Marco Belpoliti alla prova di Primo Levi

Angelo Guglielmi

primo-leviHo letto La prova di Marco Belpoliti nell’edizione Guanda (e dunque a dieci anni dall’edizione Einaudi) in cui l’autore, sulla scorta della Tregua, ripete (insieme al regista David Ferrario) il viaggio di ritorno, da Auschvitz a Torino, che il deportato Primo Levi (sopravvissuto) fece nel 1945. Aggiungo che non ho ancora letto i due ponderosi volumi einaudiani appena usciti dell’opera (quasi) omnia di Primo Levi (sempre a cura di Marco Belpoliti) e che Levi è un autore che io ho sempre apprezzato e ammirato ma non ha mai fatto parte della mia esperienza formativa. Le riflessioni che seguono si riferiscono dunque alla sola Prova, con l’aiuto del ricordo di Se questo è un uomo e La tregua che lessi con passione quando uscirono più di cinquant’anni fa. Di questi due testi allora si diceva che il primo, Se questo è un uomo, è un libro di testimonianza e l’altro, La tregua, di scrittura e racconto. Così nacque (e dura tuttora) il quesito se Primo Levi sia stato più un testimone che uno scrittore; anche perché oltre a quei due libri ne ha scritti molti altri non attinenti (almeno direttamente) con l’esperienza di Auschwitz ma con altre sue competenze e interessi (Levi aveva studiato da chimico e lavorava come chimico quando ebreo fu prelevato dai nazifascisti). Io, pur comprendendolo, non ho mai condiviso quel quesito convinto che non vi è scrittore che non sia nello stesso momento testimone (anche se in Levi la “quantità” e la drammaticità della testimonianza sembrava prevalere). E oggi sono grato a Belpoliti, che indirettamente mi conferma in questo convincimento quando mi fa notare che nei ricordi dei deportati sopravvissuti di Auschwitz (o di qualunque altro lager nazista) vi è memoria del dolore patito ma non dei luoghi in cui hanno sofferto; al contrario – scrive Belpoliti – “ciò che mi colpisce in Se questo è un uomo è la minuzia di Levi, la sua attenzione al dettaglio. Alla prima lettura quasi non lo si coglie. Poi ci si accorge del suo amore per i particolari: sono tutto”. E quell’attenzione non gli viene perché dall’adolescenza era versato nelle scienze ma dall’avvertire (consapevolmente) l’obbligo al riconoscimento (e non a chiudere i conti) che è implicito in ogni scrittore.

Senonché Levi sa fare anche i conti (nel senso di aderire al nocciolo ultimo delle situazioni in cui di volta in volta si ritrova). E quale è il nocciolo duro (e conclusivo) dell’essere internato del campo di Auschwitz (più precisamente in quello limitrofo di Monowitz) se non il sempre più rapido venir meno della speranza, l’impossibilita di aspettarsi qualcosa di diverso dalla morte? I corpi senza più carne dei deportati, ricoperti di stracci, sferzati dalla fame e dal gelo, oggetto di angherie scollate da ogni razionalità (e forse nemmeno da assalti sadici); lo stato raccapricciante delle baracche, così insostenibile da non essere nemmeno un invito per i pidocchi (e ogni altro genere di insetti); lo spegnimento progressivo della memoria fin lì propostasi come aiuto… quale altro panorama di realtà tutto questo dipingeva, quale altro mosaico costruivano se non quello della morte? Diventata forse un desiderio, la gara a raggiungere la fossa dei cadaveri.

Qui Belpoliti introduce mirabilmente il sentimento della vergogna (irrobustita dal senso di colpa), “quella vergogna – scrive Primo Levi – che ci sommergeva dopo le selezioni, e ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio… quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”. In realtà quella vergogna, conclude Belpoliti, era la vergogna di essere un sopravissuto. Dei 630 che insieme a Levi avevano viaggiato stipati nel vagone in arrivo a Auschwitz solo tre sono ritornati (scrive Levi). E quando la morte è così totalitaria, anche quel che resta dei vivi è morto. Come Adorno scriveva che dopo Auschwitz non si può fare più poesia, anche Levi sapeva che per lui non c’era più vita. Anche lui muore a Auschwitz. Poi, quasi per un sortilegio, anziché la fossa dei cadaveri si apre per lui magicamente la porta di uscita dal campo. E stupito si trova vivo ma già morto. Scontato che il suo destino è già compiuto, di quella porta (improvvisamente) aperta decide di (anzi non può che) approfittare. Scopre il privilegio di vivere da morto.

