La cronaca dopo la storia

Giorgio Mascitelli

L’uscita del film Romanzo di una strage ha scatenato numerose polemiche sulla sua attendibilità storica, come del resto è capitato in questi anni anche ad altri film o romanzi. Molti dei critici di questa pellicola ne hanno contestato il rigore storico nel ricostruire eventi anche oggettivamente complessi. La cosa più sorprendente di una polemica del genere è che tale rilievo dovrebbe essere mosso a opere storiografiche e non a prodotti della finzione cinematografica. Naturalmente è probabile che molti interventi critici siano stati dettati dalla preoccupazione che la maggiore fruibilità del mezzo cinematografico rispetto all’analisi storiografica e l’ingenuo, ma popolare pregiudizio che le immagini dicano sempre la verità favorirebbero la diffusione di tesi non vere o parzialmente vere su vicende importanti come piazza Fontana, ma resta il fatto che un cineasta ha il diritto di proporre una propria visione dei fatti storici che va valutata esteticamente (al limite giudicando su quel piano se l’inverosimiglianza è talmente forte da inficiare la sua stessa visione artistica). Insomma il celebre vero poetico che abbiamo studiato a scuola esiste.

Il problema è però che la cultura contemporanea nel suo complesso al vero poetico non crede affatto: una prima prova ci viene offerta proprio dai titoli di coda del film di Giordana nei quali appare la dichiarazione che il film è liberamente tratto da un saggio storico (tralascio la questione dell'attendibilità contestatissima di questo libro perché non interessa il mio ragionamento). Una simile dichiarazione, nonostante la formula cautelare, indica allo spettatore che il film si pone sul piano della credibilità documentaria per fondare il proprio valore cinematografico. Ma un esempio ancora più eloquente ci è offerto dal celebre romanziere statunitense Vollmann, che nella premessa al suo ciclo storico Sette sogni rivendica in prima battuta il fatto che esso sia «un’interpretazione poeticamente vera di fatti reali» riaffermando dunque la propria libertà d’artista, salvo poi indebolire tale proposito con l’assicurazione al lettore di avere svolto nelle biblioteche e negli archivi un autentico lavoro da storico.

Non si tratta di posizioni personali di questi due autori o dei molti altri che sono ricorsi in questi anni a giustificazioni simili. Evidentemente l’unica forma di legittimazione che la narrativa e la cinematografia storiche hanno è quella di presentarsi come divulgazione storiografica, rinunciando così allo spazio che è proprio alle rispettive forme. Non c’è d’altronde da stupirsi: sono questi tempi in cui non si va troppo per il sottile, un’opera di finzione o è giustificata dal successo commerciale oppure, se ha ambizioni di verità, deve fondarsi su un vero esterno a essa, ma socialmente accettabile.

Se poi si tiene conto dell’idiosincrasia della cultura contemporanea dominante a percepire i fatti in una dimensione storica e politica, ogni opera storica allora rischia di avere a che fare con la cronaca più che con la storia. La cronaca ha infatti due caratteri essenziali: è estranea all’esperienza personale di ogni membro del suo pubblico e non produce una memoria fruibile collettivamente. La cronaca è esattamente ciò che resta a una cultura che non ha più un rapporto storico con il proprio passato né un rapporto politico con il proprio presente.

Nessuno può negare che la cronaca svolga una funzione utile nella cultura diffusa di una società, ma quando diventa la forma in cui si pensa la storia o addirittura la si rielabora poeticamente, si apre un equivoco sia sul piano estetico sia sul piano politico. Per provare a uscire da questo equivoco non basta esserne coscienti, bisogna aver fiducia nella verità, anche se essa talvolta si esprime meglio in forme poetiche che in quelle della cronaca.

La sponda dell’utopia

Enrico Donaggio

Lo spettacolo più importante della stagione: così, per mesi, hanno martellato manifesti e giornali. Dell’impresa colossale, con elenchi impressionanti per lo stato di cronica austerità del teatro italiano (cast, tecnici, costumi, quadri, cambi di scena), ti accorgi al momento in cui gli attori vengono a prendere gli applausi. Sono sempre più di trenta, al termine di ciascuna delle tre parti della navigazione - Viaggio, Naufragio, Salvataggio – verso quella costa di Utopia che è saggio non raggiungere. Il motivo lo spiega Aleksandr Herzen, il personaggio a cui Tom Stoppard, a dispetto delle sue dichiarazioni ufficiali, sembra più vicino. Nel monologo che chiude l’opera, utilizza un’ultima volta le parole «c’è qualcosa di sbagliato in questa figura».

È la formula magica con cui ha costantemente criticato e respinto, lungo le quasi otto ore di spettacolo e gli oltre trent’anni di storia (1833-1868), le proposte dei suoi compagni-concorrenti; gli altri membri dell’intellighenzia, l’opposizione intellettuale che si voleva classe sociale rivoluzionaria. Bakunin, Belinskij, Turgenev, Ogarev, Herwegh, Blanc, Kossuth, Mazzini e tanti altri ancora. Ma soprattutto Marx, l’emblema totalmente negativo di questa fase selvaggia e assoluta della speranza politica. All’autore del Manifesto, sacerdote di un «Moloch che promette che sarà tutto bello dopo che saremo morti», Herzen ribatte che si tratta «di aprire gli occhi agli uomini, non di strapparglieli». Utopia, «la società perfetta dove è possibile la quadratura del cerchio e l’abolizione di ogni conflitto» non esiste. E dunque, «finché non smettiamo di uccidere per inseguirla, non cresceremo mai come esseri umani. Il nostro senso di uomini sta nel mondo in cui viviamo, nel nostro tempo, nel nostro mondo imperfetto. Non ne abbiamo un altro».

