Il valore del turismo tra precarizzazione e vita messa al lavoro

Il testo che proponiamo è estratto dal terzo volume dell'Almanacco di alfabeta2, edito da DeriveApprodi (361 pp. a colori, € 25). La pubblicazione verrà presentata a Roma venerdì 24 alle 21, al Cinema Palazzo di San Lorenzo (Piazza dei Sanniti 9A), nell’ambito del secondo Festival di DeriveApprodi, con la partecipazione di Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa e di Antonella Sbrilli, che condurrà un gioco alfaturistico con la partecipazione del pubblico. Seguirà un reading poetico con le letture di Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Carmen Gallo, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.

Andrea Fumagalli

Se guardiamo ai nuovi meccanismi di valorizzazione del capitalismo contemporaneo, il settore del turismo è forse il settore che meglio li comprende.

Non è un paradosso. Pur essendo un settore “antico”, nella transizione dal fordismo al capitalismo bio-cognitivo, il settore del turismo ha acquisito tutte le caratteristiche dell’odierna accumulazione capitalistica.

Tali caratteristiche riguardano sia l’organizzazione del lavoro che l’estrazione di valore.

Condizione lavorativa strutturale di oggi è infatti la condizione precaria, una condizione che tracima l’ambito lavorativo per innervare sempre più la dimensione esistenziale, non solo il tempo di vita, ma anche l’ambito delle relazioni, degli affetti e della mobilità. Nel settore del turismo non stupisce che il tasso di precarietà (contratti stagionali, forme di lavoro autonomo più o meno eterodiretto, tempi parziali) e il tasso di nomadismo siano tra i più elevati.

L’”VIII rapporto sul mercato del lavoro nel turismo”, redatto da Federalberghi, ci dice che nel comparto dei servizi ricettivi (alberghi e campeggi), nel 2015, su un totale di 224.378 lavoratori, meno della metà erano assunti a tempo indeterminato (46,6%), il 36,6% con contratto determinato stagionale e il 16,7 con contratto a tempo determinato non stagionale.

Nei pubblici esercizi, il 62,4% dei lavoratori è a part-time. Laddove, come servizi ricettivi, la stagionalità è maggiore, il contratto a tempo determinato è il più diffuso a scapito del part-time. Dove invece, la stagionalità è meno marcata (bar e ristoranti, agenzie di viaggio), è il part time a essere il contratto di lavoro più utilizzato.

La precarietà della condizione lavorativa incide in modo netto sulla busta paga. I redditi del settore, esclusi alcuni picchi particolari (il periodo natalizio, ad esempio) si caratterizzano per essere al di sotto della media nazionale. Un lavoratore full-time ha una remunerazione lorda poco superiore ai 12.600 euro, con un salario giornaliero di 56 euro per un totale di 226 giornate retribuite all’anno. Per gli stagionali full-time e il part-time, il reddito annuo è, rispettivamente, di poco superiore ai 9.400 euro e ai 7.700 euro. Nella retribuzione, come accade in quasi tutti i settori, è marcata la differenza di genere. In media, le donne guadagnano il 15% in meno dei maschi pur lavorando di più (233 giornate retribuite contro 218), per un gap reddituale (50,8 euro al giorno delle donna contro il 64,8 dei colleghi maschi) che giunge al - 21,6%.

Il settore del turismo si caratterizza anche per una maggior presenza di lavoro migrante. Mediamente, un lavoratore su quattro è straniero, percentuale che si avvicina al 30% nei comparti dei servizi ricettivi e nei pubblici esercizi.

Infine, occorre ricordare che il settore del turismo, caratterizzato da attività temporanea e stagionale, è stato uno dei settori che più ha beneficiato dell’esplosione dei voucher, ora eliminati dal governo dopo il rischio referendum.

In conclusione: la prestazione lavorativa nel turismo è emblematica della condizione lavorativa dell’oggi: elevata precarietà e incertezza, intermittenza di reddito, elevata mobilità, bassi salari, crescente segmentazione di genere e di linea del colore. Le differenze vengono messe a valore, all’interno di un circolo vizioso verso il basso, che negli ultimi anni ha visto crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro non retribuito. Ciò avviene soprattutto perché il settore del turismo negli ultimi anni si è fortemente differenziato nella sue forme di valorizzazione.

Se sul versante del lavoro, assistiamo alla conferma di una precarizzazione e svalorizzazione crescente del lavoro che non è sicuramente una novità di questi tempi, è sul piano della produzione dei servizi turistici che si registrano le principali novità.

