Luca Ricci, contro l’inautentico

Ludovica del Castillo

Martin Heidegger in Essere e tempo (1927) descrive le due declinazioni del Dasein, dell’«Esserci», cioè dell’essere dell’uomo nel mondo, nel tempo. Le due declinazioni sono l’autentico e l’inautentico. L’inautentico è la passività del soggetto alla superficialità, al fuori da sé e alle cose del mondo. Si manifesta come supremazia illusoria del «Si» («si deve», «si fa», «si dice», etc.). L’autentico è l’aderenza al sé ed è possibile solo attraverso l’accettazione della propria finitezza: la coscienza della morte come finalità dell’Esserci libera il soggetto dal potere che gli oggetti, le cose e la superficie hanno su di lui rendendolo libero – ma necessariamente solo – e svalutando ciò che per l’uomo comune è valore, senso e fine del vivere.

Il recente racconto lungo di Luca Ricci, Trascurate Milano, nelle sue premesse sembra partire proprio dalla dicotomia heideggeriana tra autentico e inautentico. Il narratore-protagonista – un uomo socialmente inserito, con una moglie, una figlia e un’amante – trova riparo dal mondo normalizzato di superficie nella metropolitana, nel sotterraneo. Qui può entrare in contatto fisico con i corpi (con l’animalità e il pre-sociale): è un incontro che nei vagoni avviene per inerzia, non per volontà. Il piacere che il protagonista prova deriva dall’imposizione del contatto, a cui è impossibile ribellarsi: «un po’ come di sopra subiamo il Natale (qua sotto però la nostra schiavitù è chiara)». È la schiavitù alla finitezza e al piano interiore, intimo, psico-emotivo, da cui non si può scappare. Ma l’uomo ha un contatto con i corpi anche per sua volontà: è un molestatore seriale. L’incontro violento con l’altro è uno sfogo necessario, una compensazione alla «vita di sopra», al Natale: «e più di una volta mi pare di essere con le spalle al muro: molestare una donna o morire. Morire di che? Della mia vita di sopra, dei miei giorni in superficie». La violenza è l’abbandono all’istinto e una contestazione della vita borghese, che nel protagonista sono uniti: «senso della festa e senso della rovina in me vanno di pari passo».

Parlando del Natale, dice l’amante del protagonista: «Nessuno gli si può opporre veramente, non è possibile sconfiggerlo». Ecco, invece: Luca Ricci, con Trascurate Milano, cerca la sconfitta del Natale, dell’inautentico. Il Natale è il piano sociale e pubblico, è il periodo dell’anno in cui la felicità è un dovere (ma è anche, purtroppo, quello con la più alta incidenza di sintomi depressivi, di suicidi e di tentativi di suicidio. Per dire). Più la potenza del mondo di sopra è esasperata, più la controparte autentica – e violenta, nella scrittura di Ricci – si manifesta come compensazione vitale.

Un giorno, in metro, l’uomo palpeggia una ragazza, Martina – unico personaggio ad avere un nome proprio, unico vero essere umano –: la giovane non reagisce, anzi, lo asseconda. Il loro contatto metropolitano, a dicembre, diventa un appuntamento fisso e il centro del racconto: l’incontro di due solitudini, di due stessi dolori. Martina è l’«antidoto al Natale di Milano».

Se in Heidegger l’autenticità è una liberazione, nei personaggi di Ricci è ancora forte la costrizione dell’inautentico, da cui sentono il bisogno – quasi bestiale – di liberarsi e di aspirare ad altro: non sapendo come fare, frustrati, tendono all’autodistruzione. Il protagonista, immaginando di rivolgersi alla figlia, dice: «ogni tanto anche papà vorrebbe piangere come fai tu, di colpo, senza vergogna, senza sensi di colpa»: piangere perché si ha una morsa al cuore per la nostalgia «perché quella è la nostra vita che se n’è andata, e il resto se ne sta andando adesso, forse impazzire vuol dire proprio aver nostalgia di tutto». È l’inquietudine del senso del «tempo che passa», come lo chiama Goffredo Parise in Malinconia, nel Sillabario n. 2: il «sentimento del “mi viene da piangere”», per l’appunto, per la vita persa, la vita sprecata. Il piano intimo dei personaggi ne rivela le nevrosi, le ossessioni, le violenze, le storture di cui si prova pudore, ma necessarie in loro come il vapore di una pentola a pressione.