Ma allora perché Belpoliti si stupisce che La tregua si apra (e sviluppi) come un libro di gioia e di gioie? “Quando al primo mattino spalancammo le porte, si aprì ai nostri sguardi uno scenario sorprendentemente domestico: non più la steppa deserta, geologica, ma le colline verdeggianti della Moldavia, con case coloniche. pagliai, filari di viti; non più enigmatiche iscrizioni in cirillico, ma, proprio di fronte al nostro vagone, una Casupola sbilenca, celeste di verderame, con su scritto ben chiaro: Paine, Lapte, Vin, Carmaciuri de Purcel”. Perché ti stupisci che Levi si presti alla sorpresa della vita (e continuerà a farlo anche per i decenni successivi al ritorno), lui che sa di essere per sempre morto? Non è arbitrario pensare che se Levi ha impiegato più di sei mesi per tornare in Italia non è per la scarsità di mezzi di trasporto (e di ogni altro supporto materiale), ma per allargare (vagando e vagabondando) il sapore della vita che per lui era solo un regalo: il suo futuro, qualunque cosa farà, è già segnato.

A una presentazione pubblica dei due possenti volumi delle Opere complete (lì ancora intonsi sul mio tavolo) ha detto (quasi urlato), con la fermezza di chi con quelle Opere (e quell’autore) ha da sempre un rapporto quotidiano, che in Levi la morte è dappertutto, in ogni sua pagina e atto di vita, riferendosi non al sentimento della morte (presente in ciascun uomo vivente) ma alla realtà della morte già compiuta e solo rinviata. La data del rinvio (il giorno della scadenza), se per tutti è decisione del destino (della fatalità), per Levi è la scelta della quotidianità e della congiuntura storico-biografica.

Marco Belpoliti

La prova

Guanda, 2017, 211 pp., € 14

Alfadomenica #5 – gennaio 2017

0Oggi il settimanale alfadomenica propone la seconda parte dello speciale I giorni, la memoria (la prima è uscita venerdì 27 gennaio), che comprende un intervento di Andrea Cortellessa sulle Opere complete di Primo Levi e una recensione di Angelo Guglielmi del libro di Marco Belpoliti La prova. Ai due testi si aggiunge una nota sul documentario Austerlitz in cui il regista ucraino Sergei Loznitza osserva il comportamento dei turisti in visita ai campi di sterminio. Concludono l’alfadomenica le due rubriche Alfagola e Semaforo.

Chiudiamo precisando che, a differenza di quanto avevamo annunciato in un primo tempo, Alfadomenica resterà gratuito e aperto a tutti, mentre solo chi si iscrive alla associazione alfabeta avrà accesso a una nuova sezione, Cantiere, che diventerà uno spazio di elaborazione collettiva, anche dal vivo, sui temi di cui si occupa la rivista. La stiamo mettendo a punto e la metteremo online entro metà febbraio.

E ora, buona lettura!

  • Andrea Cortellessa, Primo Levi, il doppio legame: Ha fatto la strada più lunga, Primo Levi. E non solo al ritorno da Auschwitz, quando per tornare a Torino – come racconta lui stesso nella Tregua – ci mise quasi nove mesi, passando dall’Ucraina e dalla Romania. Fino al 1977, quando andrà finalmente in pensione dalla professione di chimico (nella quale s’era impiegato all’arrivo a casa, prima alla Duco-Montecatini di Avigliana poi alla Siva di Settimo Torinese; al mondo della fabbrica dedicherà un intero libro nel ’78, La chiave a stella), Levi resta uno scrittore semiprofessionista – «scrittore non scrittore», si definisce lui stesso in quegli anni –; quasi alla lettera uno “scrittore della domenica”: che solo nelle pause del suo “primo mestiere”, cioè, può attendere alla propria scrittura.  Leggi:>
  • Angelo Guglielmi, Marco Belpoliti alla prova di Primo Levi: Ho letto La prova di Marco Belpoliti nell’edizione Guanda (e dunque a dieci anni dall’edizione Einaudi) in cui l’autore, sulla scorta della Tregua, ripete (insieme al regista David Ferrario) il viaggio di ritorno, da Auschvitz a Torino, che il deportato Primo Levi (sopravvissuto) fece nel 1945. Aggiungo che non ho ancora letto i due ponderosi volumi einaudiani appena usciti dell’opera (quasi) omnia di Primo Levi (sempre a cura di Marco Belpoliti) e che Levi è un autore che io ho sempre apprezzato e ammirato ma non ha mai fatto parte della mia esperienza formativa. Leggi:>
  • Maria Teresa Carbone, Austerlitz, selfie nei campi di sterminio: Perché una coppia di innamorati o una madre con il suo bambino vanno a fare visita ai forni crematori in una bella giornata estiva di sole? Il regista ucraino Sergei Loznitsa dice che è stata questa domanda, e la perplessità che lui stesso ha provato visitando questi luoghi, a dargli l’idea per la realizzazione di Austerlitz, il documentario presentato all’ultimo Toronto Film Festival. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Mitili, cozze, peoci...: Siamo in anticipo di quattro cinque mesi sulla raccolta, ma è proprio questo il punto. Chiamiamoli mitili, ed immaginiamo di cuocerli leggendo la ricetta di Guelfo Cavanna nei Doni di Nettuno. Stampato nel 1913 a Firenze, è un manuale consacrato al pesce in una Italia che lo declinava in cento dialetti e ne cucinava zuppe e brodetti in altrettanti modi. Zoologo dell’Università di Firenze, fonde la diversità gastronomica e linguistica senza negarla, e detta regole semplici, tenendo ben presente il contesto in cui il pesce viene consumato e chi se ne ciba, e il proprio ruolo non solo di professore ma di commensale. Andare a ripescare formule centenarie, oppure recitare ricette fuori tempo, fuori stagione, sono altrettanti modi di immaginare la cucina, di conferire al suo insegnamento un doppio valore virtuale e reale, ed è qui che vogliamo portare il lettore.  Leggi:>
  • Semaforo: Educazione - Entusiasmo - Sorveglianza. Leggi:>

