Silenzio, parole, silenzio

snow1La prima parola fu il silenzio. La sua condizione necessaria, il suo farsi spazio. Aprirsi al mondo, senza allontanarsi da sé: forse per questo il silenzio più che una condizione è un'esperienza, più che un punto d'arrivo è una soglia. Ciò che è comodo e gratificante spesso elude l'essenziale e si fa rumore, insegnava Yves Bonnefoy a margine di alcune sue conferenze sull'haiku. La sfida della parola, proseguiva il poeta francese, è, innanzitutto, sfida per instaurare quel silenzio senza il quale la "parola detta" non può - letteralmente – accadere.

Nato a Helsinki nel 1960, Tero Liukkonen vive a Porvoo, nella regione finlandese dell'Uusimaa. Nello scritto di cui presentiamo un ampio stralcio, tratto dalla rivista "Kirjailija ", n. 4 (2016), che ringraziamo, lo scrittore invita a "guardare" il silenzio, "ascoltando" l'accadere delle piccole cose. Sopratutto ora che il Natale da evento - religioso, post religioso o di consumo che sia - si è ridotto a una mera data in un continuum che non distingue più spazi, tempi, suoni, otium o commercio, ritmi di vita dall'aritmia del rumore. Scrittore, saggista Liukkonen è anche insegnante di yoga, disciplina che modella fortemente il suo rapporto con la scrittura e le sue forme. (marco dotti)

Tero Liukkonen

Per indole sono sensibile e introverso e ho temuto molte prove della vita ancor prima che arrivassero. Sono sempre stato piuttosto sicuro di crollare, di non resistere, di fallire. Solo di rado sono riuscito a fronteggiare le sfide.

Le difficoltà mi accerchiavano e soltanto dopo che se ne erano andate mi accorgevo di essere effettivamente sopravvissuto. In realtà, anche piuttosto bene. Ero stato capace di trovare la forza interiore dentro di me, oltre ogni aspettativa. E quando la situazione si calmava, allora pensavo: dov’è che anche stavolta ho trovato l’energia per farcela?

La risposta è breve: in me c’è il silenzio.

Il compositore americano John Cage in un’intervista ha dichiarato: «La modernità è così chiassosa che non dovremmo cercare la pace mentale solo nel silenzio. Dovremmo trovare la pace mentale anche nel rumore.»

Sono d’accordo.

Nel caos del mondo per me è facile perdere il contatto con il mio silenzio interiore. Nella normale quotidianità si va così di corsa che il nucleo della mente non si percepisce più. Oppure, un compito ci sembra così importante da far sì che lo sosteniamo con infinito vigore.

E quindi dimentichiamo il silenzio.

Eppure, se solo riesco a rimanere consapevole e calmo, allora sento costantemente il mio più intimo silenzio. Lo avverto anche se intorno a me c’è intenso trambusto e caos. Torno al mio silenzio, mi placo, mi guardo intorno con serenità e lascio che la mia fronte si distenda.

In ogni suono che turbina sopra la mia testa c’è del silenzio che mi raggiunge se ho la pazienza di aspettarlo.

*

In treno o in autobus preferisco viaggiare senza alcun passatempo. Non mi porto dietro riviste o libri da leggere, né musica o podcast da ascoltare. Non lavoro, anche se so che sono molti gli scrittori e i giornalisti che si avvantaggiano di questo “tempo perso”.

Siedo da solo, in silenzio. Seguo i paesaggi che corrono dietro il finestrino. Osservo i viaggiatori, chi sale a bordo e chi scende. Mi immedesimo nel dramma che vedo ripetersi a ogni stazione o fermata: gli incontri, gli addii. Gli abbracci, le strette di mano, gli sguardi. Le parole che si dicono e quelle che non sento.

Siedo, in silenzio.

Ogni istante, ogni luogo che oltrepasso mi sembra troppo prezioso per poter affondare in una qualche altra realtà. Viaggiare significa che un tempo e un luogo passino attraverso il mio silenzio.

Loro lasciano un’impronta nel silenzio.

*

Sai, sono un buon ascoltatore. Da giovane ero timido e mi ritenevo talmente inadeguato che non osavo avvicinare le persone. Non capivo che in me c’è il silenzio. Con l’età ho imparato a restare in silenzio e a non aver paura di imbattermi negli altri – con parole oppure senza. E intanto ho notato quanto sia facile ascoltare gli altri semplicemente restando zitti.

Il reale scambio tra individui rimane incompiuto se non si ascolta. E l’ascolto è impossibile se non si trova il silenzio dentro di sé.

