In cerca dell’uomo invisibile. Trovare Corrado Costa

Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica. Dopo un periodo in cui del Gruppo 63 si diceva per lo più peste e corna, condannandolo tutto al dimenticatoio, la vulgata odierna – solo in apparenza più moderata – pare averci regolato i conti, e deciso cosa resterà (e cosa no).

Ma neppure il più generoso dei canoni include uno come Costa: che per tutta la vita ha giocato proprio col paradosso della sua assenza-presenza. Il titolo del suo libro forse più bello e introvabile (stampato oltreoceano dall’amico Paul Vangelisti), The Complete Films, è il suo gioco di prestigio per eccellenza. Nessuna biblioteca d’avanguardia potrà mai dirsi «completa» se priva di questo libro; un libro che però non si può trovare, non si può vedere (avevo pensato fosse un contrappasso spiritoso dare lo stesso titolo alla corposa antologia dei suoi scritti curata da Eugenio Gazzola, per fuoriformato, nel 2007; ma c’è poco da scherzare: già oggi quel libro è raro quasi quanto il suo omonimo di 24 anni prima…).

Qui Costa elabora il suo mito personale dell’«uomo invisibile»: «Non danno molti film / di ‘L’uomo invisibile’ / o / ne danno molti. […] / non riusciamo mai a sapere / se c’è l’uomo invisibile. / Finisce sempre che l’uomo invisibile / non si vede mai. / Potrebbe essere stato / anche un altro film».

Il film di Costa è sempre un altro: lui è ovunque e in nessun luogo. Come ha scritto un altro suo amico, Nanni Balestrini, il «vuoto» che ha «lasciato» Costa è «anche un pieno»: «un vuoto lasciato pieno» è la cifra dell’uomo invisibile. Sottrarsi, sparire, volatilizzarsi. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria: anche l’avanguardia o, forse, lei soprattutto (anche la Signorina Richmond, del resto, era un uccello…). Seguendo le orme di Emilio Villa (che aveva «pubblicato» la sua poesia I sassi nel fiume incidendola su delle pietre che lanciò nel Tevere), nel 1978 una delle performance più esemplari di Costa consisté nel mandare al rogo, gauleiter di se stesso, la tiratura invenduta di un suo libro di tre anni prima, Santa Giovanna demonomaniaca (del resto dedicato a Giovanna d’Arco…).

Dice Giulia Niccolai – che insieme ad Adriano Spatola, all’indomani della chiusura di «Quindici» e dello scioglimento del Gruppo, si ritirò nella casa di campagna dell’avvocato Costa, a Mulino di Bazzano sull’Enza, e lì per un quindicennio diede vita a una delle più singolari Zone Temporaneamente Autonome della storia dell’arte – che questi suoi comportamenti erano «sintomo di lievità», del suo «non dar peso» alle cose e a se stesso.

Certo Costa è stato il più spiritoso – il più spiritato, il più spirituale – autore della seconda avanguardia; ma questa sua leggerezza, questo suo dissolversi nell’aria, come quello del suo avatar nella prima avanguardia, Palazzeschi, è conseguenza di un incendio (il bellissimo fascicolo che gli ha appena dedicato «il verri» ha in copertina una delle sue geniali poesie-immagine dal titolo Il mangiatore di fuoco; dove in corrispondenza dello stomaco dell’omino c’è il buco, dai bordi strinati, lasciato appunto dal fuoco che ha attraversato la carta: esattissimo re-enactement, e se casuale tanto meglio, della poesia di Palazzeschi che disegna spietata la sorte di ogni avanguardia, Boccanera del 1915…).

Anche il sorriso di Costa era il segno di un Controdolore che bruciava (nel suo romanzo incompiuto e inedito, depositato alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia – come il resto delle sue carte, amorosamente ordinate da Maurizio Festanti e il cui catalogo è consultabile on-line; così come, con un po’ di pazienza, i suoi libri d’artista in copia unica –, a un certo punto si legge: «Io sono un vero uomo, corteggiato dalla paura, che riesce a far finta di niente»).

