I baci più dolci del vino

Cristina Romano

In occasione della V edizione di “All’aperto” – progetto filantropico nato dall’iniziativa della Fondazione Zegna – Marcello Maloberti ha realizzato la sua prima opera permanente. Ha individuato un’area tra la palestra e la piscina comunale del paese da trasformare in un giardino.

In questo modo, ha posto arte e natura sullo stesso piano, chiamando a collaborare Marco Nieri, esperto in bioenergetica. L’artista mappa il suo giardino distribuendo piante e arbusti in modo funzionale alla cura psicofisica delle persone, per allentare e sciogliere i blocchi energetici. Il “Giardino di delizia” è un tema particolarmente evocativo, inteso sin dall’antichità come luogo ideale, ethos, grembo materno, luogo della fertilità, della creatività e dell’accadere (M. Venturi Ferriolo 2008); concepito e ispirato all’Eden cristiano o Gan Eden ebraico trova un corrispettivo anche nell’Islam nel paradiso islamico come luogo di eterna giovinezza e del piacere dei sensi.

Nell’immaginario collettivo si colloca dunque in una dimensione di trasversalità temporale e culturale. Il titolo stesso dell’opera, riprodotto a grandi caratteri sul muro di fondo del giardino, è un adattamento a due versi del Cantico dei cantici che Maloberti traduce dal titolo di una canzone pop americana e da una performance teatrale di Öyvind Fahlström (1966). L’opera innesca ricerche in diverse direzioni per individuare possibili piani di lettura, ma è inevitabile far ritorno al testo del Cantico nella sua duale interpretazione cercando fra i suoi versi, parole e immagini che restituiscano il clima ricercato da Maloberti: “uno spazio che considero più come il cuore di un particolare tipo di sentire, quello suscitato dal sogno, dall’abbandono alla delizia, come mettere la testa sulle ginocchia di un altro e addormentarsi”.

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Marcello Maloberti, "I baci più dolci del vino" (“Kisses Sweeter Than Wine”), 2013
courtesy dell'artista - foto di Demian Dupuis

A Trivero riemerge la sinteticità compositiva dei primi lavori, lo spazio è quadripartito da un asse verticale e uno orizzontale e ogni parte è diversa (il roseto in aiuole con tavoli e sedie, uno spazio per la rappresentazione teatrale, un prato, uno spazio vuoto), lo stesso richiamo a un’affettività più orientata in senso amoroso a cui si aggiunge la disposizione a prendersi cura dell’altro. I baci più dolci del vino si profila in partenza come uno dei lavori più complessi di Maloberti poiché è ricco di riferimenti simbolici e di rimandi continui che trovano senso anche affrontando una lettura più allargata. Contemporaneamente alla messa in opera del giardino, l’artista realizza per la Biennale di Venezia La Voglia Matta.

In tutta la loro diversità i due lavori presentano una complementarietà interessante, in una sorta di gioco degli opposti. A Venezia, Maloberti pone un sole che tramonta al centro della composizione, sopra un monumentale informe marmoreo, mentre nel giardino di Trivero inserisce in posizione dominante la luna crescente, che rimanda ai cicli generativi della natura, richiamata anche dal colore delle rose: il bianco. Lontano dal frastuono metropolitano e dagli oggetti comuni “detournés” delle sue performance più mature, Maloberti a Trivero si confronta con la marginalità geografica e lavora con la comunità locale per realizzare una performance inaugurale.

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Marcello Maloberti, "I baci più dolci del vino" (“Kisses Sweeter Than Wine”), 2013
courtesy dell'artista - foto di Demian Dupuisfoto di Demian Dupuis

Così facendo, giardino e performance diventano luogo ideale per l’autorappresentazione dell’intera comunità. Durante l’inaugurazione tutto è presente, tutto è in movimento e vive nel giardino, nell’attigua palestra e nel grande atrio in una chiara dinamica relazionale. Maloberti questa volta partecipa all’azione e, accompagnato da un mantello verde sospeso, si muove fra il pubblico e mette in moto tutte le azioni del suo discorso multiforme.

