Plegaria Muda

Marcela Villarreal e Michele Emmer

Il luogo è il MAXXI a Roma, il luogo simbolo della architettura fluida di Zaha Hadid. Enormi spazi, luci al neon. Spazi curvi. La sala grandiosa per ampiezza e lunghezza è piena, la forma curva non rende possibile vedere tutto quello che vi è inserito. Quando si entra se ne vede solo una parte. E l’impressione è ancora più forte, fisica, emoziona, colpisce. Ma quante sono? Perché immediatamente si pensa a delle bare. «Quest’opera è il risultato di un accurato processo di ricerca e di riflessione che ha avuto inizio nel 2004 con un viaggio nei ghetti di Los Angeles e con un rapporto ufficiale che dichiarava che nell’arco di vent’anni oltre diecimila giovani sono deceduti di morte violenta».

Si entra nella sala, e si cerca di essere tranquillizzati, rassicurati. Non sono bare, sono dei tavoli, sono di legno, sono adagiati a due a due uno sopra l’altro. Ed in mezzo, in mezzo ci sono le zolle di terra. E allora avvicinandosi ancora, dopo essersi rassicurati, si ritorna all'idea iniziale, sono bare, siamo in un grande cimitero. «Plegaria Muda (Preghiera muta) si pone di fronte al dolore insondato e represso e alla morte violenta, quando essa si riduce alla totale mancanza di significato e fa parte della realtà taciuta come una strategia di guerra».

Non si vede quanti sono tutti quei tavoli di legno, separati dalle zolle di terra, quando si entra nella grande sala. Che sembra una sala mortuaria, con le grandi pareti bianche, le luci fredde, l’acciaio in alto. Quante sono? Finiscono? Finiranno mai? E si comincia a camminare tra quei tavoli scuri, tra quelle zolle nere. «L’opera è anche una risposta a un particolare episodio verificatosi tra il 2003 e il 2008, quando circa 1500 giovani Colombiani provenienti da aree depresse del paese, vennero uccisi dell’esercito Colombiano senza alcuna ragione apparente. Era chiaro, invece, che il governo Colombiano aveva implementato un sistema di incentivi e di ricompense per l’esercito, se quest’ultimo avesse provato di aver ucciso un grande numero di guerriglieri in combattimento».

Doris Salcedo, Plegaria Muda, MAXXI 2012 (foto Patrizia Tocci, courtesy MAXXI)

In mezzo ai tavoli, in silenzio, siamo in un luogo sacro perché profanato, i tavoli sono vicini, si deve trovare lo stretto passaggio. Non si vorrebbe toccare quei tavoli, ma poi, a poco a poco, ci si avvicina. In ogni tavolo ci sono dei timidi fili d’erba. Una speranza? E si continua a camminare, dopo la curva della sala, per vedere, per rispondere alla domanda: dove finisce? Quanti sono? «Di fronte a questo sistema l’esercito aveva cominciato a pagare giovani provenienti da aree lontane e depresse, offrendo loro un lavoro per poi trasportarli in luoghi dove venivano uccisi e classificati come ‘guerriglieri’ non identificati: morti in combattimento con arma da fuoco».

Silenzio nella grande sala, si pensa ai morti, a quei morti, ai propri morti, alla vita, ai fili d’erba. Casuali, voluti, veri, finti? Si cerca di non guardare quella grande massa, decine e decine, di tavoli. Si dimentica la violenza, si vuole dimenticare. Si vorrebbe uscire, andarsene, ma si pensa, ci si interroga. In quel luogo che pare altrove. «Plegaria Muda è un tentativo di rielaborare questo dolore, uno spazio delimitato dal confine radicale imposto dalla morte. Uno spazio che è al di fuori della vita, un luogo a sé stante che ci riporta alla mente i nostri defunti».

Non un luogo di violenza, non un luogo di morte, siamo noi che lo percepiamo così, vi sono «solo» pezzi di legno, terra, fili d’erba. E la luce, il bianco. Ma pensiamo… «La ripetizione implacabile e ossessiva della sepoltura vuole sottolineare la dolorosa reiterazione di queste inutili morti».

Le citazioni sono tratte da Plegaria Muda 2008-2010, testo dell’artista Doris Salcedo.

Nota: In Colombia lo scandalo di quelle morti, esploso nel 2008 e noto con il nome di falsos positivos, ha portato alle dimissioni del capo di stato maggiore, Mario Montoya, famoso in tutto il mondo come il liberatore di Ingrid Betancourt, e alla non rielezione dell’ex presidente Uribe.