In alcuni rapporti umani ho finito per soffrire quando l’altro non si è reso conto che fosse meglio smettere di parlare e fare silenzio. Ho ascoltato e ascoltato, e il calice dell’ascolto dentro di me si è riempito fino a traboccare.

Le volte in cui resto in silenzio abbastanza a lungo, mi viene voglia di dire qualcosa. Voglio intervenire. Voglio parlare e sorridere, cercare uno scambio di sguardi.

Ed è forse in quei momenti che anche l’altro diverso da me trova il suo silenzio. Che i nostri sguardi s’incontrano.

*

Il silenzio rende le voci percepibili. Non aumentare il tono della voce.

Se siedo e medito, avverto il mio respiro e gli scricchiolii della casa. E quando cammino nel bosco, sento il vento d’autunno sulle cime degli abeti o, in inverno, la neve che cade da un ramo. Che paradosso: i suoni riescono a far sentire il silenzio.

Nel 2011 ho passato il Natale nel Plum Village, nel sud della Francia. È un centro di meditazione buddhista vietnamita in cui i laici possono partecipare alle attività insieme ai monaci e ritirarsi per un tradizionale ritiro invernale persino per tre mesi. In Vietnam quest’usanza ha un significato che si associa al ciclo delle stagioni. Durante la stagione delle piogge è naturale ritirarsi dalle attività quotidiane perché molte mansioni pratiche diventano impossibili. Le piogge limitano gli spostamenti e pertanto è meglio mettersi comodi.

Nel Plum Village passavo molto tempo seduto in silenzio. E con me ce n’erano tanti altri, una cinquantina tra monaci e laici, tutti nella stessa sala.

Quando la campana della sera suonava richiamando alla meditazione, smettevamo di parlare. E si continuava con il silenzio serale. All’alba, lungo il tragitto per la prima meditazione della giornata, non si parlava e anche a colazione, mentre mangiavamo pudding e tè, eravamo in totale silenzio.

Solo a fine colazione suonava la campana e quello era il segnale che era possibile conversare. Un brusio vivace riempiva la mensa e non faceva alcuna differenza chi sedesse di fronte a me: se l’inglese Charles, il francese Frédéric o William, l’americano, c’era sempre una cosa urgente da dire. Un qualcosa che mi frullava nella testa e che avevo appena realizzato e che non vedevo l’ora di raccontare. Il silenzio aveva generato l’intuizione.

*

«Coloro che sanno non parlano. Coloro che parlano non sanno.» Diceva così l’autore del Daodejing oltre duemila anni fa.

Nel taoismo rientra la comprensione immediata della vita, senza elaborazione mentale. Ciò è impossibile senza il silenzio.

Nelle usanze del taoismo e dello zen è comune che i praticanti esperti non rispondano verbalmente. Il silenzio risponde in modo molto più efficace.

Il maestro zen giapponese Hakuin Ekaku ha ricevuto l’illuminazione all’età di quarant’anni. Lui vide chiaramente, come in un palmo della sua mano, che una parte dell’essere umano è la compassione, tanto quanto l’impegno ad aiutare tutti gli esseri viventi.

A volte vorrei trasmettere la mia visione su un argomento che domino molto bene, in forma non verbale. Come a dire: non parlo perché so, non insegno perché gli eruditi sono solo autodidatti, non dico niente perché sono gli altri che dovrebbero capire.

Ma quando mi accorgo che mediante l’assenza di parole, cioè con il silenzio, il messaggio che sto trasmettendo non arriva a destinazione, mi sento sconfitto. Sono sopraffatto dall’esasperazione.

Il silenzio dentro di me svanisce. Mi verrebbe voglia di urlare: insomma, ma non capisci!

In quei momenti perdo la presa con il mio silenzio interiore e anche se in apparenza sto zitto, sprofondo nel frastuono e nell’angoscia, nei contrasti chiassosi del mio io.

Il silenzio ritorna solo molto più tardi.

*

Dio si esprime attraverso il silenzio. In un’intervista mi è stato chiesto in che cosa credessi. Ho provato a dirlo e la risposta mi sembrò goffa e fallimentare.

Non sono ateo né agnostico, e non ho un rapporto confessionale con i dogmi istituzionalizzati di alcuna religione. Per me non è questione di fede, bensì di “esperienza”. Credo nell’episodio del pane e dei pesci? Nel canto degli uccelli o nella Via Lattea? Credo nel fatto che in questo momento sto respirando? Domande inutili.

Dio è un concetto tautologico: Lui è l’universo intero e il grande silenzio dietro di esso. Nel Nord, nel nostro luteranesimo, il tempo del silenzio cade in primavera, prima della Pasqua. Se c’è una cosa che non posso sopportare è che il Natale sia diventato così rumoroso. In questo periodo sento una sorta di angoscia natalizia e molte delle persone a me vicine se ne sono accorte. Per fortuna non sono l’unico. Ho notato che ce ne sono molti uguali a me, che patiscono un altrettanto forte desiderio di silenzio.

