Quello che deve essere detto

Marco Rovelli

Mercoledì 18 aprile abbiamo pubblicato questo articolo in una versione che conteneva alcune inesattezze, ora lo riproponiamo rivisto e corretto. Inoltre su l'Unità di oggi Rovelli pubblica l'articolo «Günter Grass e Israele»*, che vale come ulteriore nota esplicativa.

«Ognuno è l'ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi». E se si ritengono i palestinesi delle vittime, e l'unica soluzione al problema arabo-israeliano il principio «due popoli due Stati», allora l'assunto implicito e implicato è che anche i palestinesi sono gli ebrei di Israele. L’affermazione pare netta, chiara. Sin troppo. Schematica, ideologica? Chissà. Oppure leggiamo queste frasi: «Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d'ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo». Di certo c’è che oggi esse verrebbero senza dubbio tacciate di antisemitismo, sia dai vari Netanyahu che dalle Fiamma Nirenstein di turno. Un affronto alla memoria delle vittime della Shoah, direbbero. Eppure il primo assunto è di Primo Levi. Il secondo, ancor più netto, di Franco Fortini. Due ebrei.

Oggi antisemita è diventata qualsiasi presa di distanza da Israele, qualsiasi critica, più o meno feroce, alla politica del suo folle governo. Se critichi il governo d'Israele, e il suo sionismo oltranzista, sei automaticamente antisemita. E pensare che ai miei studenti ho sempre detto che una cosa sono gli ebrei, un conto Israele, un altro conto ancora il governo dello Stato d'Israele. Sono costretto oggi a prendere atto del fatto che criticare il governo di Israele equivale in toto a negare lo stesso statuto ontologico degli ebrei.

Ultimo «antisemita» - che per questo si è meritato una esemplare censura - Günter Grass. Che, come è noto, ha scritto una poesia - «Quello che deve essere detto» - che è una poesia civile, di tono brechtiano, contro la vendita a Israele, da parte del governo Merkel, di sei sottomarini che possono sparare missili da crociera, e contro l'aggressiva politica israeliana nei confronti del supposto programma atomico iraniano, che potrebbe causare un conflitto catastrofico, e costituisce la principale minaccia per la pace mondiale.

«È l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo / che potrebbe cancellare il popolo iraniano / soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo / organizzato»: non è certo tenero Grass con il governo di Teheran, ma ciò non rileva. Il suo attacco alla politica di Israele («in cui da anni — anche se coperto da segreto — / si dispone di un crescente potenziale nucleare, / però fuori controllo, perché inaccessibile / a qualsiasi ispezione»), la denuncia della «opprimente menzogna», il suo tono da j'accuse, bastano a renderlo intollerabile. Perché dice ciò che (non) dev'essere detto.

Non è tanto in questione se sia una poesia bella o brutta. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Ma non è stato certo questo il motivo della censura del Die Zeit che ne ha rifiutato la pubblicazione, e del gesto del governo israeliano che lo ha dichiarato «persona non grata» - peraltro in base a una norma che permette di vietare l’ingresso a chi abbia aderito al nazismo. Già, perché Grass nel 2006 rivelò che a sedici anni si era arruolato con convinzione nelle SS. (Chissà, mi viene da pensare, se anche a Ratzinger vieterebbero l'ingresso, dati i suoi trascorsi nella Hitlerjugend). Figuriamoci se questo suo passato non può non essere una terrificante prova a carico di un immarcescibile antisemitismo.

Anche Amos Luzzatto ha parlato di «un vero proclama antiebraico». Su Repubblica, Mario Pirani, in un articolo scritto con la mano sinistra mancando evidentemente di qualsiasi logica argomentativa, ma ripetendo il mantra «chi attacca Israele odia in realtà gli ebrei», si atteggia a psicoanalista e dice che Grass è antisemita ma se ne vergogna. Possiamo parlare di «pensiero unico»? Questo rogo preventivo, questa condanna unanime di «ciò che può essere detto», questo editto unanimemente e spontaneamente rispettato sull'interdetto – è qualcosa che dev'essere ostinatamente rifiutato. Io credo che oggi chi ama gli ebrei debba sfidare quest'interdetto. Bisogna sottrarre il monopolio dell'ebraismo a un governo colonialista che persegue politiche che negano i più elementari diritti umani e mettono a rischio la pace regionale e mondiale.
Come scrisse, ancora, Franco Fortini: «Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo».

