Ontani, Bali, fuoco e fiamme

ontani-a-bali_al-lavoroDiego Stefanelli

Qual è il protagonista di Ontani a Bali, pubblicato da Humboldt Books con foto di Giovanna Silva e un testo di Emanuele Trevi? Ontani o Bali? L’artista, la sua opera o il luogo? La scrittura, il manufatto o le foto? In tale ambiguità risiede il fascino del libretto, che si caratterizza innanzitutto per un’encomiabile eleganza di fattura. La scena è la Bali della cerimonia del Ngrupuk, una processione cittadina nella quale vengono trasportati terribili demoni in gesso e cartapesta (gli ogoh ogoh), tratti dalla mitologia induista, costruiti nelle settimane precedenti con una cura pari solo alla commozione con cui, alla fine, vengono dati alle fiamme, purificando il mondo dal male che rappresentano. Al centro del libro non è tanto la cerimonia, quanto l’inserzione di Ontani in quel rito, con un suo manufatto nel quale una scrupolosa e quasi filologica fedeltà iconografica si sposa con l’utilizzo smaccatamente individualistico di quello stesso repertorio: l’ibridolo che svetta sul suo ogoh ogoh è del tutto ontaniano e insieme assolutamente a suo agio insieme agli altri demoni. Lo scrittore e la fotografa si inseriscono nella scena in quanto ospiti e insieme cronisti della creazione di Ontani.

ontani-a-bali_fuocoLa disposizione delle foto è già di per sé narrativa: tra la prima con l’ogoh ogoh ancora in fase di preparazione e l’ultima con il suo incendio rituale, si stende un arco narrativo con la sua trama e le sue divagazioni, scandito a blocchi da pagine bianche. A scorrere le foto ci si imbatte in vari giochi di sguardi: quelli attenti di Ontani e dei suoi aiutanti ai manufatti in lavorazione; quelli ammirati dei balinesi ai carri non ancora pronti; quelli della folla il giorno della processione; infine, gli sguardi agghiaccianti dei demoni stessi. Il lettore-spettatore ammira e si perde. In un tale intrico di sguardi, ce ne sono due però che, in modo inatteso, si dirigono a chi guarda. Il primo è quello di Ontani: in piedi contro una parete, una gamba leggermente piegata, imita la figura culminante del suo carro, levando l’indice verso l’alto. Il secondo è quello di una delle ragazze della cerimonia, colta di sorpresa dall’obiettivo, mentre è occupata insieme alle altre a organizzare la propria sfilata. Più che infastidita, appare tesa e nervosa, concentrata su quello che sta facendo. Ci si sente allora chiamati in causa dapprima da uno sguardo che dirige il rapporto tra uno dei più importanti artisti italiani contemporanei e il suo pubblico; quindi, da un altro, meno familiare, che ci mette in discussione. La ragazza guarda infatti l’obiettivo come se la fotografa (e noi con lei) fossimo turisti tra i tanti, elementi estranei di un rituale che non capiamo. Qual è infatti la nostra posizione in tutto ciò? Che ruolo abbiamo? Siamo pubblico di una performance artistica o qualcosa a mezza via tra il turista e lo studioso, immersi in un rito di popoli lontani?

Una foto in particolare sembra contenere, giustapposti, gli elementi principali della narrazione. Vi si vede Ontani seduto, gambe accavallate e calzino fucsia, l’abito del colore della «parte interna di una fogliolina di salvia appena spuntata», come scrive Trevi; lo sguardo perso in qualche pensiero o semplicemente assente. Davanti a lui un collaboratore balinese aggiusta con un pennello la figura culminante della macchina ideata dal maestro, l’omino barbuto con l’indice levato, che se ne sta appoggiato su una sedia di plastica, come un oggetto di scena o un burattino in preparazione. Dietro Ontani, sullo sfondo, un altro balinese, su uno scooter, armeggia col cellulare. L’artista, l’opera d’arte, la Bali del rito e quella della contemporaneità si susseguono nella foto. Così, tra le tante domande che ci si pone, c’è anche quella del rapporto tra la Bali del mito e quella della realtà, in quanto isola di uno Stato di isole, aperto a tutti i più pressanti conflitti della contemporaneità. Il fascino del rituale nel quale Ontani si inserisce sta proprio, forse, nell’impossibilità di trovarvi un ormai illegittimo rifugio nell’esotico.

