Pittografie, labirinti e sincronie. Maggio Elettrico a Firenze

Sylvano Bussotti_2Paolo Carradori

Bussotti, Castaldi, Impett, Cosottini, Schubert, secondo Tempo Reale

«Maggio Elettrico» è il nome di un dinamico format di Tempo Reale, consolidato da tre stagioni nel programma del Maggio Musicale Fiorentino, giunto alla sua 79a edizione. E funziona benissimo come verifica dello stato delle cose sul fronte della ricerca, del suono, dell’elettronica. Non solo: il vitalissimo laboratorio fondato da Luciano Berio negli anni Ottanta, mettendo a disposizione la propria filosofia interpretativa con le tecnologie più avanzate connesse, rilegge opere pensate da veri pionieri negli anni Settanta, ma testa anche opere fresche, quasi di giornata.

Le due serate «Open Music» che hanno visto esibirsi il Tempo Reale Electroacustic Ensemble, in formazioni variabili, si snoda in un intreccio coinvolgente; smussa lontananze generazionali disegnando un panorama colmo di sorprese, dubbi, contradizioni, dove categorie come «vecchio» e «nuovo» non hanno senso.

Bussotti, visionario liberty

Con due opere in programma Sylvano Bussotti risulta il compositore centrale. Lente di ingrandimento più che meritata su un artista del molteplice (regista, grafico, costumista, agitatore culturale, scrittore…), istrionico, eccentrico, che dagli anni Sessanta svolge un percorso unico nella sua originalissima visionarietà verso le forme, non solo musicali, del gesto teatrale, della simbologia erotica, dell’happening, nell’ambiguità di piani di lettura – visivo, scenico e sonoro – che si mescolano. Le sue opere sono tali a prescindere. Basta guardare le sette pagine di Autotono (un divertimento per ensemble, 1978) che scorrono dietro i musicisti. I segni pittografici dello stesso autore, ulteriormente elaborati dallo zio Antonio Zancanaro, noto pittore e grafico, sono un nutrimento ispirativo per musicisti e ascoltatori. Un intreccio di segni, leggibili o meno, che corrisponde a una situazione di suono/azione dei musicisti: i suoni cupi delle percussioni, gli accordi pieni del pianoforte, i guizzi della viola, l’archetto che rimbalza sul contrabbasso, il fruscio dei sintetizzatori, i sibili della voce. L’indeterminatezza di un’opera che non ha una durata prestabilita, la difficoltà percettiva, una libertà estrema alla quale non siamo allenati: tutto questo non aiuta, alla fine si rimane con in bocca un sapore agrodolce, la sensazione di non aver assaporato fino in fondo qualcosa di prelibato. Al contrario Lacrimæ (per voce e live electronics, 1978) è decisamente il momento forte della rassegna. Affascinato dalla vocalità, da identificare sempre con il gesto, il movimento corporeo, Bussotti in un ampio foglio mette insieme tutte le possibilità comunicative della voce. L’ampia facoltà concessa su durata, scelta timbrica, sonora e gestuale trova in Monica Benvenuti e nel live electronics di Francesco Giomi due interpreti (?) capaci di fornirci un set breve, sublime. La Benvenuti è impeccabile su tutti i piani, espressivi, gestuali ed emozionali, inventa un vocabolario. Giomi usa la tecnologia come pennello rinascimentale, cattura le inflessioni anche le più impercettibili della voce per renderle nello spazio in una polifonia stridente, di grande fascino.

Castaldi, Impett: collage e giardini

Paolo Castaldi, nella sua rigorosa battaglia contro i tentativi della critica di omologarlo ideologicamente nel movimento avanguardista, ha scavato nella musica del secondo Novecento italiano un percorso del tutto particolare. Offrendo prospettive diverse alla tonalità, usando la pratica del «collage» come contenitore di citazioni e rimandi, senza l’urgenza di un nuovo, di uno sperimentalismo fine a se stesso, Castaldi cerca di sorprendere, provocare, rielaborando stilemi conosciuti nella ricerca di un valore semantico nella musica. Sunday Morning (per quattro esecutori con video, 1975) rappresenta emblematicamente questa linea creativa. In una logica ludica, rotazione di situazioni dove gioca un ruolo centrale la percussione, ma anche la voce distribuita richiesta a tutti i musicisti, si accumulano isole sonore fin troppo sfilacciate tra loro. Anche il contributo video – oggetti, rumori di vetri rotti, biglie, strumenti di lavoro, rami, passi – rimane scollato dal contesto. La ricerca semantica è complicata.

