Gioco (e) radar #04
Glitch, alterazioni, disfunzioni
[seconda parte: addenda politici]

Marco Giovenale

La situazione configurata dalle esperienze del glitch, e dalla realtà di migliaia (se non decine di migliaia) di siti, spazi, autori, ebook, libri, riviste, festival, blog, incontri, incroci, collaborazioni, fogli volanti, pessime fotocopie, centri culturali, case occupate, riunioni via skype, è tale da mettere seriamente in crisi ogni ipotesi di storiografia accurata, e cancellare quasi ogni idea di mappa. In sintonia con la difficoltà di chiudere le nuove testualità in una teoria critica, e in linee facilmente designabili e disegnabili, tanto le nuove scritture e anti-opere quanto le occasioni e i contesti della loro condivisione (che non è senz’altro “=distribuzione”, non è “=diffusione”) non si prestano a inquadramenti da parte della critica, se per critica intendiamo solo una ‘critica degli stili’, delle forme.

Se una parte della critica anche artistica è in ritardo di trent’anni rispetto alle sperimentazioni più recenti (specie non italiane), non recupererà mai l’ulteriore gap rispetto a quanto si fa oggi, o da pochi anni, nelle particolari aree di non transitività dei linguaggi. È forse impossibile, anche strutturalmente. (Perché il contesto che va evolvendo in questi anni passa per altri canali, coinvolge sensibilità diverse; che possono essere e di fatto sono anche non interessate minimamente alle dimensioni della storiografia e della critica – diciamo – stilistica). La critica, con un immenso e ragionato ri-regolamento di tutti i suoi sesti sensi, può (se vuole) solo imparare un nuovo linguaggio, e una nuova umiltà di ascolto: mutando quasi interamente il proprio strumentario, per mettersi in grado di registrare, intendere ed analizzare questi fenomeni.

Ultima annotazione, sui canali distributivi.Uno dei rami del robusto albero della crisi economica sociale culturale di questi anni sembra essere una ondivaga crisi della grande distribuzione delle merci. Al suo interno, sono quanto mai evidenti le difficoltà della distribuzione del libro. Ebbene. Una certa idea di distribuzione non appare solo fallimentare e falsamente democratica; rischia di essere spesso anche dannosa. Una percentuale alta di artisti contemporanei afferma chiaramente, semmai, questo: la distribuzione (generalista) non è nei nostri piani.

Al contrario, come già detto, la condivisione entro aree particolari è, anche politicamente e per milioni di persone, non una risorsa ma già il contesto e l’ecosistema effettivo di crescita di progetti e iniziative. Di fatto, è patrimonio... della razza umana – addirittura – da millenni (condivisione di tecniche, di mezzi, di luoghi, di strumenti, di risultati, perfino di opere). (In agricoltura: lo scambio delle sementi, l’esatto opposto del tentativo di brevettarne mutazioni spesso dannose...).

Il problema della condivisione, dal punto di vista di molti intellettuali, è che tende a eludere o proprio non considerare prevedere formare avere soggetti forti. Se la distribuzione ha logicamente un distributore (che seleziona) e un prodotto distribuito (che vince su altri prodotti), dal canto suo la condivisione assume un carattere non utopicamente orizzontale (piatto) ma effettivamente reticolare. Fondato su rapporti (di fiducia, di scambio, di stima reciproca, verifica tanto etica che estetica).

Senza certo essere né vendersi come perfetta, o risolutiva, non si basa comunque su eccellenze burocraticamente organizzate, gestori unici, autorità-vertici, ma su linee di pensiero e cose messe in comune e collaudate collettivamente, attraverso microcomunità. Queste ultime fanno la storia perché fanno la propria storia (e in seconda battuta, giocoforza, quella collettiva, dato che sempre più le vicende collettive, generali, macro, sono osservate/formate da gruppi di questo tipo, e non da aree o soggetti presunti forti selezionati da altri soggetti sedicenti forti, che scolpiscono un marmo in una sola lingua).