C’è di che rallegrarsi nel vedere come l’ultima generazione di poeti stia «mettendo a fuoco» una figura così sfuggente. La nuovissima collana bilingue Benway Series, diretta da Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano, ha appena riproposto un suo breve e singolarissimo, alquanto pornografico «saggio a fumetti» dal titolo La sadisfazione letteraria (pubblicato nel ’76 dalla Cooperativa Scrittori): come l’eros libertino è privo di scopo riproduttivo così la letteratura per Costa, spiega Ivanna Rossi, «non può assumere il compito di riprodurre, perpetuare e rispecchiare la società e la classe dominante così com’è». E sul «verri» c’è un saggio acutissimo di Giovenale, che fa di quella di Costa l’archetipo di una «postpoésie» che «blocca la rincorsa modernista del necessario, della struttura data, fissa, scolpita, invariante». In effetti tutto varia, in Costa; tutto scorre, si rintana e improvvisamente riappare (come il fiume del suo poemetto-sphragis, così diverso da quelli di Ungaretti).

Si imparano tante cose dal libro assai singolare, e felicemente disordinato, di Ivanna Rossi (già allieva di Luciano Anceschi e, per qualche tempo, Assessore alla cultura di Reggio Emilia). Che ha l’umiltà di chi sa che non c’è modo di fare una figura peggiore di chi si metta a spiegare un motto di spirito. Per esempio la poesia-immagine (dalla bellissima serie I casalinghi) che sta in copertina al libro, e gli dà il titolo-witz: «Una lampadina nera, invece di far luce, diffonde un cono di parole oscure, che vanno a friggere in un padellino. La poesia è una cosa del genere, beato chi ne capisce lo sfrigolìo. Nessun problema, dice però Corrado. Basta una comunissima presa elettrica, e la poesia è subito “con presa”».

Ma se è un lavoro prezioso, quello di Ivanna Rossi, è proprio per la caparbietà di spiegare tutto: incluso quello che non vale la pena spiegare, così come quanto spiegare davvero non si può (e non conta che, qui e là, si possa restare perplessi – come nell’interpretazione dell’opera prima Pseudobaudelaire, del ’64). Se le poesie di Costa sono dei rebus (tutte, non solo quelle in forma di immagine, sono per Rossi «la punta di un iceberg»: ancora la dialettica, così pericolosa per noi navigatori, di visibile e invisibile…), è impossibile per il loro lettore – ha scritto Giulia Niccolai – non tentare di «capire che cosa ci sia dietro». Già. Ma appunto dietro alla poesia non c’è altro, ci ha avvertito Costa con un sorriso, che il suo retro. Dietro, cioè, non c’è nulla. Nulla, almeno, che si possa vedere.

Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa
Consulta Libri e Progetti, 2013, 272 pp., € 15,00

Corrado Costa
La sadisfazione letteraria. Manuale per l’educazione dello scrittore
con la traduzione in inglese di Paul Vangelisti
Tielleci «Benway Series», 2013, 96 pp., € 10,00

Il titolo lo mettiamo dopo. I libri d’artista di Corrado Costa
Catalogo della mostra (Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 7 luglio-1 settembre 2012)
a cura di Mario Bertoni e Chiara Panizzi
Biblioteca Panizzi Edizioni, 2012, 97 pp., € 10,00