Alfadomenica novembre 2015 #2

alfadomenica-barthes-1

Sull'alfadomenica di oggi:

Cento anni fa, il 12 novembre 1915, nasceva a Cherbourg Roland Barthes. A dispetto delle revisioni e delle liquidazioni da gazzetta, che da qualche anno offendono la sua memoria in patria e (con un di più di lillipuzianeria di provincia) anche da noi, Barthes resta inequivocabilmente un faro. E come dice Paolo Fabbri nel titolo del contributo consegnato al numero 59 del verri, che a Barthes è dedicato (il testo integrale di Fabbri esce oggi stesso su Alias), proprio come un faro – nella metafora baudelairiana – Barthes ha orientato la cultura, e quelle che si chiamano scienze umane, tanto in vita che dopo la sua morte (caduta prematuramente nel 1980). Per descrivere questo suo magistero, con un’agudeza delle sue, Fabbri sceglie di leggere gli scritti di Barthes sull’Oriente: a partire da quello celebre sul Giappone nonché da quello tanto meno felice, ma forse non meno rivelatorio, sulla Cina. Per ricordare a nostra volta Roland Barthes, estraiamo dal fascicolo del verri – che esce nei prossimi giorni – un altro contributo, quello scritto da Stefano Agosti. Da maestro qual è a sua volta, nei suoi confronti Agosti non può non riconoscere i propri debiti; ma non manca di bacchettarlo, Barthes: soprattutto per i cambiamenti di rotta che, a differenza di altri fari della sua generazione, com’è assai noto hanno contrassegnato la sua opera, mobile sin quasi alla tumultuosità. Personalmente sono invece dell’opinione che proprio questa mobilità (uno dei saggi di Barthes che in assoluto più hanno contato, per me, Scrittura e discontinuità, a un libro di Michel Butor intitolato appunto Mobile è dedicato) è il segno più certo della sua grandezza. Altri fari sono restati (o hanno fatto di tutto per apparire) immobili e tetragoni, sul loro spalto roccioso. Invece Barthes era un faro che si muoveva, pur non venendo mai meno alla sua funzione di orientamento. Più simile al segnavento di Hölderlin, magari, che al faro di Baudelaire. Ed è esattamente per questo che ci appare più vicino: in un tempo, come il nostro, in cui da un pezzo tutto ciò che era solido si è liquefatto, dissolto nell’aria, proiettato nell’iperspazio.

A.C.

