In viaggio con le bolle di sapone

Costantino Ciorni

Uno dei grandi temi della pittura che ha continuato a interessare gli artisti per molti secoli è quello della Vanitas, della fragilità della vita umana, dell’Homo Bulla, l’uomo come una fragile bolla. Se tanti sono stati i simboli della Vanitas dal teschio al fumo ai fiori appassiti, la bolla di sapone fa la sua comparsa nell’arte nel Cinquecento. Il motivo è probabilmente legato al fatto che il tipo di sapone che produce come effetto collaterale le bolle di sapone si diffonde in Europa come oggetto di consumo a basso prezzo solo nella seconda metà del XVI secolo. E il numero artisti che s’interessano a questo tema, sottogenere in qualche modo di quello della Vanitas, sono moltissimi, all’inizio soprattutto nei paesi del Nord Europa, Olanda, Belgio, Danimarca, Germania, e poi in Francia, Spagna, Italia.

Una storia particolarmente interessante quella delle bolle di sapone perché non riguarda solo l’arte ma anche la scienza. E’ Newton per primo che cerca di comprendere il motivo della formazione del colore sulle lamine di sapone, finché nel XIX secolo il fisico Joseph Plateau inizia a studiare le diverse forme che si possono ottenere con le lamine di sapone e le bolle di sapone diventano un settore di grande interesse nella ricerca scientifica, in fisica ma anche in matematica, biologia, per arrivare nel XX secolo ad essere anche modelli per l’architettura contemporanea.

Questa storia, abbastanza unica, delle bolle di sapone, nei suoi diversi aspetti, si propone di ricostruire la mostra “Bolle di sapone, forme dell’Utopia tra vanitas, arte e scienza”, mostra aperta alla Galleria Nazionale dell’Umbria, Palazzo dei Notari, sino al 9 giungo. Una mostra interdisciplinare, utilizzando una parola che sembra oramai desueta.

Le opere d’arte sono circa sessanta, si parte con una delle prime immagini della bolla di sapone nell’arte, una incisione di Hendrick Golzius del 1594, ed una contemporanea opera di Agostino Carracci. Simbolo e manifesto della mostra il dipinto di Karel Dujardin. Non poteva mancare un dipinto di Jean Batpiste Chardin, proveniente dall’Ermitage di San Pietroburgo, insieme con Jan Brueghel il Giovane, Carspar Nestcher e tanti altri, opere provenienti dalla Galleria degli Uffizi di Firenze, dalla Galleria dell’Accademia di Venezia, dalla National Gallery di Londra, dalla National Gallery di Washington, dalla Princely Collection del Leichtenstein.

Si arriva fino al Novecento con lavori di Man Ray, Max Beckmann (un giovanile autoritratto con bolle di sapone), Giulio Paolini, fino all’architettura contemporanea, con la maquette del Water Cube, la piscina olimpionica di Pechino progettata dallo studio australiano PTW Architects, con il quale hanno collaborato China State Construction Engineering Corp e Arup Ltd.
La mostra presenta, inoltre, una sezione dedicata a stampe e incisioni, fotografie, nonché locandine e manifesti pubblicitari a partire dal celebre esempio del manifesto del sapone 
Pears, rielaborato dal dipinto Soap Bubbles, del pittore e illustratore britannico John Everett Millais (1829-1896).

L’esposizione, curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria e Michele Emmer, già professore ordinario di Matematica all’Università Sapienza di Roma, presenta parallelamente al percorso storico artistico, il fondamentale ruolo giocato dalle bolle di sapone nelle ricerche settecentesche sulla rifrazione della luce e sui colori, fino a quelle successive sulle teorie sulle superfici minime o sulle forme di aggregazione organica della materia. Tra l’altro nel catalogo è ricordato il ruolo importante della matematica Italiana nella ricerca sulle superfici minime con le due medaglie Fields, massimo riconoscimento alla ricerca matematica, ottenute da matematici italiani, Enrico Bombieri nel 1976 e Alessio Figalli l’anno scorso nel 2018, anche per le loro ricerche sulle lamine di sapone.

