Laura Pugno. Il bianco, l’aperto, l’animale

4343749531_af08593e5dMaria Grazia Calandrone

Nei primi mesi del 2016 Laura Pugno ci offre la poesia di Bianco, uscito in marzo per nottetempo e la prosa della Ragazza selvaggia (Marsilio): due libri che possono essere letti uno come il rovescio dell’altro.

Le figure che si muovono nell’opera di Laura Pugno sono sempre estremamente sole, diremmo anzi che siano governate da una solitudine estrema, che dètta loro scelte esistenziali (nel romanzo: andare via da tutto, tagliare i ponti, sparire – oppure abbandonare, lasciar andare) interrotte da rari, occasionali contatti con altri esseri, altrettanto soli e perduti dentro l’ottusa crudeltà del caso. In tutta l’opera di Pugno il clima è torrido – o gelido – e la natura è totale, a significare l’insignificanza di quest’umano, che porta la sua risata come il blasone della propria specie. Inoltre, tutte le coordinate spaziotemporali si curvano fino a coincidere: fino a una preistoria del futuro, a un’atmosfera da fantascienza primordiale.

La solitudine della Ragazza selvaggia sembra però risolta per magia da un legame eccellente, che manda a rotoli scienza e ragione: il vincolo di un doppio gemellare, dimostrabile solo nei suoi effetti misteriosi, ma che non è neppure vera alterità, piuttosto quasi lo scindersi di un unico corpo, tanta è la coincidenza invisibile e muta tra le gemelle, tale lo scambio di energie vitali.

Le gemelle Dasha e Nina, venute da un altrove remoto, queste belle irruzioni di un panorama estraneo nella vita dell’alta borghesia romana, sembrano lentamente imparare una felicità fatta non solo di agio del corpo soddisfatto, nutrito e caldo, ma anche di una vicinanza sentimentale, che però non arriva a entrare nel nucleo profondo e impenetrabile dei loro affetti. Dasha e Nina sono una microcomunità, un binomio assoluto, una bolla di spaziotempo interrotto, sono incarnazione del tempo diviso – e però duplicato; irrecuperabile – e però irrimediabile, come il freddo di un’infanzia crudele impresso per sempre nella carne adulta.

Il ribrezzo che provano altri è la parte emersa dell’ossessione, il tentativo disperato di autodifesa. Ma l’incanto non è davvero incanto: nella sfera magica c’è la tensione assoluta di un antagonismo immobile, tanto feroce e dissipante pare la loro lotta, un pietrificato: muori perché io viva. La morte è un semplice «dissipare calore», viene detto. I led sul crinale della montagna, che nella prima pagina del libro appaiono come sola divinità possibile, vengono in fine associati alle luci delle candele che si lasciano accese per i morti, accanto al pane. Questo è dunque il sentimento del divino, dell’oltre terreno, di qualcuno che torna per amore. Meglio: che torna perché trova amore, ancora. Sotto forma di pane e memoria.

«Sarebbe stata felice come una che ha attraversato il dolore», viene anche detto. Come una che abbia attraversato la morte e l’abbandono, ci spingiamo a dire dirigendoci verso il bianco della poesia, che sembra essere il rovescio commosso del romanzo, la sua scoria luminosa e, contemporaneamente, la sua traccia sommersa. Anche qui c’è la figura umana nella neve, ma la muta ferocia del romanzo ha pace, questa neve è biancore luminoso. I morti sono stati abbandonati anche in poesia («nessuno / più versa vino a terra per i morti»), ma dolcemente – anche nella poesia si aggira una creatura di neve, una figura lunare dalla pelle chiarissima, qualcosa o qualcuno, una forma che cerca una casa, che deve tornare.

Ma «ognuno muove appena / quello che di sé è vivo nel mondo», dunque questa creatura senza casa, con la remota memoria di una casa e di un’infanzia, che forse ha bruciato la più profonda fibra della sua carne, siamo tutti noi, è ogni essere umano che da vivo desidera tornare, come quello che nell’ottava elegia di Rilke si volta a guardare la sua casa: «Ma chi ci ha rigirati così / che qualsia quel che facciamo / è sempre come fossimo nell’atto di partire? […] così viviamo per dir sempre addio».