Su piani diversi, ma decisamente più coinvolgenti, Folto Giardino (per ensemble e live electronics, 2016) di Jonathan Impett: ispirato all’ultimo atto delle Nozze di Figaro di Mozart, le cui meraviglie acustiche e reali sono ambientate, appunto, in un «folto giardino». L’intro ci trascina tra misteri, ombre e nebbie leggere. I musicisti vi si muovono come personaggi, fantasmi di uno sviluppo narrativo che racconta storie che si incrociano, percorsi individuali che non necessariamente dialogano, si relazionano tra loro. Il compositore inglese ricerca una possibile polifonia disegnando tracce diverse, puntando molto sulla capacità degli interpreti di sedimentare elementi che rendano senso, anche rispetto all’ambiente sonoro, mentre le sole percussioni hanno un netto ruolo di interpunzione. Convincente.

Improvvisazione e adrenalina

Mirio Cosottini con I-Silence (per ensemble, 2016) affronta la metafora del labirinto. Buona premessa perché, a parte metodi matematici o simboli mitologici, si può dire che la potenza magica del labirinto è attuale. In uno spazio definito, il «dentro», l’uomo si trova di fronte al suo mistero, ma risolverlo significa comunque tornare al punto di partenza, il «fuori». Cosottini indica ai musicisti di usare processi improvvisativi, quindi labirinto come percorso sonoro che ognuno liberamente può affrontare per strade diverse con un obiettivo comune, uscirne. La chitarra elettrica, sporca e sghemba, gioca il ruolo di voce narrante. I fiati alternano a rotazione suoni lunghi, poi brevi e nervosi, i glissando del trombone dispensano calore jazzistico. Il canto è strozzato, impotente. Bella atmosfera ambigua.

Come in una regia ben studiata, Open Music si chiude con il più pazzo, e contemporaneamente rigoroso, dei progetti: Hello (per gruppo flessibile di strumenti, live electronics e video, 2014) di Alexander Schubert. Una vera botta di adrenalina pura. Una musica satura, guidata da una chitarra zappiana, dai ritmi insostenibili ma perfettamente sincronizzati alle azioni surreali, i gesti del video dove l’autore si riprende nel sobrio salotto di casa: mangia, salta, gioca, si deforma, esce per suonare i campanelli dei vicini. Kitsch, dada, pop, rap, rock, free. La partitura fa corpo unico con le immagini, in un trascinante cortocircuito dove nulla è fuori posto ma ti toglie sempre il respiro. La perfezione dell’anarchia.

79° Maggio Musicale Fiorentino

Maggio Elettrico Open Music

Firenze, Limonaia di Villa Strozzi, 27-28 maggio 2016

Tempo Reale Electroacustic Ensemble (Monica Benvenuti voce, Edy Bodecchi flauto, Richard Craig flauto, Ettore Costabile pianoforte, Jonathan Faralli percussioni, Michele Foresi violino el., Andrea Gozzi chitarra el., Francesco Giomi sintetizzatori e live electronics, Damiano Meacci elettronica, Mirio Cosottini tromba, Franco Pioli flicorno, Maurizio Cenni corno, Niccolò Pontenani trombone, Oumoulkhairy Carroy pianoforte, Guido Zorn contrabbasso, Stefano Rapicavoli batteria, Francesco Canavese chitarra el., Salvatore Miele sintetizzatori e live electronics)

Dal fuoco alla musica celestiale

Paolo Carradori

Se, come dichiarato in conferenza stampa, la volontà era quella di lavorare sui contrasti – Bartók / Mahler - l’obiettivo è stato raggiunto. Il maestro Inkinen è giovane ma con le idee chiare. Lo stesso Accardo lo loda per la capacità dimostrata nello stare dentro la partitura, come per la personalità espressa nei confronti dell’orchestra. Tutti elementi confermati sul palco. Nel Concerto n. 2 (1938) il violino si prende tutta la scena come sta nelle cose. Accardo lo considera uno dei capolavori del Novecento. Composizione che frequenta dalle prime esperienze giovanili, di una tale difficoltà tecnico-espressiva da limitarne la presenza nei cartelloni. Ma con il suo prezioso Guarneri del 1730 - dal suono armonico e potente – tutto sembra facile. Il violino sta sempre in rilievo, guida, traccia uno sviluppo tematico ininterrotto, ora sublime, ora graffiante, dal primo al terzo movimento sfiora puro virtuosismo, punta ad ardite sonorità.