Un riferimento esplicito di Trascurate Milano è Un amore (1963) di Dino Buzzati (autore citato anche in esergo): romanzo controverso, che viviseziona l’amore e l’ossessione di un uomo sulla cinquantina, Antonio Dorigo, scenografo affermato, per una giovanissima prostituta, Laide, in cui il protagonista riconosce la possibilità di una vita alla quale desidera abbandonarsi, non senza conflitto. Antonio Dorigo prende coscienza di sé e della sua condizione in un momento, in un attimo, ed è come se venisse a conoscenza di una malattia che sapeva di aver contratto ma che riusciva a ignorare. Dal momento di chiarezza non si può tornare indietro, perché «la verità gli appare dinanzi limpida e atroce e allora tutto della vita repentinamente cambia senso e le cose più care si allontanano diventando straniere, vacue e repulsive». Antonio spera in una guarigione impossibile, perché «dall’istante della rivelazione egli si sente trascinare giù verso un buio mai immaginato se non per gli altri e d’ora in ora va precipitando».

Ed è proprio in questo abisso, in questo fondo che i protagonisti di Ricci si muovono e si riconoscono. I luoghi riflettono chi li abita: Milano, a dicembre, ha un «cielo marmoreo dall’alba al tramonto, impossibile stabilirne alcunché, eccetto che il marmo è una pietra tombale». Ma quando il protagonista incontra la non-resistenza di Martina: «Milano ciancia un po’ meno del solito». La dicotomia tra pubblico e privato che in Amore e altre forme d’odio (raccolta di altrettanto bellissimi racconti di Ricci del 2006) era rappresentata dal fuori e dentro la casa qui si realizza nel contrasto tra città e sotterraneo, con l’attenzione sì ai rapporti sentimentali ma soprattutto a piano più intimo, -più intero dell’individuo.

Sia in Un amore sia in Trascurate Milano i personaggi maschili – e narratori – tentano una fuga dal proprio sentimento, per paura e resistenza: in entrambi i casi, però, l’uomo può negare razionalmente l’attrazione e il riconoscimento nell’altro, può illudersi, per proteggersi, che non esistano ma non cancellarli. In questo modo i due protagonisti negano sé stessi per paura di soffrire per un fallimento e si rifugiano nella protezione dell’inautentico. Ma non è possibile sottrarsi: «ho trovato un essere che soffre quanto me. Forse ci siamo riconosciuti». I due protagonisti di Ricci, dicono: «noi siamo diversi dagli altri», sono l’espressione della «filosofia del fallimento» borghese.

Quest’abbandono è possibile perché Martina, dice il protagonista, «si lascia rubare qualcosa di più profondo della sua dignità di giovane donna, permette che io veda il suo male di vivere. […] Lascia vedere il suo lato oscuro, la sua pulsione di annientamento. Mi offre il suo segreto più inconfessabile». Martina accetta la stortura dell’uomo, non la giudica e la riconosce come se fosse sua: sono due personaggi destinati alla reciproca nudità.

Ricci non ha reticenza, non gira intorno alle cose, alla verità. La sua scrittura è diretta e asciutta, incisiva ed essenziale. Non racconta per consolarci – per fortuna. I due protagonisti di Trascurate Milano vogliono vivere a tutti i costi in modo autentico ma senza sapere come: sono l’incontro di due fallimenti inarrendevoli. Sono la manifestazione dell’imperfezione. Sono il regalo che, forse, si vorrebbe ricevere e di cui si è terrorizzati, che sia o non sia Natale.