ontani-a-bali_manoIl testo di Trevi si lega alle riflessioni dell’autore sul «viaggio iniziatico» (Laterza 2013) ed è sottesa in tutta la narrazione un’implicita assimilazione della creazione di Ontani a quella letteraria. Eppure, è lecito leggerlo anche al di fuori della tematica artistico-rituale. In bilico tra descrizione e narrazione, esso è in fondo un tentativo di capire qualcosa che sfugge, una ricerca di orientamento. La prima impressione di fronte ai «guappi» che assistono Ontani è che essi abbiano la capacità «difficilissima da afferrare per un occidentale, di non tracciare confini netti e drammatici tra il fare e il non fare», per cui essi fanno anche se sembra che non facciano, sono presenti anche se sembra che non lo siano. Non si può fare a meno di pensare a come Goethe descrisse i “fannulloni” di Napoli, che avevano da sempre colpito i viaggiatori tedeschi: non è che non lavorassero, è che lavoravano diversamente dall’uomo del Nord. Così, è inevitabile per Trevi ricorrere alle categorie di occidentali e di «asiatici» (che, tra le altre cose, imparano sin da piccoli a «bere senza mai toccare con la bocca il contenitore»); è inevitabile per capire qualcosa in quel «caos» di cui solo Ontani sembra essere «il burattinaio telepatico» che ne governa i fili. Chiamato “Maestro” dagli aiutanti, che gli riconoscono una indubbia “sovranità”, il suo potere deriva dal “distacco” da tutto quello che sta accadendo e che accadrà: sembra distante, eppure sa. Ecco allora che proprio Ontani diventa la chiave interpretativa di tutto, la garanzia di senso, come il dito levato dall’omino barbuto dell’ogoh ogoh, che, scrive Trevi, sembra indicare un regno «dove tutte le cose sono legate in modo chiaro e indissolubile al loro significato».

Eppure le domande iniziali permangono e il testo di Trevi ha il pregio di fornire la propria interpretazione della cerimonia senza però precluderci la sana e turbante sensazione di estraneità, il dubbio che qualcosa, nonostante la “sovranità” di Ontani, continui a sfuggirci.

Emanuele Trevi, Giovanna Silva

Ontani a Bali

Humboldt Books, 2016, 136 pp. col., € 29

Ontani incontra Morandi

Martina Cavallarin

Casa Studio Morandi e i Fienili del Campiaro di Grizzana Morandi sono un epicentro di economie parallele, che si muovono dai luoghi interiori ed esteriori in cui è vissuto l’artista bolognese Giorgio Morandi, per generare altre possibilità e intersecarsi con un presente sempre in divenire, transeunte e visionario. Casa Morandi viene donata nel 1994 dall’ultima sorella di Giorgio Morandi, Maria Teresa, a Grizzana che con un referendum aggiunge Morandi al suo nome autoctono. Dal 2012 questi luoghi sono abitati da eventi d’arte contemporanea ideati e condotti da Eleonora Frattarolo, direttrice della mostra Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. CasaMondo Nature extramorte antropomorfane.

Luigi Ontani nasce a Vergato, ai piedi di Grizzana Morandi e risiede nel villino RomAmor della Rocchetta Mattei, castello eclettico, fiabesco, suggestivo, contaminato, costruito dal Conte Cesare Mattei a partire dal 1850 con la roccia di Montovolo. Gli edifici in sasso dei rurali Fienili del Campiaro e la modesta e discreta casa di Morandi, più che un’architettura un disegno, divengono quindi il luogo dell’incontro possibile, di una mostra che è un viaggio fondato sul dialogo, sulle differenze, sull’identità, sul confronto tra due grandi artisti vissuti nel medesimo territorio, ma lontani nel tempo e nel codice poetico come nella processualità artistica.

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Luigi Ontani nello studio di Giorgio Morandi di fronte al cavalletto che accoglie il suo San Luca d'après Il Guercino.

Luigi Ontani inizia sempre l’azione indossando una maschera e chiude l’azione con la frase VIVA L’ARTE. Una metodica che l’artista definisce come “un compiaciuto comportamento di ritualità per motivare tali interlocuzioni e apparizioni”. La maschera, basata su elementi simbolici e iconologici, rappresenta per Ontani l’alibi dell’incontro. Ontani sviluppa quindi in tal modo la genesi di quell’incontro, l’urgenza di un’avventura basata sugli opposti e senza conflitto, ma con l’effettuale matrice dialogica che lo interconnette a Giorgio Morandi riprendendo in scala tridimensionale alcuni singoli oggetti, presenti nella casa o tratti dai dipinti morandiani, o intere rappresentazioni di nature morte.