L’Allegro non troppo mette in evidenza la capacità di Bartók di gestire materiali eterogenei: cantabilità, interludi, sapori popolari all’interno di una forma molto vicina a quella della sonata classica. Il tutto in piena libertà. In un equilibrio mirabile tra temi diatonici e dodecafonici. I dodici suoni come ampliamento della propria tavolozza espressiva più che adesione alla scuola viennese. Una lettura originale quella di Bartók che proprio nella dialettica tra salvaguardia di elementi romantici e temi dodecafonici, esalta le antitesi che diventano ricchezza. L’Andante Tranquillo si sviluppa su colori popolari ungheresi in una metrica irregolare. È qui che l’Orchestra del Maggio sfoggia tutta la capacità di stare alla distanza giusta dal violino, ma contemporaneamente garantire, in una linea profondamente emozionale, potenza espressiva con il coinvolgimento delle percussioni. L’Allegro Molto finale è di una vivacità e dinamismo coinvolgente. Accardo fa esplodere lo strumento, le linee di canto del violino si muovono tra gli incastri orchestrali dove ribollono forti impasti timbrici.

Un finale così aleggia nel Nuovo Teatro dell’Opera e stride con la serenità dell’attacco della Sinfonia n. 4 La vita celestiale (1899/1901) di Mahler. Per poco. Inkinen smussa subito qualche accento neoclassico a favore di asciuttezza, densità polifonica e immersione nelle raffinatezze della scrittura. Strana storia quella della Sinfonia n. 4 . Incompresa, fischiata, contestata, fino al trionfo di Amsterdam del 1904. Leggerezza, brevità, minore problematica esistenziale, ridotto organico orchestrale, elementi che contraddicevano la riconosciuta mentalità titanica del compositore boemo, solo in parte ci possono dare una risposta. Oggi possiamo dire che nelle pieghe della sinfonia si annidano evoluzioni, aspetti di una “modernità” per l’epoca probabilmente inaspettata. Il direttore finlandese su questo lavora, sulla modernità di Mahler. Sullo scardinamento della forma sinfonica che con lui perde le sicurezze di identità tematiche e schematismi solidificati.

Con Mahler nascono nuove figurazioni, strutture dove convivono paesaggi differenziati e l’irruzione di elementi spuri, popolari (marcette, canzoni, valzer…) coesiste dialetticamente con la tormentata spiritualità mahleriana in un insieme a suo modo coerente.La Sinfonia n. 4 con le sue ingenuità, sprazzi ironici e trasparenze, ci offre un Mahler visionario e serafico: nostalgie, ricordi della fanciullezza, amore per la natura. Inkinen va a scavare nel pensiero musicale mahleriano, evita di farsi affascinare da tentazioni settecentesche, proietta l’opera in una complessa evoluzione stilistico-espressiva, in un ruolo più decisivo nel percorso sinfonico del compositore boemo. Il canto finale, su quattro strofe, tratto dal Il corno magico del fanciullo dove il bambino/angelo ci descrive La vita celestiale, è contemplativo, mistico, magico.

Corrono quasi quaranta anni tra la Sinfonia n. 4 e il Concerto n. 2 per violino e orchestra. Si sentono. Ma ascoltate cosi vicine le due opere disegnano delle possibili linee di convergenza. Quelle tra due protagonisti dei grandi movimenti artistici del Novecento, prossimi nella comune esigenza di emancipare la musica da nostalgie, schematismi e rigidità ideologiche. Mettendo in gioco tracce popolari e folclore, non come epidermiche citazioni, ma come valori assoluti di una nuova prospettiva multidirezionale della musica contemporanea.

Concerto
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Pietari Inkinen - direttore
Salvatore Accardo - violino
Laura Claycomb - soprano
Béla Bartók / Concerto n. 2 per violino e orchestra
Gustav Mahler / Sinfonia n. 4
Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze - 21 ottobre
www.maggiofiorentino.com

Maggio Elettrico

Paolo Carradori

Probabilmente il Maggio Musicale Fiorentino, che naviga ancora in acque agitate, ha bisogno - oltre che di una oculata gestione – anche di una scossa, di una scarica d’energia. Vogliamo immaginarla così la collaborazione con Tempo Reale per l’edizione 2014. Chi meglio del centro di ricerca fondato da Luciano Berio nel 1987 può documentare la musica d’oggi nelle sue implicazioni tecnologiche più avanzate e prefigurarne il futuro?

Maggio Elettrico è come un piccolo elettrostimolatore che diffonde impulsi vitali in un corpo grande, quello della storica istituzione, che rischia di avvizzire per colpe che qui non è il caso di analizzare. Due serate nella perfetta, essenziale location della Limonaia di Villa Strozzi con una risposta di pubblico a dir poco sorprendente.