Luca Ricci

Trascurate Milano

La Nave di Teseo, 2018, 86 pp., € 9

Nietzsche a Wall Street: il mezzo fa parte della verità

Ludovica del Castillo

«Poi, con l’aiuto dell’età, grazie anche alle esperienze accumulate, parvero aderire un po’ meno ai loro fervori più esacerbati. Seppero aspettare, e abituarsi. Il loro gusto si formò lentamente, più sicuro, più ponderato. I loro desideri ebbero tempo di maturare; la loro cupidigia divenne meno astiosa. […] Erano lieti di pensare che l’immagine che si creavano della vita si era lentamente ripulita di tutto ciò che poteva avere di aggressivo, di manierato, talvolta di puerile. […] Ritenevano di signoreggiare sempre più i loro desideri: sapevano quel che volevano, avevano le idee chiare. Sapevano ciò che sarebbe stata la loro felicità, la loro libertà.

Eppure s’ingannavano; stavano già precipitando verso la rovina. Cominciavano ormai a sentirsi trascinati lungo un cammino di cui non conoscevano né le svolte né la meta. A volte avevano paura. Ma, più spesso, erano solo impazienti: si sentivano pronti, erano disponibili: aspettavano di vivere, aspettavano il denaro».

Così sono descritti Jérome e Sylvie, i due giovani protagonisti – incoscienti, internamente incoscienti – delle Cose. Una storia degli anni Sessanta di Georges Perec, pubblicato in Francia nel settembre del 1965 (e tradotto in Italia l’anno successivo). Il romanzo di Perec ha un fondo sociologico e, in particolare, affronta la percezione e l’influenza del capitalismo sulla vita delle persone: la consapevolezza dei meccanismi del sistema capitalistico fa cadere il velo dell’innocenza e dell’istintività e mette in atto una «forma sociale di contestazione».

Allo stesso modo, l’ultimo libro di Daniele Balicco, Nietzsche a Wall Street, si propone l’analisi di una serie di fenomeni e figure portanti per cercare di comprendere e ripensare la contemporaneità, soprattutto da un punto di vista sociale e culturale. Una lettura del presente secondo categorie politiche e culturali inadatte – perché inattuali e nate nel secondo dopoguerra – è secondo l’autore il vero motivo per cui l’Italia oggi non pare in grado di capirsi e definirsi.

Il libro è diviso in tre sezioni tematiche. La prima, intitolata Teoria, si concentra sulla mutazione antropologica e politica in atto, in particolare sulla centralità e la genealogia della teoria franco-americana e sull’influenza del movimento surrealista su quello che Franco Fortini (nella seconda edizione del Movimento surrealista, del 1977, antologia da lui curata con Lanfranco Binni) definiva surrealismo di massa. Nell’ultimo intervento della sezione, è affrontata la relazione tra forma estetica e potere, intendendo il verosimile estetico come espressione di una forza simbolica che ci investe materialmente, per realizzare la propria influenza, e il realismo come «lo spazio della possibilità dell’esistenza del soggetto» – usando le parole di Fredric Jameson –, quindi come la manifestazione sia di un conflitto sia del tentativo di oggettivare qualcosa che per suo statuto non lo è.

La seconda parte, Modelli, propone il punto di vista di quattro intellettuali che hanno riflettuto sul rapporto tra capitalismo ed estetica: lo stesso Fortini, Edward W. Said, ancora Jameson e Giovanni Arrighi. Italia, la terza sezione, si concentra invece proprio su quel paese inconsapevole, e perso perché non sa capirsi, che tanto somiglia ai protagonisti delle Cose di Perec.

Due sono i temi-chiave di Nietzsche a Wall Street: la separazione dalla realtà e la responsabilità collettiva e individuale rispetto al presente. Per Balicco, lo scollamento dalla realtà può declinarsi come evasione, ma anche come mezzo per problematizzare il presente. Un esempio della prima reazione è il surrealismo di massa statunitense, analizzato nel primo saggio del volume; un esempio della seconda l’estraniamento come atteggiamento critico di Fortini, che considera necessarie una presa di distanza e un’autoanalisi della propria condizione d’intellettuale (in questo senso è interessante il confronto delle posizioni di Fortini con quelle di Calvino e Pasolini).