È banale ricordare che il turismo vive di marketing territoriale, ovvero della capacità di promuovere il patrimonio territoriale, artistico e paesaggistico di cui ci si è dotati o per storia o per posizionamento geografico.

Negli ultimi decenni tale caratteristica, pur continuando a essere presente, ha lasciato sempre più spazio, a due nuove modalità di valorizzazione, legate, da un lato, a un nuovo uso dello spazio gentrificato, dall’altro, all’industria dei big data.

Il processo di gentrification, che ha caratterizzato negli ultimi decenni l’uso dello spazio come spazio reticolare e rizomatico di flussi e non più solo luogo statico di attività produttive, ha dato adito, tra altri effetti (speculazione, segmentazione metropolitana, infrastrutture, ecc.), al sorgere di ciò che possiamo definire “economia dell’evento”.

Si tratta di un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’”economia dell’evento” (vedi le Olimpiadi o Expo) ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto. Ed è in questo ambito, che il settore del turismo può trovare nuovi ambiti di valorizzazione, avviando sinergie tra uno sfruttamento anche simbolico del territorio e l’economia della promessa.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è, infatti, un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere “nulla”.

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista, e indotta a essere considerata, come un’attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne. È tramite questi processi di desoggettivazione che il lavoro non retribuito si diffonde e il turismo legato all’evento è il primo a esserne intaccato.

La seconda novità nel processo di valorizzazione interno al settore turistico è la raccolta dei dati. La diffusione di internet ha fortemente sviluppato l’intermediazione tra offerta e domanda di turismo, così come i voli low-cost hanno fortemente incrementato la mobilità delle persone, andando a definite flussi e traiettorie che hanno ridefinito una divisione spaziale del lavoro e della geografia.

Il meccanismo della prenotazione è oggi il motore del turismo. Certo, la prenotazione telefonica è sempre esistita ma contraddistingueva più un turismo d’élite che di massa. Quando negli anni ‘70 inizia il boom del turismo giovanile di massa, la maggior parte si muoveva random cercando sul posto una forma di accommodation. Ora, se si volesse fare altrettanto, ad esempio per le isole greche, il rischio è che tutto sia già stato prenotato. La digitalizzazione dell’offerta turistica svolge così un duplice ruolo: di controllo e di raccolta dati. Ed è in particolare questa seconda attività che per l’intermediazione turistica, dai siti web per la prenotazione di un viaggio sino a quelli che offrono l’organizzazione di un intero soggiorno, diventa particolarmente lucrosa.

Sappiamo bene come oggigiorno i dati rappresentino una fonte di crescente valorizzazione, la cui gestione e “produttività” avviene sempre più all’interno di organizzazioni multinazionale e concentrate.

E anche in questo caso, come per l’economia dell’evento, la fonte primaria del valore è fornita più o meno gratuitamente, più o meno consapevolmente, dalla vita stessa degli individui.

Speciale / L’età del turismo

Nello Speciale:

  • Marco Dotti, Un'industria basata sull'empatia del divertimento

  • Elisabetta Marangon, Stefano Cerio, anatomia comparata dell’assenza

    Le immagini proposte nello Speciale appartengono al ciclo Night Games di Stefano Cerio

Un'industria basata sull'empatia del divertimento

Marco Dotti

Che cosa cerca, che cosa trova, che cosa, al più, spera di trovare o s’impone di cercare il turista impegnato a farsi un selfie davanti a una di quelle cattedrali della simulazione imperfetta che sono le varie “venezie” in replica sparse per il globo?

Prendiamo The World, il parco a tema vicino a Pechino.

Le Piramidi, il Partenone, i moai dell’Isola di Pasqua. Tutte riproduzioni, certamente. Ma, in scala o meno che siano, queste riproduzioni giocano un ruolo nella costruzione di un immaginario, così come i turisti giocano una parte in qualcosa che eccede questo immaginario sfondando in un campo, il “turismo”, che stentiamo a elaborare a pieno. Tutto suona inautentico, in questo gioco fra ruolo e parte, non fosse che per il fatto che una parte di quel tutto, in qualche modo, resiste e sfugge al circolo, fin troppo vizioso, del “post-”.