In mostra tra gli altri, il libro di Isaac Newton, Opticks, or a Treatise of the Reflections, Refractions, Inflections and Colours of Light, del 1706, quello di Joseph Plateau sulle forme delle lamine, per arrivare alle attuali sperimentazioni attraverso l’ausilio della computer grafica.

Accompagnano l’esposizione un catalogo scientifico pubblicato da Silvana Editoriale e un libro illustrato per bambini, nonché una serie di eventi collaterali, come conferenze,  visite guidate, proiezioni, laboratori didattici per adulti e bambini, spettacoli e performance teatrali.

Un interessante percorso, abbastanza unico nel suo genere. Non dimenticando nella Galleria Nazionale dell’Umbria, oltre la mostra sulle bolle si possono ammirare in altre sale le opere immortali di Piero della Francesca, del Beato Angelico e del Perugino.


Possiamo permetterci l’arte contemporanea?

Michele Emmer

L’arte è gioia, è futuro, è da ricordare, per scandire il tempo.

Che cosa è l’arte? Viviamo nell’epoca della rete, ecco la risposta in rete di Wikipedia: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Nella sua accezione odierna, l'arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime, l'arte è l'espressione estetica dell'interiorità umana. Rispecchia le opinioni dell'artista nell'ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. Alcuni filosofi e studiosi di semantica, invece, sostengono che esista un linguaggio oggettivo che, a prescindere dalle epoche e dagli stili, dovrebbe essere codificato per poter essere compreso da tutti, tuttavia gli sforzi per dimostrare questa affermazione sono stati finora infruttuosi. E naturalmente esiste anche l’arte culinaria, la capacità di cucinare bene. Sempre in rete nel sito di wikitesti si trovano alla voce arte culinaria delle poesie (di cui non è riportate l’autore):

La culinaria è l'arte e in più la scenza
De còce bene quello che se magna,
In magnera che quello ch'è in credenza
Diventi cucinato una cuccagna.

C'è bisogno de tanta conoscenza
De come se lavora eppoi se bagna
Co' l'ojo ner tegame co' pazzienza
Er sugo p'er risotto o la lasagna.

Nessuno fortunatamente è in grado di specificare che cosa l’arte sia, dell’arte culinaria abbiamo un poco tutti qualche idea. Anche se non tutti sono bravi ed inventivi. Non tutti sono dei grandi artisti della cucina. Dove la parola artisti è usata in un senso ampio. Non sembrerebbe possibile rileggere quella specie di definizione di wikipedia dell’arte, sostituendo alla parola arte, le parole arte culinaria.

L’arte è ribellione, è rabbia, è voglia di rivoluzione, di cambiare, è rivolta.

Però se si rivolge alla rete la domanda “Che cosa è l’arte?” si ottengono 1.280.000 risposte, senza fare distinzioni tra cose plausibli e no. Ora se alla rete poniamo la domanda “Tortellini” ne otteniamo 9.640.000. Se poi chiediamo notizie di parmigiano reggiano 2.750.000 e si potrebbe continuare con culatello, mortadella e tante altre delizie dell’arte culinaria. Mi piacciono moltissimo i tortellini, cotti nel brodo vegetale, con una bella spruzzata di parmigiano.

Ben Vautier Fluxus Food (500x329)

Negli ultimi anni mi dicono che non c’è trasmissione televisiva che non abbia il suo momento in cui si cucina in studio. Una orgia di ricette, tegami, ingredienti, sapori, odori. Una grande arte culinaria! Vuoi scrivere un libro che vende tante copie, con suggerimenti, ricette, idee sublimi? Scrivete di cucina. Volete diventare famoso? Aprite un ristorante, inventando nuovi piatti fantasiosi e curiosi e magari anche buonissimi. Insomma una parte importante della nostra vita ruota attorno all’arte culinaria. La prima frase della approssimativa definizione di che cosa sia l’arte, si potrebbe modificare così:

L’arte culinaria, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall'esperienza.