Alcuni link sono reperibili all’indirizzo:
http://slowforward.wordpress.com/2012/09/03/replica-_-glitch-un-breve-sommario/

In particolare:
http://gli.tc/h/

Una versione più compatta, e ridotta/sintetica, di questo articolo è uscita in unico articolo ne «l’immaginazione» n.273, gen.-feb. 2013, p. 35, nell’ambito della rubrica gammmatica, e successivamente in Punto critico, 9 mag. 2013.

alfadomenica febbraio #01

FUMAGALLI sul LAVORO - CICCARELLI su DONDERO - GIOCO(E)RADAR di Giovenale – SEMAFORO di Carbone – RICETTA di Capatti

LAVORO GRATIS PER TUTTI
Andrea Fumagalli

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Jobs Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.
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MARIO DONDERO FREELANCE
Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca. Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore.
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GIOCO (E) RADAR #03 - GLITCH, ALTERAZIONI, DISFUNZIONI
Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

In un recente episodio del suo programma televisivo Animal Planet, My Cat From Hell, Jackson Galaxy (esperto di psicologia felina, soprannominato Cat Whisperer, ndr) è stato chiamato a fornire la sua consulenza sul caso di Lux, un gatto di dieci chili che ha attaccato i suoi padroni, una coppia di Portland, costringendo i due a rifugiarsi insieme al figlio neonato in camera da letto e a chiamare la polizia.
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RICETTA di Alberto Capatti

Se non lo avete capito il Répertoire de cuisine è il mio preferito, nell’edizione 1914 o in una delle successive. Gringoire & Saulnier erano gli autori, della scuola di Auguste Escoffier. Era ed è la sintesi delle sintesi: 356 ricette di sogliole in 16 pagine. Una ricetta prende dalle due alle cinque righe massimo, con sostantivi (gli ingredienti) e con verbi all’infinito o aggettivi (le operazioni).
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Gioco (e) radar, # 03
Glitch, alterazioni, disfunzioni
[prima parte]

Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.

A mio avviso, nell’idea di glitch si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come avrebbe detto Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica, http://en.wikipedia.org/wiki/Asemic_writing), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati... e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione, http://en.wikipedia.org/wiki/Lobit), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf (http://en.wikipedia.org/wiki/Flarf).

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco. Sono in qualche modo non disomogenei, anzi affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l'assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è tuttavia, allo stesso tempo, sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione e disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) una sorta di luddismo rivolto a software e hardware della società dello spettacolo e del mercato globale. Ma – meglio – si dirà che queste forme d’arte o interrogazione del senso sono semmai il punto e crocevia d’incontro non assertivo (non ‘frontalmente’ politico, nei codici; ma biograficamente politico, nelle prassi di vita e condivisione di alcuni artisti) di identità diverse non necessariamente interessate a ‘insegnare’ o ‘mostrare’ percorsi politici. (Semmai a incarnarli).

Quali le differenze rispetto al testo modernista in genere, e a quello clus in particolare?

Il testo modernista complesso, perfino ermetico (arretrando), plurilinguistico, sintatticamente franto, surreale, onirico, nonsensical, dada, spiazzante, laborintico, frammentario (eliotiano), assurdo (Beckett, Kafka), tragico (Rosselli, Mesa), materialistico-oracolare, condivide con i glitch delle nuove scritture alcuni caratteri di straniamento, sorpresa, imprevedibilità, negazione, buio.

L’opera modernista è tuttavia infine coesa, costruzione architettonicamente solida (ed è libro: volume), esibisce coerenze. Sta usando l’alterazione, il guasto, per produrre un’opera, appunto. E una necessità. (Propone quindi un’ecologia di quei versanti della semiosfera che il tardo capitalismo livella linguisticamente o inquina con superfetazioni burocratiche e kitsch). In altre occasioni, il testo modernista sta reincorniciando un frammento staccato – aleatorio – che appunto in quanto incorniciato fa opera.

Le nuove occorrenze di senso-non-senso che vediamo invece in atto negli anni recenti, siano grafiche (asemic writing) visive o musicali (lobit) o verbali (direi di nuovo e sinteticamente glitch, in alcuni casi), hanno l’opera spesso solo come soluzione di ripiego. O infine non diventano/inventano mai un’opera, nell’accezione detta: sono forse solo arcipelaghi di microstrutture, video da un minuto, dichiarazioni isolate, post, gif virali, foto in jpg su flickr, tumblr, stringhe spezzate di testo. Vivono per altro quasi sempre e quasi soltanto in rete, o ‘live’, nei festival, negli incontri (ampi o ristretti che siano). (Figli tutto sommato legittimi di una dépense da ciclostile che vanta oltre mezzo secolo di vita).

Anche “in un secondo momento”, le occasioni in cui si dissemina (piuttosto che ‘dispiegarsi’) il senso di questi processi sono, così, non necessariamente da circoscrivere alla forma libro: collab works (opere collettive o perfino anonime: pensiamo anche alle insistenze di alcuni writers sui muri delle città); interi archivi di pdf, mp3, file .avi, liberamente scaricabili o fruibili in streaming; videoconcerti, festival e incontri a metà fra il rave e la scena teatrale (penso a occasioni come http://gli.tc/h/); attraversamenti di tratti di tempo conviviali informali, di condivisione di testi e contesti (garage, piccoli centri culturali, incontri non ‘organizzati’, passeggiate).

