La terra di nessuno

Ludovico Pratesi

Gian Maria Tosatti, La mia parte nella seconda guerra mondiale

Stiamo già vivendo in un mondo sull’orlo del collasso, dove i grandi ideali del Ventesimo Secolo si stanno polverizzando sotto i nostri occhi, per fare spazio a una sorta di no man’s land, una giungla regolata soltanto dagli istinti più bassi, dove il sopravvivere è l’unica ragione dell’agire umano? Nel muoverci a tentoni, alzando la testa dallo smartphone soltanto per ascoltare i proclami populisti di qualche dittatore in pectore, che utilizza i social per apparire come il salvatore di patrie moribonde, non ci accorgiamo dei rischi ancora più pesanti che incombono sulle nostre teste, legate al cambiamento climatico, allo sfruttamento indiscriminato di materie prime non inesauribili, all’estinzione di specie animali e vegetali che hanno popolato per secoli il nostro pianeta, messo seriamente a rischio nell’era dell’Antropocene. Un’apocalisse annunciata che si consuma tutti i giorni sotto ai nostri occhi distratti, senza drammaturgie da postare su Facebook o immagini spettacolari pronte per Istagram, che non ha nemmeno la pretesa di essere riassunta nelle poche righe di un tweet. Eppure, ogni giorno perdiamo per sempre un pezzettino del mondo che abbiamo sempre conosciuto, inghiottito da un processo che sembra essere avviato di gran carriera verso l’autodistruzione del genere umano. Consapevole o inconsapevole?

Sulla natura di questa tragedia silenziosa che si svolge nella sostanziale indifferenza riflette una delle mostre più interessanti di questo inizio del 2019, un anno che sarebbe superficiale non definire pericoloso. Parliamo di Il mondoinfine: vivere tra le rovine, curata alla Galleria Nazionale da Ilaria Bussoni affiancata da un team di curatori (Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio). Lo statement curatoriale è chiaro e diretto, riassunto da quel «vivere tra le rovine» che appare come una condizione ormai ineludibile: «Vivere tra le rovine è un paradigma che va ben oltre – spiega la Bussoni – le aree desolate dalla guerra o dalle catastrofi. Lo si può leggere come capacità di adattamento o mera sopravvivenza, ma c’è chi ha insegnato a guardare alla vita tra le rovine come a quell’occasione da afferrare per fare posto alla vita degli altri, a quel processo incessante di metamorfosi con il quale si esprime la vita su questo pianeta». Concepita come un progetto multidisciplinare, e allestita in linea con le ultime tendenze della curatela internazionale, la mostra si propone come una sorta di viaggio su un pianeta devastato, dove il mondo vegetale e minerale si è riappropriato delle sue «rovine», con esiti sorprendenti e originali, dovuti al dispositivo di abbinare alle opere una serie di «oggetti in relazione», che vanno dai carapaci di tartaruga ai tarocchi, fino alla scheda madre di un calcolatore.

Si offre quindi al pubblico non una semplice visita ma un’esperienza di conoscenza, simile al viaggio compiuto dallo psicologo Kris Kelvin sul pianeta sconosciuto nel film Solaris, tratto dal romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem e girato da Andrej Tarkovskij nel 1972, vincendo il premio della Giuria al Festival di Cannes nello stesso anno. Come Kris si trova davanti a fenomeni misteriosi, il percorso espositivo de Il mondoinfine ci porta alla scoperta di una natura pervicace e vincente, che si infiltra nella memoria del pianeta per impadronirsene, in una condizione ambigua tra «un mondo in fine e un mondoinfine», una soglia tra passato e futuro di un pianeta in continua trasformazione, che l’arte è in grado di mettere a fuoco con la dovuta consapevolezza. «Interrogare l’arte contemporanea e la sua capacità di stare su questa soglia, insieme alla presenza di oggetti provenienti da mondi in fine, significa tornare ad attribuire all’arte, tra tutte le tecniche umane, la capacità privilegiata di saper fare mondo», suggerisce profeticamente la Bussoni nel cogliere l’essenza della rassegna.