Anche del turismo odierno si è parlato in termini di post-turismo, forse perché nel fenomeno del turismo di massa e della nozione di “città turistica” che vi si connette si è tardato a cogliere la valenza epocale e il “post”, in questo come in molti altri casi, è valso da esorcismo. Di un’età del turismo, al contrario, parla Marco d’Eramo nel suo importante Il selfie del mondo e invita farlo così come si è parlato dell’età del vapore, dell’acciaio o dell’età dell’imperialismo.

Trattare la questione in termini di età del turismo, per d’Eramo, non è un semplice modo di dire. Per molte ragioni. Una su tutte è cruciale e, soprattutto, decisiva nel guidare l’analisi di d’Eramo: il turismo è l’industria del secolo, ciò nonostante fatichiamo a percepirla come tale. L’industria principale, un’industria pesante, che impatta su sistema e ecosistema in maniera radicale e che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2015 ha generato ricavi globali per 1522 miliardi di dollari.

Il lavoro di Marco d’Eramo, fonte di grande erudizione e rigore, portando all’atto l’insegnamento del miglior Bourdieu, opera un ribaltamento di prospettiva: a dispetto di quanto troppo spesso si è disposti a concedere, il turismo non è solo un’industria e nemmeno un’industria pesante fra tante. Il turismo, spiega, dati alla mano, d’Eramo, è «l’industria più pesante, più importante, più generatrice di cash-flow del XXI secolo» e, come tale, «ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno e postmoderno». In quanto “superfluo”, il turismo, nella lettura di Marco d’Eramo, rientra di diritto nel postmoderno ma, ecco il punto, «la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno».

Milioni di addetti, miliardi di dollari, innovazione tecnologica e forza lavoro bruta: eppure, continuiamo a considerare il turismo come un fenomeno tipico della postmodernità immateriale. Perché?

Torniamo ai nostri turisti sorridenti davanti ai loro monumenti in replica. Torniamo alla nostra domanda: che cosa cercano? Che cosa li attrae? Che cosa li seduce? Che cosa li spinge a desiderare ancora, a desiderare di vedere, toccare, sentire ciò che già stanno toccando, sentendo, vedendo... ma in copia? Marco d’Eramo, nel capitolo di taglio, il nono, del suo importante lavoro sull’età del turismo, chiama questa “spinta” aura dell’autentico. Il turista o, per usare il termine di Maxine Feifer, il post-turista è sì soggetto che, osserva d’Eramo, «gioca il gioco dell’inautentico», ma in contemporanea e in parallelo a questa dimensione ludica è alla ricerca, ed è una ricerca «talvolta pressante, di una qualche autenticità».

I turisti cinesi che affollano The World e si ritrovano a passeggiare in una piazza San Marco che non è Piazza San Marco o si affannano a salire su una Tour Eiffel che non è la Tour Eiffel, poi risparmiano per anni, spesso indebitandosi nella speranza di poter passeggiare per la vera piazza San Marco o salire sulla vera Tour Eiffel. I turisti sanno benissimo che viene loro offerto qualcosa di inautentico, ma senza la nostalgia dell’autentico, senza questa ricerca di un inizio che non è all’inizio, ma alla fine di un percorso le città turistiche non sarebbero tanto affollate e non attrarrebbero milioni di visitatori intenti solo a non vedere. A non vedere ciò che meglio, con meno affanno e più cura del dettaglio potrebbero godersi da casa aprendo, con un gesto oramai banale e scontato, Google Earth in 3D. Eppure sono lì, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Magari migrando da parco a parco e da città a città, ma ci sono.

Se è vero – ed è vero – che questa nostalgia dell’autentico è una contraddizione che le multinazionali del settore turistico non sono riuscite a risolvere attraverso i fenomeni di riproduzione o “turistizzazione” dell’esistente, è altrettanto vero che esiste un luogo dove le stesse transnational corporations sono riuscite in una sorta di impianto totale, di innesto radicale, di edificazione (e già questo è un paradosso che la dice lunga) di un grado zero del turismo che, spiega d’Eramo, non scorre in parallelo a quel secondo grado che si colora di nostalgia. Tutt’altro. Questo luogo è Las Vegas, in Nevada. Città sorta letteralmente dal nulla nel 1905, sbucata in mezzo al deserto del Mojave e disegnata letteralmente a tavolino quando un lotto di 45 ettari venne messo all’asta accanto alla ferrovia della Union Pacific. Un luogo che, ci ricorda Marco d’Eramo, nasce ab origine con il solo mandato di sedurre, attrarre, stordire, accogliere i turisti e fare profitto. Un immenso profitto. Las Vegas non è il turismo al suo secondo grado, ma al suo degré zéro, ossia al suo più alto grado perché in potenza tutti li raccoglie: «qui a essere autentico è l’inautentico per eccellenza. O, viceversa, l’autenticità che si cerca è quella del perfettamente, totalmente, radicalmente inautentico».

