Gli archetipi / L’oca

Luigi Di Ruscio

Non il relativismo ma la criminalità degli assoluti, la cosa mi sfugge di mano, esaltata l'anima nostra nella guerra dei crocifissi, si presentano gli arcangeli equilateri, nonostante le latitanze guardo la gente negli occhi con la massima indifferenza, anche il pittore Osvaldo Licini era pervaso dall'allucinazione di queste lettere archetipi dell'anima nostra, in principio è il verbo composto dalle lettere dell'anima nostra, gli scioperanti polacchi prima dello sciopero presero la santa particola in bocca e gli scioperi dei cantieri polacchi furono gli unici scioperi ad essere benedetti dalla santa sede, poi con la fine dei comunisti stavano tanto bene che non avevano più bisogno di lavorare e chiusero i cantieri, il mondo è ritornato tolemaico, è il profitto ad essere il centro dell'universo. Leggi tutto "Gli archetipi / L’oca"

I ratti

Luigi Di Ruscio

Per questioni prettamente poetiche pensai che potevo anche recarmi a trovare il critico Franco Fortini, oppure era Porta che dovevo incontrare e c'era anche Ernesto Treccani e anche Giancarlo Majorino che ora non mi è più amico per una cazzata che ho fatto e tutte queste figure che esistevano nell'elenco telefonico di Milano. C'era un universo letterario con tutte le galassie, ci sono anche le furie che ti sbranano, incluso ero stato in un’antologia della poesia d'assalto detta anche impegnata, lettere avevo iscritto ed indirizzato verso la capitale delle poesie e della finanza italica, ebbi la disgrazia di essere incluso tra i neorealisti e con tutti questi poetismi la prima cosa che se ne va a puttana è proprio la poesia maiuscola, le mie rime erano causali e molto deboli, ho rimato terra con guerra e anche forza con garza (rima molto rara, così mi fu detto) e chi è poeta si espone tutti i ricatti di un’attività oltremodo inflazionata.  Se non vuoi essere sbranato caro, Palmiro carissimo, devi diventare una belva che sbrana. Devi uscire fuori dalla fossa oppure sarai sbranato. Avevo spedito poesie perfino a Carlo Bo e dal Carlo Bo ebbi una cartolina autografa che così diceva: Le sue poesie vanno bene continui a lavorare. In quel periodo facevo il facchino di muratore. Si lavorava dall'alba al tramonto in maniera continuativa. Leggi tutto "I ratti"

Senza la testa

Luigi Di Ruscio

Aveva tredici anni, siamo nel 1943, si trovava sfollato ad Arezzo, era nella stazione ed ecco l'allarme, corse fuori della stazione, non arrivò molto lontano che già cominciarono gli scoppi, si buttò a terra come gli avevano insegnato a scuola, ed ecco che vide un uomo fuggire dalla stazione che stavano bombardando, ed ecco che all'uomo in corsa salta via di netto la testa e continuò a correre senza la testa per un periodo che al ragazzo sembrò eterno, sembrava che corresse per venirgli addosso e per tutta la vita ebbe quest'incubo, per tanto tempo il padre gli spigò che era una cosa normalissima che corressero anche avendo perso la testa, il padre cercava di normalizzare gli orrori della guerra, placare gli incubi dare un senso all'orrore. Il padre che gli orrori non riusciva a normalizzarli morì annegato nell'alluvione di Firenze, era un sarto, ormai lavorava pochissimo, non faceva che ripetere "mi ha rovinato quell'orrore delle confezioni" si era ridotto a vivere in uno scantinato.