Promemoria / sommario di traduzioni italiane di scritture francesi recenti

marco giovenale, alessandro broggi

all’indomani dell’uscita presso einaudi di un'antologia di poeti francesi contemporanei, qualcuno (mg) si è sentito in dovere di rammentare – attraverso un post su slowforward.wordpress.com – che un lavoro fondamentale di attenta traduzione, che ha pochi paragoni in italia, è stato svolto in questo senso, con acutezza sensibilità, da michele zaffarano, oltreché da altri poeti traduttori, negli anni, su siti frequentatissimi, come nazione indiana, l’ulisse, e in particolar modo GAMMM, oltreché su riviste cartacee come il verri, nuovi argomenti, anterem, il segnale, taf (per citarne solo alcune); nonché attraverso collane editoriali come chapbook (ed. arcipelago, milano) e felix (ed. la camera verde, roma), altrettanto diffuse. gli autori pubblicati sono non soltanto tutti o quasi tutti quelli – di area ovviamente sperimentale – elencati dall’antologia della bianca einaudi, ma se ne aggiungono molti a cui la medesima antologia non dedica attenzione. qui su alfabeta2 si riporta dunque, arricchito, il sommario di link del post su slowforward. Leggi tutto "Promemoria / sommario di traduzioni italiane di scritture francesi recenti"

MSUBP

Marco Giovenale

ho – hai – ha iniziato a leggere i testi che ti inoltravo oggi.

alcuni dei testi di ***.

usa addirittura il noi.

usa il s’. usa anche il d’. ovviamente.

è pieno di io dovunque, è infestato.
alla fine sentivo formicolare dappertutto.

torno subito, bevo un sorso d’acqua.

stavo dicendo.

in ogni caso

mi sembra una brava persona ma forse vedo alcune analogie (testuali) con ***.
mi sembra una brava persona, come ***, ma freno e vado prudente.
mi sembra una brava persona, dobbiamo dire qualcosa.
mi sembra una brava persona, dobbiamo dire qualcosa? Leggi tutto "MSUBP"

dall’infanzia all’eroismo (4 steps)

Marco Giovenale

01.

ci sono delle feste molto festose, che cadono in quell’intorno, intanto loro festano, non lo fanno con intenzione. ma in tutta questa allegria c’è una nota stonata. sul balcone lì accanto hanno lasciato solo un cane metà blu metà blu in questi giorni, dorme fuori non ci sono i padroni. piange e ulula una notte due notti.

il papà dice al bambino questo cane qui piange mortalmente. il bambino ripete questo cane qui piange moltamente. chi ha ragione? la mamma entra con la sua minestra dentro l’uovo radiante, tertium non datur, come lo chiameremo il fratellino?

e se è una sorellina? gotamo, lo chiamiamo. il bambino dice io e dice io preferirei jim. vada per jim, sorride la mamma nel pullover e la pipa il papà alla ringhierina sembra proprio un americano, lui dice ammirandolo: da grande voglio essere come lui morto. Leggi tutto "dall’infanzia all’eroismo (4 steps)"

CVD

Marco Giovenale

[ distici a rima baciata ]

− acque marine adattarsi a una situazione anche sgradevole

− che vuole dire?

− in principio dio creò il cielo e la terra

− che vuol dire?

− anche lei sembra per un attimo astrarsi in un modello Leggi tutto "CVD"

Centri gravitazionali del ricordo

Marco Giovenale

La scena interiore (Gallimard 2013; Ponte alle Grazie 2014) è un libro che ha «il proprio centro alla periferia», nei margini, e nelle linee sottili o marcate di giunzione – o sconnessione – fra gli elementi che raccoglie. E, questo, non per scelta stilistica ma per necessità e dovere di storia: seguendo non un’estetica ma un’etica del frammento.

Nel 1943 Marcel Cohen ha poco più di cinque anni quando si trova ad essere, del suo nucleo familiare, il solo scampato alla deportazione. In agosto fa in tempo a vedere – da distante – parte della propria famiglia arrestata «dalla polizia francese». In Francia, a Parigi, già da tempo patria e città di adozione (erano originari della Turchia), il padre, la madre, la sorella di sette mesi, i nonni paterni, due zii e una prozia avevano iniziato – in quanto ebrei – a venir cancellati già come persone portatrici di diritti; ad Auschwitz questa cancellazione avrebbe avuto il suo compimento materiale, fra 1943 e 1944.