Una minima prima bibliografia (online):
http://art310-f12-hoy.wikispaces.umb.edu/file/view/Glitch+Studies+Manifesto+rewrite+for+Video+Vortex+2+reader.pdf
http://cuneimedia.com/wp-content/uploads/avernacularoffileformats.pdf
http://gli.tc/h/READERROR/GLITCH_READERROR_20111-v3BWs.pdf

*Una versione più compatta, e ridotta/sintetica, di questo articolo è uscita in unico articolo ne «l’immaginazione» n.273, gen.-feb. 2013, p. 35, nell’ambito della rubrica gammmatica, e successivamente in Punto critico, 9 mag. 2013

 

alfadomenica gennaio #4

BERARDI BIFO dal MESSICO – FESTA sul NEAPOLITAN POWER – GIOCO(E)RADAR di GIOVENALE – RUBRICHE di CARBONE e CAPATTI

MESSICO: L'ECONOMIA DELLA PAURA
Franco Berardi Bifo

Stiamo vivendo l’agonia del capitalismo neoliberale, e nella fase che viene non c’è più spazio per la democrazia, non c’è più spazio per i diritti umani. Il capitalismo finanziario a questo stadio assume la faccia del crimine sistematico. Quel che accade in Messico, dove un pugno di grandi imprenditori controlla un esercito di narco-proletari salariati per seminare il terrore, è solo una variante di quel che accade in ogni altro luogo del mondo. Chi sono i cosiddetti Narcos, chi sono gli Zeta Nient’altro che neoliberisti coerenti, neo-darwinisti sociali radicali.
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LA POTENZA PLEBEA DELLA MUSICA
Francesco Festa

Il Neapolitan power, nel suo piccolo, è stato l’affermazione di una diversità di linguaggi, di un’alterità di immaginari, a dispetto delle immagini stereotipate, per dare nuovo significato alla propria identità e alle indentità subalterne. Nero a metà, l’album di Pino Daniele del 1980, forse, coglie profondamente questo processo.
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GIOCO (E) RADAR #02 - PRIME CRITICHE?
Marco Giovenale

Negli scorsi interventi si accennava appena a possibili critiche che non è insensato muovere a quanto di fortemente ottimistico viene spesso detto e diffuso su rete e testi, e sul rapporto fra cambiamenti nel contesto del mercato globale e diffusione libera e gratuita di saperi e materiali. Cade allora qui a proposito un dialogo con Jaron Lanier uscito nel luglio scorso, che parla fra l’altro del suo libro Who Owns the Future, tradotto dal Saggiatore come La dignità ai tempi di internet.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

A 28 anni si è adulti? Un consiglio dello scrittore giapponese Haruki Murakami
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Sotto il segno dell’acquario si è aperta a Milano alla Triennale, la mostra Camminare la terra dedicata a Luigi Veronelli. Alla cucina del segno zodiacale Acquario, 21 gennaio – 19 febbraio, aveva dedicato un capitolo di Alla ricerca dei cibi perduti (Feltrinelli, 1966). Tre salsette per l’insalata, sardine e acciughe a scotadeo appena bagnate con un poco d’olio d’oliva vergine e cotte alla griglia, e queste costolettine d’agnello, sempre a scottadito, degustate a Roma nell’osteria di Albertino.
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Gioco (e) radar, #02
Prime critiche (?)

Marco Giovenale

Negli scorsi interventi (qui e qui) si accennava appena a possibili critiche che non è insensato muovere a quanto di fortemente ottimistico viene spesso detto e diffuso su rete e testi, e sul rapporto fra cambiamenti nel contesto del mercato globale e diffusione libera e gratuita di saperi e materiali. Cade allora qui a proposito un dialogo con Jaron Lanier uscito nel luglio scorso (http://www.minimaetmoralia.it/wp/jaron-lanier/), che parla fra l’altro del suo libro Who Owns the Future, tradotto dal Saggiatore come La dignità ai tempi di internet.

Libro e intervista non toccano esclusivamente il tema della produzione di opere più o meno frontalmente definibili artistiche (musica in mp3 scaricabile gratis ecc.), ma tutti i luoghi del lavoro, della produzione concreta, tutti i luoghi – almeno – che sono passibili di smaterializzazione, e migrazione da un supporto fisico, dotato di valore anche tangibilmente economico, a un supporto immateriale, elettronico, dunque facilmente distribuibile in forma gratuita, e con ciò esterno ad un’idea di lavoro e di lavoro retribuito.