Sarebbe possibile avere un Natale senza campanellini, senza centri commerciali, senza jingle, senza iniquità e senza tutte quelle cianfrusaglie dai bip assordanti. Solo il silenzio avvolto nella neve.

Traduzione dal finlandese di Irene Sorrentino

Azzardo, intrappolati nella zona

las_vegasGiuliana Galvagno

«È come essere nell’occhio di un ciclone, ecco come descriverei la zona. Hai una visione chiara della macchina di fronte a te, ma tutto il mondo ti gira intorno e tu non sei in grado di sentire nulla, proprio nulla. Questo perché non sei veramente lì – sei con la macchina ed è l’unica cosa con cui stai». Queste sono le parole di Mollie, giocatrice abituale di Las Vegas, solo una delle decine di voci che si levano dal libro di Natasha Dow Schüll, Architetture dell’azzardo, curato per l’edizione italiana da Marco Dotti e Marcello Esposito. Il libro è frutto di una ricerca più che decennale, durante la quale sono state intervistate decine di persone tra giocatori abituali, designer e produttori di slot machine e videopoker, progettisti di casinò, gestori di sale gioco, psicologi, medici, sociologi. L’autrice negli anni ha partecipato alle principali convention del settore, ha frequentato casinò, ha incontrato i giocatori nei gruppi di auto-aiuto.

Con la città di Las Vegas non solo come sfondo ma come protagonista, Architetture dell’azzardo analizza a fondo tutti i fattori che contribuiscono allo sviluppo di dipendenza dal gioco d’azzardo, ricostruendo dapprima in modo preciso l’evoluzione della progettazione degli spazi e la gestione fisica dei percorsi dei giocatori nella città e nella geografia dell’azzardo, che non si limita più solo ai casinò, ma comprende spazi quotidiani come i supermercati, i bar, le farmacie.

Seguendo poi l’evoluzione che ha comportato la progressiva virtualizzazione del gioco sui dispositivi, è possibile tracciare una linea continua di razionalizzazione del machine gambling mirata a ottenere la massima efficienza da ogni ambiente e da ogni apparecchio, legando progressivamente il giocatore a trascorrere sempre più tempo alla macchina.

Tutti gli elementi in cui è inserita e che circondano l’esperienza di gioco, dall’atmosfera della sala, ai colori, ai suoni, alle interazioni con il personale, contribuiscono a creare la zona: lo spazio in cui il giocatore entra in relazione con la macchina e si isola da tutto il resto. Come notato da Dotti ed Esposito nell’introduzione al volume, la zona diventa il centro della vita psichica e affettiva del giocatore, riassumendo in sé «tutte le contraddizioni, le minacce, i tratti perturbanti del reale».

L’introduzione dei dispositivi interattivi di gioco ha cambiato radicalmente lo sviluppo della dipendenza da gioco d’azzardo, ma molte ricerche sul tema continuano a focalizzarsi sulle motivazioni dei giocatori e sui loro profili psichici, piuttosto che sulla progettazione dei nuovi format di gioco in cui vengono coinvolti. La macchina è presto diventata il centro della progettazione dell’azzardo: dalla costruzione dei casinò, organizzati in labirintici corridoi che spingono i giocatori verso le nicchie appartate dove sono collocati videoslot e videopoker, alla macchina stessa e agli output di gioco tesi a renderlo più veloce, più frequente e più intenso, fino alla virtualizzazione e digitalizzazione del gioco che ha incrementato sensibilmente il controllo dell’industria.

Sono macchine che paiono dotate di agency e volontà proprie, anche quando sono il prodotto di precisi algoritmi che modulano vincite, perdite, quasi vincite e quasi perdite, per trattenere il più a lungo possibile il giocatore e moltiplicare i profitti per i gestori. Se da un lato operano il disicantamento weberiano di razionalizzazione del caso, dall’altro sono investite di aspetti irrazionali ed emozionali, che coinvolgono a tal punto il giocatore in un flusso, come quello definito dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, che porta all’autodissoluzione nella macchina.