Quella di Laura Pugno è dunque la dichiarazione di un esilio collettivo, che in prosa è una feroce solitudine di bestia che verrà nuovamente abbandonata al suo stesso abbandono – e in poesia trova invece una soglia, un bicchiere di latte, una terra da far splendere con i propri passi e soprattutto una socialità, il sentimento di un gruppo umano che si muove e fa cose collettive («comunità che fa crescere le piante») e, alla fine, assiste al ritorno: «chiunque abbia occhi / ti vedrà tornare».

L’esule deve rinunciare al bianco perfetto della neve, alla pace perfetta della neve, alla sua solitudine perfetta, per far parte della comunità e, se possibile, mantenersi per sempre sul bilico celaniano della soglia tra dentro e fuori, tra tasche piene di neve e invece latte e pane caldo e conforto.

La doppia opera di Laura Pugno è dunque descrizione di un confine, di uno stato di esilio che si scioglie come neve e di una solitudine che viene consolata con offerte. Solitudine di vivi e solitudine di morti, che avranno ancora sul tavolo la loro tazza colma di bianco, tanto è labile anche questo confine apparentemente estremo tra vita e morte, tra passato e futuro, tra io e mondo, tra questo fuori bianchissimo e questo altrettanto bianco cuore, che riportiamo al caldo delle case e tra i fuochi domestici, tra coloro che «contano covoni e capi di bestie», tra «quello che è donato e che è perduto». Il baratto, lo scambio, la lontananza. E il calore animale: «e tutto quello che è animale / è vivo, è vivo». Vivo è l’animale e bianca è dunque la poesia, che sgroviglia l’intricata solitudine animale e boschiva di Dasha, della creatura abbandonata da chi dovrebbe amarla come se stessa, poiché ne è il doppio. Entrambe provenute da un non-luogo, Dasha e Nina non solidarizzano. Se la protagonista del romanzo non è la ragazza selvaggia del titolo, ma colei che l’abbandona e dunque tiene nelle sue mani il capo della trama romanzesca, protagonista del bianco della poesia è la figura che torna o che vuole tornare, che rinuncia a qualcosa della propria splendente solitudine per fare parte di un cerchio caldo di animali umani.

Sappiamo che Laura Pugno desidera tenere separate prosa e poesia. Forse ora comprendiamo il perché: la poesia sembra essere il distillato, la figura alchemica della sua prosa, il frutto lavorato del dolore e della solitudine che spingono e premono, con toni anche horrorifici, sotto la bella pagina piena della sua prosa. In poesia c’è aria, c’è spazio e luce, un «tu» rimarginato e non più o non solo emarginato, c’è qualcuno che parla e dice «vedi, che hai fiducia, / nell’aperto».

Ci prendiamo l’arbitrio di estendere queste osservazioni alla funzione della poesia: diciamo che la poesia è il frutto del dolore attraversato, il lasciapassare per una gioia più profonda. Se la prosa è il racconto del viaggio, la cronaca di un attraversamento di terre oscure e luminose come boschi, la poesia è l’Aperto, ancora una volta rilkiano, quello che l’animale guarda «con tutti gli occhi», la meta bella e soprattutto – ma ci vuole tanto tempo, per capirlo –: condivisa.

Laura Pugno

Bianco

«poeti.com» nottetempo, 2016, 87 pp., € 7

La ragazza selvaggia

Marsilio, 2016, 174 pp., € 16,50

Passano le navi di Kavafis

kavafisMaria Grazia Calandrone

La poesia di Kavafis è poesia della contraddizione: del desiderio e del disincanto, cioè parola che in sé fa deflagrare gli opposti. Dice di storia minima, come spiega bene il traduttore Nicola Crocetti nella sua splendida, concreta e onesta introduzione, che rende conto degli onori e delle detrazioni che nel tempo sono cadute sulla poesia di Kavafis, creatura dalla vita anonima, che pare non esistere al di fuori della propria parola, come uno qualunque dei protagonisti della sua stessa poesia, che celebra meschinità e grandezze di personaggi minori.