Fine dello spettacolo e della storia. Applausi non roventi, mediamente convinti, di un pubblico più senile che militante, più ridanciano o, a tratti, sonnecchiante che emozionato. Tutti a casa, per stasera e per sempre? L’ennesima riproposizione, ampiamente fuori tempo massimo, del mantra post Ottantanove? Sarebbe ingiusto ridurre a questa miseria ideologica un testo poderoso, a tratti magnifico, e un progetto teatrale coraggioso. C’è di meglio e di più nelle pagine di Stoppard, da poco disponibili al lettore italiano, e nelle intenzioni che hanno portato a metterle in scena a Torino e Roma, dopo i trionfi di Londra, New York, Mosca e Tokyo. Quelle di Marco Tullio Giordana, che in questi giorni vede anche uscire al cinema il suo Romanzo di una strage, film su Piazza Fontana, sembrano le stesse di Herzen e Stoppard. Alla domanda di Ogarev, che precede le frasi terminali ricordate sopra, su cosa dire a ragazzi che volessero ancora lottare contro torti e ingiustizie, la loro risposta recita: «Di andare avanti, di sapere che non c’è approdo su una sponda paradisiaca, eppure: andare avanti». In quale direzione, però, e perché?

Uno dei meriti di Giordana – autore poco amato dagli intellettuali radicali, raffinati e di sinistra – sta nell’energia e nella passione del presente che i suoi film, per semplificatori, ideologici o poco sfumati che possano risultare, riescono comunque a trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni. Su tutti, basti ricordare I cento passi, che ha strappato la figura di Peppino Impastato alla memoria ammirata di una piccola cerchia. Lo stesso effetto – al di là delle critiche che presumibilmente sommergeranno la scelta di far ascendere insieme in cielo la coppia Calabresi-Pinelli – potrà forse produrre su un ragazzo di oggi il film sulla strage di Stato: rabbia, indignazione, incredulità per il fatto di vivere in un paese in condizione di perenne minorità politica come l’Italia.

Tom Stoppard, The Coast of Utopia - Viaggio (Foto: Fabio Lovino)

Ma all’uscita da uno spettacolo che ti aspetteresti potentissimo – anche un funerale può esserlo – sui «costi» di un viaggio verso la «costa» di Utopia (il titolo originale gioca con il suono di coast), cosa avrà mai in testa questo ragazzo? A chi imputerà, cioè, l’effetto di attesa delusa che si è forse prodotto in più di uno spettatore? Lo scarto tra un’aspettativa di grandezza - dei sogni e delle aspirazioni politiche (socialismo, comunismo, anarchia, populismo), dei prezzi pagati (morte, esilio, deportazione), dei successi (abolizione della servitù della gleba) – e una resa teatrale in tonalità minore, flebile, dimessa. Che mostra, in fondo, solo quello che tutti sanno già: i personaggi sulla scena sono intellettuali, e nulla più; pateticamente scissi tra megalomania, vanità e le tragedie, misere o atroci (libri, riviste, matrimoni, amori, lutti e tradimenti), di una vita professionale e familiare che in fondo è quella di uomini qualsiasi.

Non si vuole qui discutere un’ennesima volta il teorema di Herzen, che stringe utopia e violenza in abbraccio fatale. Né deplorare l’assenza di un omaggio nostalgico o dogmatico alle idee che hanno infiammato un’epoca. Il problema sta soltanto nella scarsa credibilità della loro messa in scena. Gli uomini e i sogni dell’affresco di Stoppard sono stati, malgrado tutto e per oltre un secolo, questione di vita, morte e speranza per una massa sterminata di individui. Ma chi andrà a teatro in queste sere faticherà a capirlo. Perché?

Gli addetti ai lavori sono divisi. Alcuni citano i nomi di Chechov o Shaw quali numi tutelari del velo di minimalismo e leggerezza che The Coast of Utopia stende sui drammi che descrive: il balsamo dell’ironia – omaggio distaccato che l’intelligenza tributa a se stessa - sulle cicatrici di un’antica passione. Altri, invece, imputano questo scarto tra potenza del materiale e scarsa forza del suo effetto a una più prosaica questione di mestiere. Un testo e un’impresa così ardui e importanti richiedevano gente di teatro genialissima ed espertissima per essere portati al pubblico in modo efficace. Quando è così (si pensi, solo per fare un esempio recente, all’epopea di Angels in America) le cose vanno in tutt’altra maniera. Così non è stato, si paghi allora l’inevitabile dazio. Diagnosi più convincente della prima. Ma che ancora non fuga del tutto un quesito di fondo più grande ed enigmatico: perché mai in Italia, in occasione di ogni funerale di Utopia - figura cruciale della riconquista del futuro politico – c’è sempre, immancabilmente, qualcosa di sbagliato?

LO SPETTACOLO
The Coast of Utopia
, di Tom Stoppard, regia di Marco Tullio Giordana. Prima nazionale: Teatro Carignano, Torino, 20 marzo – 1 aprile. Teatro Argentina, Roma, 10-29 aprile 2012.

IL LIBRO
Tom Stoppard
La sponda dell’utopia
Sellerio (2012), pp. 408
€ 15,00