La responsabilità rispetto al presente si declina invece come posizione onesta e problematica nei confronti della realtà – che sia cosciente della propria parzialità – e come consapevolezza che l’azione e il pensiero possano incidervi. Esemplare l’atteggiamento di Said: il quale crede, da umanista, nel potere simbolico dell’arte come strumento per muovere il presente e per immaginare scenari ancora inesistenti. O anche, avvicinandoci alla realtà italiana e riferendoci all’ultima sezione dello studio di Balicco, all’autorappresentazione dell’Italia come esempio di comportamento al contrario, che dimostra quanto una mancata comprensione del presente determini uno scollamento tra la percezione e la realtà.

Gli strumenti-guida del libro sono, in ogni caso, lo studio e l’analisi sociologica e culturale delle forme estetiche e del loro significato, nell’ottica di una reciproca influenza tra oggetto artistico e contesto socio-economico e culturale in cui si sono generate, e l’atteggiamento critico di comprensione e di ricerca.

Alla fine delle Cose di Perec è riportata una citazione approssimativa di Karl Marx: «Il mezzo fa parte della verità, come il risultato. Occorre che la ricerca della verità sia vera a sua volta; la ricerca vera è la verità spiegata, i cui membri sparsi si riuniscono nel risultato». Qui poco importa se questa frase sia riferita alla letteratura o al capitalismo. A importarci, comunque, è quell’inesauribile «ricerca della verità» che attribuisce senso a noi e alle cose che ci circondano.

Daniele Balicco

Nietzsche a Wall Street. Letteratura, teoria e capitalismo

Quodlibet, 2018, 171 pp., € 18

Parlare di letteratura attraverso l’ecologia

Ludovica del Castillo

Il 12 dicembre 2015 a Parigi è stato siglato da 195 paesi un accordo globale sui cambiamenti climatici, con l’obiettivo principale di limitare l’aumento del riscaldamento della Terra di molto meno di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. L’Accordo di Parigi ha delle importanti novità rispetto ai precedenti: la sua universalità, perché tutti gli Stati firmatari si impegnano a una partecipazione fattuale e si dichiarano ugualmente responsabili, e anche un piccolo ma rilevantissimo aspetto non scientifico, perché per la prima volta in un accordo internazionale cambiamento climatico e diritti umani sono posti in relazione. Nel Preambolo dell’Accordo è riconosciuto che i cambiamenti climatici sono una “preoccupazione comune dell’umanità” e che per contrastarli è necessario che le parti “rispettino, promuovano e considerino i loro obblighi verso i diritti umani, il diritto alla salute, i diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei migranti, dei minori, delle persone con disabilità e dei popoli in situazioni di vulnerabilità”, dando rilievo anche al diritto allo sviluppo, alla parità di genere e tra le generazioni.

Non è forse un caso che anche l’ultimo (bello e chiarificante) saggio di Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia si concentri proprio sul rapporto tra individuo e ambiente, approfondendo la specificità del discorso nelle narrazioni contemporanee. La parola “relazione” – che è anche nel sottotitolo – è la chiave del libro, che si costruisce sull’analisi dei legami tra letteratura e ecologia, sì, ma anche tra individuo e ambiente, tra letteratura e contesto, forme e contenuti. Poi, effettivamente, il testo di Scaffai è anche un’efficace “relazione” su un filone di studi che sta avendo molto seguito, e che mancava finora declinato in una prospettiva italiana. Letteratura e ecologia, pur non essendo dichiaratamente militante, espone un tema della contemporaneità talmente urgente e onnipresente (una vera e propria grana da risolvere) da non potersi sottrarre a una presa di posizione. Inoltre, qualsiasi discorso sull’ecologia varrebbe sempre anche come metafora politica, perché si occupa proprio della relazione – appunto – tra soggetti che vivono in uno stesso ambiente, in una stessa Umwelt (rifacendosi alla definizione di Jakob von Uewüll, che pone l’accento sulle specifiche percezioni spazio-temporali di ogni soggetto che abita un ambiente e moltiplicando così le Umwelt esistenti per il numero di organismi e relativizzandone la percezione – una categorizzazione kantiana iper-soggettiva, diremmo).