Gli altri materiali di alfadomenica:

Francesca Lazzarato su Antonio Dal Masetto

Mario Barenghi su Marco Belpoliti

Il semaforo di Maria Teresa Carbone

Alfabeta / Usare

Un’enciclopedia a spirale. Per Primo Levi

PrimoLeviMario Barenghi

Nella prefazione alla nuova edizione del suo libro più seminale, Settanta (2001, 20102) Marco Belpoliti dichiara che Primo Levi «c’è qui solo di sguincio, mai di fronte e mai di profilo». A posteriori quella frase suona, se non come una promessa, come un presagio: ed ecco infatti, a sei anni di distanza, Primo Levi di fronte e di profilo. Questo titolo merita un breve indugio. Innanzi tutto, la duplice formula evoca le foto segnaletiche degli schedari polizieschi, una coppia di immagini complementari a garanzia della riconoscibilità del soggetto. L’illustrazione della copertina ci presenta invece una fotografia in cui Levi si pone sul volto, a mo’ di maschera, la sagoma di una testa di gufo fatta con il filo di rame: anziché rivelarsi, l’autore sembra quindi nascondersi. Ma potremmo anche interpretare la fotografia come espressione simbolica della sintonia profonda tra uomini e animali («animale-uomo» è un’espressione chiave per il naturalismo primoleviano), ovvero dell’intrinseca duplicità dell’umano, di quel suo costitutivo ibridismo che da un certo punto in poi Levi ama rappresentare tramite la figura mitologica del centauro. Né andrà trascurato il richiamo di questo ritratto con maschera alla dimensione dell’abilità manuale, a Levi assai cara: sul piano professionale, in primo luogo – teste l’articolo del 1984 Il segno del chimico – ma non poi soltanto, se è vero che le silhouettes zoomorfe in filo di rame formano una piccola collezione (formica, pinguino, gabbiano, canguro, coccodrillo). Per inciso, è a Belpoliti che si deve non tanto la scoperta in assoluto del bestiario incluso nell’opera di Primo Levi, quanto la sua valorizzazione esegetica.

La pubblicazione di questo libro è un evento d’eccezione: in questi tempi di scarsa fortuna editoriale della saggistica letteraria, dare alle stampe un volume così impegnativo è scelta inconsueta, che va a onore di Guanda. Vero è che si tratta della summa critica del maggiore studioso di Primo Levi, e che Primo Levi è l’autore italiano che oggi gode della maggior fortuna all’estero, come attesta il varo della traduzione in inglese dell’opera omnia (vedi la Lezione Primo Levi del 2014, In un’altra lingua / In another tongue di Ann Goldstein e Domenico Scarpa, Einaudi 2015). Non di meno l’impresa rimane notevole, e coraggiosa. In sostanza quest’opera riprende tutti contributi primoleviani di Belpoliti, dai testi editi sul numero 13 di «Riga» (1997) agli apparati dell’edizione NUE delle Opere complete (una nuova edizione è prevista nel 2016), dai saggi sparsi agli interventi occasionali, tutti sottoposti a generale revisione, riscrittura e ampliamento, e corredati da una quantità ingente di pagine nuove. Il risultato è un libro massiccio quanto a dimensioni, eppure, paradossalmente, quanto mai affabile e maneggevole.

Nell’introduzione Belpoliti definisce l’opera «un libro-Beaubourg», perché – analogamente al celebre edificio parigino di Rogers e Piano – esibisce la propria struttura, invece di nasconderla. L’Indice generale dà alla complessa articolazione del volume una singolare evidenza tipografica, alternando tondi e corsivi, sottolineato e maiuscolo, font diversificati, titoli in cornice. La struttura portante è costituita dalla sequenza delle opere, in ordine cronologico. All’interno di ognuna delle sezioni così definite si succedono poi, nell’ordine: una presentazione dell’opera, suddivisa in più paragrafi; una serie di lemmi, sul modello delle voci enciclopediche, che mettono a fuoco temi, motivi, relazioni; due o più saggi che affrontano una questione, intitolati secondo lo stile dei romanzi settecenteschi con una frase completa, spesso in forma interrogativa (Davvero «Se questo è un uomo» è uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano come scrive il suo autore?) o disgiuntiva (Le radici rovesciate di Primo Levi, ovvero come l’enantiomorfismo è importante per capire lo scrittore come il testimone). Infine, una decina di voci inserite in cartigli che designano altrettante fotografie di Levi, corredate da puntualissime schede (non occorre insistere sulla competenza di Belpoliti per quanto concerne la dimensione visuale).