Se pensiamo alla città come a un dispositivo e, nel caso di Las Vegas, a un dispositivo per produrre turismo ovvero – detto un po’ brutalmente – spostamento di masse capitalizzabili in un processo di estrazione di valore, allora la città che poi divenne sede dei traffici di Bugsy Siegel, di Howard Hughes, di Kirk Kerkorian e fu sottoposta agli strali della Commissione Kefauver, che sul tema del gambling legalizzato e frammisto all’entertainment (con il turismo congressuale la chiave del perdurante successo di Las Vegas) si trovò a indagare sulla possibilità di estendere il modello a tutti gli States, è un modello perfetto. Un modello perfetto e in evoluzione. Mutante eppure sempre ridotto a quel grado zero che non produce un autentico ma copie di copie, sempre uguali, sempre nuove.

Già nel 1976, nel suo riaggiornamento della teoria leisure class applicata al tipo-umano “turista”, Dean MacCannell spiegava come, dal loro comportamento, fosse evidente che negli ultimi trent’anni le mutinazionali «stanno diventando matte per venire a capo della relazione umana che è al cuore dell’industria più grande al mondo; cioè per venire a patti con il fatto che l’economia del sightseeing dipende in ultima istanza da una relazione non-economica», ovvero dal puro e mero fatto che il Gran Canyon esista o che l’alzaia sul Naviglio Grande di Milano sia diventata un’attrattiva, senza che nessuno li abbia pianificati creandoli per quello scopo.

A Las Vegas accade il contrario. Qui l’esperimento è riuscito in pieno. Deserto, luci, la costruzione di una diga che permise a una città senza risorse di accumularne e dissiparne a oltranza... Una gated community del desiderio senza fine, chiusa ma aperta se solo hai il denaro per andare e restare quel tanto che basta per spenderne o perderne (ma c’è differenza?) un po’.

Alla fine dell'anno scorso, la capitale dell'azzardo, con le sue cattedrali farlocche e i suoi hotel e le sale slot innervate di azoto liquido per non far abbassare mai il tasso di ebrezza, poteva contare su un giro d'affari legato a 42 milioni di visitatori. Tanti coloro che, nel 2016, per divertimento, passione, disperata ricerca di un sogno o per partecipare a meeting, convegni, concerti hanno affollato la città del Nevada. Nel 1970, i visitatori erano poco meno di 7milioni. Las Vegas è falsa, ma Las Vegas è l’unico falso per definizione non falsificabile. Nessuno, qui, ha nostalgia dell’autentico. E quei rimandi alle grandi cattedrali del mondo (la Tour Eiffel, Venezia, etc.) non rimandano a un fuori, ma ricacciano dentro. Qui il turista che varca la soglia passando per una piramide non sogna l’Egitto, ma il retro di quella piramide: un casinò. E lo raggiunge.

Per questa ragione, d’Eramo insiste spiegando che proprio qui le cose vanno viste e capite a fondo e «le strategie che hanno messo in atto i progettatori di Vegas vanno studiate con il rispetto che si deve a ogni iniziativa riuscita».

Da Las Vegas, parafrasando il celebre libro-manifesto di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour c’è da imparare. Ma, forse, abbiamo imparato poco, anche perché Learning from Las Vegas (1972), ha fatto più da filtro che da lente. Se Venturi e Scott Brown hanno ammesso che Las Vegas è cambiata radicalmente, mutando rispetto alla «non città degli anni sessanta» che avevano studiato, non hanno forse compreso che, non tanto sui cambiamenti materiali, quanto sul linguaggio si è giocata la loro fondamentale incomprensione. Un’incomprensione che d’Eramo legge in questi termini: «a differenza di quel che dicono Venturi e Brown, i segni di Las Vegas non hanno nessuna funzione simbolica, metaforica, allegorica o decorativa, ma sono rigidamente funzionali. In realtà, non sono nemmeno segni, ma sono metonimie, o abbreviazioni o sigle».