A Nicola Crocetti va riconosciuto il coraggio di aver ridato voce italiana alla voce di Kavafis, mezzo secolo dopo la mirabile traduzione di Filippo Maria Pontani. Ha potuto osarlo perché Crocetti ha onorato le proprie ascendenze materne, appunto greche, attraverso decenni di pubblicazioni di letteratura greca contemporanea. E ha dedicato la propria vita alla poesia degli altri. Queste due specie parallele di fedeltà hanno ottenuto come risultato la cura onesta e calorosa delle parole del poeta. L’ironia e la dignità del traduttore si fondono in potente simbiosi all’ironia e alla dignità del poeta tradotto: che mai, pure nella disperazione, si lascia andare al patetico lagno dei malati d’amore e desiderio. Forse per ciò Kavafis è il poeta del Novecento più tradotto nel mondo (perfino in lingua maori!): perché affronta il suo mal d’amore e la propria disillusione con ironia e nitore. E anche perché, come dice lo stesso Crocetti, «amici e ammiratori, come E. M. Forster, C. M. Bowra, W. H. Auden, hanno concorso a far conoscere Kavafis nel mondo anglosassone, l’unico che veramente conti ai fini della diffusione planetaria di un nome, di una figura, di un’opera».

La poesia di Kavafis appare tutta popolata di adolescenti e ragazzi bellissimi, dalle chiome scomposte e profumate, dai corpi che hanno aromi di gelsomino. La sua parola coincide spesso con la memoria di corpi, mancati o perduti, che tornano carne e sangue grazie alla voce, che sgorga copiosa. Benché il poeta ricordi spesso il giudizio morale contemporaneo sulla propria tensione desiderante, sugli amori omoerotici «che la morale odierna chiama osceni», egli rivendica anche le «poesie sul piacere esclusivo, orientato / verso amori sterili che il mondo disapprova», magari consumati solo in sogno, o da febbri che al pervasivo demone amoroso non importa se siano o meno letali.

E dice degli inganni della passione, che non ci fa sentire estraneo chi in effetti lo è. I falsi piani dell’affettività umana, come le commoventi pietre false dell’incoronazione di Giovanni e Irene, preludono – ma, nella cronologia biografica, seguono – all’esplicita Fiori finti, dove i fiori di smalto e metallo hanno la qualità d’essere incorruttibili, dunque sono indiretta invocazione all’immortalità. Sguscia infatti, trasversalmente al libro, un’insofferenza dolorosa contro l’invecchiamento di questo corpo vivo e desiderante. Ma anche questa, come ogni altra sua disperazione, è corporale e storica, non cede mai alla lamentazione querula e sentimentale: ogni parola riporta in pagina l’atmosfera e i colori di una classicità appena rinnovata dalla determinazione di luoghi e oggetti estranei al mondo dell’antica Grecia – ma il presente appare come traslucido, incastonato in temi e modi della cultura che lo ha preceduto e che il poeta sente più reale del reale.

E intanto Kavafis esce sempre più allo scoperto, è sempre più chiaro, la sua scrittura si fa più esperta, spiccia e sicura di sé – non perché abbia la cura stilistica di evitare se stessa e le proprie sovraesposte enfasi iniziali, come sostiene Kutsurelis, ma perché ogni scrittura inevitabilmente si asciuga insieme all’organismo che la scrive e alla biografia che la produce e, intanto, fa esperienza del mondo, ne decifra sempre più profondamente la fenomenologia. Sotto gli occhi dei suoi lettori Kavafis si sottopone a una sorta di ininterrotto allenamento al realismo, ma il suo è un atteggiamento psicologico e umano, non un esercizio di stile.

Egli non smette infatti di interrogarsi intorno al valore della parola poetica: consolazione nell’esilio, contraddizione in tempo di guerra – ma contraddizione necessaria e implacabile: «in tutto quel tumulto, in quel disastro, / l’idea poetica insiste ad affacciarsi» – e anche parola originata dal contatto «illecito» dei corpi – e poi strumento che, provvisoriamente e come può, «con Fantasia e Parole», lenisce la ferita dell’invecchiare. In una delle Poesie nascoste del 1891 aveva scritto con parole esplicite: «Non credete solo a ciò che vedete. / È più acuto lo sguardo dei poeti. / È un giardino di casa per loro la natura». E ancora, nel 1897: «Io non sono incluso / nel totale. Questa gioia mi basta per sé sola». Sopra tutte, sul tema, vogliamo ricordare la bellissima metafora prosaica della creatività Le navi, dove è scritto: «Un’altra cosa è doppiamente triste. Ed è quando passano certe navi enormi, con ornamenti di corallo e alberature d’ebano, con grandi vessilli bianchi e rossi spiegati al vento, ricolme di tesori, le quali neppure si avvicinano al porto, vuoi perché tutte le merci che trasportano sono vietate, vuoi perché il porto non è abbastanza profondo per accoglierle».