Uno dei passaggi-chiave rilevati dalla Dow Schüll nel corso della sua ricerca è infatti la svolta dal «giocare per vincere» al «rimanere in gioco». L’obiettivo per giocatori e industria del gioco d’azzardo è il medesimo: entrare in uno stato di animazione sospesa che il giocatore definisce «la zona» e i proprietari delle macchine «produttività continua di gioco». Questo avviene grazie a dispositivi sempre più responsive e personalizzati, che grazie a tessere e programmi fedeltà mappano le preferenze del giocatore, e grazie a un accesso diretto a conti di gioco o carte di credito gli permettono di mantenere costante il flusso di denaro per comprare il tempo dell’azzardo. Il denaro perde così il suo valore quotidiano per diventare «la moneta della zona», un mezzo per allontanarsi dalla realtà quotidiana e dalle relazioni sociali. L’unico modo per uscire dalla zona è terminare i soldi, evento a cui la cinica terminologia dell’industria, riportata dalla Dow Schüll, si riferisce come all’«estinzione del giocatore». Tutto questo avviene con la collaborazione del giocatore, che nelle macchine trova il modo si incanalare e distillare le pulsioni all’autoterminazione già presenti in sé.

L’apporto al dibattito contemporaneo sul gioco che il libro di Natasha Dow Schüll offre è la comprensione dell’equilibrio che imprigiona il giocatore nella zona e determina i profitti per l’industria e di come esso trovi il suo centro nell’interazione uomo-macchina, rapporto su cui è necessario incentrare ogni futura proposta di regolamentazione del settore e di trattamento della dipendenza.

Natasha Dow Schüll

Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza

a cura di Marco Dotti e Marcello Esposito, traduzione di Irene Sorrentino

Luca Sossella, 2015, 368 pp., € 18

Alfabeta / Giocare

giocareDopo una tappa economica dedicata al verbo “spendere” e al tema del debito nell’economia contemporanea, la trasmissione Alfabeta rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo essenziale della vita contemporanea: “giocare” (questa sera alle 22.05 su Rai 5). 

Le teorie che hanno tentato di codificare il termine giocare sono state in grado di definirlo soltanto in negativo. Per ciò che non è. Libero, improduttivo, separato dalla vita vera, incerto, carico di una indeterminata quota di immaginario, il gioco è, nella folgorante formulazione di Stefano Bartezzaghi, ciò che mette tra virgolette tutto il resto. Eppure mai come oggi il gioco ha acquisito tanta importanza nella società, mescolando la sua sfera con quella dell'utile, invadendo i campi del lavoro e dell'economia. Con i contributi di Umberto Eco, Stefano Bartezzaghi, Gianni Clerici, Peppino Ortoleva, Fabio Viola, Marco Dotti, Giulia Niccolai, Alfabeta2 e Andrea Cortellessa si confrontano con le molteplici contraddizioni del gioco contemporaneo e delle sue possibili derive patologiche.

 

Giocare, un percorso tra i libri

I brani letti da Giulia Niccolai sono tratti da Poemi & Oggetti, Le Lettere 2012

Il brano letto da Marilena Renda è tratto da Arrenditi Dorothy!, L’orma 2015

 

Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo 2006

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1964], Einaudi 1976, 2009

Raymond Queneau, Esercizi di stile [1947], traduzione di Umberto Eco, Einaudi 1983; a cura di Stefano Bartezzaghi, ivi 2001

Georges Perec, La sparizione [1969], traduzione di Piero Falchetta, Guida 1995, 2007

Peppino Ortoleva, Dal sesso al gioco. Un’ossessione per il 21. secolo?, Espressedizioni 2012

Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba, Einaudi 2007; Scrittori giocatori, Einaudi 2010; M. Una metronovela, Einaudi 2015

Samuel T. Coleridge, Biographia literaria [1817], a cura di Paola Colaiacomo, Editori Riuniti 1991

John R. Searle, Lo statuto logico della finzione narrativa, in «Versus», 19-20, 1978; in Che cosa è arte. La filosofia analitica e l’estetica, a cura di Simona Chiodo, Utet 2007

Johannes Huizinga, Homo Ludens [1938], Einaudi 1946; con introduzione di Umberto Eco, ivi 1979, 2002

Gianni Clerici, 500 anni di tennis, Mondadori 1974, 2013; Quello del tennis, Mondadori 2015

Algirdas J. Greimas, A proposito del gioco [1980], in Id., Miti e figure, Esculapio 1995 (e in «E|C. Rivista dell’Associazione Italiana Studi Semiotici»:  link: http://www.ec-aiss.it/monografici/10_greimas/Miti_e_figure_a_proposito_del_gioco_27_2_12.pdf)

Fabio Viola, Gamification. I videogiochi nella vita quotidiana, Arduino Viola 2011

Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi tra arte e gioco in Italia, catalogo della mostra a cura di Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, Mazzotta 2011

Marco Dotti, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, O barra O 2013; Slot city. Brianza-Milano e ritorno, Round Robin 2013