La letteratura – che è “territorio della rappresentazione” – ha usato consistentemente l’ecologia come argomento delle narrazioni, sia come riferimento fattuale a un aspetto della contemporaneità effettivamente pressante – che quindi spinge per entrare non solo nelle narrazioni scientifiche ma anche in quelle di fiction – sia come allegoria di questioni sociali, culturali e storiche. È proprio su quest’ultimo punto che Scaffai si sofferma maggiormente. Gli studi sull’ecologia letteraria hanno avuto grande fortuna soprattutto negli Stati Uniti, dove dagli anni Novanta è egemone per lo studio critico-letterario in chiave ecologica la corrente dell’ecocriticism, nata da un periodo di considerazione olistica e trascendente della natura – visione manichea e semplificatoria, che riduce il rapporto tra uomo e natura a una polarità tra umano e non umano. Ma i confini sono porosi, non netti, così come lo sono quelli dell’isola-spazzatura nel Sesto continente di Daniel Pennac: “non limes, dunque, ma limen” (in un tempo, il nostro, in cui il muro è tornato nell’immaginario collettivo con tanta forza – e non solo nell’immaginario). E si rileva anche un pedante fondo pedagogico: la buona letteratura (e la buona critica) è quella che prescrive o che problematizza? Che rassicura o che mette in crisi? L’ecocriticism sarebbe inoltre eccessivamente inclusiva nella definizione di un “canone-ecologico”, includendovi qualsiasi testo in cui compare la natura ed equiparando l’ecologia alla natura, il rischio (evidenziato da Scaffai) sarebbe quello di dare una lettura troppo generica e superficiale dei testi e di ignorare la situazione storica, peccando d’eccessiva semplificazione. La presenza della natura in un testo è una condizione sì necessaria ma non sufficiente per includerlo in un canone ecologico perché “il tema deve reagire, con i procedimenti, e i referenti devono essere filtrati attraverso i codici”: nei testi letterari quello che si carica di senso è sia l’aspetto contenutistico, e cioè la scelta dei temi, sia la costruzione narrativa.

Le costanti formali dei testi a carattere ecologico dovrebbero considerarsi quindi come caratterizzanti, e secondo Scaffai sono prevalentemente due: lo straniamento (quel procedimento narrativo teorizzato da Šklovskij nello scritto del 1929, L’arte come procedimento, che ribalta quello che consideriamo familiare in una prospettiva diversa – o anche, inversamente, ci fa apparire familiare ciò che non lo è – con l’obiettivo di dare un diverso punto di vista) e l’ipercausalità, e cioè l’esistenza di una pluralità di cause, di agenti nella trama.

Il libro si articola in cinque capitoli: i primi due – intitolati rispettivamente Effetti di natura e Per una critica ecologica della letteratura – si concentrano sulla questione teorica e sulle prospettive critiche e metodologiche della relazione tra letteratura e ecologia, delineando così un’utile mappatura dello stato dell’arte. Mentre nel terzo capitolo – Uomo e natura: le prospettive originarie – sono indagate le costanti del legame tra uomo e natura che si rintracciano nei testi (non solo narrativi). Il complesso rapporto tra uomo e ambiente è approfondito negli ultimi tre capitoli, dove il discorso si articola a partire dai testi letterari: il quarto capitolo è dedicato al tema dell’Apocalisse e al suo carattere rivelatore (e pone le sue premesse sul concetto demartiniano di Apocalisse culturale); il quinto capitolo è incentrato sul tema dei rifiuti; mentre a essere al centro dell’ultimo è la letteratura italiana del secondo Novecento (ma l’analisi si estende a testi ipercontemporanei, come La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, Sirene di Laura Pugno o Bambini bonsai di Paolo Zanotti), e nell’applicazione dell’analisi critico-ecologica si capisce chiaramente quali siano le mancanze dell’ecocriticism, troppo poco attenta alla storicità del testo. Nell’analisi della letteratura italiana è subito chiaro che la scelta di temi ecologici e l’attenzione al paesaggio ha ragioni non solo allegorico-sentimentali ma anche storiche: per esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’Italia si sia trasformata molto velocemente da paese agricolo a industriale, o anche che in Italia il paesaggio ha da secoli un valore culturale, o che fossero visibili sul paesaggio i segni della distruzione portati della guerra (tanto che Scaffai parla del passaggio nel secondo dopoguerra, in Italia, da paesaggio ad ambiente, proprio per l’importanza del rapporto tra storia e Umwelt).

