Alfabeta / Usare

usareDOMENICA 8 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUINTA PUNTATA DI ALFABETA:  USARE

con Marc Augé, Aldo Bonomi, Ugo Mattei, Gilberto Gil, Lucia Tozzi

Domenica 5 novembre la trasmissione “Alfabeta” si confronta con uno dei principali temi della filosofia politica contemporanea: quello dell’uso, inteso come regime alternativo alla proprietà. Negli ultimi anni, l’attualità di questa categoria è stata mostrata da filosofi come Giorgio Agamben e Serge Latouche, giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, e perfino alcuni movimenti politici (si pensi al Movimento per l’acqua bene comune). «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria», annotava Marx. Oggi, mentre la finanziarizzazione ha portato a compimento un processo storico che vede smaterializzarsi la sfera economica, sempre meno vincolata alla produzione di beni, sono sati elaborati dei concetti, dei dispositivi giuridici (ad esempio i beni comuni) e delle pratiche concrete che pongono al centro l'uso, in alternativa al possesso. Conversando con filosofi, antropologi, economisti, ingegneri, giuristi e perfino artisti/politici come Gilberto Gil, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 esplorano le attuali articolazioni del termine usare non limitandosi alla dimensione economica e giuridica, ma analizzando anche i suoi aspetti linguistici ed esistenziali.

GLI OSPITI

GIOVAN BATTISTA ZORZOLI – docente in energie rinnovabili

ALDO BONOMI - economista

UGO MATTEI - giurista

PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL- filosofi e scrittori

MARC AUGÉ - etnologo e antropologo

GILBERTO GIL - musicista e politico

LUCIA TOZZI – studiosa di urbanistica

MAURO ANNUNZIATO - Ingegnere ENEA

TOMMASO OTTONIERI - poeta

DAVIDE OBERTO - curatore di Festival di cinema documentario

Tommaso Ottonieri (brani da Lapilli della gravitazione)

estratti da Recollections di Kamal Aljafari

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

Ufficio Stampa Riccardo Antoniucci Tel. 3407642693 Mail: pressboudu@gmail.com

Alfabeta / Usare: un percorso tra i libri

Il testo letto da Tommaso Ottonieri è tratto da Geòdi, Aragno 2015

 

Libera università metropolitana, Sul concetto di uso. Prassi, istituzioni, comune, a cura di Paolo Virno, 2014 (http://www.lumproject.org/sul-concetto-di-uso-prassi-istituzioni-comune/)

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV, 2, Neri Pozza 2014

Pierre Dardot, Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo [2014], prefazione di Stefano Rodotà, DeriveApprodi 2015

Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale [2013], Raffaello Cortina 2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste [2014], Raffaello Cortina 2014

Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia, Einaudi 1997; Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, 2013

Aldo Bonomi, Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi 2011

Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Il capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi 2005

Giovanni Battista Zorzoli, Il mercato elettrico. Dal monopolio alla concorrenza, Franco Muzzio 2005

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza 2011; Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015

Ugo Mattei, Alessandra Quarta, L’acqua e il suo diritto, Ediesse 2014

Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault [1988], Bollati Boringhieri 1992, 2005

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982) [2001], Feltrinelli 2003;  Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983) [2008], Feltrinelli 2009

Tempi reali

Giorgio Mascitelli

Alcuni giorni or sono navigando in rete mi sono imbattuto, sul sito del Corriere della sera, in una simulazione informatica dell’aumento in tempo reale della popolazione mondiale. Sul piano grafico questo programma si presenta come un planisfero terrestre continuamente solcato da minuscole finestre, che si aprono e si chiudono istantaneamente, recanti il nome di un luogo e l’annuncio di una nascita o di una morte; sopra il planisfero campeggia il numero totale degli abitanti del pianeta in perenne aggiornamento. Si tratta di una tecnologia messa a punto da alcune istituzioni, statunitensi credo, nell’intento di sensibilizzare il pubblico sui rischi connessi con l’aumento demografico.

