive complesse in ambiente digitale. Quali sono i passi più importanti da compiere per raggiungere questo obiettivo?

Credo sia anche in questo caso un problema legato in primo luogo alla fase di sviluppo dell’ecosistema digitale: per la maggior parte degli utenti, il cosiddetto web 2.0 è segnato soprattutto dall’autoproduzione dei contenuti e dalla loro condivisione via social, ma i contenuti autoprodotti – anche se li creiamo usando smartphone sempre più sofisticati – sono ancora molto ‘artigianali’: brevi, granulari, frammentati. Il passaggio a contenuti più complessi e strutturati dipende da una maggiore collaborazione (Wikipedia da questo punto di vista rappresenta un esempio interessante di maggiore integrazione e strutturazione dei contenuti) e da una migliore formazione all’uso delle risorse informative. Molto, moltissimo, dipende da un sistema formativo ancora incapace di fare davvero alfabetizzazione informativa.

  1. Oggi si parla spesso di “libri aumentati” e di “lettura aumentata”: cosa sono? Qual è la differenza?

I libri aumentati sono libri elettronici che aggiungono ai tradizionali contenuti testuali anche contenuti multicodicali (video, suoni, immagini…) e interattivi. Un campo interessantissimo, ma come accennavo ancora poco sviluppato, anche perché produrre buoni libri elettronici aumentati costa molto e il mercato è ancora abbastanza limitato e basato, come si è detto, su famiglie di dispositivi di lettura assai diverse. In ogni caso, il libro aumentato è un prodotto editoriale: a progettarlo sono autori e editori.

La lettura aumentata capovolge la prospettiva: è il lettore che accompagna la lettura (che può avvenire indifferentemente su carta o in digitale) attraverso l’uso della rete, che permette di approfondire o integrare il contenuto del testo. Leggiamo di un personaggio storico, e andiamo a cercare in rete maggiori informazioni; leggiamo di un luogo, e ne cerchiamo mappe o fotografie; troviamo menzionato un brano musicale, e andiamo ad ascoltarlo. Sono pratiche che sono ormai entrate fra le abitudini di qualunque lettore forte: la rete è l’ambiente naturale di approfondimento e allargamento dei contenuti del libro.

Il progetto The Living Book si propone proprio di dare metodologie e strumenti efficaci per la lettura aumentata, considerata come un’occasione per collegare il libro all’ecosistema digitale in cui si svolge gran parte della vita comunicativa delle giovani generazioni. Il convegno romano sarà un’occasione credo molto interessante per fare il punto proprio su questi temi, anche attraverso le esperienze fatte dagli altri partner europei del progetto.

Semaforo Balestrini

Maria Teresa Carbone

Nanni Balestrini, Rubens. Come s'impara, 1964

Città

Io sono completamento alieno all’idea del genius loci, questa idea che uno porti in sé la città dov’è nato, cresciuto… Io a Milano sono stato fino ai 25 anni, mi sono trasferito a Roma che ne avevo 26, ma da allora vengo a Milano praticamente ogni mese. In questi sessant’anni è stato un continuo avanti e indietro tra Roma e Milano, che per me sono contigue, è come cambiare quartiere. Non sento nostalgia per nessuna delle città in cui ho vissuto, né per Milano né per Roma, né per Parigi, né per Berlino. Potrei vivere ovunque. (…) Ogni città è interessante, meravigliosa. Se pensi bene a cos’è una città, è un posto in mezzo alla natura, al niente, in cui gli uomini si sono messi insieme a costruire prima delle capanne, poi delle case, poi dei monumenti, poi dei grattacieli, poi delle metropolitane… È un lavoro pazzesco. La città è una cosa straordinaria, la cosa più bella che esista, anche una città piccola, anche una cittadina, anche un paese.

Nanni Balestrini intervistato da Stella Succi (in Le cronache di Nanni, The Towner, 18 marzo 2016)

Dandy

In settembre ho finalmente incontrato Balestrini – o più precisamente, è lui che ha incontrato me: aveva preso un taxi fino all'aeroporto di Fiumicino in attesa del mio arrivo. Siamo andati in città e abbiamo pranzato insieme. Balestrini ha 81 anni ma ne dimostra una sessantina e ha del dandy raffinato e del perfetto gentleman più di qualsiasi anarcocomunista io abbia mai conosciuto. Quando mi sono lanciata in una serie di domande a raffica sulla sua vita nel movimento, ha detto: “Questo è un pranzo, non una ricerca biografica”, e si è occupato del vino da ordinare. Ogni cosa al suo posto.

Rachel Kushner, “I am interested in collective characters”. An interview with Nanni Balestrini, The Nation, 17 novembre 2016

Industria culturale

È difficile pensare cosa può essere un italiano medio. Penso si debba piuttosto parlare di consumo della cultura e di creazione. Il termine "industria culturale" presuppone dei consumatori e dei ricavi, misurabili in quantità di pubblico. Da esso deve dunque trovare una risposta, adeguandosi ai suoi gusti o almeno alle sue aspettative. La creazione si svolge invece su un altro piano, quello della ricerca che, come per la scienza, non dovrebbe essere condizionata da immediati riscontri di mercato. Ma purtroppo questo non avviene quasi mai, e tanto meno in un paese così malridotto come è il nostro oggi.

Nanni Balestrini, intervistato da Dario Alfieri (in Progetto Babele, senza data, 2006 o 2007)

Regia

(…) Mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza del sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni Balestrini, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. (…)

Sergio Bianchi, Mescolando il riso alle lacrime. In memoria di Primo Moroni, DeriveApprodi 2018

Sport

Una volta ho chiesto a un mio amico, uno di Milano che sembra conoscere un sacco di gente, se aveva sentito parlare di Nanni Balestrini. Il mio amico è nel giro dell'arte, e non ero sicura se avesse mai letto le cose di Balestrini. Eravamo nella cucina del mio amico e lui mi stava preparando un'insalata. Si è fermato e mi ha detto: “Balestrini? Nanni? Ma l'ho aiutato a scappare in Francia!”. Così è venuto fuori che nel 1979, quando Balestrini stava per essere arrestato per cosiddette attività insurrezionali contro lo stato, come tanti altri allora, questo amico gli aveva procurato gli sci e l'equipaggiamento. Poi lo aveva portato con la macchina in montagna, aveva passato il confine con la Francia e aveva aspettato a Chamonix che Balestrini venisse giù sciando. Pensai all'unica foto che avevo visto di Balestrini, alla sciarpa che portava in modo elaborato ed elegante: un uomo che dava l'idea di essere bohémien e sofisticato, più che atletico. Ho chiesto: “Ma Balestrini scia?”. Il mio amico ha proteso le mani enfaticamente, e ha detto: “Piuttosto bene... quando vuole!”.

Rachel Kushner, Popular Mechanics, The New Republic, 21 giugno 2016

Trasgressione

Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela (…) come l'antiprincipe, il libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere.

Nanni Balestrini, dalla presentazione del libro di Leon Battista Alberti Momo o del principe (Costa & Nolan 1986)