PIANO+
L’apertura è per Glifo per pianoforte e live electronics (2014) di Michele Foresi. Subito cascate di suoni. Escursioni sulla tastiera che poi diviene muta, sfiorata in tutte le direzioni regala un sound sordo, stoppato. L’elettronica sta dietro discreta come tappeto vibrante che sottolinea, punteggia. Tutto si trasforma in un gioco leggero, coinvolgente. Microfoni nascosti catturano il respiro profondo ritmato dell’esecutore e lo rilanciano nella trama. Pianoforte umano. La pedaliera amplificata, come quella di una batteria, evoca un tamburo ancestrale. Il finale è un susseguirsi di onde sonore ossessive.

Ambientazione diversa per Piano nets per pianoforte e nastro magnetico (1990-91) di Denis Smalley. Come una suite il lavoro è diviso in tre parti che presentano scenari diversi. 1) Dal nastro arrivano sibili, tonfi. Il pianoforte è molto easy, quasi classicheggiante, sottolinea lontananze di linguaggio. 2) Tutto è più mosso, nastro e tastiera si rincorrono nervosi. Si allontanano di nuovo, il linguaggio si prosciuga mentre una sirena tentatrice sibila sinuose onde sonore. 3) Momento provocatorio e astratto che si diluisce in una quiete disturbata da vortici improvvisi. Finale sospeso.

Il piano preparato è un feticcio del secondo Novecento. Difficile dire cose nuove su questo fronte. Ci prova Stefano Trevisi con Dark again still again per pianoforte preparato e live electronics (2012). È brava Stefania Amisano, in una gestualità compulsiva, a dare equilibrio, senso a materiali complessi. Suoni stoppati, silenzi, rumori che rischiano di evaporare. La musicista agisce fisicamente dentro il pianoforte, con oggetti vari deforma armonie mentre l’elettronica lancia cangianti schegge di suono.

Chiude Sospeso d’incanto n.3 per pianoforte e live electronics (2014) di Adriano Guarnieri. Qui si percepisce maestria e maturità compositiva. Un pianoforte neo romantico, mosso, percussivo, che butta via retoriche ma sottolinea gesto e forza esecutiva. Notevole la performance di Stefano Malferrari alle prese con una partitura rigorosa quanto aperta. Lo smarrimento percettivo è notevole grazie all’elettronica che replicando nello spazio acustico passaggi esecutivi disegna un estraniante labirinto.

SIXTIES
La seconda serata presenta opere a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: le avanguardie. Con la serie Variations John Cage sviluppa la logica della non intenzionalità dell’atto creativo. Tempo Reale sceglie Variation VI per ensemble elettroacustico (1966) e trasforma, con cinque esecutori distribuiti nello spazio, la Limonaia in un festival dell’happening dove il tempo musicale viene sostituito con quello della realtà. Gli oggetti più disparati (dalla radio allo spazzolino da denti elettrico) più chitarre, tastiere, pc ed elettronica costruiscono un tellurico, irriverente magma sovversivo, fuochi d’artificio che illuminano e stravolgono. Un Cage attualissimo.

Con Tape for live musicians (1971) di Albert Mayr, il caro, vecchio Revox a bobine è lì al centro come una star, un po’ invecchiata ma ancora capace di magie. Il nastro gira, voci, suoni sintetici misteriosi, chitarra elettrica ed elettronica ci si confrontano. Come in un cerimoniale i musicisti a turno si avvicinano al totem e ne modificano la velocità. E’ come correggere un pezzo di storia. Verso il finale momenti sublimi con la chitarra che sembra un elicottero che ci atterra sulla testa.

Si chiude con Treatise per ensemble elettroacustico (1963-67) di Cornelius Cardew, quattro postazioni in azione mentre dietro, su uno schermo, scorre un frammento della immensa partitura. Un groviglio di grafismi più evocativi che notazione musicale. I quattro di Tempo Reale si superano in una lettura aperta ma rigorosa. Le postazioni (elettronica, chitarra, tastiera, percussioni con strumenti inventati per l’occasione) si sovrappongono, si fondono in una trance collettiva. Nel finale emerge un coro popolare. Militante marxista-leninista il compositore inglese agiva per realizzare la democrazia in musica. Un messaggio da Tempo Reale?

77° Maggio Musicale Fiorentino
MAGGIO ELETTRICO
30>31 maggio Limonaia di Villa Strozzi Firenze
Stefania Amisano e Stefano Malferrari pianoforte
Lelio Camilleri, Damiano Meacci, Francesco Casciaro, Francesco Giomi live electronics e regia del suono
Tempo Reale Electroacoustic Ensemble
Francesco Canavese, Francesco Casciaro, Daniela Cattivelli, Francesco Giomi, Andrea Gozzi, Damiano Meacci, Salvatore Miele.