Il risultato è che in un tomo di 736 pagine nessun testo oltrepassa la misura di poche decine. La media è peraltro alquanto inferiore, se si considera che la bibliografia e gli indici (strumenti preziosi per ogni futura ricerca) ne occupano più di cento, e che, anche fermandosi al primo livello di titolazione (ad esempio, contando come uno ogni blocchetto o grappolo di «lemmi»), le voci dell’Indice generale ammontano a una sessantina. Inevitabilmente, un impianto simile suggerisce molteplici possibilità di approccio. Si può leggere secondo ordine, dall’inizio alla fine, ovvero in maniera desultoria, disegnando percorsi traversali; si possono selezionare letture mirate su un’opera o su un tema, e si può consultare il libro, con l’ausilio degli apparati, quasi come un dizionario. Ma non c’è solo questo. Nell’introduzione compare un accenno al «poliedro-Levi», e l’espressione mi pare rivelatrice. Levi non è solo uno scrittore genericamente «poliedrico», cioè caratterizzato da una molteplicità di aspetti e di sfaccettature. Rispetto all’aggettivo, il sostantivo «poliedro» ha, in più, una connotazione – per dir così – cristallografica: è l’insieme della sua opera che, geometricamente, ricorda un solido suscettibile di funzionare come un prisma ottico. Levi è infatti autore al quale si possono porre domande, molte domande: le quali, passando attraverso le sue pagine, cambiano traiettoria come un raggio di luce deviato da un filtro, dando luogo a risposte sorprendenti e inattese.

Sul piano interpretativo, il dato primario delle indagini di Belpoliti mi pare sia la rivendicazione del valore di Levi come scrittore, prima e più che come testimone. Del resto, è indicativa la confessione che il primo stimolo a occuparsi di lui sia stata la raccolta di articoli L’altrui mestiere (1984), qui presentata come il suo libro più curioso, bizzarro e acuto, dove si scopre entomologo, linguista, antropologo, astronomo, filosofo, critico letterario e anche ficcanaso. Due anni dopo sarebbe arrivato («con una forza deflagrante») I sommersi e i salvati. Questo non significa, naturalmente, che l’importanza delle opere più direttamente testimoniali sia qui ridimensionata. Però è significativo che una considerazione critica cruciale su Se questo è un uomo sia consegnata a uno dei «saggi» annessi a Vizio di forma (A voce e per iscritto, ovvero Primo Levi è un narratore orale o uno scrittore?), che mette a confronto Levi con quelli che Belpoliti giudica «scrittori del Lager» in senso proprio, quali il polacco Tadeusz Borowski (Da questa parte, per il gas) o il russo Varlam Šalamov (I racconti di Kolyma). Diversamente da costoro, Levi sarebbe stato scrittore anche senza il trauma della deportazione. D’altro canto, qui è riportato anche il passo di un’intervista in cui Levi dichiara che se non ci fosse stata Auschwitz sarebbe stato probabilmente «uno scrittore fallito». Come possiamo interpretare queste parole? Che cos’ha offerto di positivo a Levi il Lager?

Ovviamente nessuno può sapere che tipo di scrittore sarebbe diventato Levi se non avesse vissuto quell’esperienza. Solo in via congetturale, e con molta cautela, possiamo azzardare l’ipotesi che in quel caso sarebbe stato esposto al rischio di riuscire un po’ dispersivo. La curiosità, quand’è svincolata da esigenze determinate, quando è priva dello sprone di necessità contingenti, può alimentare inclinazioni centrifughe. Il tema del Lager si è invece imposto a Levi come un obbligo etico e psicologico assoluto. A questo proposito può essere utile un confronto con Calvino, che com’è noto esordì con Il sentiero dei nidi di ragno nello stesso anno di Se questo è un uomo, il 1947. Il punto di partenza di Calvino è uno sforzo di autodefinizione e di autodeterminazione, cioè la volitiva risoluzione di costruire un’identità funzionale: quindi, un atto di libertà. Il punto di partenza di Levi è invece un esercizio di resilienza: la replica alla negazione della propria identità, o meglio, all’imposizione coatta di una non-identità. La sua opera prende avvio emancipandosi da uno stato estremo di oppressione e compressione, per poi dispiegarsi in volute sempre più ampie e su orizzonti sempre più vasti, dilatandosi dallo sforzo di definizione dell’umano (e del disumano) alla considerazione dell’intero dominio dei viventi. Insomma, il Lager è stato ciò che ha costretto un temperamento poliedrico a solidificarsi in poliedro.