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Scrivevo il Palmiro

Luigi Di Ruscio

Il Palmiro, il mio romanzo pubblicato dalla Baldini&Castoldi, ho iniziato a scriverlo verso il 1954, avevo preso nella sezione del partito comunista di Fermo manifestini non distribuiti e scaduti. Scrissi un centinaio di fogli, nel 1957 migro in Norvegia e verso i primi anni degli anni sessanta ritornato a Fermo per le ferie ritrovo la prima stesura del Palmiro e la porto con me ad Oslo, mi misi a riscrivere tutto e ci fu una specie di catarsi, il tono piagnucoloso crepuscolare della prima stesura si trasformo i una scrittura allegra, scrivevo e ridevo continuamente tanto che mia moglie credeva che fossi diventato matto. Una confessione, tutti i personaggi del Palmiro sono stati scritti pensando a persone reali. Non potevo più vivere a Fermo, la piazza del popolo di Fermo era proprio quella vagina dentata. Riuscivo a svegliarmi pieno di sudore, anche il materasso pieno di sudore. Leggi tutto "Scrivevo il Palmiro"

Non solo scrivere stanca. Scritture del lavoro

Andrea Cortellessa

Che la quinta edizione di Libri Come – la festa del Libro e della Lettura ideata da Marino Sinibaldi e condotta da Michele De Mieri e Rosa Polacco all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che si chiude oggi – sia stata dedicata quest’anno al Lavoro conferma la forte attenzione che a questa dimensione dell’esistenza, da qualche anno, sta di nuovo dando la letteratura: non solo in Italia ma, credo si possa dire, da noi con particolare intensità (del resto è sul Lavoro che questa Repubblica, almeno per adesso, continua a fondare il primo articolo della sua Costituzione). Non è in sé una novità, ovviamente: il dibattito sulla letteratura in fabbrica – almeno dai tempi del «Menabò» di Vittorini – è un cavallo di battaglia della modernità italiana.

Ma la recrudescenza di scritture al lavoro esplicitamente dedicate, nell’ultimo decennio, e il ritorno d’interesse storiografico e saggistico sul tema (penso all’antologia di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Fabbrica di carta, recensita da Giacomo Giossi qualche numero fa di alfabeta2), testimoniato ora anche dal bellissimo numero di Semicerchio appena uscito su Poesia e lavoro (qui presentato da Fabio Zinelli, che della rivista diretta da Francesco Stella è magna pars), sta a significare come – di conserva con la profonda trasformazione che il nostro tempo liquido ha impresso alla parte più solida della nostra esistenza, il lavoro appunto – pure la letteratura del lavoro si stia modificando profondamente. Un sociologo che fra i molti altri ha spiegato il senso di queste trasformazioni, Richard Sennett, chiuderà il cerchio di Libri Come con una conferenza off-festival che si terrà, sempre al Parco della Musica, lunedì 24 marzo.

Oggi invece (alle 21.00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium) i lavori di Libri Come si concluderanno con un recital a più voci dal titolo Tutti sul lavoro. E alle 18.00 (nello spazio Officina 3 del Garage), insieme a Giorgio Falco e ad Alberto Rollo, presenteremo un libro che ci fa incontrare invece, con tutta la sua forza disperata, la scrittura di un lavoratore tipicamente novecentesco: Luigi Di Ruscio. I suoi Romanzi, raccolti a cura di Angelo Ferracuti (che cogli anni a Di Ruscio, scomparso nel 2011, si è legato da una profonda amicizia; e che qui ci presenta la sua figura) in un volume della collana «Le comete» di Feltrinelli appena uscito, sono per lo più dedicati al periodo di mitica latenza picaresca che precedette la scelta dell’emigrazione, nel 1957 in Norvegia: dove per quarant’anni il cristico operaio di Fermo lavorerà in una fabbrica metallurgica addetta alla produzione di chiodi. Fa eccezione l’ultimo testo della serie, in ordine di composizione, Neve nera (pubblicato una prima volta, nel 2010 col titolo La neve nera di Oslo, dalla casa editrice della CGIL, la Ediesse), che segue la traiettoria del picaro marchigiano nel suo esilio scandinavo: e, in pagine come quelle qui riportate, ci rituffa negli inferi tayloristici che infestano invece, quasi sempre, le poesie scritte da Di Ruscio in Norvegia (specie quelle autoantologizzate a tema nella raccolta Poesie operaie, pubblicata pure da Ediesse nel 2007).