Ma è possibile oggi una narrazione che racconti la vita quotidiana degli individui in relazione alla vita comune (rifacendosi all’espressione che Auerbach in Mimesis), ai loro ambienti, e che non si nasconda nelle esistenze particolari rischiando d’insignificanza? Proprio questo sarebbe il senso dell’ecologia in letteratura, “terreno di mediazione tra la vita degli individui e la vita in comune”.

Niccolò Scaffai

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa

Carocci, 2017, 272 pp., € 26

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

Speciale Giappone

Michael Wolf_Tokyo compression_generaleNello speciale:

- Andrea Cortellessa, Un bel dì vedremo

- Fabrizio Patriarca, Ruth Benedict, il potere della distanza

- Ludovica del Castillo, Il Giappone di Parise

 

Un bel dì vedremo

Andrea Cortellessa

Michael Wolf_Tokyo compression_1«Zipagu èe una isola in levante, ch’è nell’alto mare mille cinquecento miglia. L’isola è molto grande, le genti sono bianche, di bella maniera e belle; e la gente è idola, e non ricevono signoria da neuno, se no’ da loro medesimi»: sono le prime parole dedicate al Giappone dal Milione: nonché forse le prime di un viaggiatore occidentale (come annota Dalila Colucci all’inizio del suo bel saggio sull’ Impero dei segni di Roland Barthes e sull’Eleganza è frigida di Goffredo Parise: testo nel quale l’io narrante si traspone proprio nell’ avatar di Marco Polo). E ha il valore di un apologo, che il viaggiatore per antonomasia – Polo appunto – abbia scritto queste parole senza averlo mai visto coi suoi occhi, il Giappone. Si è pensato in passato, per la verità, che tale statuto avessero anche le pagine sulla Cina, del libro mirabile dettato a Rustichello da Pisa durante la prigionia di Polo nel carcere genovese, seguita alla disfatta veneziana a Curzola; ma le ultime ricerche paiono confermare senza margine di dubbio che in effetti proprio il Giappone, nel testo, abbia il privilegio di una descrizione esclusivamente di seconda mano.

Circostanza emblematica, si diceva, perché proprio una separatezza quasi trascendentale – non semplice frutto dell’insularità – è il primo connotato dell’idea che in Occidente abbiamo sempre avuto di questa terra. Persino il gran libro di Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada, ristampato in questi giorni da Laterza e che va indicato come primo lavoro antropologico moderno sul Giappone – per il buon motivo che venne scritto con gli Stati Uniti ancora in guerra; e commissionato all’allieva di Margaret Mead, dal suo governo, proprio per preparare i suoi militari all’occupazione a venire – venne scritto senza che la sua autrice vi fosse mai stata.