Tra le stanze della Casa Studio il percorso è una continua scoperta, uno svelamento di opere in ceramica, cucinate a sei fuochi con maestria sapiente nella Bottega Gatti di Faenza, che abitano le toilettes delle camere di Morandi (il flacone del talco in ceramica con aggiunta di allegorie o mitologie), le pareti (l’autoritratto giovanile), i vassoi (il cesto con la pagnotta contenente una bandiera rossa), la cucina (la caraffa sulla quale è riportata una posa degli anni ’70 di uno dei suoi primi viaggi in India, un pensiero che rimanda a Gemito e i barattoli di Ovomamaltina con un’immagine che ricorda Montovolo, attraverso la ripresa di un vecchio super 8 di fine anni ‘60 che ritualizza una dozzina di uova che Ontani compose sul corpo nudo in modo ludico e giocoso).

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Luigi Ontani nello studio accanto al tavolo da lavoro di Giorgio Morandi e una natura extramorta antropomorfana in ceramica.

Fino ad arrivare nella stanza studio, spazio intenso, commovente, silenzioso in cui i tavoli da lavoro di Morandi con colori e pennelli e scatole accolgono i tubetti Lukas in ceramica di Ontani. Sul cavalletto la foto seppia dipinta del San Luca d'après Il Guercino e accanto la natura extramorta antropomorfana. Da quella stanza le finestre si affacciano sui Fienili del Campiaro ossessivamente dipinti da Morandi. Percorso il giardino che ospita la Fiat d’epoca grigia, di grigio morandiano, una salita conduce a quei fienili riconvertiti e prestati al progetto corale. Qui ancora, come scrive la direttrice della mostra Eleonora Frattarolo, “le nature extramorte antropomorfane, sontuose sculture in maiolica che intessono un discorso amoroso con la “sublime pittura di Morandi”, come ebbe a dire lo stesso Ontani, e attraverso di essa con le cose che ne hanno nutrito la linfa poetica”.

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Luigi Ontani nel Fienile del Campiaro.

Nel fienile di mezzo il video di Massimiliano Galliani “Il racconto di Luigi Ontani” è un’immersione totale e affascinante nella vita e nella storia di Ontani. Per eccesso di vistosità anche le opere installate nel fienile grande vanno nella direzione della mimesi. Entrando, Il vangatore testimone alla Crocifissione del Tintoretto, lavoro degli anni ’70, ci accoglie per introdurre Sganappino, Dottor Ballanzone, Fagiolino, opere degli anni ’70 realizzate in fotoceramica appositamente per l’esposizione. Sul fondo San Sebastiano osserva dall’alto altre nature extramorte antropomorfane mentre al piano superiore le Scarpe in ceramica policroma e le Maschere in legno pule dipinto con pigmenti naturali, realizzate con I Wayan Sukarya, sono idoli, reperti, racconti. Nella mostra le immagini ritornano agli oggetti che si ergono a micro-monumenti, totem, feticci, amuleti, in un gioco meditato precisamente sull’opera di Morandi, per un percorso di meraviglia e moltiplicazione senza soluzione di continuità che solo la Grande Arte sa generare.

Luigi Ontani incontra Giorgio Morandi. CasaMondo Nature extramorte antropomorfane
Grizzana Morandi, Casa-Studio Giorgio Morandi e Fienili del Campiaro
Fino al 26 settembre 20115

L’identità come invenzione

Raffaella Perna

Nel presentare le opere di Luigi Ontani alla galleria San Fedele di Bologna nel 1970, Renato Barilli aveva notato già come il lavoro dell'artista fosse teso tra le spinte contrapposte dell'ordine e del disordine, della durata e dell'effimero, del serio e del faceto. All'epoca Ontani presentava una serie di oggetti dalle forti componenti ludiche, che assumevano senso nel venire indossati e azionati. Tali opere, realizzate con materiali poveri e fragili in opposizione alla monumentalità propria della scultura classica, figurano oggi nella mostra AnderSennoSogno curata da Luca Lo Pinto presso il Museo Hendrik Christian Andersen a Roma, accanto ai più celebri tableaux vivants fotografici in cui l'artista si spoglia dei propri abiti per assumere identità nuove. Ontani cambia pelle, dando vita a personaggi ambigui, efebi dal corpo ibrido, creature sempre in bilico tra un sottile erotismo, una leggera ironia e un gusto vagamente kitsch.