Nella sua misteriosissima cultura perfettamente autodidattica, un punto di riferimento di Di Ruscio (che pone una sua frase in esergo al capolavoro Cristi polverizzati) è Hegel. Il quale nell’Estetica parla di «prosa del mondo», a proposito dell’universo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contemupo da ciò che è altro». È questa la condizione operaia, un altro nome della condizione umana dunque, illustrata dall’opera di Di Ruscio. Ma un paradosso eloquente vuole che, mentre questo mondo della prosa non trova vie d’uscita nella sua produzione poetica disperatamente martellante, al contrario nella sua prosa fusionale e agglutinante la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo.

Leggi gli altri testi dello speciale su Letteratura e lavoro
Fabio Zinelli, Poesie del lavoro
Angelo Ferracuti, Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto
Luigi Di Ruscio, da Neve nera

Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto

Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio disse di sé, della sua condotta solitaria di Scriba assoluto: «Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo».

In tutte le sue opere cita sempre gli stessi libri, che ha letto e continuato a rileggere per anni: «la mia formazione coincise con la prima edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci e affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata “Lirici nuovi” e comperavo Il mestiere di vivere e il Lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i “Ladri di biciclette” e “Roma città aperta” per la prima volta». E ancora: «Ho amato la Divina Commedia, le grandi poesie di Leopardi, I sepolcri di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime raccolte di Montale, la prima di Ungaretti […] gli ultimi libri italiani che ho comperato è i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi».

Dal 1953, anno del suo esordio poco più che ventenne con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), fino alla quarta ristampa del Palmiro (Ediesse 2011), molto probabilmente il suo capolavoro, avvenuta a un anno dalla morte, la sua «macchina macina-parole», come la definì un suo recensore, produsse dieci opere in poesia, cinque in prosa, alcune traduzioni, soprattutto da Ibsen, lasciando non pochi inediti.

C’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio, cioè mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato. In lui la nozione di «inedito», infatti, è una pura convenzione, in quanto, come capita in molti autori classici, ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi. Anzi, due grandi libri, uno di versi e l’altro di prosa. La spiegazione di queste due diverse opzioni la esprimeva così: «la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece è prosa».

Autodidatta, consegue solo la licenza delle scuole elementari. Questa è l’istantanea che ne fa Massimo Raffaeli nella prefazione del Palmiro, citando il racconto Apprendistato: «all’ultimo banco, da somaro a ripetente, il bambino di vicolo Borgia incapace di corretta grafia, indocile e insolente, imbrattato d’inchiostro fin sopra i capelli, picchiato da maestro con il “Corriere della sera”, neanche fosse, costui, il taumaturgo di un artista destinato a una parabola integralmente autre». Il ragazzo timido figlio di un manovale nato nel ventre proletario della provincia italiana, in un ambiente marginale da Rocco e i suoi fratelli, fa di un deficit culturale di classe e linguistico una virtù, cioè rivolta in positivo uno svantaggio sociale e costruisce una lingua personalissima, vitale, proprio dalle «sgrammaticature» impastate con il dialetto fermano, che parla in quanto appartenente alla classe proletaria, ai ceti più bassi, popolari e, addirittura, le innesta temerariamente anche con il lessico alto e colto delle sue letture profondissime, miscelato con l’aulico, fatto di citazioni filosofiche e letterarie. Gli errori sintattici e ortografici, le frasi irrisolte e i molti nonsense, probabilmente frutto di una scrittura automatica, priva volutamente di controllo, diventano così stile personalissimo e miracoloso, come i continui lapsus e, proprio quando sembra avere una caduta rinasce dalle sue ceneri con una invenzione lessicale che la riporta miracolosamente in quota.

