Ai poeti non si spara

Walter Pedullà

Negli anni Sessanta e Settanta Luigi Malerba scrisse per il teatro e per la radio testi che ora Luca Archibugi (meriterebbe qualche riflessione l’intelligente introduzione dell’«addetto ai lavori») raccoglie sotto il titolo di uno di essi: Ai poeti non si spara. In quei due decenni i maestri erano Ionesco e Beckett, ma Malerba non aveva bisogno di andare a scuola da loro per imparare a usare l’assurdo, che peraltro era stato inventato da Achille Campanile.

Ci nuotavano dentro già felicemente i racconti della Scoperta dell’alfabeto e romanzi quali Il serpente, Salto mortale, Il protagonista e Il pataffio, per limitarci al meglio del ventennio più malerbiano (tra parentesi, chiedono di essere incluse Le rose imperiali, e io acconsento con piacere, con l’inalterato piacere della loro lettura). Lo sanno tutti, ma io lo dico lo stesso: è la narrativa la madre di tutte le battaglie di Malerba, che ora si dimostra un valido combattente anche nel teatro. Cosa hanno in comune i due generi?

Il linguaggio, che era tutto per uno scrittore per il quale la realtà non esiste. Esistono solo le parole, che qui appaiono in forma di battute o di didascalie scritte in una prosa ammiccante e sardonica, nonché esilarante. Testi insomma «da leggere», che, prima di mettersi al servizio del teatro, servono se stessi, cioè la letteratura.

Vanno benissimo tuttavia pure sulla scena, l’ho constatato di persona: il surreale prende il sopravvento e ti trovi in un altro mondo che poi sotto sotto è sempre il nostro, solo che non lo vediamo. Ridi, con angoscia. Ma anche questo lo sapevamo dalla sua narrativa, quella in cui tutto è teatro, finzione evidente e inspiegabile. Sono storie di normale follia, di quotidiana frustrazione. Una coppia di attori, in Qualcosa di grave, ha perso una battuta con cui trionfavano in tutti i teatri del mondo e non ne trovano una nuova altrettanto efficace per ridere e per piangere.

Non ci riescono loro, o sono le vecchie battute a non interessare più gli spettatori d’oggi? Si trova in una situazione analoga il marito che non riesce a dire una intera frase «logica e poetica» alla moglie (in Babele). Non va oltre il pronome personale io, potrebbe adattarglisi il verbo essere, che però è intransitivo.

Incapace di qualsiasi azione, l’uomo è negato al verbo con cui si influisce sugli altri, e non basta la musica a sostituirlo nella ricerca del senso della realtà. Agonizza una cultura, irresistibilmente e comicamente prossima al silenzio, anche se chiacchiera più di prima. In Ai poeti non si spara il capo di un’azienda sull’orlo del fallimento ricorre all’aiuto di un robot, che è davvero bravo nella diagnosi e nei consigli. Intollerabile però che la macchina scriva poesie più belle delle sue, perché lui allora spara e ammazza il robot.

Dov’è l’errore? Nello scrivere testi che un computer fa meglio attraverso la rigorosa fedeltà al codice? Nell’incapacità di inventare un linguaggio con cui comunicarsi messaggi emozionanti? Si sente alla fine La risata del diavolo: dove le protagoniste, due cicogne, girano il cielo d’Italia senza trovare un posto su cui posarsi: l’aria è irrespirabile, si soffoca nella civiltà industriale. Così però il linguaggio atterrato nella satira ecologica riscopre la realtà che pareva scomparsa. Il realismo dell’avanguardia – così caro a Pagliarani, Sanguineti e Volponi – ha contagiato pure persino Malerba, che se n’era detto refrattario? Sparando all’avanguardia, si estingue il senso del reale che è pur sempre l’obiettivo di ogni arte?

«Le parole bisogna prenderle a tradimento, all’improvviso», dice un personaggio che attraverso di esse cerca le cose che contano. Ebbene, il testo, avanzando nella selva delle trite frasi della conversazione d’ogni giorno (ad esempio tra coniugi, robot in carne e ossa, come tutti rischiamo di diventare se non buttiamo il linguaggio liso e replicante: se ne può morire in Ossido di carbonio), pronuncia espressioni che assumono un valore di critica morale, o culturale, o esistenziale, che l’autore non sa di possedere.

Preso a tradimento, Malerba confesserebbe d’essere in fondo un moralista. Eccovi una collana di perle false che sembrano vere: «E qui che cosa facciamo?»; «Se qualcuno di voi sentisse dire qualcosa di molto intelligente»; «È così difficile comunicare»; «Da questa parte non si va in nessun posto»; «Non ci vuole più nessuno, finiremo per morire di fame»; «Io posso dirti soltanto che da quella parte non c’è niente, c’è il vuoto»; «Alla fine ha abbracciato la religione cattolica»; «Sono sicura che qualcosa succederà a un certo punto». Tutto ciò è assurdo, ma è la vita. La vita viene meglio, con la letteratura che trova nel vuoto l’energia necessaria alla sopravvivenza.

Ricordate l’omeopatia descritta da Malerba nel Serpente? Scomparsa la materia, resta l’energia, come a teatro. Prese a tradimento, le sue parole vi invitano a cercare in mezzo a loro la formula vincente. Non sappiamo cosa fare, è sempre più difficile dire cose intelligenti, è interrotta ogni comunicazione con l’altro; così non andiamo in nessun posto, continuiamo a inseguire mete dietro le quali c’è sempre il nulla. Finché c’è però la fame, il desiderio d’altro, c’è la vita. Magari la vita dei robot che, privi di scopo, abbracciano la religione. Ma così: «Sei sicura che siamo vivi?».