La superficialità del mondo, che non è vasto abbastanza da accogliere la visione dei poeti, viene cantata in ogni luogo del libro, ovunque Kavafis si occupi della gestione della cosa pubblica, amareggiato e amaro, disgustato dai giochi di potere della storia maggiore, fatta di intrighi e di omicidio, di morti ingiuste e verità e dolori inconfessabili. La contraddizione tra lo slancio interiore del poeta e la realtà, che ben vede e denuncia, è feroce. E allora, «se mai un giorno accadrà – mentre sediamo pigramente a guardare la luce o ad ascoltare il silenzio – che per avventura ci tornino all’udito della mente alcune strofe entusiasmanti, non le riconosciamo a tutta prima, e tormentiamo la memoria per ricordare dove le abbiamo già udite. Dopo grandi sforzi, l’antico ricordo si ridesta, e rammentiamo che queste sono le strofe del canto che salmodiavano i marinai, belli come gli eroi dell’Iliade, quando passavano le grandi, magnifiche navi, e proseguivano verso… chissà dove». Questa è la voce che i poeti abitano, scrive Kavafis, e che il mondo pare essere troppo angusto per contenere. È un tema che lo ossessiona fin dalla giovinezza: comincia con il dialogo del 1886 tra il poeta e la musa che lo conforta, passandogli per vero il mondo di gioia e amore che egli canta, perché è così che sente, nonostante la sfera della terra sia «infida, fredda e oscura». E allora «quanto mondo resterà / perduto dentro di te» – rivolgendosi al calamaio –: quando il poeta sarà andato via.

Dunque questo di Kavafis è anche, fortemente e soprattutto, un libro di perdita: di occasioni amorose, sfuggite a causa di pregiudizi o di altrui disamore, è lo stesso – e di parole che rimarranno chiuse nei calamai o portate lontano da fantastiche navi che abbiamo solo intravisto passare, senza coglierne musica e senso, se non forse – chissà se, dove e quando – a distanza di anni. Ogni parola di poeta è una consegna al futuro. E la fortuna di Kavafis nel mondo e nel tempo sta a confermarlo, secondando quanto scritto da lui stesso in una sua speranza – o profezia, Il Reggimento del Piacere: «Quando il tuo funerale passerà, le Forme create dai tuoi desideri getteranno sul tuo feretro rose bianche e gigli».

Konstantinos Kavafis

Le poesie

a cura di Nicola Crocetti

Einaudi, 2015, XII-319 pp.,€ 14

Di bestie e di stelle

Marilena Renda

Le poesie di Serie fossile portano tutte una data. Scandiscono cioè, in quella forma di implacabile progressione che è il raccontare le cose nell’ordine in cui sono accadute, il dispiegarsi di una storia d’amore che mette a vivo cose nascoste, forse mancanti, certo sepolte come reperti di un’umanità perduta.

Chi canta lo fa per eccesso, in altezza e in profondità, come se il rapporto amoroso consentisse di attingere una nudità e una radicalità dell'esperienza mai raggiunte. Non a caso uno dei primi testi, (°) - seme, contiene il sintagma «bruciatura del neutro», che fa subito pensare a Blanchot quando scrive: «L’ignoto è pensato sempre al neutro», oppure: «pensare o parlare al neutro equivale a pensare o a parlare a prescindere da ogni cosa visibile e invisibile, ossia in termini indipendenti dalla possibilità». E cosa c’è di più indipendente dalla possibilità dell’incontro con l’altro?

L’incontro con l’altro, come l’esperienza della poesia, porta in sé una dismisura che da sempre è la cifra del lavoro poetico di Maria Grazia Calandrone; i versi si addensano sulla pagina come se non ci fosse spazio sufficiente a contenerli, scalfiscono un limite, cercano visibilmente di portare il lettore in un luogo in cui non è mai stato prima. Rispetto ai libri precedenti, Serie fossile possiede un’inedita densità e compattezza; i campi metaforici, sempre soggetti a sconfinamenti, sono quelli del cielo e della terra, delle galassie e del germogliare, dello spaccarsi e sobbollire della terra (la «terra-alba», che tiene dentro il sopra e il sotto, come il canto della poesia). I movimenti, opposti ma complementari, sono quelli dello staccare e del saldare, dello spezzare e poi del ricongiungere, ma più di tutto del rifondare, dell’impastare, dello sciogliere, del versare e del ricevere.