In questo «regno della parte per il tutto», il Paris Las Vegas ha davanti a sé una piccola Tour Eiffel, il Luxor una piramide, il Venitian Casinò è annunciato dal campanile di San Marco e via di questo passo. Anzi, “sono” quella piramide, quel campanile, quella torre. Il marker diventa l’attrazione, non rimanda a nient’altro che a sé.

«L’iconografia di Las Vegas è funzionalità allo stato puro», marker che diviene oggetto immediato del suo sightseeing. Ma dove il ragionamento degli autori di Learning from Las Vegas si inceppa veramente, seguendo la puntigliosa rilettura di Marco d’Eramo, è ancora una volta sul tema del “post” e nella contraddizione irrisolvibile che il turismo incarna fra moderno e postmoderno. D’Eramo ci ricorda che 43 casinò di Las Vegas hanno più di 1000 dipendenti l’uno, 15 ne hanno fra 1000 e 2000, altri 15 tra 2000 e 3000, 13 vanno ben oltre i 3000. Poi ci sono 6 casinò che superano la soglia dei 6000 dipendenti, con il record di 8500 toccato dal Wynn Las Vegas.

Un casinò di Las Vegas ha quindi più lavoratori di una fabbrica di medie dimensioni, tanto che circa il 30% della forza lavoro della città ha un impiego diretto nel settore turistico.

Las Vegas è, così, un’oasi di postmodernità in un deserto di modernità. E viceversa. Con un dato interessante: Las Vegas è l’unica città statunitense dove la lotta di classe possa realmente dirsi organizzata e sindacalizzata. Forse perché i grandi impianti “produttivi” non possono essere delocalizzati, ma solo rilocalizzati secondo un principio – lo zoning – che d’Eramo analizza a lungo nel suo importante lavoro. Qui c’è gente che lavora e, come tale, si organizza, lotta. Ma, per quanto possa organizzarsi e lottare, chi li riconoscerà mai come tali, come lavoratori? Nello scenario del turismo globale, sono solo comparse.

Forse un domani, quando anche quest’epoca sarà arrivata al suo fine corsa (se diamo per certo che sia iniziata, dovrò pur finire), qualcuno si chiederà infine, né più né meno come facciamo noi, che cosa fosse il turismo. Anche domani, scrive d’Eramo, continueremo a spostarci ma forse «non sapremo più partire». Forse l’assuefazione al dislocamento, anche dai nostri corpi non solo dei nostri corpi, sarà tale che ogni movimento coinciderà con la loro stasi più completa. Quando questo avverrà, non è dato saperlo. Ma se avverrà, sarà ancora una volta in ragione di quel principio dello zoning, che ha governato tutta la pianificazione urbana del XX secolo, che ha comportato la divisione della città in zone adibite a funzioni diverse. Uno zoning in declino ovunque in Occidente e che, spiega Marco d’Eramo, sul finale del suo lavoro, ha tradotto e ancora cerca di tradurre «in geografia urbana la struttura disciplinare della società, rende spaziale il monopolio esclusivo che ogni istituzione disciplinare esercita sull’individuo, mappa la scansione temporale della vita». Non è un caso, che questo principio ordinatore-regolatore delle discipline nel moderno sia in crisi proprio a causa dell’obiettivo che si prefigge: isolare i singoli cittadini, rendere difficile l’incontro, annichilire il dialogo. Non è parimenti un caso se, mentre Venturi e i suoi pubblicavano il loro Learning from Las Vegas, un ignoto ai più ex giocatore d’azzardo, Bill Friedman, diventato nel frattempo il guru della progettazione strategica degli ambienti di gioco stravolgeva radicalmente il modo di fare business con il machine gambling, proprio in quella città partendo proprio dallo zoning e dall’architettura funzionale (al profitto) degli interni.

Mentre il mondo discuteva di come imparare da Las Vegas, i Friedman Casino Design Principles cambiavano radicalmente ciò che c’era da imparare. Solo che ad ascoltarlo c’erano solo i businessmen e noi siamo rimasti indietro. Non ce ne siamo accorti e, anche se il fatto che il mondo si avvii a diventare una immensa Las Vegas non è certo né comprovato, nemmeno il contrario lo è. Seguendo senza saperlo i dettami di Friedman sulla costruzione di «labirinti empatici» del divertimento, la società ha trovato il modo di connetterci isolandoci, di farci stare insieme ma soli. Diluendo il turismo nella vita di ogni giorno, osserva d’Eramo, «alla lunga farà sparire i turisti dal paesaggio quotidiano». Ci farà «sfiorare senza incrociarci, guardare senza vedere, ascoltare senza sentire alla ricerca di markers che ci segnalino un senso». Solo che un senso non c’è, anche a cercarlo tra le piramidi d’Egitto.