L’effetto che ha avuto su di me tale programma è stato vagamente ipnotico, per esprimermi in maniera forbita, o, per dirla più semplicemente, sono stato a fissarlo come uno stoccafisso, come mi capitava talvolta nell’adolescenza osservando partite di flipper giocate da gente più brava di me. Ritornato in me, la memoria colta mi ha sostenuto sotto forma di due reminiscenze. La prima, abbastanza scontata, relativa a quei film catastrofisti in cui a un certo punto c’è sempre la scena che si svolge nella sala controllo del Pentagono e in cui appare il planisfero del mondo illuminato da puntini rossi in movimento che rappresentano i missili nucleari nemici che stanno per piombare su città inermi.

La seconda invece era relativa al prologo di Nonluoghi, il noto libro di Marc Augé, nel quale l’autore descrive la partenza standard dall’aeroporto di Parigi di un uomo d’affari standard verso l’estremo oriente per un viaggio d’affari. In quest’ultimo caso ho però attribuito a questo personaggio, nel mio ricordo, l’azione di guardare dal finestrino al decollo Parigi illuminata di notte, che in verità nel testo non c’è.

Se il primo dei due ricordi è banalmente difensivo di fronte all’angoscia procuratami dalla visione inglobando in un immaginario fantascientifico e dunque fittizio questa simulazione fin troppo reale, meno evidente è il secondo. In effetti non c’è un collegamento diretto tra l’inizio di un viaggio che si concluderà in un posto del tutto simile a quella in cui comincia e la planimetria del mondo, tant’è vero che la mia memoria ha dovuto creativamente aggiungere un’azione, quella di guardare dal finestrino il mondo con le sue luci, per trovarlo, attingendo ad altri ricordi.

In realtà un’analogia tra queste due cose esiste ed è quella che entrambe rappresentano una perdita: quella della storia attraverso il territorio nei non luoghi, quella dell’eccezionalità della nascita e della morte nella simulazione in tempi reali. Non si tratta in questo caso della percezione scioccante di un pericolo imprevisto, perché il fatto che la morte e la nascita non siano fatti eccezionali era un’informazione già in mio possesso, come del resto quelle relative ai rischi dell’incremento demografico. La differenza è dovuta al fatto che questo programma annuncia nascite e morti perfettamente generiche con le modalità che si riservano a nascite e morti che per noi significano qualcosa (l’ora, il luogo ecc.). Esse vengono però anche rappresentate secondo ritmi incalzanti che trascendono quelli dell’esperienza individuale.

Questo programma non produce una migliore conoscenza del problema, non informa in maniera più immediata di un saggio di duecento pagine (o anche di un articolo di due) nel quali siano discussi rischi e prospettive del problema, si limita a evocare la sua presenza colpendo l’emotività dello spettatore. Questa emotività si dibatte tra senso d’impotenza per l’impossibilità di fare qualcosa e smarrimento per la riduzione di un vissuto eccezionale nell’esperienza del singolo a standard collettivo.

L’effetto angosciante che produce non è casuale, ma voluto, e sembra suggerire che nel nostro tempo sia molto diffuso il principio per cui non è possibile comunicare qualcosa efficacemente senza spaventare qualcuno. L’adrenalina dell’emotività dura poco, tuttavia, e una volta passata lascia spazio a una tabula rasa pronta per essere riempita da una nuova emozione. E questo stato di cose non è il prodotto di una congiura delle élite transnazionali, ma più prosaicamente l’ovvia conseguenza di una cultura che ha perso qualsiasi fiducia nella discussione politica, cioè razionale, dei problemi.

Non viaggi

Giorgio Mascitelli

Nelle scorse settimane i giornali hanno riportato la notizia delle polemiche seguite alla morte per infarto di un viaggiatore del freccia rossa Torino-Roma, che, colpito dall’attacco poco dopo la stazione di partenza, è stato fatto scendere per essere assistito solo alla stazione di Rho, alle porte di Milano. I responsabili del servizio ferroviario si sono giustificati affermando che il tempo che sarebbe servito per far uscire il treno dalla linea dell’alta velocità e condurlo in una stazione intermedia è uguale o maggiore di quello impiegato per arrivare a Rho.