Essendo l’amore processo alchemico che deve portare alla trasmutazione della materia del corpo, l’amante – figura araldica del cambiamento e della conoscenza di sé attraverso l’altro/a – nel rimanere profondamente se stesso balza davanti all’altro in forma soprattutto animale – ape, cavalla, uccello, scarabeo –, e nel suo movimento di rivelazione non manifesta solo il proprio desiderio, ma si trova a incarnare l’animale interiore dell’altro, quello che viene nei sogni a dirci chi siamo e cosa vogliamo, oppure a rivelarci i contorni di un mondo che nella coscienza già esisteva ma a cui solo la presenza dell’altro permette di emergere («il mondo era un’opera grezza, un non-del-tutto / compreso intento della grazia»). Dice Hillman nell’animale del sogno: «Tutti gli esseri viventi sono pregati di presentarsi, di manifestarsi, di farsi vedere, di rendersi ostensibili – ostentatio in latino era la comune traduzione del greco phantasia, la fantasia. L’ostensione di ogni animale è la fantasia che egli ha di se stesso». In Serie fossile, questa fantasia viene ribadita in più luoghi: «[…] qui / non c’è che incarnazione / e lingua del pensiero»; «sono io che ti suscito? / questa tenera cosa / questo caldo umano / che si leva da te / è tutto fatto dalle mie parole / oppure / preesisteva / e risponde al richiamo?»; ma soprattutto: «[…] perché io / sono il corpo venuto dalla tua anima». L’altro è creatura che germina da un corpo che si muove in ogni direzione «[…] e, se respinge, ora che fibra / è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo».

I misteriosi geroglifici che accompagnano i titoli fanno da segnaletica interstellare, forse a indicare alle stelle stesse la loro posizione. L’amante, figura della nudità e del nutrimento, sposta sempre più in là i confini del gesto e della parola finché il suo stesso movimento, che è movimento celeste di cieli, albe, asteroidi e galassie, non spinge entrambi al di fuori del cielo in cui, per una breve e miracolosa stagione, hanno vissuto insieme: «risvegliandosi nel cuore della notte invernale nelle condizioni descritte, l’osservatore Alfa si siede e aspetta. se richiesto di cosa stia aspettando, risponde: che infine sia l’alba».

Maria Grazia Calandrone
Serie fossile
Crocetti, 2015, 129 pp.
€ 11,90

Lune elettriche

Maria Grazia Calandrone

L’entità astratta ACEA si materializza esclusivamente in homunculi stipendiati per eseguire ordini di distacco, quantunque illeciti. Nessun altro contatto è consentito tra l’utente, sebbene pagante, e l’ufficio tecnico. Solo sfogo è il call-center: schiere di giovani, sicuramente precari, gettati in prima linea per depistare il cliente con informazioni fantascientifiche e contraddittorie. I ragazzi che scavalcano (con l’arco di tutti i dialetti dello stivale ficcati nella strettoia di una robotica inflessione commerciale) il frastuono di fondo del numero verde 800199900 vengono provvisoriamente malpagati dall’azienda per offrire gli irrorati petti alla causa aziendale e assumersi il ruolo di capro espiatorio. Una piccola serie di Monsieur Malaussène fa da ammortizzatore tra la legittima rabbia dell’utente disconnesso senza colpa e l’illegittimo strapotere dell’azienda che sottrae la tensione dai cavi privati: senza preavviso, senza intercorsi solleciti – senza ragione.

Già estenuati da una intera giornata di conversazioni incongruenti e ormai detestando la splendida Imagine di John Lennon, malauguratamente eletta da ACEA a intrattenimento tra una voce registrata e l’altra – dunque avendo subìto un ulteriore danno affettivo ed estetico – durante il secondo giorno di buio ci rechiamo nello spazio fisico ACEA di via Ostiense 2 e a prima vista ci rendiamo conto di quanto l’altrimenti glorioso civis romanus sia ormai docile e del tutto privo della coscienza dei propri diritti civili. Non c’è sommossa, non c’è insubordinazione. Molti sono seduti con gli occhi al vuoto. Altri, col corpo posto inerte sulla magra panchetta, sono impegnati in acrobatici videogiochi. Il silenzio è frenetico e perturbante.