Marco d'Eramo
Il selfie del mondo
Feltrinelli 2017
pp. 254, euro 22

Giovedì 22 giugno alle 19.30 da Sparwasser (via del Pigneto 215, Roma) si terrà un incontro su Il selfie del mondo. Con l'autore dialogano Giacomo Giubilini, Carlo Mazza Galanti, Paolo Pecere e Christian Raimo. Segnaliamo inoltre agli iscritti al Cantiere di Alfabeta che, per il gruppo di lettura online sul libro, i commenti sul primo capitolo dovrebbero essere postati entro domenica 25 giugno e che Marco d'Eramo ha dato la sua disponibilità a rispondere a eventuali domande e in generale a partecipare alla discussione.

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Stefano Cerio, anatomia comparata dell’assenza

Elisabetta Marangon

«È solo un sogno, mi devo svegliare […]. È solo un sogno, solo un sogno. Vattene, vattene via, sparisci», ripete Chihiro a sé stessa con voce soffocata dall’incredulità, mentre il suo corpo sta per dissolversi, contaminato dall’aria di un mondo post-organico popolato da spiriti e da creature mitologiche che si mostrano solo di notte. Se Hayao Miyazaki in Spirited Away (Orso d’oro a Berlino nel 2002 e Oscar come miglior film di animazione nel 2003) disegna una città incantata, incentrando la sua riflessione sulla dicotomia tra le antiche e le contemporanee tradizioni nipponiche sullo sfondo di un ambiente urbano sempre più finzionale e sintetico, Stefano Cerio compone la serie fotografica Night Games (esposta nelle antiche sale della Galleria del Cembalo a Roma; in contemporanea anche a Torino, presso CAMERA, Centro Italiano per la Fotografia) con la stessa visionarietà scritturale, ma capovolgendo la prospettiva del reale secondo i parametri personali di un possibile che si rivela altrettanto inatteso.

Come la protagonista su Miyazaki, anche lui si inoltra di notte all’interno di un luogo dedito alla distrazione ludica, ma vi accede nel momento in cui quel tessuto brulicante di corpi si sottrae alla contemplazione giocosa, avvolto da un silenzio in apparenza stridulo, nel quale il suo sguardo vigile riesce a cogliere gli echi svaniti nell’assenza. Un’assenza che si rivela ancora più tangibile perché solo suggerita; dai feticci, veri e propri simulacri di una mortalità sottaciuta, che pullulano con le loro membra ramificate (ferrose, di plastica o di cartapesta), all’interno dei parchi del divertimento dislocati in ogni angolo del mondo, quali specchi di una standardizzazione turistica e consumistica che si scinde, sempre identica a sé stessa, a New York così come a Hong Kong o a Ravenna. «Considero i miei una sorta di ritratti dell’assenza», confida l’autore a Nadine Barth in una conversazione raccolta nell’omonimo libro fotografico. Un’assenza laterale, fuori fuoco, già tangibile nei suoi precedenti lavori – come Aqua Park (2010), Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015) – simile, per certi versi, a quella indagata dal cineasta austriaco Michael Haneke in molte delle sue opere cinematografiche, come Code Inconnu (2000) e Das Weiße Band (2009) tra le tante, nelle quali la provvisorietà e l’ambiguità dell’essere umano si palesano con maggior lucidità proprio attraverso la sua sottrazione figurale.

Una marginalità che Cerio riesce a sentire «in quella terra di mezzo dove ci sono cose insospettabili», sulla cui superficie colloca la sua Alpa, incentrandone la messa a fuoco sugli esseri artificiali che sembrano riappropriarsi della loro autonomia nel momento in cui il suo sguardo si posa su di loro per scolpirli con la luce. Sembrano risvegliati da uno stato di sonno criogenico che li ha intrappolati nelle pieghe cementificate di un tempo che ora gravita sospeso tra un prima e un dopo già avvenuti, come evoca Tommaso Ottonieri in uno splendido testo poetico che accompagna l’edizione limitata in venti copie del libro-opera di Night Games, curata e stampata personalmente da Cerio: «fatta metallo, della gabbia del sonno, la notte gravita […] qui si affastella, tra le anse del sonno, gela i tuoi occhi, stanno in pausa le cose, strette al gioco panottico del tempo fermo».