Alla natura e ai suoi misteri l’artista affianca, in una sorta di rappresentazione olografica, alcune immagini simboliche come le rose bianche in dono a ogni donna, la luna, una grande conchiglia, portata da una giovane fra il pubblico da associare alla fecondità, un prisma con la base di un triangolo equilatero, realizzato usando tessuti sospesi da tre ragazzi, che richiama i quattro elementi, ma anche la relazione tra il divino e l’umano, infine un uomo ginnico intento a sollevare pesi.

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Marcello Maloberti, "I baci più dolci del vino" (“Kisses Sweeter Than Wine”), 2013
courtesy dell'artista - foto di Demian Dupuis

Sono elementi che proiettano il pensiero in una dimensione simbolico-concettuale, con le azioni compiute dalle associazioni, la merenda degli alpini, il coro, i bambini che intervengono con i disegni dei loro lupi mannari sulle spalle, la recita appartata di poesie ispirate alla rosa. L’interazione di tutte le persone presenti rende l’atmosfera del sogno e della delizia. È un lavoro che tende a procurare un senso di vertigine, proprio in virtù della stratificazione che lo caratterizza e che tende a richiamare il caos, un concetto familiare a Maloberti, che trova però il suo compimento nella costruzione di ponti percorribili sicuri che lo rendono potentemente armonico.

Si potrebbe dire che l’artista, immerso in un processo di soggettivazione, riesca in questo modo a tracciare concatenazioni significative in una sorta di rappresentazione caosmotica (Guattari 1992) capace di elaborare la velocità dei flussi. Il “Giardino di delizia” giunge a una rinnovata consapevolezza e complessità che mette in luce e apre una nuova fase del percorso di Maloberti.

Marcello Maloberti
I baci più dolci del vino (“Kisses Sweeter Than Wine”)
Fondazione Zegna – All’Aperto
a cura di Andrea Zegna e Barbara Casavecchia

Tre visioni contemporanee

Cristina Romano

La Galleria Raffaella Cortese ha inaugurato la nuova stagione espositiva, aprendo un terzo spazio in via Stradella a Milano, con le personali di Karen Cytter (1977) al civico 7; Kimsooja (1957) al civico 3 e Marcello Maloberti (1966) al civico 4. Karen Cytter presenta, nella sede storica, due video, Siren e Ocean (2014), e una serie di opere grafiche. I film propongono una riflessione sulla fragilità dei rapporti interpersonali e sul conflitto di genere. Siren trae il suo titolo da un brano di Tim Buckley che accompagna il tempo e le sequenze non lineari dell’opera.

Si tratta di una storia d’amore e vendetta che l’artista risolve con una soluzione narrativa efficacie: l’assassinio dell’uomo. Il carattere sperimentale dell’opera di Cytter estende il suo raggio d’interessi ad ambiti artistici eterogenei e multipli (scrittura, video, teatro, danza e produzione grafica), e predilige un metodo totalmente indipendente nella messa in opera del lavoro. L’artista mostra la realtà contemporanea, ormai saturata dalla presenza del web, e sovrappone oltre al tempo musicale anche l’animazione, suggerendo volumi interni e spazi virtuali intrinseci alla realtà contemporanea.

In Ocean è la voce narrante a condurre lo spettatore. Si alternano inquadrature a carattere teatrale ad altre più schiettamente cinematografiche che fluiscono con passaggi più veloci e dinamici di accesa sensualità. L’artista coglie anche gli aspetti più pittorici del dispositivo elettronico mettendone in risalto la trama visiva.