La prosa di Di Ruscio è anche molto materica, corporale, eversiva. Combatte persino se stessa, le proprie ovvietà, le regole che si è data, in quella «strategia della digressione permanente» di cui parla Emanuele Zinato. Come spiega benissimo lui stesso: «Ero proprio disposto a credere all’incredibile nonostante tutta la mia miscredenza e continuavo a sbagliare non chiarire ma chiarore, non consumismo ma comunismo, non trapanò ma trasformò, non strusciammo ma uscimmo, non al dente ma ardente, non sfociate ma sfasciate, non le bozze ma le botte, non errore ma orrore, non io ma Iddio, non parodia ma poesia, non sbaglio ma bavaglio, non la fine del mimmennio ma del millennio, non cassate ma cazzate, non la processione del porco d’Iddio ma del corpo d’Iddio».

In quello che scrive non manca neppure una parentela linguistica con Céline, colta anche da Italo Calvino, il quale in una lettera del 1968, scrive che gli ricorda lo scrittore francese «per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività»; una fratellanza con la lingua spericolata del praghese Bohumil Hrabal, e col suo conterraneo Jaroslav Hašek autore dell’irriverente e comico Il buon soldato Sc’vèik e i verbali di questo scrittore marchigiano hanno un effetto di verità travolgente e grondano di realismo. Sicuramente anche certi procedimenti del surrealismo, se non altro come tecnica espressiva, possono averlo influenzato, quel «meccanismo dell’ispirazione» di cui parlava Max Ernst, o il «metodo spontaneo di conoscenza irrazionale, fondato sull'oggettivazione critica e sistematica delle associazioni ed interpretazioni deliranti» di cui scrive Salvador Dalí. Fatto sta che la prosa di Luigi Di Ruscio avanza e cambia passo, cioè deraglia quando un vocabolo cardine di una frase casualmente apre a una nuova visione e porzione di senso, spiazzando continuamente il lettore. Si tratta proprio di quella «letteratura mazzata» di cui parla Andrea Cortellessa nell’introduzione a Cristi polverizzati.

La lingua d’uso quotidiano è il norvegese, quella letteraria e incontaminata l’italiano. L’autobiografia diventa biografia di classe, la sua condizione un privilegio di un epoca e di un epica, quella operaia, di cui si considerava un risultato della Storia: «La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è un momento privilegiato. È un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la mia paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere».

Luigi Di Ruscio
Romanzi
a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti
Feltrinelli «Le comete», 2014, 553 pp., € 39.00

da Neve nera

Luigi Di Ruscio

Divenni per forza neorealista anche se io che mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? Quando Mondadori stampa le poesie di Scotellaro l’autore era già morto da un pezzo, tutte le poesie neorealiste furono iscritte da quattro ragazzi, alcune opere prime e basta, contro codesto niente del primo decennio del dopoguerra si continuerà a dirne male perfino da Cucchi nel 1997. Un Turconi iscrive che le mie poesie furono le più deliranti del periodo neorealista di per se stesso già tanto delirante anche perché io ero dell’ala estrema del movimento che veramente si è mosso anche poco, un sottoscritto impavido nel perseguire le cause sballate continua imperterrito quando perfino i film neorealisti, pochissimi, cinque o sei poi tutto finito, io per continuare in pace il neorealismo emigro da Oslo, la mia poesia veniva etichettata come delirante, se non emigravo magari mi rinchiudevano in un manicomio e venivo elettrificato per bene. Che fare? Niente continuare a fare quello che abbiamo fatto sempre, non stare a considerare quello che dice il nemico, ricordati dell’irripetibilità di codesta vita, prendete i miei volumetti di poesie e leggeteveli, fate tutte le considerazione che volete, armato di tutta la mia poesia oppure totalmente disarmato mi introducevo dentro la miseria delle cose […]