Chiara Bettazzi, Wonder objects

Alcune opere sono legate al mondo minerale e alla sua trasformazione, come i rigorosi e ossessivi frottage di Massimiliano Turco su lastre di marmi e pietre (Flusso, 2013-2015 e Rizoma, 2014) posti in relazione con geodi fossili, carapaci di tartarughe preistoriche e denti di narvalo, mentre La mia parte nella Seconda Guerra mondiale (2014) di Gian Maria Tosatti è una teca in vetro dove l’artista ha raccolto la polvere che si era sedimentata in settant’anni all’interno di una chiesa abbandonata nel centro storico di Napoli : «Polvere di guerra, di dopoguerra, di ricostruzione, di terremoto. È la polvere da cui è nata l’Italia Repubblicana» spiega l’artista, tra i più lucidi nell’interpretare, con installazioni di matrice teatrale ma dense di contenuti simbolici e politici il momento storico che il nostro paese sta vivendo. Sulle scale troneggia Untitled 03, New Vesuvian Landscape (2011-2013) di Gigi Cifali, volutamente concepito come il sovrapporta di un palazzo nobiliare, nella tradizione del vedutismo napoletano: un’immagine fotografica con il rudere di un capannone abbandonato al posto dei tempietti in rovina dipinti da Filippo Palizzi o Giacinto Gigante nell’Ottocento. Alla tradizione delle wunderkammern rinascimentali si rifà Wonder objects (2013-2016) di Chiara Bettazzi, un’installazione composta da un assemblaggio di natura «domestica» che unisce contenitori e oggetti d’arredo con resti animali come ossa, muffe e reperti vegetali, quasi a voler creare una nuova camera delle meraviglie. «Ho come un’immagine stampata nella memoria: il cassettone di mia madre – racconta l’artista – strapieno di cofanetti portagioie appoggiati sul piano in marmo davanti allo specchio. Ricordo come questi oggetti avessero un odore ben preciso, un profumo intimo, femminile, carnale, organico». Come una sorta di cimiteri domestici, nelle installazioni della Bettazzi si fondono memorie familiari, materiali organici e inorganici, in una sorta di corteggiamento della morte che porta l’artista a trasferire il concetto classico dell’urna funeraria in una dimensione privata e maniacale. Interessante anche Le tre ecologie (2015), l’installazione dell’artista antropologa Fiamma Montezemolo già presentata alla galleria Magazzino d’arte moderna nel 2015, che vive della dicotomia tra i tappeti kilim dai colori sgargianti e le piante di cactus che fuoriescono dalla stoffa, con qualche reminiscenza di troppo del linguaggio di Jannis Kounellis. Un approccio diverso al mondo vegetale arriva invece dall’architetto del paesaggio Rosetta S. Elkin, che studia la crescita delle piante attraverso le opere Pinus Pinea (2018) e Micorrize (2018) mentre il topos classico del paesaggio con rovine viene indagato da Christoph Keller e Virginia Colwell, che presentano sofisticati collage basati sulla sovrapposizione tra luoghi archeologici e foglie (Keller) e paesaggi naturali e siti archeologici (Colwell). Il rapporto con l’idea di mappatura del territorio viene sviluppato da Felice Cimatti (Attesa e Diventare mosca, 2017) e da Pietro Ruffo (Migrazioni 45, 2018, Liberty (Valle dei Cani) 2010 e (Senza Titolo)1.11, 2011) mentre Emanuele Becheri è presente con cinque video della serie degli «acquerelli astratti» realizzati nel 2015.

Fondamentale per orientarsi nel percorso, quasi come una sorta di travel survival kit, è il catalogo-giornale formato tabloid, ricco di saggi che approfondiscono le tematiche di una delle più stimolanti mostre realizzate a Roma nell’ultimo anno.

Il mondoinfine: vivere tra le rovine

Roma, La Galleria Nazionale, fino al 23 gennaio

a cura di Ilaria Bussoni con Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio

La psiche-mondo

Foto di Maria Teresa Carbone

Ludovico Pratesi

Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi”, scriveva Jean-Bertrand Pontalis nel suo L’amore degli inizi. Insieme ai Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke sono questi i testi ispiratori di Mindscapes, il libro scritto da Vittorio Lingiardi come un viaggio all’interno dell’ambiente naturale inteso come paesaggio elettivo: un luogo che cerchiamo nel mondo per dare forma e immagine a qualcosa che è già dentro di noi. Un percorso inteso soprattutto come esperienza di attraversamento tra suggestioni diverse, nella definizione di una geografia che unisce la storia e l’arte, la letteratura e la poesia, la psicanalisi e le scienze cognitive. Un brillante e colto esempio di scrittura dal forte carattere evocativo, in grado di far risuonare corde profonde grazie a una narrazione lineare e mai pedante, che accompagna il lettore in un originale percorso multidisciplinare, animato da una sapiente ed equilibrata miscela di parole ed immagini. Fin dal primo capitolo, La fioritura umana, Lingiardi afferma il suo desiderio di analizzare il rapporto personale e intimo che ognuno di noi crea con il paesaggio, visto da un punto di vista psicanalitico, usando un neologismo di Andrea Zanzotto, “paesaggire” quale fonte possibile del suo mindscape: la relazione profonda tra psiche e paesaggio. Che si sviluppa fin dalla prima infanzia, grazie all’ambiente che circonda il bambino, dove vengono scelti gli oggetti evocativi e trasformativi, capaci di dare forma alla nostra personalità, secondo l’analista Christopher Bollas.