Al di là della ricostruzione specifica dell’episodio, questa linea argomentativa dei responsabili rende evidente che non sia possibile parlare in questo caso di un disservizio o di una cosa «che può capitare solo in Italia», come si usa dire in circostanze del genere specie nelle formule giornalistiche. Al contrario il servizio si è mostrato perfettamente all’altezza dei parametri per i quali è stato predisposto. Infatti l’alta velocità ferroviaria, come è noto, viene raggiunta grazie a un treno molto veloce che viaggia su una linea apposita separata da tutti gli ostacoli, e da tutte le possibilità, che offre il normale territorio nel tentativo di imitare il percorso di un aeroplano, dove non c’è del resto possibilità di offrire cure mediche né di sbarcare eventuali malati.

Che questi treni supersicuri, superveloci, superconfortevoli, in una parola superiori in certe circostanze, fortunatamente rare, possano diventare più inefficienti di un volgare accelerato per pendolari che svolge servizio in una zona economicamente depressa non è un paradosso, ma dipende direttamente dalla loro ragion d’essere. Questo tipo di servizio infatti non offre soltanto un tempo di viaggio compresso, ma anche, per così dire, irreversibile e automatizzato per evitare qualsiasi genere di imprevisto. Quando tuttavia l’imprevisto, incosciente del fatto di non essere più previsto, salta fuori, emergono anche i limiti di questo modo di viaggiare. Il viaggio moderno, già diventato abbastanza sicuro e dunque privo di aloni avventurosi, resta pur sempre un momento propizio agli inconvenienti, al quale il viaggiatore deve fare fronte. Questo nuovo modo di viaggiare postmoderno, che mi sembra trovi il suo archetipo logico nel teletrasportatore di persone montato sull’incrociatore stellare U.S. Enterprise della serie Star Trek, cerca di eliminare anche questo banale elemento dell’esperienza umana.

Mi verrebbe quasi da chiamare simili percorsi non viaggi in omaggio alla categoria dei non luoghi, descritta da Marc Augé, perché mi sembra che questo tipo di spostamenti sia lo sviluppo in una dimensione spazio-temporale di una premessa già presente nella nozione di non luogo. Se il non luogo ha ormai compresso o cancellato il rapporto con il circostante in senso storico, il non viaggio cerca di riprodurre lo stesso rapporto sul piano geografico rimuovendo il territorio da percorre con i suoi ostacoli. Ora poi che il viaggio in crociera ha raggiunto dimensioni di massa, è possibile fare l’esperienza dei non luoghi che assimilano a sé anche i luoghi pregni di storia.

Cosa altro significa d’altronde arrivare quasi in piazza San Marco, tralasciando gli aspetti rischiosi di una simile manovra, con una grossa nave se non offrire un spettacolo in tre dimensioni più vero del vero? Per tornare ai treni, però, non è forse un caso che le principali stazioni ferroviarie italiane abbiano subito ristrutturazioni, che le hanno riempite di negozi e servizi superflui, rendendole simili ad aeroporti, il non luogo per eccellenza, proprio con lo sviluppo dell’alta velocità. Insomma, se la meta è nel viaggiare, come recitano alcuni slogan pubblicitari, ci siamo allontanati da essa.

Rovine su rovine: Beirut a Jumièges

Lisa Ginzburg

Con il viso rivolto al passato, l'angelo della storia osserva davanti a sé un cumulo di macerie, nel mentre il vento del futuro avvolge le sue ali e lo spinge avanti. Questa la celebre immagine dell'Angelus novus di Walter Benjamin, da lui pensata come metaforica del progresso. Là dove più la prospettiva temporale appare stravolta, caotica, indefinita, il passato e il presente si trovano invece inaspettatamente a dialogare. Nel contesto di una generale rovina, ecco lo ieri e l'oggi parlarsi.