* Sul sito di alfabeta2 (www.alfabeta2.it) ho scritto un pezzo sulla poesia di Günter Grass accusata di antisemitismo. Dove invece essa è un atto di accusa contro la politica del governo d'Israele. Oggi chiunque critichi le politiche di quel governo (e non certo gli ebrei!) viene periodicamente accusato di antisemitismo. Tra le altre cose, citavo una frase attribuita a Levi: «Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele» - di cui Domenico Scarpa e Irene Soave sul Sole24 ore avevano dimostrato, a mia insaputa, che Levi non l'aveva mai pronunciata. Internet pone un problema quanto alle fonti: anch'io, che pure sono di formazione storica e le fonti dovrebbero essere un tic mentale, ho creduto a quell'attribuzione, e me ne scuso. La leggi tante volte, e lo dai per scontato. E dopo l'abitudine c'è la fretta, a compiere l'opera. Però l'articolo di Scarpa e Soave che ripristina la verità non trae per me conclusioni corrette. Al contrario di quel che scrivono, il sillogismo la cui conclusione è "i palestinesi sono gli ebrei d'Israele" è pienamente legittimo, confrontando quell'assunto generale con quanto dice in un'intervista da essi stessi citata (i palestinesi sono "vittime" - e "vittime di vicini troppo potenti") e sapendo appunto che Levi firmò appelli in favore dei palestinesi contro il colonialismo israeliano, e a favore del principio "due popoli due Stati" - proprio quanto è oggi assolutamente intollerabile per il governo israeliano! Insomma, se Levi ha scritto che i polacchi erano stati gli ebrei dei russi, perché non dovrebbe essere parimenti consequenziale - entro la grammatica mentale di Levi - che i palestinesi sono gli ebrei d'Israele? Un altro ebreo, Franco Fortini, scrisse: «Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo».
(L'Unità, sabato 21 aprile 2012)

Quello che deve essere detto

Marco Rovelli

«Ognuno è ebreo di qualcuno». Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele, è l'assunto implicito e implicato. L'affermazione è netta, chiara. Sin troppo. Schematica, ideologica? Chissà. Di certo c'è che oggi essa verrebbe senza dubbio tacciata di antisemitismo, sia dai vari Netanyahu che dalle Fiamma Nirenstein di turno. Una vergogna che istituisce un parallelo intollerabile col nazismo, e che paragona implicitamente gli ebrei ai nazisti, direbbero. Un affronto alla memoria delle vittime della Shoah, direbbero. Un assunto antisemita che dovrebbe essere vietato propagandare, per la sua oggettiva vicinanza con le disgustose teorie negazioniste. Così, forse, direbbero. O forse no, perché anche le Nirenstein sanno che questa frase la pronunciò Primo Levi, che pure loro onorano quest'anno. Lo disse nel '69, Primo Levi, alla richiesta del perché avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano.

Quella frase, oggi, non si potrebbe più dire. Ideologica, e soprattutto antisemita. Oggi antisemita è diventata qualsiasi presa di distanza da Israele, qualsiasi critica, più o meno feroce, alla politica del suo folle governo. Se critichi il governo d'Israele, e il suo sionismo oltranzista, sei automaticamente antisemita. E pensare che ai miei studenti ho sempre detto che una cosa sono gli ebrei, un conto Israele, un altro conto ancora il governo dello Stato d'Israele. Sono costretto oggi a prendere atto del fatto che criticare il governo di Israele equivale in toto a negare lo stesso statuto ontologico degli ebrei.

Ultimo «antisemita» - che per questo si è meritato una esemplare censura - Günter Grass. Che, come è noto, ha scritto una poesia - «Quello che deve essere detto» - che è una poesia civile, di tono brechtiano, contro la vendita a Israele, da parte del governo Merkel, di sei sottomarini che possono sparare missili da crociera, e contro l'aggressiva politica israeliana nei confronti del supposto programma atomico iraniano, che potrebbe causare un conflitto catastrofico, e costituisce la principale minaccia per la pace mondiale.

«È l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo / che potrebbe cancellare il popolo iraniano / soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo / organizzato». Non è certo tenero Grass con il governo di Teheran, ma ciò non rileva. Il suo attacco alla politica di Israele («in cui da anni — anche se coperto da segreto — / si dispone di un crescente potenziale nucleare, / però fuori controllo, perché inaccessibile / a qualsiasi ispezione»), la denuncia della «opprimente menzogna», il suo tono da j'accuse, bastano a renderlo intollerabile. Perché dice ciò che (non) dev'essere detto.

Non è tanto in questione se sia una poesia bella o brutta. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Ma non è stato certo questo il motivo della censura del Die Zeit che ne ha rifiutato la pubblicazione, e del gesto del governo israeliano che lo ha dichiarato «persona non grata» - peraltro in base a una norma che permette di vietare l’ingresso a chi abbia aderito al nazismo. Già, perché Grass nel 2006 rivelò che a sedici anni si era arruolato con convinzione nelle SS. (Chissà, mi viene da pensare, se anche a Ratzinger vieterebbero l'ingresso, dati i suoi trascorsi nella Hitlerjugend). Figuriamoci se questo suo passato non può non essere una terrificante prova a carico di un immarcescibile antisemitismo.