Dopo un’ora di fila ci avviamo pieni di speranza all’incontro con uno sguardo umano: allo sportello una nostra sovrabbondante coetanea, tatuata e con una rosa di stoffa sulla testa – ma ahimé priva di un Lancaster-Mangiacavallo al fianco – sostiene di non avere alcun altro potere che inoltrare l’ennesimo sollecito ai fantasmi dell’ufficio tecnico e ci fornisce un numero presunto di Pronto Intervento che, dopo venti minuti di preregistrato, scopriamo occuparsi esclusivamente di guasti. Siamo anche noi al solito dolente bivio psicopolitico: dinamitardi o rassegnati? Poiché siamo non violenti per costituzione spirituale, ci forziamo a cogliere il buono nell’essere costretti a non lavorare per due giorni, nel cenare a lume di candela, ci rassegniamo a prendere contatti con l’amico avvocato (ovviamente quando l’utenza verrà riallacciata e dunque potremo radiosamente rientrare in possesso del nostro numero telefonico).

Non possiamo che confermare la dolorosa considerazione agostana, quando ci trovammo con una bambina di quattro anni dietro un’affranta riga di un centinaio di persone alle Poste, mentre Poste Italiane declinava ogni responsabilità del disagio, affermando di avere affidato le consegne delle raccomandate a una ditta privata, i cui incaricati non citofonano nemmeno più ai destinatari e la cui direzione non produce il pensiero elementare di fornire agli utenti numeri d’ordine o sedie. Tutta la fila ebbe a ribellarsi quando chiedemmo se per favore, vista l’impossibilità di mantenere la piccola ferma in fila, potevamo passare avanti. Allora, letteralmente su due piedi, inventammo una legge, che ci parve all’improvviso del tutto morale: sostenemmo che le persone con bambini minori di 5 anni avessero il diritto di precedenza e ci presentammo allo sportello, frecciati come patetici sansebastiani dagli insulti pieni di pena dei “poveri contro poveri”, che sempre ci feriscono fino alle lacrime.

Il sole etico del nostro mondo riprese a splendere con timido vigore quando, accanto agli sportelli del San Gallicano, pochi giorni più tardi, trovammo scritto che i bambini addirittura fino a 6 anni godono del diritto di precedenza. Allora la giustizia, la compassione, questo essere uomini con uomini, non sono stati schiacciati dal calcagno mortale dell’individualismo! Forse allora non siamo inerti prede di un astratto “libero mercato”. Forse, non siamo perduti.

So di non essere mai stato
Il ritorno di Lorenzo Calogero

Maria Grazia Calandrone

Ecco a noi Calogero, medico calabrese, classe 1910, che visse la poesia come assoluto, componendo oltre 800 quaderni manoscritti, molti dei quali ancora inediti: morto a 51 anni nella propria casa, la sua opera venne scoperta dopo la sua scomparsa, ma l’editore Lerici fallì prima di poterla pubblicare tutta. Dalla mole sommersa, adesso finalmente disponibile, affiora Avaro nel tuo pensiero: scritto nella seconda metà dell’ottobre 1955 e forse preparato, negli anni Ottanta, per un’edizione mai realizzata a cura di Amelia Rosselli.

Aprendo il libro veniamo avvolti dalle nebbie di una perdita: dalle pagine esala malinconia sovranaturale. Qualcosa che era non è più. Il mondo vero è decaduto e decaduto è il tempo. La terra è fantasmatica, fatta di ombre lacustri e baci perduti, gioie che non tornano, cose concluse. È terra fatta dal suono delle parole, che la descrivono con assonanze e allitterazioni soprattutto in r e in v: trilli e fischi di uccelli boschivi. Muoviamo in un silenzio post apocalittico, mosso da «euritmie». L’autore stesso è tutto sguardo e memoria, piaga di nostalgia per qualcosa che inverava il mondo, se prima «vergine e distesa tu potevi tutto ricoprire» e ora «tutto riverso sono dentro un mio pensiero». Gli aggettivi usati per la res amissa sono «carnoso, tumido, denso», le mani erano «dure e piene» e c’era il «gruppo magico» dei corpi. Ora il corpo, solo, si corrompe «in un gruppo fragile» e le cose si staccano stente da un fondale di cartone: acquosi schizzi di colore in forma d’albero, di pervinca o di rosa. Raramente umana.