LA MOSTRA
Doris Salcedo. Plegaria Muda

MAXXI, via Guido Reni 4a, Roma
Sino al 24 giugno 2012

L’acqua, le donne, il cinema

Marcela Villareal e Michele Emmer
in occasione del World Water Day, 22 marzo 2012

«Non sono che una donna, ma possiedo la ragione. La posseggo per conto mio e per aver ascoltato i discorsi di mio padre e degli altri anziani; non sono male istruita» (vv. 1124-1127). Parole di Lisistrata, (in greco antico Λυσιστράτη, protagonista della omonima commedia di Aristofane, messa in scena per la prima volta ad Atene nel 411 a. C. La trama è ben nota: a causa della guerra del Peloponneso, gli uomini sono perennemente impegnati nell'esercito e non hanno più il tempo di stare con le loro famiglie. Lisistrata propone allora alle altre donne uno sciopero del sesso: finché gli uomini non firmeranno la pace, esse si rifiuteranno di avere rapporti sessuali con loro. Prima commedia che parla dell’emarginazione femminile attraverso la collaborazione tra donne, ben convinte della possibilità di imporre la propria volontà agli uomini. Il coro dei vecchi se ne accorge subito, lanciandosi in un canto assai allarmato: «Se cediamo, se gli diamo il minimo appiglio, non ci sarà più un mestiere che queste, con la loro ostinazione, non riusciranno a fare. Costruiranno navi, vorranno combattere per mare... Se poi si metteranno a cavalcare, è la fine dei cavalieri». (vv. 671-676)

«Sono nato in una famiglia numerosa in un'isola del Mare Interno (Giappone Occidentale) e ho visto coi miei occhi il duro lavoro dei miei genitori, il trapianto del riso all'inizio dell'estate sotto il sole scottante, la faticosa raccolta nell'autunno, e non dimenticherò mai l'immagine di mia madre che porta sulle spalle due pesanti mastelli d'acqua». Parole del 1960 del regista giapponese Kanedo Shindo che commenta il suo film L’isola nuda (titolo originale Hadaka no shima) con Nobuko Otowa e Taiji Tonoyama. Una famiglia di contadini che vivono su di un’isola arida e devono ogni girono andare a prendere sul continente l’acqua per sopravvivere. Un film in bianco e nero, praticamente senza parole.

«Tutto ha avuto inizio con un fatto di cronaca avvenuto in Turchia nel 2001. Fin dalla notte dei tempi, le donne di un piccolo villaggio tradizionale andavano ogni giorno a prendere l’acqua alla sorgente in cima a una montagna vicina e la riportavano al villaggio in pesanti secchi colmi fino all’orlo che spezzavano loro le spalle. A seguito di una serie di incidenti, le donne decisero di prendere in mano il loro destino e iniziarono uno sciopero dell’amore per convincere gli uomini a costruire una rete idrica nel villaggio. All’inizio gli uomini non presero sul serio le donne e ci furono episodi di violenza. Le donne non si arresero e alla fine la diatriba fu risolta dal governo. A livello più metaforico, mi sono anche ispirato a Lisistrata di Aristofane. Mi è parso un soggetto ricco di problematiche attuali». Chi parla e spiega come gli è venuta in mente l’idea del film, è il regista di La sorgente dell’amore (titolo originale La Source des femmes), Radu Mihaileanu. Una storia corale di donne Leila Bekhti, Hafsia Herzi, Biyouna, Sabrina Ouazani, Saleh Bakri, Hiam Abbass, che vogliono cambiare la situazione del loro villaggio. Non essere costrette non solo a prendere l’acqua tutti i giorni, ma anche a non dover essere date in sposa a quattordici anni, e inoltre ad avere accesso all'istruzione, a poter utilizzare gli strumenti tecnici necessari a migliorare la situazione propria e della famiglia. Citando brani del Corano riusciranno a mettere in crisi anche le certezze dell’Imam.