Ma a proposito dell’impianto del libro di Belpoliti, il tornare ciclico (stavo per dire: periodico) su Se questo è un uomo anche a proposito di questioni che parrebbero lontane, e, più in generale, l’andamento ricorsivo di un argomentare che pur nell’attenzione analitica degli scritti minori o poco noti non può far a meno di ripercorrere ripetutamente testi e questioni-chiave, ebbene, questo assetto può suggerire un’altra considerazione. Primo Levi di fronte e di profilo ha qualcosa – parecchio, anzi – di enciclopedico, a partire dalla ricchezza dell’informazione. Ma dell’enciclopedia non ha, in senso proprio, la componente circolare, cioè la simmetria e la chiusura. Potremmo parlare semmai di una sorta di «elicopedia» (ἕλιξ, hélix: voluta, spira, viticcio) ossia di un’enciclopedia spiraliforme, simile al guscio di certi molluschi, come la chiocciola dell’omonima poesia di Ad ora incerta. E va da sé che, pur nella sua autorevolezza, questa elicopedia primoleviana non ha nulla di «definitivo», come recita incauto il risvolto di copertina. Nessuna opera di critica lo è; meno che mai una come questa, che sembra, al contrario, voler ad ogni passo ramificare i percorsi, rilanciare la posta. In questa chiave, i ritratti fotografici che scandiscono il volume appaiono qualcosa di più che non un semplice complemento illustrativo; a ben vedere, li potremmo perfino considerare la cifra dell’opera. Quello che Belpoliti ci propone con Primo Levi di fronte e di profilo è infatti una serie di ritratti, di profilo, di fronte, di tre quarti, dall’alto, dal basso – e dettagli, inquadrature di quinta, soggettive e oggettive, in un’incessante variazione di angoli di campo e di messe a fuoco. Qualcosa che in sintesi significa: il discorso su Primo Levi è più aperto che mai.

Marco Belpoliti

Primo Levi di fronte e di profilo

Guanda, 2015, 736 pp., € 18,50


Il libro di Marco Belpoliti sarà presentato dall’autore insieme a Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa e Umberto Gentiloni, martedì 10 alle 18, a Roma, alla Biblioteca Angelica in Piazza S. Agostino, 8.

La canottiera di Bossi

Gianfranco Marrone

I libri di Marco Belpoliti vanno letti a partire dalla fine: dalle pagine in cui scorrono le notizie bibliografiche. Sorta di saggio nel saggio, queste bibliografie narrate testimoniano non solo della varietà delle letture che all’autore son state necessarie per costruire i propri ragionamenti. Ma anche e soprattutto del metodo implicito che, compulsando tutto ciò, ha messo in opera. La prima cosa che viene fuori in tal modo, e che accade anche adesso aprendo La canottiera di Bossi (Guanda, pp. 105, € 10), è che per comprendere i processi culturali e sociali e politici della realtà d’oggi – come di tutte le realtà storiche, plausibilmente – occorre leggere i testi degli scrittori. Così, per capire Umberto Bossi, la sua figura di politico/antipolitico, di stereotipo vitellone provincialotto, volgarefascistone ed eterno adolescente, varranno le pagine d’analisi di opinionisti e storici, sociologi e giornalisti vari.

Ma valgono molto di più quelle di autori come Soldati e Arbasino, Arthur Miller e Pasolini, Bianciardi, Gadda, Celati, Leopardi, Sciascia. Cosa non evidente in un’epoca come la nostra in cui si è tornati a opporre in modo asfittico scrittori e scriventi. È nella prospettiva di chi violenta creativamente la lingua per descrivere la realtà che si coglie, meglio che in tanti testi mediatici, il senso profondo di tale realtà: passata come presente. Ma la seconda cosa che, in apparente contrasto con la prima, insegnano quelle pagine finali è ciò che non dicono. Che non vogliono e non possono esprimere. Poiché, per afferrarlo, occorre trascendere la dimensione della lingua e accedere a quella che, da sempre, Belpoliti ama di più: la dimensione della visualità.

Scopriamo così che, come la verità su Silvio Berlusconi stava (secondo Il corpo del capo)nel corpus delle foto che lo hanno variamente ritratto nelle pose più imprevedibili, analogamente la verità su Umberto Bossi sta nella sua immagine. Nella sua immagine pubblica, innanzitutto, sorta di simulacro sociale impastato di discorsi enfatici e di gestacci volgari, pose inenarrabili e contraddizioni logiche continue. Ma soprattutto, molto più prosaicamente, nella serie di fotografie che lo hanno immortalato nel corso della sua folgorante carriera politica, ripercorrendo le tappe che dall’essere un giovanotto spiantato, nullafacente e nullasaccente, lo hanno portato a diventare un cazzutissimo (ci sta) uomo di potere.

