Le altre Gladio

Maddalena Carli

Gladio al plurale, dal momento che la struttura armata di cui ha rivelato l’esistenza Giulio Andreotti nella ormai nota relazione inviata alla Commissione parlamentare sulle stragi nell’ottobre del 1990 (Il cosiddetto Sid parallelo-Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale) non è stata che una delle forme assunte dalla lotta anti-comunista nell’Italia repubblicana.

La forma meno compromettente e abilmente sacrificata per custodire il segreto delle altre: è questa la cornice interpretativa che fa da sfondo all’analisi di Giacomo Pacini, l’input del viaggio nei meandri del doppio Stato italiano alla ricerca di radici, protagonisti, funzioni delle organizzazioni clandestine operanti fin dai tempi del secondo conflitto mondiale e del tutto assenti dal documento andreottiano, volto a circoscrivere l’attività di tipo stay behind al programma avviato nel 1956 e a presentarlo come il domicilio effettivo, ed esclusivo, degli apparati e dei servizi deviati.

Nella sua ricostruzione, l’autore prende le mosse dall’autunno del 1943; più precisamente, dalla Sezione Calderini – il reparto offensivo dei servizi segreti ricostruito in seno all’Ufficio informazioni dello Stato maggiore dell’esercito del Regno del Sud – e dalle complesse vicende che hanno caratterizzato gli ultimi due anni di guerra nel Friuli-Venezia Giulia, regione di frontiera ove il rischio di invasione titina esacerbò il conflitto tra i partigiani delle brigate Garibaldi e quelli di orientamento cattolico e liberale delle brigate Osoppo incoraggiando, nel periodo postbellico, la migrazione di uomini e mezzi da queste ultime ai primi nuclei paramilitari anti-comunisti.

Con misura e con dovizia di particolari, Pacini ci restituisce il clima in cui, conclusasi la campagna contro il nazi-fascismo, alcune formazioni protagoniste della lotta di liberazione vennero trasformate in strutture segrete per la «difesa dell’italianità», finanziate da Roma – come l’Ufficio per le zone di confine, dipendente dalla Presidenza del Consiglio e ufficialmente impegnato nel sostegno dei profughi istriani – e ben oltre le zone carsiche del Nordest estremo e i circoli di quartiere del nazionalismo triestino.

È sufficiente scorrere il capitolo dedicato al Movimento avanguardista cattolico italiano – il dispositivo di sicurezza creato in Lombardia con il compito di monitorare e tenere sotto controllo le attività del Partito comunista – per mettere a fuoco come le dimensioni del sistema parallelo furono molto più ampie di quanto lascerebbero supporre la lista dei circa 600 affiliati di Gladio, l’individuazione delle sue sedi sarde e l’ammissione della sua missione anti-sovietica; un sistema occulto che coinvolse l’intero arco settentrionale della penisola e la cui manifestazione maggiormente incisiva furono i Nuclei per la difesa dello stato, l’organizzazione armata in cui transitarono alti comandi militari, personale nato di stanza in Veneto, neofascisti, ordinovisti e che agì «con la consapevolezza del vertice Sid» nell’ideazione e nell’attuazione, stragista in primis, della strategia della tensione.

Lo stile distaccato della narrazione non viene meno neppure nell’ultima parte del volume, quando alla storia delle molte Gladio italiane si intreccia quella dei depistaggi, delle minacce e della disinformazione messi in atto fin dagli anni Settanta per confondere i differenti livelli delle attività clandestine e mantenere la riservatezza su quelli più profondi: finte confessioni, messaggi in codice, pressioni, arresti mirati, distruzione di prove documentali, dichiarazioni ad hoc sulla stampa e sui media nazionali, mentre l’eversione nera proseguiva il proprio corso destabilizzante e le azioni terroristiche innalzavano il tasso di violenza della lotta politica.

Sono pagine intense, vertiginose, nelle quali il tono di Pacini mi sembra trasmettere tutta la difficoltà di un lavoro di ricerca costantemente confrontato con i vincoli e la vischiosità dei segreti di stato, come l’urgenza di continuare a indagare sui lati occulti del nostro passato per evitare di avallarne le interpretazioni colluse e falsamente coinvolte nel processo di democratizzazione del paese.