Troppo piccolo per aver conservato più che singoli ritagli di memoria di quel giorno e dei precedenti, dei suoi primi anni e del periodo dell’occupazione nazista, Marcel al momento di scriverne, oltre mezzo secolo dopo, giudica non solo oggettivamente impossibile ricostruire e ancor più ignorare i vuoti che, numerosissimi, tramano la sua storia; ma sa bene che «inventare» o «romanzare» violerebbe il senso stesso del tentativo – anzi del dovere – di testimoniare. Connettere i frammenti affioranti «in forma di racconto avrebbe tutto della finzione e la finzione lascerebbe soprattutto intendere che l’assenza e il vuoto possono essere espressi», avvisa fin dalle prime pagine l’autore. Di qui la scelta narrativa e insieme anti-narrativa di imporre alla scrittura di attingere a due sole fonti: il poco che Marcel stesso (asciuttamente, a volte per via di indagine su minimi indizi ritrovati) in effetti ricorda; e poi ciò che su genitori e familiari riesce a sapere da altri superstiti, parenti e amici. I brani di memoria infantile sono scritti in corsivo; gli altri, i lacerti ricostruiti grazie alla memoria altrui – e sono la maggioranza – in tondo.

È così che, scandito in tanti capitoli quanti sono i membri della famiglia (di cui si dà ogni volta una foto, la data di nascita, e infine il giorno e numero di convoglio in partenza per il campo di sterminio), il libro raccoglie inizi di ritratti, profili di comportamenti, abitudini, lavori, tentate vie di fuga, fortune e difficoltà, aneddoti spesso terribili, e soprattutto oggetti, centri gravitazionali indispensabili per il ricordo: un portauovo, un piccolo cavallo cucito artigianalmente dal padre, il violino che quest’ultimo suonava, un posacenere di forma bizzarra, un portasigarette.

Perimetrati da macchie di memoria così precisate – per quanto possibile – non dall’estendersi ma dal sottrarsi della scrittura (sottrazione di ogni finzione, abbellimento, illazione, indugio), molti eventi o luoghi dolorosi – non valendosi del volume fittizio che una narrazione soffierebbe in loro – si incidono più nettamente sulla «scena interiore» che se fossero colpiti da luce diretta. È, per fare un unico esempio, il caso del disumano ospedale Rothschild, dove Marie, la madre, viene internata con la figlia Monique, di nemmeno sette mesi.

Il libro di Marcel Cohen non è semplicemente un altro esempio del possibile lavoro della e con la prosa breve, immaginato – in questo caso – all’interno di un contesto dove l’effimero, l’inafferrabile, è anche sinonimo di dolore (il dettaglio come eco di mancanze e lacerazioni violente). La brevità delle prose acquisisce semmai l’aspetto peculiare di costrizione-necessità, e ricopre forse lo stesso ruolo che la delirante invenzione dei giochi sportivi in W o il ricordo d’infanzia permetteva a un Georges Perec in scacco, atterrito, di trovarsi contemporaneamente lontano e vicino a un fuoco reale, non metaforico, non letterario.

Così, gli oggetti – i testimoni – ritrovati e ascoltati da Cohen non formano né tantomeno fondano una poetica. Schiacciano, anzi, all’interno dei margini di cui si è detto: l’autore è di fatto completamente e inevitabilmente in balia degli ultimi estremi radi documenti di cui dispone. E questo non avere altro (che chiaramente non finge paragoni con le spoliazioni subite dai suoi cari) non intende essere la forza o semplicemente un pregio del libro, ma il limite ferito che non manca – senza alcuna sottolineatura «stilistica» – di rovesciarsi su chi legge, ferendolo a sua volta: come è sensato, come deve.

Marcel Cohen
La scena interiore
Traduzione di Michele Zaffarano
Ponte alle Grazie (2014), 144 pp.
€ 13,50