C’è in Belpoliti una specie di ossessione dell’ekphrasis, che non mira a magnificare le potenzialitàimmaginifiche del linguaggio rispetto al suo altro visivo. Ha semmai l’obiettivo di cogliere nella superficie della foto ciò che nasconde e rivela al tempo stesso, quel sovrapporsi di studium e punctum che, un po’ romanticamente, abbiamo chiamato la verità. Cosa che è tanto più coinvolgente quanto più, fateci caso, la maggior parte delle foto di cui La canottiera parla non sono nemmeno riprodotte al suo interno. Stanno lì, nell’occhio memore del suo autore, e tramite le sue parole arrivano al lettore, che ricostruendone le fattezze ne coglie i significati.

Da questa specie di metodo investigativo derivano le moltissime osservazioni che questo libretto inanella su quel punk della scena politica italiana che è il capo della Lega. Per esempio, l’idea che, a differenza del Mike Bongiorno del primo Eco, emblema televisivo dell’everyman italico, Bossi sarebbe semmai l’emblema di ciò che sta più in basso della media sociale, ossia, se così si può dire, dell’underman che sta in ciascuno di noi. In Bossi, sostiene Belpoliti, non troviamo in toto noi stessi, uomini banalmente qualunque, ma il nostro lato peggiore. Cosa che, se psicologicamente può compiacerci, sociologicamente e politicamente deve preoccuparci. Esattamente come in moltissime trasmissioni televisive, Bossi sipresta a continui rituali di degradazione che hanno del catartico.

Si mostra spesso, per esempio, in canottiera come se fosse in una serata estiva da villaggio turistico. Ma attribuisce a questo suo gesto un preciso valore strategico. Si tratta di una posa sbeffeggiante emenefreghista, rispetto alla pretesa eleganza in doppiopetto di certi suoi alleati politici. Una posa che serve a rifornire di vaga esaltazione padana quel popolo della Lega che riesce a essere perennemente eversivo anche quando manovra le leve più alte del potere.

L’eterno fascismo italico, appunto, come lo chiamava Sciascia: come quello di certi personaggi di Fellini che, prima ancora di diventar vitelloni, si lasciano andare in patetici amarcord da adolescenti di provincia. Così, fra il gestaccio maschilista del dito medio e l’invenzione di una tradizione celtica tanto fittizia quanto efficace c’è, sottolinea Belpoliti, una relazione ben precisa: serve a ricaricarla d’entusiasmo, a dotarla di passione politica. Una politica che, però, si esaurisce così: vuota di contenuti si nutre di teatralità vuota. D’immagine, appunto, questa volta nel senso tecnico del brand aziendale.

IL LIBRO
Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda (2012), pp. 112
€ 10, 00

Un’archeologia del futuro

Andrea Cortellessa

Il titolo L’età dell’estremismo traduce quello dell’ultimo classico della storiografia del Novecento: il libro di Eric J. Hobsbawm da noi uscito nel 1995 come Il secolo breve – ma il cui titolo suonava, in originale, The Age of the Extremes. Un’ambiguità meglio espressa dal titolo di un libro-conversazione con lo storico britannico (pubblicata nel ’98 da Carocci): L’età degli estremi.

Perché il vero tema di questo libro policentrico – come sempre quelli di Marco Belpoliti – è appunto la somiglianza perturbante, quasi la «rima» anacronica, fra due temperie storiche diverse: due estremi, appunto. Allo stesso modo quello di Hobsbawm si apriva col gesto di François Mitterrand, che il 28 giugno 1992 si recò a Sarajevo, in Bosnia: così «citando» il 28 giugno di 78 anni prima, quando nella stessa città s’era accesa la miccia della Grande Guerra. Dal primo «estremo» del «secolo breve» a quello che lo conclude: il crollo del Muro di Berlino di cui la «nuova» crisi balcanica rappresentava la conseguenza più sanguinosa. Anche i muri più possenti, da un momento all’altro, possono crollare in modo inaspettato: almeno per chi non si era accorto delle incrinature che da tempo li percorrevano.

Proprio due crolli venivano da Belpoliti messi in «rima» in un libro, che appunto Crolli s’intitolava (pubblicato da Einaudi nel 2005), e che di questo ora uscito rappresenta la matrice. Da una parte di nuovo il Muro di Berlino; dall’altra le Torri a New York. Meno di dodici anni dal 1989 al 2001: nuova cesura dalla quale guardare con la stessa «bocca aperta», gli stessi «occhi spalancati» coi quali l’angelo di Klee, nella Nona Tesi di Benjamin, guarda al cumulo di «macerie su macerie» che è stato il Novecento. Come quello dell’Angelus Novus, lo sguardo di Crolli – alla metà esatta degli Anni Zero – era retrospettivo.