Thomas S. Eliot, Tradizione e talento individuale [1919], in Id., Il bosco sacro [1921], Bompiani 1946, 2010

Geoges Perec, W o il ricordo d’infanzia [1975], Rizzoli 1991, Einaudi 2005; La vita istruzioni per l’uso [1978], Rizzoli 1984, 2005

Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, in «alfabeta», 1983; poi in Id., Il nome della rosa [1980], Bompiani 1983, 2014

Linda Hutcheon, The politics of postmodernism, Routledge 1989, 2001

John Barth, La letteratura dell’esaurimento [1967], in Id., L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura, minimum fax 2013

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi 2015

John McPhee, Tennis [1979], a cura di Matteo Codignola, Adelphi 2013

Roger Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine [1958], a cura di Giampaolo Dossena, prefazione di Pier Aldo Rovatti, Bompiani 1995, 2007

 

Ludopatia

Andrea Cortellessa

All’indomani dello spettacolare showdown di Luigi Preiti all’OK Corral di Palazzo Chigi, lo scorso 28 aprile, mentre Re Giorgio puntava tutto sull’estremo azzardo della sua carriera politica (il primo governo a vedere uniti nella lotta ex comunisti ed ex fascisti: così definitivamente sancendo la fine del paradigma resistenziale sul quale la Repubblica s’era fondata), i forzati dei salotti televisivi si sono divisi in due partiti: i giustificazionisti sociali e gli irrazionalisti a oltranza. Quelli che la colpa è della crisi economica che non lascia speranze, e quelli che individuum est ineffabile e gli abissi della psiche riluttano a qualsiasi spiegazione (men che meno a quelle che puzzino di «ideologia»). Qualche giorno dopo, però, tuffandosi voluttuosi nelle pieghe della povera esistenza di Preiti, anche i più sordi media generalisti si sono visti costretti a gettare l’allarme sociale della ludopatia.

Al fenomeno (affrontato anche sul nostro numero 24, lo scorso novembre) ha dedicato un ragguardevole uno-due Marco Dotti: questo palombaro spericolato negli enfers della modernità, capace di coniugare un’erudizione scintillante a un’insana curiosità per le pieghe più incondite, e rivelatrici, dell’animo umano di cui sopra (si ricorda l’exploit del 2006, Luce nera, sulle fascinazioni esoteriche di Strindberg e dei surrealisti). Slot City è insieme un’indagine sul campo e un’archeologia del presente: che rimonta all’ingenuo quanto squallido gioco d’azzardo anni Sessanta, quello dei romanzi di Piero Chiara, come agente di contrasto capace di illuminare il paesaggio in rovine della Lombardia attuale.

Se la Las Vegas della Brianza, Consonno, appunto fra anni Sessanta e Settanta fu un «miraggio in una vita fatta di oasi e deserti», oggi che il paese è una ghost town all’italiana, intorno «non ci sono né oasi, né miraggi. C’è solo il deserto». Del resto anche la Las Vegas «vera» è da tempo in crisi: quando, occhieggiante in ogni bar, «il gioco d’azzardo è ovunque e quindi in nessun luogo». Proprio come Dio. Infatti l’altra anta del dittico di Dotti – aperta dall’immagine gloriosa della Crocifissione del Mantegna nella Pala di San Zeno, oggi al Louvre, che mette in scena il tòpos evangelico dell’«inconsutile» veste di Cristo che i centurioni si giocano a dadi ai piedi della Croce – approfondisce il paradigma culturale dell’azzardo, enucleandone le radici filosofiche e, appunto, addirittura metafisiche (da Pascal a Duchamp e Caillois passando per il Coup de dés di Mallarmé).

Quanto più colpisce, nell’addiction di massa rappresentata dalle ludopatie (le cui statistiche sono impressionanti: la Sindrome da Gioco Compulsivo riguarderebbe un milione e mezzo di italiani che vi avrebbero dilapidato, negli ultimi sei anni, oltre 200 miliardi di euro: una cifra pari al debito pubblico della Grecia nello stesso periodo), è l’inversione assiologica – un vero e proprio contrappasso – per cui l’abbandonarsi al Caso, perseguito dal giocatore come sollievo rispetto al sempre più soffocante stringersi delle Necessità economiche, finisce per rivoltarsi nel proprio simmetrico contrario. Ricordando i metafisici emblemi del Mantegna, cioè, il Dado finisce per essere micidiale quanto il Chiodo.