Sembra un poco stiracchiata come definizione, un poco esagerata, molto eccessiva, francamente imbarazzante. Espressione estetica Fortunatamente anche la parola estetica pone non pochi problemi per essere definita. Parola recente che è forse eccessivo applicare a qualsiasi cosa. Ma i tempi cambiano, anche l’estetica cambia, anche l’arte. Che diritto abbiamo di escludere alcuni ambiti della attività umana, dall’ambito artistico?

L’arte certo come illusione, l’arte come chimera, come ricordo, come rimpianto.

Succede che un luogo deputato all’arte, per di più a quella cosa molto indefinita, indefinibile, inarrivabile, inesprimibile, odiata, vituperata che è l’arte contemporanea venga profanato da una bella mostra di arte culinaria. Dai profumi, dai sapori, dagli odori, dalle forme delle tante magnificenze di uno dei luoghi tempio dell’arte della cucina: Modena. La Galleria civica d’arte contemporanea di Modena, di cui è è parte la meravigliosa palazzina Vigarani iniziata a costruire nel 1633, delegata a contenere prelibatezze e maestrie dell’arte culinaria.

E il direttore della galleria stessa che se la prende a male e si dimette, in questi tempi dove avere un posto di lavoro, seppur a tempo parziale come era il suo, è così difficile. E un bel coro di intellettuali insorge. Veri parrucconi della cultura, pronti poi ad abbuffarsi di tortellini, e di salumi. Come racconta l’episodio il protagonista Marco Pierini, mio caro amico per dichiarare subito la mia faziosità:

I consorzi che raccolgono i produttori del settore agroalimentare del territorio modenese, riuniti nella società Palatipico srl, hanno fatto pubblicare sulla stampa cittadina del 12 dicembre un articolo nel quale annunciavano che avrebbero chiesto al Comune di Modena l’utilizzo della Palazzina Vigarani, da 33 anni assegnata alla Galleria civica come sede espositiva, per farne una vetrina delle “eccellenze enogastronomiche” durante tutto il periodo di Expo 2015. Lunedì 15 il sindaco di Modena ha annunciato in conferenza stampa di aver accolto la proposta di Palatipico, senza aver prima aperto alcun confronto con la Galleria, la cui programmazione era perfettamente definita e già annunciata su tutta la stampa locale e italiana. Nei giorni successivi si sono svolte lunghe ed estenuanti trattative con assessori e dirigenti del Comune volte a cercare di convincermi a trasferire altrove le mostre, senza che questo ‘altrove’ prendesse mai la forma di uno spazio preciso e rispondente alle caratteristiche minime che sono necessarie (adeguatezza degli ambienti, climatizzazione, impianti di sorveglianza, illuminazione, ecc.). A me pareva molto più semplice cercare un luogo diverso per i prodotti tipici piuttosto che sfrattare un museo dalla sua sede storica.

cucina futurista (500x401)

L’arte è figlia del potere, serve a dare l’illusione di contare, di essere tutti eguali, tutti partecipi.

ME: Pensi che i luoghi dell’arte non possano essere usati in altro modo?

MP: Non lo credo affatto, ma est modus in rebus! L’amministrazione comunale di Modena potrebbe anche, da domani, avviare un percorso di trasferimento definitivo delle sedi della Galleria civica altrove, in spazi magari anche più adatti. Ma sono processi che richiedono tempi e modi adeguati e lunghi. Quando uno spazio è individuato come museo le forme e i limiti del suo utilizzo sono di competenza del direttore e regolati da norme, regolamenti, standard internazionalmente riconosciuti, oltre che – in caso di edifici storici – dall’attività di tutela della Soprintendenza. Detto questo nei musei si leggono libri, si proiettano film e video, si organizzano spettacoli teatrali e di danza, concerti, attività educative di ogni tipo e persino (in spazi adatti) eventi che hanno a che fare con la cultura materiale.