Nella mostra fotografica allestita nella capitale, ad attendere il visitatore c’è un aviatore (Gardaland, Verona), colto dall’autore mentre adagia le sue sintetiche membra in una posa plastica, a eterna rimembranza del feticismo ludico e consumistico di uno show di massa che è appena terminato o che forse deve ancora iniziare. Un alter ego dalle parvenze talmente reali da non essere con facilità distinguibile dall’essere umano che lo ha ideato, accanto alla cui solitaria figura sono esposte due fotografie nelle quali sono ritratti in campo medio un veicolo da trasporto, intrappolato sotto una fitta coltre di neve (Gardaland, Verona), e un aeroplano (Nettuno Beach, Roma), appena atterrato: solo facendo scorrere con lentezza gli occhi sui singoli componenti è possibile coglierli in tutto il loro splendido inganno.

La percezione esperienziale del reale inizia a incrinarsi appannata dalla visione delle sedici attrazioni, fotografate e presentate in scatti singoli, che paiono rivelare una natura aliena: come gli scivoli acquatici, che sembrano voler trattenere all’interno delle loro ciclopiche bocche le emozioni di coloro che li hanno appena sfiorati (Hydromania, Roma); oppure le montagne russe, che sembrano disegnare nell’aria draghi orientali, mentre una monumentale torre di metallo si staglia verso l’alto, in uno spettrale eco memoriale delle due bombe atomiche sganciate a Hiroshima e a Nagasaki (Coney Island, New York). Poco distante un pony di legno sembra restituire lo sguardo inaspettato posato su di lui (Parco di Villa Pamphili, Roma), mentre la testa recisa della Statua della libertà galleggia su un paesaggio post-atomico bidimensionale, simile a una scenografia teatrale di Josef Svoboda, tra due macchine volanti della polizia che indicano l’ingresso a un Drive In (Mirabilandia, Ravenna), «un finto di una cosa finta degli anni Cinquanta», nel quale ogni elemento è perfettamente simmetrico e speculare, come le due gemellari porte di plastica sulla cui soglia si arresta lo sguardo dello spettatore.

Una febbrile tensione dialettica contraddistingue Night Games, serie nella quale si sovrappongono, fino a confondersi per l’equilibrio instabile, la soggettività e l’oggettività, il vero e il falso, il grande e il piccolo, la luce e l’ombra, come evidenziano Gabriel Bauret e Angela Madesani nell’introduzione del libro. Quel che ne deriva è una riflessione topografica e sociale basata su un’anatomia comparata dell’assenza, non priva di un’algida ironia, nella quale «viene esaltata l’imprescindibile ambiguità dell’esistenza. È una cercata e voluta trasformazione dei fenomeni, in nome del senso del dubbio, della relatività che domina, sovrintende, giorno dopo giorno, la nostra esistenza».

Stefano Cerio

Night Games

Hatje Cantz, 2017, 128 pp. ill. col, € 35

Night Games

Roma, Galleria del Cembalo, 5 maggio-8 luglio 2017

Torino, CAMERA, 1 giugno-30 luglio 2017

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Alfabeta / Creare

 

DOMENICA 15 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

IN ONDA L’ULTIMA PUNTATA DELLA PRIMA SERIE DI “ALFABETA”:

CREARE

Con Achille Bonito Oliva, Carolyn Christov, Marco d'Eramo,

Jacques Rancière, Gianfranco Baruchello

Dopo aver parlato di amore, economia, gioco, guerra e uso, l’ultima puntata “Alfabeta”, trasmissione televisiva di informazione culturale in onda su Rai 5, pone l’accento su quell’elemento che, nelle funzioni della vita, assicura la produzione (e la riproduzione): il “creare”; dalla religione all’arte. Nella capacità degli artisti di mutare lo stato delle cose concretizzando un'idea, qualcosa ci affascina nel profondo. Questo verbo, che ha le sue radici nella religione e che i greci identificavano con la tecnica, quali significati nuovi assume oggi? Nelle conversazioni che Andrea Cortellessa conduce con filosofi quali Pietro Montani e Jacques Rancière, critici e curatori d'arte come Achille Bonito Oliva e Carolyn Christov, artisti come Gianfranco Baruchello e Jannis Kounellis, e negli interventi visivi di artisti e registi, Alfabeta2 esplora la sfuggente definizione di questo concetto che il critico americano Arthur C. Danto ha definito come un sognare ad occhi aperti.