Giacomo Pacini
Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991
Einaudi, 2014, 329 pp., € 31,00

La guerra dell’aria

Maddalena Carli

«Douhettismo». La persistenza del termine, correntemente in uso tra gli strateghi e gli studiosi di affari militari, testimonia della fortuna associata al nome di Giulio Douhet (1869-1930) e alla teoria di cui fu l’ideatore: il bombardamento strategico, precursore di quella pratica di svincolare il lancio degli ordigni dalle linee del fronte che, passando per l’area bombing di sir Arthur the Butcher Harris, avrebbe trovato il proprio perfezionamento nei raid di precisione e nelle incursioni terroristiche della fine del secolo scorso.

Una fortuna postuma, quella del generale casertano, che non corrispose a una vita di successi: carriera travagliata, incarichi promessi e mai ottenuti, fraintendimenti, un processo e la condanna a un anno di fortezza, alimentati da un carattere spigoloso e da un’intelligenza anticonformista, tutta orientata all’esaltazione del nuovo volto che la guerra andava assumendo in virtù degli impieghi militari dell’aviazione.

Il volume dedicato da Erich Lehmann al percorso biografico e al pensiero di Douhet si fonda su due presupposti. In primo luogo, che per comprendere a pieno la dottrina del dominio dell’aria, esposta nell’omonimo volume pubblicato nel 1921 e riproposto in una nuova edizione nel 1927, sia necessario partire dal primo conflitto mondiale. Fu nel corso dell’esperienza bellica che l’interesse manifestato per l’aviazione fin dai primi anni Dieci superò le cautele iniziali per trasformarsi nella convinta difesa della superiorità tecnica degli aeroplani e della loro potenza d’attacco: nell'utilizzazione massiccia, «improvvisa, violenta e a fondo» dell’arma aerea il generale iniziò a ravvisare non soltanto un mezzo per ovviare allo stallo e al logoramento della guerra di trincea, ma anche la caratteristica degli scenari futuri, ai quali era doveroso preparare il paese, incrementando la produzione di apparecchi da combattimento e varando una serie di riforme istituzionali finalizzate a promuovere l’indipendenza, il rafforzamento e l’efficienza dell’aeronautica.

Il secondo principio a cui si ispira l’analisi dell’autore è che sia esistito uno stretto collegamento tra la fede di Douhet nel mezzo aereo – nutrita da una mentalità tecnocratica ravvivata da inclinazioni estetizzanti degne del Marinetti migliore («è la forma “della guerra” che interessa essenzialmente gli uomini di guerra», non esitò a dichiarare nel Dominio dell’aria) – e il fine ultimo del suo comportamento pubblico: mettere l’Italia nelle condizioni di conquistare l’egemonia sui cieli. Alla luce di questo obiettivo sarebbe possibile comprendere tanto le relazioni con gli industriali impegnati nella fabbricazione di velivoli quanto i conflitti con i vertici militari, propensi a riconoscere la competenza di Douhet ma non a delegargli la totale gestione delle questioni aeronautiche, come invece egli pretese ogni volta che gli furono affidate cariche dirigenziali o funzioni di responsabilità.

Un discorso analogo riguarderebbe i rapporti del generale con gli ambienti politici, a tutto campo e privi di particolari connotazioni ideologiche, in quanto subordinati ai suoi programmi di potenziamento aereo e funzionali alla loro realizzazione. Alla ricerca di alleati disposti ad appoggiarlo nella battaglia per la supremazia alata, Douhet giunse a interloquire con il fascismo, inizialmente attraverso il turbolento mondo del combattentismo postbellico, successivamente tramite il Partito nazionale fascista e gli esponenti del governo Mussolini, che ne delusero le aspettative non assegnandogli la guida e ridimensionando le facoltà offensive della nascente Regia aeronautica italiana.

Quello di Lehmann è un volume che racconta la natura visionaria e utopica di Douhet. Poco convincente, mi sembra tuttavia l’idea che le sue relazioni con il potere furono impolitiche: irrealistiche, incompetenti, strumentali forse, certamente non sprovviste di un significato e di una strategia politici. Non solo a causa del profondo legame esistente tra disumanizzazione della guerra e brutalizzazione della politica, per utilizzare l'incisiva espressione impiegata da George L. Mosse in riferimento all’entre-deux-guerres europeo.

Ma anche per l’influenza che l’establishment militare, aeronautica inclusa, ha da sempre esercitato sull’orientamento interno e internazionale delle nazioni; un’influenza che la modernità dei conflitti novecenteschi non ha fatto che accentuare e che la presunta neutralità della tecnica può tutt’al più tentare di dissimulare.

Eric Lehmann
La guerra dell’aria. Giulio Douhet, stratega impolitico
il Mulino (2013), pp. 226
€ 20,00