Luigi Ontani, AnderSennoSogno - Museo Hendrik Christian Andersen (© Matteo Alessandri)

Spinto da una propensione verso il fiabesco e l'esotico, Ontani impersona di volta in volta figure tratte dalla cultura popolare, dalla favola, dalla mitologia, creando messe in scena dove iconografie occidentali e orientali si fondono per dare corpo a visioni fantastiche: «Sono assolutamente presente – ange infidèle, androgino, efebo, ermafrodto, ibrido, sagittario, eteroclito […]», scrive Ontani all'inizio degli anni Settanta. La storia dell'arte s'incarna nel corpo stesso dell'artista: in mostra trovano spazio le gigantografie dedicate ai Prigioni di Michelangelo, in cui Ontani dà vita alle sculture cinquecentesche posando davanti all'obiettivo fotografico come Schiavo morente, Schiavo ribelle, ecc., in un rapporto con il passato che si sottrae a una logica lineare del tempo.

L'artista fonda una propria dimensione temporale, essenzialmente astorica, dove il passato non è più concepito come stato esistenziale ed esperienziale irripetibile, ma al contrario come condizione ricreabile e attualizzabile nel presente. Il legame strettissimo che Ontani intrattiene con la scultura si rivela con evidenza nella gipsoteca di Andersen: qui l'artista reinventa l'identità delle sculture, vestendole con le maschere musicali prodotte a Bali nel corso degli ultimi quindici anni. Ontani si pone così in rapporto dialogico con lo spazio e con l'opera di Andersen, instaurando una relazione fondata sull'ossimoro e sulla dissonanza.

Luigi Ontani, AnderSennoSogno - Museo Hendrik Christian Andersen (© Matteo Alessandri)

La retorica e la possenza dei calchi dello scultore norvegese trovano infatti un contrappunto leggero e ironico nelle maschere balinesi che Ontani colloca, istrionicamente, sui volti di gesso. L'effetto straniante viene amplificato dalla musica sperimentale del compositore e performer newyorkese Charlemagne Palestine, che per l'occasione ha concepito una sonorizzazione basata sulla rielaborazione delle registrazioni delle singole maschere fatte suonare dallo stesso Ontani.

Luigi Ontani
AnderSennoSogno
a cura di Luca Lo Pinto
Museo Hendrik Christian Andersen
fino al 24 febbraio

Luigi Ontani

Le opere riprodotte nel numero 12 di alfabeta2 (settembre 2011) sono di Luigi Ontani .

Qui una galleria delle immagini pubblicate:

Vedere Ontani a Bali

Franco La Cecla

Il maestro mi aspetta da Wayan, il ristorante in cui è solito andare quando torna qui ad Ubud . È una fresca serata tropicale, Ontani mi accoglie con un magnifico completo verde smeraldo. Mi presenta i suoi due amici, uno è Madè che da qualche tempo realizza le maschere che il maestro produce qui, ispirandosi alla grande tradizione del wayang, del teatro balinese, fatto di mostri, dragoni, principi e principesse. L’altro è un cantante a cui Ontani ha appena ispirato un video musicale molto onirico e tropicale.

È un privilegio avere trovato Luigi Ontani a Bali, lui che di quest’isola è un profondo conoscitore e frequentatore da più di trent’anni. Nel frattempo Bali è cambiata molto, è diventata una macchina turistica inesorabile, almeno nella sua appendice meridionale di Kuta. Ma anche quello che era il tranquillo villaggio di artisti e intellettuali, Ubud, è diventato il luogo del turismo Lonely Planet, ma anche di australiani, francesi e olandesi alla ricerca di una non meno chiarita spiritualità balinese. Abbondano le spa, le balinesi healers, le boutiques, l’artigianato per i turisti.