Nell’attraversare il paesaggio si sviluppano relazioni diverse, che permettono ai registi di interpretarlo e agli artisti di rimodellarlo in forme simboliche, come nel caso di due capolavori della Land art, il Grande Cretto di Alberto Burri e Spiral Jetty di Robert Smithson . Uno dei più intensi capitoli del libro è il quarto, Tasche piene di farfalle, dove l’autore analizza il paesaggio domestico, partendo dalle collezioni di oggetti naturali di Emily Dickinson, poetessa giardiniera amante dei fiori, lette in parallelo alle nature morte di Filippo de Pisis, il marchesino pittore che “aveva le tasche piene di farfalle” e collezionava oggetti inutili che portava sempre con sé, quasi a voler ricostruire un paesaggio dell’anima legato alla sua prima infanzia. Il collezionista ha un rapporto con gli oggetti che acquista per ricreare l’ambiente sicuro della casa natale, come alcuni casi psicanalitici hanno confermato, soprattutto nel momento in cui quella casa l’abbandoniamo e dobbiamo ricomporre altrove un paesaggio rassicurante e sicuro. Che può assomigliare al volto della propria madre, suggerisce Roland Barthes, il quale analizza il rapporto tra desiderio e paesaggio prediletto, il luogo dove vorremmo vivere perché lo sentiamo in consonanza con la nostra anima. Non sempre però in modo positivo: “i luoghi dell’infanzia possono rappresentare un Eden perduto ma anche un paesaggio che porta i segni dei conflitti e delle paure che la vita continua a riproporre”, sottolinea Lingiardi.

Nel suo svolgersi il libro analizza diverse tematiche, con la stessa puntuale e articolata dimensione narrativa. Il settimo capitolo è dedicato all’Amor loci, focalizzato sull’importanza del paesaggio nella vita di Sigmund Freud, in relazione ai suoi numerosi viaggi alla ricerca di una classicità perduta: un itinerario che si conduce attraverso “territori psichici” come Roma, l’Italia, la Grecia e l’antico Egitto. Freud visita la città eterna ben sette volte, e da lì volge lo sguardo verso Atene, dove subisce una crisi di “derealizzazione”: un senso di irrealtà che lo stordisce e sottolinea la forza psichica del paesaggio. E letteraria, nell’abbinare scrittori a città. Paul Bowles a Tangeri, Pier Paolo Pasolini a Sana’a, Bruce Chatwin a Timbuctù: addirittura Henry Melville conia l’aggettivo “patagonico” per indicare il suo legame con la Patagonia.

Anche molti artisti contemporanei hanno col paesaggio una relazione forte: le walking lines di Richard Long sono frutto del rapporto del corpo dell’artista con la terra sulla quale cammina, mentre i boschi impenetrabili dipinti da Anselm Kiefer sono espressione della mitologia germanica. Il paesaggio come giardino ci introduce nel territorio intimo della natura addomesticata, dove il giardiniere costruisce, con tenacia e pazienza, il suo paesaggio ideale, una sorta di Eden fatto in casa tra suggestioni poetiche e artistiche, in un ideale punto di incontro tra Emily Dickinson e Claude Monet. L’itinerario si conclude in maniera puntuale con i paesaggi invisibili, creati dalla nostalgia, che per Lingiardi costituiscono “il legame con un paesaggio perduto, che non possediamo più”. La Berlino di Walter Benjamin, la Istanbul di Orhan Pamuk, l’Antartide di Daniele Del Giudice: sono i luoghi che Antonella Tarpino definisce “paesaggi fragili”, in bilico tra passato e futuro, natura e memoria. “Il paesaggio è la nostra psiche nel mondo”, conclude Lingiardi prima di prendere congedo con il lettore con un’intensa poesia di Giorgio Caproni, Disdetta.

Vittorio Lingiardi

Mindscapes. Psiche nel paesaggio

Cortina, 2017, 262 pp., € 16

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