Secondo un criterio non molto dissimile, in Normandia, nella cornice della bellissima Abbazia di Jumièges, è stata allestita la mostra fotografica Beyrouth 1991 di Gabriele Basilico (in corso sino al 24 maggio). Una mise en espace che scommette interamente su un principio di risonanza – tra le diverse rovine. Affiancare visioni di macerie è idea guida dell'intero allestimento: macerie “di un'architettura religiosa impregnata di molti secoli di storia, e quelle di un Medio Oriente devastato da una guerra civile” (così il curatore, Gabriel Bauret). Genere di parallelismo che potrebbe risultare azzardato, inverosimile: e che si dimostra invece perfetto nella sua realizzazione.

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Osservi attraverso gli scatti di Basilico le strade deserte e i palazzi divelti della capitale libanese, nel mentre in basso puoi ammirare, distesi, i sarcofagi gotici degli “snervati di Jumièges” (due dei figli del re Clodoveo II ai quali, secondo una leggenda truce e fortemente allegorica, come castigo della loro insubordinazione la madre avrebbe reciso i tendini delle caviglie, rendendo i giovani per sempre non autonomi nel movimento).

Tra contesti di forma ed espressione artistica lontanissimi tra loro (c'è anche il reportage che per la DATAR Basilico realizzò tra 1984 e 1985 lungo la costa francese riurbanizzata secondo industrializzazioni nuove), nessuna contrapposizione o discronìa. Un reciproco intensificarsi, piuttosto. Proprio come nell'immagine dell'angelo di Benjamin, il coesistere di dimensioni temporali avvalora la loro portata in termini di contenuto estetico: perché giustapposte, discroniche, ancor più forte parlano le immagini.

Dopo la prima missione fotografica internazionale del 1991 (ideata dalla romanziera Dominique Eddé, e che vide la partecipazione di altri fotografi quali Koudelka, René Burri, Robert Frank), Basilico tornò a Beirut altre due volte: nel 2003 e nel 2011, prima di ammalarsi e morire nel febbraio del 2013. Tra le sale della mostra, le immagini della città devastata si alternano a quelle di rovine – capitelli romanici, fregi, schegge di pietre tombali. Al piano superiore, ancora più evidente l'analogia visiva tra le mura “ferite” dei palazzi di Beirut (“sembrano soffrire di una malattia della pelle”, Basilico ne disse) e le pareti antiche, anche quelle fatte di pietre a secco.

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L'occhio vaga tra le diverse immagini di devastazione. Lo scenario delle macerie di guerra è doloroso, lancinante sebbene assai meno malinconico di quello offerto dal passato più remoto. E tutto sembra ruotare attorno a un medesimo tema: è la morte ? O una riflessione generale su cosa significhi “rovina” - su quanto, sommandosi, rappresentazioni di decadenza (distruzione provocata dalla guerra, o disfacimento di quel che diviene “vestigia” a causa del trascorrere del tempo) possano potenziarsi a vicenda. Nel suo lavoro sulle origini del dramma barocco tedesco, lo stesso Walter Benjamin argomentava che le allegorie stanno al pensiero così come le rovine al mondo delle cose. Allegorie e rovine, entrambe salvano la storia dalla condanna all'estinzione e all'oblìo, regalandole invece una speranza di resurrezione e rinascimento.

Come le allegorie, sono le rovine, nel loro tentativo costante di rendere eterno ciò che è fugace e passeggero, a trattenere l'immagine del bello, o del terribile, in ogni caso la sacralità di quel che può essere tramandato in quanto resta, è traccia. Impliciti inviti a proseguire, tra le macerie lasciate dal tempo, lungo il cammino di una storia che a ritmo troppo veloce, spesso rarefatto, sempre meno rende la realtà leggibile. Eppure, nonostante sia probabile, come si è espresso Marc Augé, che “la storia futura non produrrà più rovine – non ne avrà il tempo”, è vero anche che può accadere, come l'altro giorno a me tra le rovine di Jumièges osservando le macerie di Beirut, in un reciproco riverberarsi di passato e presente vivifico tanto quanto l'Angelus di Benjamin, di avere l'impressione di capire, a un tratto, molto.