Non scrivevo ancora poesie di fabbriche perché ero ancora disoccupato, però un operaio in ferie un certo Cesarini mi ha spiegato tutto, ci sarebbero capireparto che sono una piaga, se non gli fai regali natalizi ti rompe i coglioni per un anno, però un giorno verranno le BR ad azzopparli sti disgraziati. Da un paese dove l’unica fabbrica era l’urlante manicomio provinciale cado dentro una disperata fabbrica di Oslo (Norge) (per carità d’Iddio Norge con la «g» dura e non scrivete mai Italia alla schifosissima maniera inglese ITALY), nel reparto dove sputo sangue hanno dipinto tutto in un verdino anche i chirurghi sono diventati verdi, un sogno d’erba fresca ovunque. Un continuo cancellare e riscrivere versi che travalicavano, certe parole vennero tanto dilatate che divennero sinonimi d’Iddio ed io volevo essere il poeta dei servi molto agitati quando nel Vietnam disseminarono i veleni più spietati. Portate i vostri cani a pisciare sulle tombe delle carogne. Acqua calda a volontà, faccio continui bagni caldissimi, ho avuto una serie di coliche renali, il dolore atroce era attenuato solo con l’immersione nella vasca da bagno nell’acqua caldissima. […]

Terminato il turno lavorativo mi tuffo ancora nella scrittura incurante di tutti gli avvenimenti che mi cadevano addosso, sopporto eroicamente l’irrisione al poeta italiano che lavora in una fabbrica di Oslo, poeti metallurgici in Norvegia non sono mai esistiti però con gli italiani tutto è possibile. Venivo chiamato anche poeta spaghettaro, spaghetti che mia moglie nordica cucinava con terrore per paura di sbagliare con il pepe, sale, vetriolo e conserve ammuffite e peperoncini e la Madonna Santa. I casini metallurgici essendo io metallurgico da ormai anni quaranta che mi hanno sonato tutte le ossa, ci sono attorno tutti i casini famigliari con i figli con le lingue opache, con i catarri e le diarree e i denti pieni di furiose carie ecco che mi si richiede le mie poesie più metallare per il centenario della Camera del lavoro di Torino e mi incazzai con «abiti lavoro» perché elogiavano il poeta romano che andava verso il popolo per incularselo. Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l’operaio più circondato di barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero. Nell’epoca degli automatismi io vengo lavorato da ben tre trafilatrici, corro tra i macchinari come un gallo ammattito, le trafilatrici perdono acqua da tutte le parti e per non rendere il pavimento sdrucciolevole e quindi cadere e precipitare pianto barattoli svuotati di pelati da tutte le parti. Da questa fabbrica nonostante tutte le lettere anonime che giungono dall’Italia non vogliono licenziarmi, ma di che cosa mi accusano ste lettere atomiche o anonime che siano? Sarei metallurgico comunista e baro, ha impiattolato il mondo intero con le sue piattole canine, anarchico superlativo non rispetta le regole ortopediche, bestemmia in tutte le lingue anche ispaniche. Ecco il turno di notte tra il sudore e le polveri del reparto sempre più manicomiale però ci fu una volta che lo strano lo vidi all’uscita, le finestre delle case erano tutte illuminate, a casa mia tutto era normale, dormivano tutti, tanti invece stavano davanti al tabernacolo televisivo perché avevano sparato al presidente americano. Anche gli uccelli quanto scemo devono fare prima d’accoppiarsi, corteggiano le femmine in ore insolite preparare nidi sulla neve deporre uova che non si svilupperanno mai per questo i volatili cominceranno ad emigrare verso una fine ignota.