In un racconto di Philip K. Dick (che nel romanzo Solar Lottery immaginò come anche il potere politico possa essere affidato all’azzardo, come oggi qualcuno, nell’estrema delegittimazione della democrazia rappresentativa, si spinge a sostenere seriamente: si veda Gaspare Polizzi sul numero 28 di alfabeta2), il flipper aumenta la posta in gioco sino a trasformarsi in una catapulta che proietta sul giocatore la palla di metallo omicida. Nell’estremo rappresentato dalla «roulette russa», quest’inversione resta confinata al campo psichico (e alla sorte mortale) del soggetto; ma la sparatoria a Largo Chigi ci ricorda come ogni pulsione suicida, qual è con tutta evidenza quella del ludopate, possa convertirsi in un’aggressività tanto inconsulta quanto micidiale.

Marco Dotti
Slot City. Brianza-Milano e ritorno
Round Robin 2013, 120 pp., € 12,00
Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana
O Barra O 2013, 109 pp., € 12,00

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole, in libreria e in versione digitale

alfadomenica 12 ottobre 2014

MORINI sul FEMMINISMO - PALIDDA sulle CATASTROFI - DOTTI sulla BUCHMESSE - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

FEMMINISMO E NEOLIBERALISMO
Cristina Morini

Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino.
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CATASTROFI ANNUNCIATE
Salvatore Palidda

La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo.
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DIARIO DA FRANCOFORTE
Marco Dotti

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Burrito - Etnie - Immondizia - Negozio
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RICETTA di Alberto Capatti

Cuocer le uova, nella cucina francese, domandava la guida di uno chef. Fra i primi a dedicar loro un ricettario era stato Alfred Suzanne, nel 1885 (100 manières d’accomoder les oeufs). Due anni dopo usciva la traduzione inglese. Ecco la sua: Omelette au naturel.
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Diario da Francoforte

Marco Dotti

7 ottobre 2014

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche. In Italia, oramai, il baraccone della grande editoria sta arrancando. Vista la qualità della merce esposta, è normale che i consumatori si rivolgano altrove. E i lettori, che magari leggono ma di consumare non hanno né la possibilità, né la voglia, semplicemente abbandonano il campo. Non se la passano meglio i piccoli e i medi editori, ma almeno loro resistono con un'offerta che ha dell'eroico, rispetto a un sistema di distribuzione e promozione del libro che altrove verrebbe collocato alla voce "usura".

È ovvio ma non scontato ricordare che leggere un libro è cosa ben diversa dall'acquistarlo, ma statistiche e proiezioni sulla lettura si fanno sull'acquisto, non sulla lettura. Strano paese, l'Italia. Strani anche i suoi dibattiti - se ne avverte l'eco che dallo stand Italiano di Francoforte, chiamato con fantasia post bondiana "Punto Italia", comincia a salire. Non alla voce "usura", ma alla voce consumo culturale e ricreativo l'Istat colloca l'azzardo. Sì, l'azzardo, quello delle slot machines, dei gratta e vinci e via discorrendo. Leggete l'ultimo rapporto "Noi, Italia" e anziché al solito grafico, prestate attenzione alle definizione utilizzata per la classificazione della spesa per servizi "ricreativi" e culturali.

Ecco il parametro: "L’indicatore è dato dal rapporto tra il valore della spesa delle famiglie per l’acquisto di beni e servizi di carattere ricreativo e culturale e quello della spesa totale per consumi finali delle famiglie. Secondo la classificazione Coicop (Classification of individual consumption by purpose) le spese per servizi ricreativi e culturali comprendono i servizi forniti da sale cinematografiche, attività radio televisive e da altre attività dello spettacolo (discoteche, sale giochi, fiere e parchi divertimento); i servizi forniti da biblioteche, archivi, musei ed altre attività culturali e sportive; infine comprende i compensi del servizio dei giochi d’azzardo (inclusi lotto, lotterie e sale bingo)".
Anche con una spesa procapite per azzardo che non ha pari in Europa riusciamo a essere ultimi. Sia come sia, domani si comincia.

8 ottobre 2014

Mi sono sempre chiesto come scelgano i paesi ospiti nelle fiere dell'editoria. A Francoforte, dove per la Buchmesse 2014 paese ospite è la Finlandia, hanno pochi segreti. Tre sono i prerequisiti fondamentali da rispettare per ambire a ottenere lo status di "paese ospite". Il primo, abbastanza scontato, è che il mercato editoriale di quel paese sia "interessante". Proprio così mi hanno detto: "interessante". Questo potrebbe voler significare un'apertura a paesi non rilevanti dal punto di vista editoriale, ma "interessanti", come il Qatar lo è per i campionati mondiali di calcio del 2022 o il Bahrein per la Formula1. Fatto sta, che il secondo e il terzo prerequisito spiegano l'aggettivo che qualifica il primo: il paese ospite deve essere in grado di garantire una logistica adeguata - confesso che non ho ben capito che cosa significhi - e, ecco il punto, coprire tutte le spese per gli autori invitati, l'allestimento dei padiglioni, le cerimonie e via discorrendo. Insomma, un bell'investimento, le cui ricadute commerciali a breve e medio termine non sono indifferenti per l'economia della città che ospita la fiera.