Era alle crisi del Novecento che guardava: alle crepe che percorrevano l’immaginario e che poi si sarebbero clamorosamente realizzate nella storia materiale: quella che va a toccare le vite di tutti. Lo spazio vuoto fra le Twin Towers su cui si fissa, a Torri appena innalzate, «l’artista del disastro quotidiano» Gordon Matta-Clark; i mille angosciosi vuoti fra le steli di Richard Serra, che Peter Eisenman ha collocato sotto alla Porta di Brandeburgo come Memoriale degli ebrei d’Europa; la memoria inelaborata dei bombardamenti che si scopre alle radici delle quêtes di W.G. Sebald; la polvere negli «allevamenti» di Duchamp che si ritrova in Damien Hirst o in Claudio Parmiggiani, ad anticipare quella sollevata dai crolli; l’ibridazione a oltranza degli artisti post-human, come Matthew Barney o Andres Serrano;

la diversa, «epica» oltranza degli architetti che hanno sognato lo skykline trasgressivo di New York, e che pare anticipare a rovescio l’esaltazione distruttiva di Mohamed Atta e degli altri kamikaze, che quello skyline hanno deturpato per sempre («la costruzione dei grattacieli è l’equivalente più prossimo della guerra in tempo di pace» dice nel 1928 William A. Starrett, uno dei progettisti dell’Empire State Building). Tutti fenomeni – fra gli innumerevoli che Belpoliti mette in risonanza l’uno con l’altro – in cui si tocca con mano il vero spirito del Novecento, l’ambivalenza che così lui riassume: «Alla volontà di costruire, di erigere, si contrappone sempre l’opposto: la volontà di distruggere» (quella che un altro libro del 2005, Il secolo di Alain Badiou, lacanianamente ha definito la sua «passione del reale»).

«Creare storia con gli stessi detriti della storia», era stata la missione di Benjamin. E questo libro, coi detriti del Novecento, ha raccontato soprattutto la storia psichica degli anni che lo hanno seguito, e in cui il libro è stato scritto. Gli Anni Zero, cioè: tempo-pròtesi, tempo-prolunga, tempo-supplemento (La 25a ora post-11 settembre di Spike Lee). Un tempo visualizzato dall’installazione Shibboleth, esposta da Doris Salcedo a Londra nel 2007: una fenditura in mezzo al pavimento della sala e che ne mette a rischio i visitatori. Chi vuole entrare lo deve fare percorrendo la faglia: questo pavimento spezzato è l’unico su cui poggiare i piedi. Esattamente come questo tempo-faglia, questo tempo senza nome in cui abbiamo vissuto negli anni che ci separano da Ground Zero.

Ora però, che da Crolli è passato quasi un altro decennio, questi materiali hanno cambiato segno. Uno degli ultimi racconti di Primo Levi s’intitola Il passa-muri: capovolgendo l’apologo anni Sessanta dell’amico Calvino, Il conte di Montecristo, Levi immagina un modo di evadere dal muro invalicabile di una prigione facendosi, paradossalmente, della stessa materia di quel muro. E i muri che appaiono nei capitoli scritti più di recente, i più acuti e tormentosi del libro di Belpoliti, come quello alzato dagli israeliani in Palestina (raffigurato dal fotografo della Primavera di Praga, Josef Koudelka, e discusso dall’architetto Eyal Weizman), non sono più muri in polvere, caduti in macerie. Sono solidi e di nuovo imponenti, come la luce di un tempo nuovo – duro e minaccioso al pari di quelli che lo hanno preceduto.

Dall’abisso del Novecento Kafka aveva potuto scrivere che per quelli del suo tempo Babele non era più una Torre: «noi scaviamo la fossa di Babele». Ma Paul Zumthor, commentando questo aforisma, ha detto che Babele non è il segno della «fine della storia quanto la sua ripresa, su basi ancora indicibili, perfino inconcepibili». E una volta Daniel Libeskind, l’architetto che dal secolo seguente ha ridato un volto a Berlino (benjaminianamente definita, da Belpoliti, «capitale del Ventesimo secolo») – ma che non ha potuto dare il suo segno alla capitale degli Anni Zero, Ground Zero appunto – ha detto che «considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa». Con discrezione, per parte sua, Belpoliti ricorda che mentre Crolli era dedicato a sua madre, allora appena morta, L’età dell’estremismo è dedicato alle sue giovani figlie. Sì, gli Anni Zero sono proprio finiti.

Marco Belpoliti
L’età dell’estremismo
Guanda (2014), pp. 288
€ 18,00