[…] Uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra dove si esce vivi solo per caso, quell’unto, polvere della trafilatrice, i saponi bruciati, lo stridulio dei ferri, il sudore che scendeva sino agli occhi, quest’urlo non potrà essere sentito, neppure tutti gli urli di tutti noi messi insieme, qualche trafilatrice lustrata stirata continuamente non oltrepassare la norma è meglio stare sotto chi non resiste verrà scaraventato nel massimo dell’orrore sociale, questa è l’ultima stazione, sei ancora nell’organismo sociale se ti licenziano è come se venissi sputato nell’ignoto in una caduta che non verrà attutita, l’operaio metalmeccanico è attaccato da qualcosa di diabolico, un polacco mi diceva che lavorare per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio, ammiro il coraggio di mia moglie intestardita a sposare un operaio che pressato al massimo e che guadagna il minimo, bestemmiatore ateo e anche comunista, qualche macchina ferma sembra una cassa da morto, per chi sta veramente male mettersi sotto cassa malattia è difficile di questo italiano straniero non sappiamo niente si sa solo che puzza ed esiste. Un tempo ogni venerdì distribuzione della busta paga era veramente una bustina dentro le carte monetarie belle nuove coloratissime. Nello spogliatoio tutti nudi sotto la doccia stanchissimi, sono norvegesi bianchissimi e quasi tutti spelati, perdiamo i denti, i capelli, le forfore, catarri, resti biologici ovunque. C’è anche il momento della liberazione, una allegria della stanchezza in quel momento che sembrava essere vicini alla fine, uno si faceva la doccia una volta all’anno alla vigilia di natale e neppure puzzava.

Contarle tutte le volte che sono uscito di fabbrica in piena notte, uscire dal reparto di notte dopo aver respirato per tante ore la puzza infernale delle vasche piene di acido solforico, respiro l’inferno e magari ritorno a casa camminando sulla neve nuova soffice e immacolata, solo le orme mie sulla neve, mi volto a guardarle. Nella cristallinità dell’aria e scende una neve soffice, asciutta, basta scrollarsi e te ne liberi, oppure quando nella tela dei ragni brilla una brina splendente, se dopo la pioggia la temperatura scende a molti gradi sotto zero l’erba gelata come aghi di ghiaccio sfavillanti ai raggi di un sole bassissimo all’orizzonte. La brina che assembra sua sorella bianca e tutto è duro impenetrabile in estrema chiarezza, oppure in notte tiepida di una giornata di una precoce primavera e camminando per il solito sentiero ti accorgi che il filo di tela di ragno ha toccato la tua fronte, come se un bellissimo ragno argentato volesse prepararti una tela bellissima dove tu passi tutti i giorni oppure scorgi nel solito pantano un rospo con la bocca acquosa. Sono stato fortunato dalla finestra vedo tutti i nostri tramonti. Cercando di vedere il tramonto in maniera copernicana mi viene una leggeva vertigine, come erano salde le mie gambe piantate sulla menzogna.

Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete sistematicamente ingannarli, state certi che sarete tutti assolti, comunque il poeta vi assolve tutti, andate in pace. Sulle mie trafilatrici tutto è in perfetto ordine, il caporeparto controlla continuamente le spazzole, tutto è eseguito con intelligenza, velocità e precisione, normalmente aumentando la velocità diminuisce la precisione, con il sottoscritto aumentando la velocità aumenta anche la precisione. Il tutto funziona tanto bene che il caporeparto si sente provocato, non me la sento proprio di sbarbarmi tutti i giorni per farmi bello a quest’imbecille che mi scruta. Ogni tanto emetto un urlo quasi per far vedere a tutti che sono vivo, che esisto anche io. Quando lavoro non voglio essere guardato, se vengo troppo scrutato fermo subito le macchine e vado subito davanti allo scrutatore e gli domando se ha da dirmi qualcosa? No io niente, guardavo solo. Va a guardare dall’altra parte, sbamba! I compagni che lavorano con me sanno tutto, vedono la poesia del sottoscritto vivente davanti a loro, anche le commesse vedono e sorridono al passaggio della poesia nostra, la poesia è un atteggiamento speciale verso l’esistere e si rivelerebbe anche se non avessi mai scritto niente, è un modo nuovo di essere, quasi un nuovo avvenimento biologico.