L’assenza amara di quel «cieco incanto» arriva a privare la terra della terza dimensione, avvolge specie e oggetti in una bruma inconsolata. Anche l’uso dei tempi verbali è confusivo: da presente a imperfetto, da presente a passato remoto. La nostalgia del paradiso avvelena il tempo, il rimpianto annichilisce a ritroso: «So di non essere mai stato». La figura più viva di questa parte di libro è un insetto, che masticando rivive una legge di gioia fiabesca. Perché l’amata, che si vorrebbe avere la forza di allontanare, e contro la quale si ingaggia una pur debole lotta interna, è pur sempre presente: abita i nostri giorni con lo stesso corpo, ora algido, semimorto. Insopportabile. Insuperabile. Quello di Calogero sembra finora un canto rosselliano. Privo però di rabbia, dimesso. Il canto di chi non chiama più, semplicemente osserva la rovina.

Ma, tenendo l’occhio così fisso alla fine, scrivendo e riscrivendo il dolore, si depotenzia il dolore e così, da metà libro il tono cambia, la lingua diventa ardimentosa e viva. La composizione delle pagine precedenti ha squarciato il deposito di «lattescente» chiarore innaturale, tanto da dire, a un tratto «Ora vedi chi sono, chi amo», e nominare i «dolci aliti dei vivi». Qui cominciano impeti verbali, Calogero sembra emerso dalla sua sepoltura di aria e riprende contatto con se stesso, consistente nel mondo consistente: «intima una vita liquida / si riaccende». Mentre prima anche il solco sulla fronte dell’amata oscillava tra aridità e fertilità, adesso egli chiede: che le «pieghe rosse» di lei spandano un senso originario e lieviti la vita, mescolata al canto. Ora che il corpo nudo si fa toccare, rinnova l’aria che il poeta era diventato e chi scrive si sente simile al simile, compreso, nel suo stare individuale e nello stare al mondo della specie. Perché chi ama ha sopportato tutto il rimpianto e chi è tornato l’ha trovato al suo posto. Fermamente. Sentinella e guardiano di un tempio che pareva abbandonato: «Non ho più altro soccorso / che questa tua strenua /volontà di vivere che si riordina».

L’intelligenza di Caterina Verbaro (curatrice del testo insieme a Mario Sechi) suggerisce, in prefazione, una lettura non banale di questo che abbiamo fin qui descritto come il minuzioso diario di una perdita amorosa. L’apparente cronaca d’amore è in realtà il principio di un processo di individuazione dell’io scrivente rispetto a quel «tu» onnivoro al quale sempre si volge. Calogero desidera nascere, opporsi al proprio stesso desiderio fusionale: separarsi, attraverso la poesia, dalla sua stessa poesia, ovvero dal proprio sentire; e dire l’indistinto. La parola è la porta d’accesso al mondo Uno e fagocitante, ma è anche la voce di chi nomina e, per ciò, si distingue dal magico silenzio originario.

Avaro nel tuo pensiero è dunque cordone che avvince l’autore all’eden dell’indifferenziato infantile ed è insieme recisione. Egli desidera sentire il proprio corpo tiepido di sognatore e non più solo dirne il grande sogno. Che questo «tu» sia un’amata, che sia la poesia col suo dettato pervasivo, comunque aver posato lo sguardo sul vivo dopo una lunga mancanza cambia lo sguardo che si deposita sul mondo intero: poco dopo l’apparizione centrale, Calogero torna a scorrere il nastro della memoria. Ma il tono è cambiato. Il ritorno ha aperto gli occhi. Così, fatto il suo pur incerto ingresso nel canone reale, un poeta arriva alla compassione nei confronti dell’astratta musa, della quale, infine, nota con tenerezza l’umanità – e quella del proprio essere sognante «perché un povero cuore / non poteva dire sì due volte». Dunque in quei 12 giorni di ottobre, forse, Calogero comincia a perdonarsi la propria solitudine e, insieme, perdona la solitudine nella quale è stretto ogni essere umano; impara da sé la fratellanza di essere solo fratelli – fratelli nati, non più entità monozigote di un’unica sfera: magica, prenatale.

Lorenzo Calogero
Avaro nel tuo pensiero
a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro
Donzelli, 2014, XXV-200 pp., € 24.00