Lanier osserva che molte professioni, molti ruoli sono andati persi, vaporizzati dalla gratuità di accesso e funzionamento dei supporti elettronici. La strutturazione di un discorso critico in questo senso è oggettivamente prefigurabile, anche se – come un commento all’intervista recita – appare non meno evidente che ogni rivoluzione tecnologica è legata (e sempre è stata legata) a variazioni consistenti nel panorama globale – e non da oggi mondiale – del lavoro.

Dunque all'intervista – con queste intenzioni – si rinvia. Anche per domandarci quanto sia in contraddizione, ciò che vi viene detto, con le osservazioni di Goldsmith citate nello scorso intervento o in questo suo (leggermente più recente) Copyright Is Over – If You Want It:

http://www.billboard.com/biz/articles/news/legal-and-management/6157548/copyright-is-over-if-you-want-it-guest-post... un articolo che sembra andare nella direzione diametralmente opposta a quella segnalata dalle critiche di Lanier.

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[ Da leggere: https://www.alfabeta2.it/2014/09/21/tecno-laici-tecno-dissidenti/ ]

alfadomenica gennaio #3

SIMONETTI su SITI - EMMER sulla MATEMATICA IN MOSTRA - GIOVENALE su GOLDSMITH – LE RUBRICHE di Carbone e Capatti *

IL SUGO DI TUTTA LA STORIA
Gianluigi Simonetti

È da poco arrivato in libreria Il dio impossibile, volume che raccoglie sotto un unico titolo i romanzi scritti da Walter Siti tra il 1985 e il 2006. Parliamo della cosiddetta «trilogia», originariamente edita da Einaudi, composta da Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, per l’occasione riveduti e corretti – e poi vedremo come – dall’autore.
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MOSTRARE LA MATEMATICA
Michele Emmer

Tra il 2014 e il 2015 sono state organizzate due mostre sulla matematica. La prima Mateinitaly: matematici alla scoperta del futuro, si è svolta al Palazzo della Triennale di Milano dal 14 settembre sino al 23 novembre 2014. La seconda mostra si è aperta il 16 ottobre 2014 e si chiuderà il 31 maggio 2015 al Palazzo delle esposizioni di Roma.
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GIOCO(E)RADAR #01 KENNETH GOLDSMITH
Marco Giovenale

Il radar intercetta presto le voci più interessanti della rete. Fra queste spicca decisamente quella di Kenneth Goldsmith, come autore-non-autore (non definibile “scrittore” nel senso classico del termine) che da anni osserva spostamenti e mutazioni non solo nelle nuove scritture, ma anche nella pratica comune della lettura, e nelle peculiarità percettive – e creative – dei lettori.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

24 consigli del regista tedesco Werner Herzog.
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Ci sono persone incapaci di pensare al cibo. Ne troviamo una ne L’uovo alla Kok di Aldo Buzzi (1979). È, era, il maestro di Vigevano, Lucio Mastronardi.
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Gioco (e) radar, # 01
Kenneth Goldsmith

Marco Giovenale

Non può esserci qualcosa come il ‘blocco dello scrittore’, mancanza di ispirazione. C’è sempre qualcosa da trascrivere, sempre qualcosa da riscrivere, sempre qualcosa da reinquadrare, come squarcio creativo che si apre su un atto creativo.
No Such Thing as Writer's Block
Intervista a «Frieze Magazine»

Il radar intercetta presto le voci più interessanti della rete. Fra queste spicca decisamente quella di Kenneth Goldsmith, come autore-non-autore (non definibile "scrittore" nel senso classico del termine) che da anni osserva spostamenti e mutazioni non solo nelle nuove scritture, ma anche nella pratica comune della lettura, e nelle peculiarità percettive – e creative – dei lettori.

Kenneth Goldsmith (1961) è uno degli autori di riferimento per chi, in lingua inglese, fa o si occupa di scrittura concettuale. Ossia di tutte quelle operazioni che partendo dal fronte della scrittura, dell'uso della testualità, impiegano materiali non necessariamente narrativi o poetici, anzi semmai banali, o eccedenti, quantitativamente ingestibili, a volte mescolando immagini e scritti per via di prelievo, accumulazione ossessiva, installazione, arrivando dunque a produrre o trascrivere e riscrivere masse consistenti di pagine, o al contrario strutture rarefatte, che comunque chiedono un'attivazione paradossalmente distratta dell'interpretazione del lettore, quindi una lettura che si sofferma non tanto sui materiali in sé quanto sull'idea o processo che li rende opere.