Luigi mi racconta che quando arrivò qui c’era appena un albergo e il villaggio era ancora molto segnato dalla presenza di Walter Spies, l’artista di origine tedesca che tanto ha contribuito al lancio di Bali come luogo per eccellenza del teatro, della danza, della musica e della pittura. Intorno a lui si erano in poco tempo raccolti tutti coloro che volevano scoprire Bali, da Margaret Mead e Gregory Bateson, a musicologi, esperti di teatro e di danza.

Bali era la scoperta di una cultura raffinatissima e tenace, di rituali complessi di cremazione e di costruzioni effimere di enormi altari e animali di cartapesta dentro cui porre i resti dei defunti. Un’isola enigmatica e felice, un paradiso in cui cercare se stessi e le origini della bellezza. Luigi dice che tutto è cambiato eppure lui torna perché qualcosa c’è ancora, perché le case hanno tutte tre templi e così ogni villaggio, e perché i balinesi hanno una compostezza e una dimensione estetica quotidiana che è difficile che perdano davvero.

Quando lo rivedrò nella casa tra le risaie che Madè gli ha trovato, mi mostrerà il lavoro delle maschere e delle marionette di cuoio del teatro delle ombre, il wayan kulit che racconta le storie induiste del Ramayana e del Mabharata rielaborate dai balinesi. Le maschere di Ontani personalizzano i caratteri, fanno apparire nuovi personaggi, quelli del suo grande immaginario irriverenti e metaforici.

Credo che la cosa più importante che Luigi mi voglia trasmettere è che quest’isola è parte della sua vita e che a lui sta molto cara, proprio per la distanza stratosferica che ha permesso alla sua fantasia di viaggiare da Vergato alle magnifiche terrazze coltivate dell’isola di Bali.

alfadomenica febbraio #3

ANDREA CORTELLESSA su ANTONIO DELFINI – ANGELA MADESANI su LUIGI ONTANI - GIORGIO MASCITELLI / RACCONTO - ANTONIO DELFINI / VIDEO *

ANTONIO DELFINI, L'ATTACCHINO METAFISICO
Andrea Cortellessa

Senz’altro ci sono, nel Novecento italiano, autori di lui più «importanti» (Gadda, per esempio) e, altrettanto certamente, scrittori più «bravi» (Landolfi, ovvio). Ma non ci sono scrittori più necessari di Antonio Delfini.
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LA SBANDATA CONTROLLATA DI ONTANI
Angela Madesani

La mostra da Emilio Mazzoli è un intenso viaggio nella poetica di Ontani, una visione panoramica dell’artista oggi settantenne.
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UN HAPPY HOUR
Giorgio Mascitelli

In ogni caso l’happy hour ora non dura soltanto un’ora, ma si dilata a due, tre, anche quattro come sembravano durare le lezioni più noiose a scuola, solo che qua ci si diverte.
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ANTONIO DELFINI - Intervista
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

La sbandata controllata di Ontani

Angela Madesani

Si è accolti nella Galleria Mazzoli da un serrato manipolo di grilli – in tutto 33 – con le sembianze di Dante Alighieri che danno di spalle a chi entra. Piccole sculture di bronzo con patine e dorature che marciano compatte. Il ricordo va alla tradizione dei grilli medievali di cui tanto ha parlato lo storico dell’arte lituano Jurgis Baltrušaitis. Quelle figurette bitorzolute che popolano il mondo gotico, il cui nome viene direttamente dal Vecchio Plinio.

I grilli qui tornano più volte, come una sorta di sberleffo irriverente all’arte, alla poesia, alla letteratura a cui la rassegna modenese è densa di rimandi. E dunque un’opera che Luigi Ontani ha dedicato a Modena. È una delle erme bifronte, di ceramica faentina, della Bottega Gatti, in cui sono personaggi e luoghi della città. Da una parte è Alessandro Tassoni, l’autore, vissuto a cavallo tra Cinque e Seicento, del poema eroicomico La secchia rapita. La tradizione narra che da ragazzo il futuro poeta si sarebbe recato sulla Ghirlandina, la torre simbolo di Modena, che svetta sulla scultura, e che dà lì avrebbe visto la secchia conquistata dai modenesi nella battaglia contro i bolognesi.

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Sarà un fatto casuale che Ontani sia nato a Montovolo di Grizzana Morandi, un paesello sull’Appennino in provincia di Bologna? Faccende di campanile. Poi c’è la mitria di San Geminiano, vissuto nel IV secolo, patrono della città. A Geminiano, nativo di Cognento, che fu vescovo di Modena, fecero infatti riferimento i modenesi quando il «Flagello di Dio» scese dal Veneto verso sud e si preparava a mettere a ferro e fuoco la loro città. Era il 452 e, secondo una storia di fede, Geminiano fece scendere la nebbia sulla città, Attila non vide più nulla e decise di proseguire verso paesi più assolati.