Mentre il film giapponese era un film senza speranza e senza scampo, il film di Mihaileanu è una commedia che alterna momenti divertenti a momenti drammatici, sconfinando spesso nel film musicale. Il motivo lo spiega il regista: «Nella tradizione orientale, le cose non vengono dette in modo diretto: non bisogna mai umiliare il prossimo. Di conseguenza, molti scambi avvengono attraverso il canto, la poesia e la danza». Il film è stato realizzato in un villaggio del Maghreb in Marocco e durante la lavorazione il regista si è reso conto di come le donne stessero avendo un accesso sempre più ampio all’istruzione e alle nuove tecniche non solo agricole. «Mi pare inevitabile che le donne rivendichino un numero crescente di diritti e una minore rigidità della loro condizione... Ho capito che le rivoluzioni arabe avrebbero visto sicuramente la partecipazione delle donne, poiché è senza dubbio giunto il momento per le donne di guidare delle vere rivoluzioni non violente, essendo ormai l’uomo incapace di non violenza e di lucidità». Naturalmente la siccità che colpisce il villaggio è una metafora del cuore che si inaridisce. In alcuni canti arabi tradizionali, si dice che l’uomo deve innaffiare la donna come se fosse un fiore o una terra fertile. Oltre ad essere un film divertente e ben costruito La sorgente dell’amore tratta di temi che sono di grande attualità nel mondo di oggi, non solo dal punto di vista dell’emancipazione delle donne, ma anche dal punto di vista economico.

L’accesso all’acqua, all’istruzione, alle tecnologie ha un grande impatto non solo sulla cultura di tante popolazioni ma anche sull’economia di molti paesi. Uno studio recente di quattordici agenzie delle Nazioni Unite, diretto dalla FAO, calcola che solo nell'Africa sub-Sahariana, le donne perdono 40 miliardi di ore ogni anno per procurare l’acqua necessaria alle loro famiglie. In media le donne e le bambine nel terzo mondo camminano per 10 chilometri al giorno portando circa 20 litri d’acqua. Per molte bambine questo obbligo significa l’impossibilità di frequentare la scuola. Per le donne, oltre allo sforzo fisico e il numero di ore che potrebbero usare per la produzione agricola o anche solo per un po' di riposo, in molti casi significa esporsi a pericoli e violenze. L’insieme di paesi del mondo ha preso l’impegno di ridurre della metà prima del 2015 il numero di persone senza accesso all’acqua, ove si definisce accesso all’acqua la disponibilità di 20 litri per persona al giorno da una fonte non inquinata distante meno di un chilometro.

L’impegno è stato sottoscritto quando i paesi hanno firmato i Millennium Development Goals (Obiettivi di sviluppo del Millennio) nell’anno 2000. I dati per il 2004 dimostrano che quell’obiettivo rimaneva ancora molto lontano per la popolazione rurale dell’Africa a sud del Sahara, dove solo il 56% degli abitanti avevano accesso all’acqua potabile. La mancanza di acqua pulita è tra l’altro anche la causa di un’alta percentuale di mortalità. È stato calcolato che più persone muoiono per malattie collegate alla mancanza di acqua che per le guerre. Una media di 5000 bambini muoiono ogni giorno di diarrea e malattie causate dalla diarrea, morti che potrebbero essere ampiamente evitate con una adeguata disponibilità di acqua.

Una relazione recente dalla FAO calcola che i terreni agricoli coltivati dalle donne nei paesi del terzo mondo producono attorno a 25% in meno dei campi gestiti dagli uomini. Non perché siano meno capaci, ma solo perché hanno meno accesso a tutte le risorse necessarie per l’agricoltura (acqua, terra, tecnologie, credito, formazione, informazioni...). La relazione calcola inoltre che, se avessero accesso a queste risorse nello stesso modo degli uomini, la produzione agricola mondiale potrebbe aumentare del 4%, il che si tradurrebbe in una riduzione del numero di persone che soffrono la fame nel mondo dell’ordine di 100-150 milioni su un totale di 925 milioni, il che vuol dire risolvere il problema per il 12-17% degli affamati.

Il problema delle donne e dell’acqua trattato nel film di Mihaileanu non è ovviamente un problema che tocca solo il villaggio del film. E non è solo un problema di diritti umani o di diritti della donna. E’ un problema di sviluppo mondiale, di fame, di mortalità infantile e di salute. Per sensibilizzare i paesi del mondo l’ONU ha dichiarato dal 1993 il 22 marzo World Water Day (giornata mondiale dell’acqua). Per il 2012 il tema è l’acqua e la lotta contro la fame. Tutte le iniziative si trovano nel sito www.unwater.org/worldwaterday, inoltre la FAO ha realizzato un’animazione molto efficace visibile su youtube: FAO_SOFA_2011_high_1920X1080.mov