Questo dà conto anche del dispiegamento di autorità che hanno presenziato alla cerimonia di apertura, tenutasi il 7 ottobre. Da parte tedesca, tralasciando le autorità locali, spiccava la presenza del ministro degli esteri dr. Fran-Walter Steinmeier. Nella cerimonia delle autorità, ma senza aver preso parola, c'erano anche gli italiani Franceschini e Paola Concia. Ma stiamo a chi la parola l'ha presa: un ministro degli esteri, non della cultura, dell'economia, dell'istruzione o via risalendo (o discendendo). Quando parla un ministro degli esteri, diceva il vecchio barone alcolista del Gruppo Tnt, anche se parla di caviale o trote salmonate, si sente sempre un retrogusto di guerra. Così è parso, almeno a me, di sentire i tonfo sordo della battaglia quando due righe dopo aver nominato Amazon, nell'aria aleggiava un altro nome: Vladimir Putin. Bella scelta, soprattutto quando a parlare ci si è messo il presidente uscente dello Stato ospite che, seppure nel paese vi sia un primo ministro, Alexandr Stub, fautore di una politica di Finlandizzazione 2.0 (ossia apertura alla Nato, con conseguente inasprimento della crisi con la Russia) molto criticata in patria, si è lanciato in un elogio del bel tempo in cui l'Urss garantiva la crescita di una coscienza nazionale e letteraria propriamente finlandese: un insieme di luoghi comuni sulla letteratura mondiale e nordica che fanno rimpiangere non dico i tempi di Churchill, ma persino il delirio patafisico di Silvio Berlusconi.

A fronte di tanto fumo, a mettere un bel po' di arrosto ci ha pensato Sofi Oksanen, capigliatura da far rabbrividire pure Lady Gaga, piglio polemico, ma finalmente capace di portare la letteratura o ciò che ne resta in prossimità delle altezze che le competono. Per fortuna, ha detto l'autrice pluripremiata, nella lingua finlandese non c'è il genere. E nella letteratura questo in qualche modo si fa sentire. Peccato che proprio il presidente avesse detto che "la letteratura è donna". Ma è sul concetto di finlandizzazione (suomettuninen), o neutralità condizionara da un altro paese, che la Oksanen, di origini estoni, ha insisitito molto. Un nuovo esotismo, quello evocato dal presidente? Sentiamo l'autrice de Le vacche di Stalin: "La finlandizzazione significava diminuzione dellindipendenza, erosione della democrazia e strangolamento della libertà di parola. È un modello che un finlandese non raccomanderebbe a nessuno, anche se in tempi recenti molti esperti stranieri l'hanno considerato appropriato per l'Ucraina". Tirano venti di guerra, a Francoforte e in Europa. Vecchi fantasmi, nuovi fantasmi. Putin, Amazon o chi pare a voi. Gli scrittori si tireranno indietro?

9 ottobre 2014

Gli editori italiani parlano di ebook. Dicono che il futuro sono gli ebook. Già, ma con un mercato (italiano) che non prevede margini di crescita, quel futuro è tutto fuorché roseo. C'è però da chiedersi quanti tra editori, consulenti e giù scendendo che stanziano nel padiglione 5 abbiano mai letto davvero un ebook. Sarebbe interessante se l'associazione di categoria, l'AIE, finanziasse uno studio in materia: "quanti di noi hanno letto per intero un ebook?" Già, perché a scambiarci quattro chiacchiere c'è da rabbrividire. Questi editori che accusano Amazon di ogni disgrazia nota e persino ignora, poi però sono convinti che un ebook sia un pdf con un nome strano, e li mandano a digitalizzare in India. Strano, il mondo.

10 ottobre 2014

D'accordo, al fondo di ogni guerra c'è il denaro. E al fondo di ogni crisi quello che John Maynard Keynes chiamava morbid desire for liquidity. D'accordo, ma ancora più a fondo, nel punto cieco che né ascisse, né ordinate sanno mappare? Al fondo c'è il linguaggio. Allo scoppiare della seconda guerra del Golfo, Jean-Luc Godard invitava a riflettere su un nodo cruciale: dove è nata la scrittura, se non proprio là fra Tigri e l'Eufrate. Si può sorridere fin che si pare, ma è il linguaggio la posta in gioco della guerra. Per questo colpiscono i laboratori che, da quest'anno, alla Buchmesse si sono formati. Beninteso, il rischio che si cada nella retorica c'è – ma certi dibattiti sulla “twitter revolution” stile Mantova sono lontani. Perché, questa la domanda che gira in Fiera, in zone di guerra, difficili, pensiamo all'Ucraina, alla Crimea, dalla Siria all'Eritrea si continua non solo a scrivere, ma a pubblicare, leggere e soprattutto tradurre?

