Broodthaers, questa (non) è una mostra

01-broodthaers_vista_de_sala_0Maria Teresa Carbone

Si apre con un’opera che non pochi visitatori attraversano distratti e inconsapevoli il percorso espositivo della grande retrospettiva che il MoMA di New York e il Reina Sofia di Madrid hanno dedicato a Marcel Broodthaers (oggi è l’ultimo giorno di visita presso il museo spagnolo, ma dal 4 marzo all’11 giugno la mostra sarà riallestita presso il Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf): con la sua piccola oasi di palme in vaso e le sue stampe appese in modo poco appariscente alle pareti, l’installazione L’entrée de l’exposition, realizzata da Broodthaers nel 1974, dieci anni dopo la sua decisione di farsi artista e due prima della morte, condensa in effetti, in modo più efficace di tante articolate spiegazioni, il senso complessivo di un lavoro che non è esagerato definire profetico e che tuttavia, grazie alla sua ironica ambivalenza, riesce, anche a distanza di circa mezzo secolo, a sottrarsi all’irrigidimento di una definitiva consacrazione.

Ci troviamo in uno spazio che ci si offre come un limitare, il luogo di passaggio fra il fuori di un mondo esterno e, si presume, indifferenziato, e il dentro della mostra, cioè di un ambiente all’interno del quale l’arte viene presentata e descritta come protagonista. Ma il fatto stesso che si tratti di un’opera, costruita pezzo per pezzo dall’artista, rivela che questo luogo di confine è – come forse ogni luogo di confine – ingannevole.

L’apparente neutralità degli elementi che compongono l’installazione – le stampe, ma soprattutto le palme, allusione all’esotismo inconsapevole in cui siamo immersi e che per il belga Broodthaers non può non rimandare al passato (mai del tutto passato) coloniale del suo paese – prelude a un’opera che l’artista realizzerà l’anno successivo per il londinese Institute of Contemporary Arts, Décor: a Conquest by Marcel Broodthaers (pure presente alla mostra del MoMA e del Reina Sofia), dove l’incontro fra il quieto décor e la bellicosa “conquista” prenderà la forma di due stanze adiacenti, un salotto vittoriano completo di cuscini, pistolona e serpente imbalsamato, e un patio in cui una fila di kalashnikov non stona con l’arredamento di squallidi mobili di plastica.

Ma è forse il titolo della installazione, L’entrée de l’exposition, l’elemento su cui vale la pena di soffermarsi di più e che rivela al visitatore il costante spiazzamento che, da poeta (qual era prima della autoinvestitura ad artista e quale rimarrà fino alla fine), Broodthaers impone al suo lavoro. Titolo fintamente didascalico e descrittivo, che giocosamente – ma non troppo – rivela come non sia più possibile dire Ceci n’est pas une pipe insieme a quel Magritte che pure di Broodthaers è stato amico e figura quasi paterna di riferimento.

24-broodthaers_vista_de_sala_0Al tradimento delle immagini oggi non riusciamo a sottrarci, anche nel momento in cui vorremmo disvelarne il fragile inganno. Non a caso il percorso espositivo della retrospettiva ha, nella sua parte finale, La salle blanche, ultima installazione realizzata dall’artista in vita, replica esatta in legno chiaro dell’appartamento di Broodthaers a Bruxelles, con una unica, fondamentale, variazione: le pareti sono coperte di scritte che rinviano non solo al fare artistico – prospettiva, illuminazione, collezionista, composizione, cavalletto, museo, galleria... – ma anche a un inquieto presente, si tratti di “tempesta” o di “mascalzone”. Il risultato è, nelle parole dello stesso artista, “un pianterreno perfettamente piccolo borghese dove le parole fluttuano”.

Marcel Broodthaers

a cura di Christophe Cherix e Manuel J. Borja-Villel

MoMA, New York, 14 febbraio 2016 – 15 maggio 2016

Museo Reina Sofia, Madrid, 5 ottobre 2016 – 9 gennaio 2017

KNW, Düsseldorf, 4 marzo 2017 – 11 giugno 2017

Marcel Broodthaers

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Marcel Broodthaers, Un Jardin d`Hiver, 1974. Courtesy Friedrich Christian Flick Collection
Padiglione delle Esposizioni, 56° Biennale di Venezia, 2015

Martina Cavallarin

Lo spazio abitato dal Giardino d’Inverno dell’artista Broodthaers nel Padiglione delle Esposizioni della 56° Biennale, è un’immersione in un’atmosfera silente, satura e magistralmente concepita dall’artista e scenografo belga che nella sua ricerca affronta una costante riflessione sul contesto economico e sociale nel quale l’arte vive. L’installazione, appartenente alla serie Décors, è composta da trentasei alberi di palma inseriti in altrettanti vasi, tipiche sedie da giardino pieghevoli, piante verdi, voliere, fotografie e stampe d’arte collezionate dall’artista e adoperate a guisa di addobbo ambientale per mimetizzare, attraverso la resa accattivante e sapientemente disposta, la parodia storica alla quale l’autore fa riferimento. L’opera, realizzata per la prima volta nel 1974 e replicata a dimensioni ambientali diverse volte negli anni, si distende nello spazio e se ne appropria a testimoniare il carattere di Broodthaers che non fu solo un artista, prematuramente scomparso a fronte di una carriera che vede un arco temporale di soli 12 anni, dal 1964 al 1976, ma anche un poeta, un regista, un architetto di forme e un orchestratore di parole, coltivando il costante tentativo di aprire il lavoro artistico alla molteplicità linguistica.