GLI OSPITI

CAROLYN CHRISTOV-BAKARGIEV – curatrice e storica dell'arte

JACQUES RANCIÈRE - filosofo

ACHILLE BONITO OLIVA – curatore e critico d'arte

PIETRO MONTANI – docente di estetica

MARCO D’ERAMO – giornalista e scrittore

PETER WEIBEL – direttore museo Zkm di Kalshrue

FREDDY PAUL GRUNERT – curatore e attivista

NANNI BALESTRINI – poeta e scrittore

VALENTINA VALENTINI – critica e docente di scienze dello spettacolo

GIANFRANCO BARUCHELLO - artista

letture

Nanni Balestrini (Tape Mark I)

documentari

estratti da Rua Aperana 52 di Julio Bressane,

Hélio Oiticica di Cesar Oiticica filho

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

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Alfabeta / Creare, un percorso tra i libri

Il testo letto da Nanni Balestrini è tratto da Come si agisce [1963], in Id., Come si agisce e altri procedimenti. Poesie complete, vol. 1 (1954-1969), DeriveApprodi 2015

 

Documenta (13). The Book of Books, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Hatje Cantz 2012

Henri Bergson, L’evoluzione creatrice [1907], a cura di Fabio Polidori, Raffaello Cortina 2002

Achille Bonito Oliva, Il territorio magico. Comportamenti alternativi dell’arte [1970], a cura di Stefano Chiodi, Le Lettere 2009; L’ideologia del traditore. Arte, maniera, manierismo [1976], postfazione di Andrea Cortellessa, Electa 2012; Dialoghi d’artista. Incontri con l’arte contemporanea, Skira 2008

Arthur C. Danto, Che cos’è l’arte [2013], Johan & Levi 2014

Jacques Rancière, Il disagio dell’estetica [2004], a cura di Paolo Godani, ETS 2009; Politica della letteratura[2007], Sellerio 2010; Scarti. Il cinema tra politica e letteratura [2011], a cura di Andrea Inzerillo, Pellegrini 2013

Pietro Montani, Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione, Carocci 2007;L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza 2010; Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina 2014 (cfr. anche LINK)

Gilles Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione? [1987], a cura di Antonella Moscati, Cronopio 2006; poi in Id., Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995, a cura di Deborah Borca, introduzione di Pier Aldo Rovatti, Einaudi 2010

Marco d’Eramo, Lo sciamano in elicottero. Per una storia del presente, Feltrinelli 1999

Fredric Jameson, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo [1992], postfazione di Daniele Giglioli, Fazi 2007

Judith Butler, Soggetti di desiderio [1987], presentazione di Adriana Cavarero, Laterza 2009; Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità [1990], Laterza 2013; La vita psichica del soggetto. Teorie del soggetto [1997], Meltemi 2005; a cura di Federico Zappino, Mimesis 2013; Fare e disfare il genere [2004], a cura di Federico Zappino, Mimesis 2014

Paul Klee, Confessione creatrice [1920], in Id., Confessione creatrice e altri scritti, Abscondita 2004

Making things public. Atmospheres of democracy, a cura di Bruno Latour e Peter Weibel, MIT Press 2005; ZKM. Archives and collections, exhibitions and events, research and production, a cura di Peter Weibel e Christiane Riedel, ZKM 2010; The global contemporary and the rise of new art worlds, a cura di Hans Belting, Andrea Buddensieg e Peter Weibel, ZKM-MIT Press 2013

Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo?, nottetempo 2006

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica [1936],

Gilles Deleuze, La piega. Leibniz e il barocco [1988], Einaudi 1990; 2004

Paul Klee, Teoria della forma e della figurazione [1924, pubbl. 1945], prefazione di Giulio Carlo Argan, Feltrinelli 1959; Mimesis 2009-2011

Friedrich Hölderlin, A metà della vita [1826], in Id., Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, prefazione di Andrea Zanzotto, Mondadori 2001

Valentina Valentini, Nuovo teatro made in Italy, Bulzoni 2015

Rainer Maria Rilke, Torso arcaico di Apollo [1908], in Id., Poesie, a cura di Giuliano Baioni e Andreina Lavagetto, Einaudi 1994

Baruchello. Certe idee, Catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 6 dicembre 2011-4 marzo 2012), a cura di Carla Subrizi e Achille Bonito Oliva, Electa 2011