Parliamo insomma di qualcosa che fortemente assomiglia a ciò che gli artisti concettuali facevano e fanno da decenni. Cioè di testi che non chiedono di essere scanditi con lo sguardo e la voce, letti sequenzialmente, seria(l)mente, bensì considerati nella loro interezza, come operazioni e idee, o quasi sculture, blocchi verbali da osservare, perimetrare alla larga, non da godere frase per frase come pagine lineari normali. Un esempio: il testo Fidget, che documenta maniacalmente ogni singolo movimento compiuto da Goldsmith nell'arco di tredici ore di una particolare giornata (joyciana), nel 1997: http://archives.chbooks.com/online_books/fidget/about.html.
Goldsmith è allo stesso tempo anche un curatore di eventi, come la serie "Uncontested Spaces: Guerilla Readings", per il MoMA di New York. Ed è l'inventore di UbuWeb, uno dei più vasti giacimenti online di materiali d'avanguardia, documenti scritti, video, audio, pagine web: http://www.ubu.com/.

In interviste e pezzi critici vari si è più volte espresso contro una visione solo apocalittica della nuova situazione in cui si trovano da poco più di un quindicennio le pratiche comuni (non necessariamente letterarie) di lettura e scrittura. Esemplare è questa recente intervista alla CNN in cui, nel suo solito stile diretto e apparentemente disinvolto, rilassato e burlesco, chiarisce senza mezzi termini che – pur entro i limiti che conosciamo – una sorta di rivoluzione positiva è avvenuta, e continua tutt'ora. Una rivoluzione il cui attore o meglio co-autore sembrerebbe proprio essere internet.

In buona sostanza Goldsmith, partendo (come un'introduzione redazionale suggerisce) dai frammenti su Parigi di Walter Benjamin, fa notare con grande chiarezza, serenamente e semplicemente, che una modalità importante sia artistica che extra-artistica di dialogo, di scambio, di passaggio del senso fra umani, è ormai da circa un secolo interamente e proficuamente affidata a stringhe testuali, segmenti semi-irrelati, schegge, prelievi, frammenti, piuttosto che a mastodontiche cornici narrative, affreschi romanzeschi, opere-mondo. La rete ha aiutato, negli anni recenti, a riconoscere tutto ciò; a vedere realizzato in forma di comunicazione diffusa ciò che quasi tutto il Novecento aveva elaborato e prodotto, in questa direzione.

Se negli scorsi anni – anche per bocca di importanti artisti e scrittori e curatori di mostre – la lamentela ricorrente era quella di un'eclissi della lettura a favore di un medium passivizzante come la tv, con la rete la situazione si dimostra almeno potenzialmente in evoluzione nella direzione opposta: cioè in direzione di una maggiore attività e reattività degli "utenti", che non sono ridotti al rango di puri spettatori. Goldsmith ammette che dal momento in cui esiste internet, ed esistono possibilità di leggere materiali in rete, stoccarli, rielabolarli o solo rivederli offline, condividerli, segnarli con "bookmark" e "read later", twittarli, interpolarne parti, in mosaici-collage che carsicamente appaiono fra blog e facebook, di fatto si torna a leggere, anzi si legge di più. Nessuna crisi della lettura, in questo senso. Anzi.
La lettura è tuttavia cambiata: siamo dentro una mutazione. (Alla quale sarà tuttavia opportuno applicare senz'altro un certo tasso di critica, e di ragionata apocalisse, rifletto).

Entra in crisi (meglio: si dimostra/verifica già in crisi) la classica trama lineare, la forma ampia, iper-strutturata, non frammentaria, di alcuni modi della testualità. Tutto ciò, come già detto, a partire dalla scrittura frammentaria per eccellenza del Novecento, quella di Benjamin (su cui l’intervista si basa). In questa scrittura Goldsmith vede di fatto una matrice vitale di tutta una stagione di opere, e di modi della stessa percezione, che innervano da fine Novecento non solo la letteratura e le arti ma la semiosfera intera, tutto l'insieme di segni che viviamo e attraversiamo, che usiamo e riproduciamo e su cui interveniamo.

Falso dunque dire che la rete dissipa le conoscenze e il senso, o che soltanto ne accumula masse. Masse inerti e inutilizzabili. Se in parte una dispersione di materiali accresce un'entropia di segni oggettiva e preoccupante, d'altro canto è proprio grazie a internet che per la prima volta nella storia sembrano disporsi sul tavolo – non solo per una classe di colti – gli strumenti per una produttiva riappropriazione e ricodifica di tutti i nostri rapporti linguistici – passati e presenti – con società e mondo.

http://epc.buffalo.edu/library/#g
http://www.poetryfoundation.org/bio/kenneth-goldsmith