Luigi Malerba
Ai poeti non si spara
a cura di Luca Archibugi
Piero Manni (2013), pp. 196

Da alfa63 allegato al n.33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria

Recitativi d’amore

Roberto Milana

Chiarisce il vocabolario che il recitativo è un modo di cantare seguendo le cadenze del parlato comune ed è proprio questa, senza infingimenti, la prassi poetica della Petrollo così limpida ed esemplare in questi diversi capitoli ora di legittima ora di naturale maternità lirica, in cui dà vita virtuosa a una specie di ossimoro jakobsoniano tra la funzione poetica e quella referenziale del linguaggio che lei trasforma caparbiamente in un tenero Frankenstein, ovvero un testo in cui misteriosamente si narra con visionarie metafore e brani di empirica e petrosa esistenza la vicenda di un’anima e di un corpo saturi di ricordi di vita amorosa ancora pulsanti, sempre sensibili al desiderio e quindi alla vita stessa «in apertura di sesso verso / dove è impaziente il cuore».

Si tratta di una lezione sui fondamentali dell’umanità tipica della grande riflessione letteraria, mai doma sotto la pressione facile e consolatoria dei kit ideologici e religiosi, e frutto in genere del pessimissmo dell’intelligenza che conduce a vitalissimi risultati da Leopardi al Novecento, fondati sulla bellezza delle pratiche di resistenza britannica alle insensatezze del destino che poi sono sotto sotto il suo senso autentico («oplà noi viviamo!»), ancora più necessarie in un’epoca di mortuarie risate televisive, di dantesca condanna al divertimento, come la nostra in questo maledettissimo hic et nunc italiano.

Fedelmente emblematiche, in tal senso, le diverse Sopportazioni nelle forme di un sommesso calvario, in cui ti aspetti da un momento all’altro che si affaccino gli spiritelli cavalcantiani per come la cronaca è aderente al corpo («... oggi ho sopportato l’assenza / il digiuno del cuore») e all’anima ferita attraverso le loro fisiologie quotidiane («per continuare a vivere sopporto intelletto / lo porto dove lui sa / nelle anse del fiume delle strade»). L’assenza, il silenzio, il digiuno, l’angoscia della pelle, il dolore, la frattura, l’intelletto, la finzione, la passione... un fardello pesante, quasi un mondo di pena sulle spalle come una fragile Atlante; ma che la Petrollo srotola («porto con me un bagaglio / come quell’ambulante che si ferma / e stende mercanzie sulla sabbia») trasformandolo in viatico per la vita nuova purificata dall’appassionata immersione nel lutto, che si raccomanda sia sempre la stessa per intensità d’amore e sapore di scoperta semplicemente profonda e vera («Dimmi dov’è che sta volando il cuore / verso le strade strette i giardini di limoni… »).

Una delicata transizione operata in una terra di mezzo tra il dolore teso di una morte vicina ma mai cupa («... e morte arriva a poco a poco come un’alba... ») e il disgelo dei sensi, attraverso procedimenti metaforici preletterari strappati alla vita vissuta di cui portano la materialità («io che sono di umori di sudori di digiuni di affamato andare... »). E proprio qui ora appare il pregio distintissimo della poesia di Cetta Petrollo: un continuum di narrazione poetica segnata da scene di una memorialistica intima e a volte ostica nell’abbandono a echi palpabili d’inconscio mai intellettualistici ma sempre umidi di sensualità naturalmente all’erta. Per decifrarli all’osso vivo occorrerebbe fare come quello stuolo devoto di critici rimbaudiani che sono andati a scartabellare addirittura nell’abbecedario del poeta di Charleville a ritrovare tracce ancestrali delle illuminazioni.

Perché la poesia della Petrollo si nutre di un impasto di vita formalizzata in tagli quotidiani di scorribande di coppia («finché verrà l’autunno a riconciliarci con noi / sotto gli affreschi dei caffè / sotto gli spruzzi degli scogli... »), di forze del passato («vengo da case nobili / mio marito era disinvolto nel vivere / pagava da solo i suoi conti / sbattendo l’angoscia sopra a un tavolo»), di temerario affidamento ai segnali dei sensi.

Tutto convoglia in un piccolo passaggio, una gola argomentativa di una bellezza polisemica inaudita («... l’obbligo del vivere / con tutte le forme possibili» che si attaglia novecentescamente biblica e multiforme a tutti i composti attanti di questi scenari e al lettore che trova in poche parole identificato il più utile servizio della fisiologia della lettura della letteratura: allontanare lo spavento della libertà. Tutto è cucito dal resistentissimo filo della sintassi, che infila chirurgicamente i materiali espressivi in proposizioni prese e offerte in una specie di gesto fenomenologico senza fronzoli e blandizie del bon ton poetico, come un esercizio di voce impersonale e terapeutica che diventa prodromo di vita a venire.

Infine, la discreta perfezione dei sonetti: dove quella realtà espressiva asciutta assume i tratti di un’elegante follia, un disperato aplomb portato con disinvoltura, una tristizia alleggerita dal canto: «... Ruota tuo volo sopra mio guardare / piange tuo duolo sopra mio sognare / e se poco vi diedi or tutto spargo / in ascolto di cuore per due canto... ».

Cetta Petrollo
Recitativi d’amore e altre poesie
Piero Manni (2013), pp.152
€ 16,00