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Keren Cytter, Siren, 2014 - Digital HD video 14' 39'' Edizione di 5 + 2 AP
Courtesy l'artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano

L’elemento portante della mostra di Marcello Maloberti è il testo. In linea di continuità con I Baci più dolci del vino (2013), l’artista realizza da un lato una scritta al neon in stampatello: Non far fare alla rosa quello che la rosa non vuole fare, in omaggio a PierPaolo Calzolari; dall’altro quattro tavoli su ciascuno dei quali troviamo libri pieni di frasi tratte da pubblicazioni, interviste, titoli di opere, aforismi e ricordi personali. Il testo diventa frammento identitario e allo stesso tempo traccia calligrafica. Sfogliando le ampie pagine dei grandi quaderni, l’artista si svela, via via, con precise affermazioni di poetica, ma anche portando in superficie tratti più intimi legati al ricordo e al quotidiano. Maloberti materializza il tempo e fa, della mostra, un autoritratto dal quale emergono alcuni importanti riferimenti: figure come de Chirico, Calzolari, Merz.

Sebbene l’azione di Maloberti sia sempre di natura relazionale - già a partire da La voglia matta (2013), e in seguito con I baci più dolci del vino (2013) - si percepisce l’esigenza da parte dell’artista di ricondurre l’opera alla sua natura oggettuale. Con Marcello l’artista si apre a una fase matura. Sempre fedele a se stesso e partendo dalla propria identità egli recupera il filo di un discorso che passa per la Metafisica di de Chirico, sentita come fisicità delle cose, e prosegue attraversando l’esperienza concettuale e poverista. Marcello rappresenta anche una riflessione sul significato e sulla natura dell’opera d’arte e sul concetto di classico inteso come “il porsi in ascolto, senza forzare, senza far sentire la fatica, che in questo modo diventa performativa, una spinta dinamica non violenta perché l’arte per me è come l’immagine di un danzatore”.

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Marcello Maloberti, Marcello 2014, 2014 Courtesy l'artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano
Foto: Lorenzo Palmieri

Kimsooja presenta due ligthbox To Breath (2013), e una serie di stampe fotografiche The Sun – Unfolded (2008). I lightbox sono frammenti e superfici bidimensionali di un ricordo, quello di To Breath: Bottari (2013), l’installazione realizzata per il padiglione della Corea alla Biennale di Venezia. La luce del sole, filtrata dalla pellicola stesa sui vetri, trasformava lo spazio in un luogo di trascendenza. Le superfici specchianti interne consentivano un incontro più intimo con se stessi grazie al riflesso multiplo della propria immagine. Per i due lightbox Kimsooja sceglie di trattenere due frammenti dall’esperienza di Venezia: la scomposizione della luce nello spettro dell’arcobaleno, intesa come respiro, passaggio tra spazio naturale e interiorità da un lato, e la ricerca e l’osservazione del sé come azione esistenziale fondamentale dall’altro.

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Kimsooja, Installation view, Galleria Raffaella Cortese
Courtesy l'artista e Galleria Raffaella Cortese, Milano
Foto: Lorenzo Palmieri

Kimsooja riprende anche To Breathe – A mirror Woman (2006), l’installazione realizzata per il Crystal Palace di Madrid, punto d’incontro tra i bottari e la pratica del cucire delle sue celebri performance, A Needle Woman, realizzate in diverse metropoli, nelle quali l’artista diventa lei stessa l’ago che ricuce simbolicamente la scollatura tra l’individuo e il proprio ambiente. In The Sun – Unfolded, evoluzione della video istallazione Mirror Woman: the Sun and the Moon (2008), Kimsooja riprende ancora una volta l’idea del bottari, concetto e forma universale del singolo che contiene il tutto, che l’artista associa alla forma sferica del sole, con tutto il suo valore simbolico. In questa serie fotografica Kimsooja rappresenta il sole con il suo alone luminoso filtrato e scomposto in vari colori che l’artista riferisce al concetto coreano di obamsaek: uno schema generativo del mondo.

Galleria Raffaella Cortese
via A. Stradella 7 - Milano
fino al 13 novembre