Aggiunge Pierini:

Non ho mai incontrato un artista (un musicista, uno scrittore... a cui i tortellini non piacessero, ma ho anche riscontrato quanto i modenesi, una volta che si siano alzati da tavola, come tutti, amino leggere, andare al cinema, a teatro, alle mostre. La tradizione e la vivacità culturale della città – che naturalmente i modenesi percepiscono meno di chi viene da fuori, com’è naturale – sono evidenti: il festivalfilosofia, la Galleria Estense, le biblioteche, belle stagioni teatrali, un ottimo festival di musica barocca (Grandezze & Meraviglie), musica di alta qualità proposta da associazioni come gli Amici della musica, un cinema d’essai dalla programmazione sempre intelligente e accurata, per non parlare del fermento delle attività di base. Insomma, mi sembra riduttivo per la storia e la qualità della cultura modenese passata e presente limitarsi ai pur squisiti prodotti della cultura enogastronomica.

ME: La cultura ha un senso, nel senso restrittivo e autoreferenziale che le vogliono dare gli intellettuali, che pretendono di averne il monopolio?

MP: Il monopolio non ce l’ha nessuno e la Pop Art ci ha insegnato che cultura popolare e cultura d’élite non solo convivono ma possono mescolarsi e interagire tra loro. C’è un problema, però, di mantenimento dell’integrità – non soltanto fisica – del nostro patrimonio storico artistico. L’opera d’arte agisce sempre come una deflagrazione in noi, ci rende consapevoli del passato, ci aiuta a vivere il presente, ci proietta nel futuro. Considerarla “tappezzeria”, qualcosa “di bello” di fronte – o dentro al quale – si può organizzare un cocktail party significa (oltre che spesso metterne a rischio l’incolumità) staccare il detonatore, limitare o addirittura annullare quel potenziale attivo dell’opera (ma meglio dovremmo dire dell’intero patrimonio culturale) che ci trasforma in cittadini più consapevoli, e dunque migliori.

warhol-campbell-soup-cans- (500x304)

Dimentica Marco Pierini che l’arte nella stragrande maggioranza dei casi non rende, non contribuisce ad aumentare il PIL, a diminuire il debito. In un periodo di grandi ristrettezze possiamo permetterci l’arte, ancora di più l’arte contemporanea? Non è meglio investire sul presente, sull’oggi, su fatti sicuri e non opinabili? (chi mette in discussione tortellini e cotechini e il reddito che producono?). Possiamo giocare e permetterci l’arte contemporanea? Possiamo permetterci di investire nella conoscenza, nella discussione, nella capacità critica? Possiamo permetterci di discutere? Possiamo permetterci di avere opinioni diverse? Possiamo pensare che il futuro non è domani ma anche dopodomani? Che non sapremo mai con alcuna certezza se l’arte di oggi sarà anche un’arte del futuro, vicino e lontano? Che dobbiamo culturalmente e strutturalmente, in termini ragionevoli certo, rischiare, inventare, rinnovare, cambiare, rivoluzionare?

Ma si dirà, in fondo una polemica banale, che si può risolvere velocemente mangiando un piatto di tortellini in brodo. E se invece fosse una piccola immagine del mondo contemporaneo, con i suoi valori, le sue certezze, le sue incapacità, le sue scarse ambizioni, con la sua smania di essere rassicurato e non spinto in mare aperto, a cercare nuove idee, nuove soluzioni? L’arte non ci darà soluzioni, ma forse problemi, caoticità, casualità, alla ricerca di una utopia di vita in cui l’arte è stata sempre parallela alla vita dell’umanità, da quando qualcuno dipinse nelle grotte di Lascaux grandi animali, e dei misteriosi quadrati, grandi, colorati. Erano circa 15.000 anni fa, erano uno o più appartenenti alla razza Homo Sapiens Sapiens. Che mangiavano, lottavano, dormivano, procreavano, ma aveva scoperto di aver bisogno anche di altro. E se qualcuno pensa che quelle immagini non li hanno aiutati a vivere, sbaglia di grosso. Io i tortellini li preferisco asciutti.

L’arte è figlia delle diseguaglianze: tra i popoli, le civiltà, le città, gli individui.