Che cosa spinge gli editori e i lettori a tanto, sono dei folli? Oppure, in qualche modo, la pelle della cultura è più consapevole di testa e cuore di ciò che smuove una guerra? L'impressione è che, fuori dal giochetto delle parti sui diritti umani, la questione qualcuno se la sia posta. Diritti umani, ecco il problema ed ecco la gabbia. Lo sa anche Sofi Oksanen, invitata a uno dei più interessanti fra questi laboratori, dedicato alla nuova e vecchia propaganda. Lo sa anche lei che, pur difendendone la sostanza, mette in guardia da un doppio uso manipolatorio degli stessi. I diritti vuoti rivendicati all'infinito ma al solo scopo di non arrivare a nulla, sono una gabbia sottile che la nuova propaganda crea per non toccare la sostanza del problema. Così facendo, però, una gabbia non meno sottile di critica agli stessi diritti si è messa in movimento. Language is a virus, cantava Laurie Anderson. Il linguaggio è la peste, scriveva a suo tempo Artaud. Il contagio va dove deve andare, ma anche dove non deve. Per questo scavare a fondo su un tema come guerra e linguaggio, guerra e editoria, guerra e traduzione, guerra e letteratura, guerra e poesia, guerra e retorica dell'antiguerra ci sembra sia più in linea con lo spirito di una fiera che è pur sempre un evento commerciale ma attorno a qualcosa - quel Buch/Book – che oppone sempre, da sempre, un'insondabile resistenza alla liquefazione morbosa – il desiderio morboso di cui parla Keynes – di uomini, parole e cose.

11 ottobre 2014

Che ruolo hanno i traduttori nell'intrapresa editoriale? Partiamo da un dato di realtà: grazie alla Finlandia, ospite d'onore della Buchmesse 2014, e grazie al FILI, l'ente finlandese per la promozione editoriale che ne ha riuniti molti per i suoi seminari (due le presenze italiane: Delfina Sessa e Irene Sorrentino), per la prima volta i traduttori sono intervenuti direttamente e apertamente in questioni che solo apparentemente esulano dalla tecnica o dalla traduttologia. Oggi, specialmente da lingue "minoritarie" o meno "global" di altre, il traduttore si trova a affrontare problematiche che sconfinano ampiamente nei campi dell'agente, del promotore, del mediatore. Sempre più, infatti, al traduttore è richiesto un ruolo attivo non solo nella segnalazione, ma nello scavo attorno e dentro l'opera di un autore. Scontato, direte. Non troppo, se guardiamo nella sostanza e nella pratica "dentro" le forme che articolano e legittimano la traduzione. Oggi, il grande tema è quello dei contratti. Troppo sottovalutato - in un'Europa che si vanta dj essere plurale e pluralista - il ruolo del traduttore, spesso ridotto a un comprimario senza voce, senza diritti e talvolta senza nome (o il cui nome va ricercato tra le pieghe di un microcolophon). Portarne la figura al centro di una fiera di settore, iperprofessionale ma spesso declinata solo in termini di compravendita di diritti, è questione non da poco. Un vera politica della lingua non deve partire proprio da chi di quella lingua deve prendersela in carico per compiere il delicato passaggio della traduzione?

 

alfadomenica febbraio #2

FRANCESCA FRANCO su GLI ANNI '70 A ROMA – MARCO DOTTI sulla DIPENDENZA - NADIA AGUSTONI / POESIA - ALEXIS TSIPRAS / VIDEO *

ARTE COME RESILIENZA
Francesca Franco

Palazzo delle Esposizioni inaugura un’ampia mostra di ricognizione storica sull’arte degli anni 70 a Roma, che nell’attuale panorama espositivo capitolino non può non essere salutata con gioia.
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OGNI DIPENDENZA È DEBITO
Marco Dotti

Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato.
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I PRIMATI O DELLA GUERRA
Nadia Agustoni

uno scarabocchio
ma meno - emorragie
la leggevano nella carta di riso
sparpagliata (ehi botticella)
una vita è qualunque cosa
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ALEXIS TSIPRAS AL TEATRO VALLE
Guarda il video >

Nei prossimi giorni su alfa+più un articolo su Alexis Tsipras e le elezioni europee

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.