L’altra faccia dell’erma è dedicata a una interessante quanto dimenticata figura della cultura italiana del Novecento, Antonio Delfini, che nacque a Modena nel 1907 e morì nel 1963. Alla sua città, che gli ha dedicato la biblioteca civica, Delfini a sua volta ha dedicato il suo libro più noto, Il ricordo della basca. Un volume di racconti, uscito in due edizioni nel 1938 e quindi nel 1956, in cui si racconta con libertà di stile di un’Italia gretta e provinciale, popolata da tristi quanto ridicoli personaggi.

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La mostra da Emilio Mazzoli è un intenso viaggio nella poetica di Ontani. Oltre agli spazi principali il visitatore è chiamato a addentrarsi all’interno di più piccole sale dove sono maschere di soggetto e titolo giocosi, tele, disegni e molte fotografie. Una visione panoramica dell’artista oggi settantenne, che ha sul groppone cinque Biennali di Venezia, numerose mostre in America e nel resto del mondo, che vive tra l’Italia e l’India, dove a partire dalla metà degli anni Settanta ha viaggiato, studiato e lavorato con alacrità.

La ricca rassegna modenese, di taglio museale, ci conduce all’interno dell’immaginario di Ontani in cui i riferimenti non si contano: dalla tradizione iconografica occidentale, quella della pittura dei maestri bolognesi del Seicento, a quella indiana e orientale. Tra le opere in mostra ErmEstEtica: NuVolarPilotazio degli anni Novanta. Il Nuvola, Tazio Nuvolari, era un pilota straordinario, che con la sua Alfa Romeo ha battuto strade e circuiti di tutta Italia e talvolta d’oltrecortina. Anche qui il riferimento a Modena non manca. Al Mantovano volante Enzo Ferrari, che gli aveva fatto da copilota, attribuiva, infatti, l’invenzione della sbandata controllata.

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La mostra è una sorta di lungo quanto complesso racconto in cui i molteplici riferimenti ci introducono in una dimensione dove realtà, fantasia, storia e memoria si incastrano perfettamente. Una trattazione a parte meritano le molte fotografie, datate lungo l’ultimo quarantennio, in cui Ontani è protagonista assoluto, performer narciso, attore statuario di storie che vanno dalla mitologia alla religione. Molte di esse sono virate in seppia e dunque acquerellate, alla maniera orientale, per situarle in un’atmosfera che va ben oltre il reale.

Il suo è un viaggio infinito di identità e alterità a celibe memoria aleatoria. «Nel mio linguaggio – ha dichiarato Ontani a chi scrive oltre dieci anni fa – c’è sempre una dimensione dichiarata di autodidatta e una curiosità che mi porta a esprimere sinonimi del luogo con una consapevolezza che non è, tendendo al lirismo artistico, né pedissequa né noiosa; citando ed eccitando».

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E qui la noia non si avverte mai, ogni opera ci spinge ad andare oltre, a cercare di comprendere i riferimenti, penetrare in una dimensione più profonda dalla quale saremo spinti ancora più in là. Le sue sono pose viventi, ermafroditi, narcisi, santi, personaggi delle mitologia e della storia. Così il dichiarato e spesso ostentato utilizzo del nudo che rimanda chi guarda a una dimensione di atemporalità, ben oltre l’utilizzo di un costumecarico di rimandi. Così si muove attraverso tempi e luoghi, dando vita di volta in volta a una sorta di voluto quanto ricercato sincretismo.

Ontani è un artista fuori dai luoghi comuni, dalle facili mode, dai condizionamenti, che da oltre quarant’anni è impossibile costringere nella coercitiva gabbia di qualsivoglia tendenza o movimento. È un uomo libero, imprevedibile, lui stesso opera, con il suo elegante frac di seta rossa che ci riporta alle atmosfere surreali dell’amato Savinio, di Aldo Palazzeschi, ma anche al mondo più reale di Sandro Penna, che Ontani vedeva a piazza Navona tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Era il tempo in cui il poeta compariva in Umano non umano di Mario Schifano.