Anche lo storico Sergio Luzzatto ha parlato di «un vero proclama antiebraico». Su Repubblica, Mario Pirani, in un articolo scritto con la mano sinistra mancando evidentemente di qualsiasi logica argomentativa, ma ripetendo il mantra «chi attacca Israele odia in realtà gli ebrei», si atteggia a psicoanalista e dice che Grass è antisemita ma se ne vergogna. Possiamo parlare di «pensiero unico»? Questo rogo preventivo, questa condanna unanime di «ciò che può essere detto», questo editto unanimemente e spontaneamente rispettato sull'interdetto – è qualcosa che dev'essere ostinatamente rifiutato. Io credo che oggi chi ama gli ebrei debba sfidare quest'interdetto. Bisogna sottrarre il monopolio dell'ebraismo a un governo colonialista che persegue politiche che negano i più elementari diritti umani e mettono a rischio la pace regionale e mondiale.

Basta fobie. Romeo Castellucci a Milano

Marco Rovelli

Sono tornato dopo qualche anno a vedere un’opera della Societas Raffaello Sanzio grazie ai gruppuscoli di integralisti cattolici che avevano annunciato le contestazioni alla rappresentazione al teatro milanese Franco Parenti per la messa in scena di Sul concetto di Volto del figlio di Dio. Be’, li ringrazio per la loro stolida ottusità. Il Parenti era strapieno, e molti erano lì semplicemente a difendere la libertà d’espressione. Ma poi hanno assistito a uno spettacolo che meritava d’esser visto.
Quest’ultima di Romeo Castellucci è un’opera breve, densamente concettuale e agisce come un’ostensione che invita alla meditazione. L’ostensione è, a un tempo, della merda e di Cristo. Nulla di stupidamente provocatorio, va da sé. E non c’è bisogno di scomodare Bataille, la parte maledetta, scatologica, del divino. Qui c’è un Sacro annichilito dal Male, dall’impotenza, ridotto a Nulla – pur non cessando di essere Sacro, pur non cessando di essere. All’inizio, nella penombra, il gigantesco Volto di Cristo (il Salvator Mundi di Antonello da Messina che riempie la scena, e che alla fine verrà coperto d’inchiostro, e squarciato) pare che muti di forma, se lo osservi fissamente: nella penombra, la vista non lo ferma. Egli sfugge. Pare, quella mitezza del Volto, una mitezza deforme e inafferrabile, e per questo terribile. Inizia di lì il disfacimento del Volto di Cristo, che è il disfacimento della Bellezza eterna, la quale non può che cedere di fronte all’incarnazione – e al disfacimento che le è proprio. È l’evidenza del Male, lì sulla scena, a disfare il Volto. Il Male sulla scena ha le sembianze di una estenuata solitudine, e sullo sfondo il mondo ridotto a un brusio (testimoniato dall’incessante basso continuo delle voci asignificanti della tv accesa, che poi verrà anch’essa cancellata): una solitudine di due persone che non hanno più niente in comune se la non la propria solitudine e una volontà disperata di tener vivo un legame ormai disfatto. C’è infatti di un padre incontinente, che non «si tiene» più – in disfacimento –, ridotto all’impotenza (sole tracce di sé, la merda che non tiene: sono i «resti»a sopravvivere), un Padre umiliato di fronte al Figlio – il figlio che lo cura, che è cura, pietas, ma che non salva.
All’impotenza umana, al gemito balbettante del padre e alla disperazione del figlio, non può che rispondere l’impotenza divina. Non c’è scampo, a questa impotenza, al paradossale scacco dell’impotenza del tremendum: allo stesso modo, la luce bianca, algida, della scena teatrale illumina tutto «senza pietà», non lascia alcun angolo oscuro in cui nascondersi, in cui trovar rifugio, non ci può essere alcun pietoso lenzuolo come quelli che si mettono sopra un cadavere. Su una vita in disfacimento non si può stendere alcuna coltre di pietà. Il Padre balbetta, si fa figlio infante del Figlio. Piange e parla nello stesso tempo, e il figlio protesta: «Se piangi e parli nello stesso tempo io non capisco». Ma non c’è più nulla da capire ormai in questo disfacimento: è uno scandalo che non può cessare. Tu (non) sei il mio Pastore, è la scritta che compare sul Volto ricoperto dall’inchiostro (la Parola delle Scritture che si sciolgono?), e sulla scena non c’è che rumore. È in quell’intermittenza del non, lo scandalo. La luce si spegne gradualmente, di nuovo la penombra, un sussulto di luce accecante prima dello spegnimento finale, mentre il rumore si disfa nel silenzio.
È ovvio che per chi chiede al Sacro di essere la logica ottusa ed esclusiva di una base identitaria, tutto questo non può che risultare materialmente e politicamente inaccettabile, ed essere blasfemo, e Castellucci «merita l’inferno eterno», com’è scritto sul blog Basta Cristianofobia.

Finanzcapitalismo, ultima chiamata

[Questa intervista è apparsa il 2 maggio 2011 sul sito Nazioneindiana]

Marco Rovelli

Definirei il libro di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent’anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l’autore per l’Unità, qui pubblico l’intervista in versione integrale.

Sappiamo che l’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico. Leggi tutto "Finanzcapitalismo, ultima chiamata"