Dunque un paese che è anzitutto un luogo scritto, «una pura invenzione» (secondo l’Oscar Wilde della Decadenza della menzogna ), un repertorio di stereotipi – quelli che a cavallo del Novecento diedero voga alla moda del «giapponismo» (coll’apice di crudeltà della Butterfly pucciniana, 1904). Ma, per un paradosso eloquente, persino il saggio decisivo – nella demistificazione appunto degli stereotipi coi quali l’Occidente ha pensato l’Altro da sé –,Orientalismo di Edward Said, lascia il Giappone fuori dal raggio della propria attenzione. Probabilmente perché il Giappone sta a parte, isolato e quintessenzialmente specifico, anzitutto per questo: totalmente Altro da noi ma, al tempo stesso, esteriormente rivestito da una patina di Occidentalismo persino iperbolico. Da quando l’8 luglio 1853 il commodoro Matthew C. Perry entrò per la prima volta nell’inviolabile baia di Edo, al comando di quattro cannoniere statunitensi, si produsse un fenomeno forse unico nella storia dei meticciamenti interculturali: per la rapidità con la quale i modelli occidentali vennero fatti propri, in ambito non solo economico, da una cultura vissuta sino a quel momento, e per millenni, in splendido isolamento; ma anche per la contraddittorietà, quanto mai ambigua e ingannevole, di quell’assimilazione: come ha scritto Flavia Arzeni ( L’immagine e il segno , il Mulino 1987), i connotati autoctoni (che a un occhio occidentale appaiono, appunto, così alieni) sono da allora restati come «congelat i » in un sostrato, una riserva di «valori etici ed estetici paralleli cui il popolo giapponese potrà far ricorso in momenti di difficoltà o di turbamento»; mentre nella vita di tutti i giorni l’ american way of life può, dallo stesso popolo, essere mutuato sino al parossismo – sino, anzi, a saturare il modello.

Michael Wolf_Tokyo compression_2Sicché l’Occidentale resta tuttora perplesso dalla «doppiezza» dei giapponesi: come sintetizzava Benedict «sono al tempo stesso, e al massimo grado, aggressivi e pacifici, militaristi ed estetizzanti, insolenti ed educati, inflessibili e arrendevoli, remissivi e insofferenti di ogni pressione, leali e traditori, coraggiosi e codardi, conservatori ed amanti delle innovazioni». Non è un caso che il mirabile apologo del 2003 di Sofia Coppola, Lost in Translation , fosse ambientato proprio a Tokyo. Sono allora gli scrittori, fra i viaggiatori occidentali, ad aver prodotto lo sforzo maggiore per capire davvero il Giappone; per «tradurlo», almeno in parte, in coordinate tali che noi si possa assimilarle. E anzi a essere «assimilati» – come mostra con grande puntiglio il saggio di Colucci – furono in effetti tanto Barthes (che in Giappone risiedette a tre riprese, dal ’66 al ’68) che Parise (il quale vi andò nel 1980): i quali da quell’esperienza straordinaria mutuarono in abbondanza «affetti e percetti», in misura tale da modificare radicalmente le loro «grammatiche della visione» permeando di un nuovo – e certo più consapevole – «giapponismo» l’ultima parte delle rispettive traiettorie esistenziali e letterarie.

E se è vero, come sostiene qui Fabrizio Patriarca, che la scrittura letteraria è «una variante ironica (e centrata sugli effetti) dell’antropologia culturale», allora il libro da lui pubblicato qualche mese fa per 66thand2nd, Tokyo transit , ha un valore non solo di (ragguardevole) epifania stilistica, bensì di imprescindibile «aggiornamento». A restare quasi del tutto fuori dalle epifaniche scritture tanto di Barthes che di Parise, infatti, è il Giappone «assimilante», cioè quello «occidentalista» stritolato nella pressa dell’«ordinario e del quotidiano», dai «meccanismi infernali del lavoro»: che invece nelle pagine di Tokyo transit trova una raffigurazione tanto spietata quanto esatta. Tanto che le immagini più appropriate per accompagnare questo speciale di alfabeta2 ci sono apparse quelle di Tokyo compression , del fotografo tedesco Michael Wolf (viste l’anno scorso alla mostra milanese 2050. Breve storia del futuro, a Palazzo Reale): che coi suoi flash del 2010, raffiguranti i pendolari nella metropolitana della capitale giapponese, capovolge simmetricamente il mito di una cultura imbevuta in ogni sua fibra di armonia ed eleganza (quello che Parise definiva «classicismo cellulare»), definita proprio dalla perfezionistica quanto edonistica gestione dello spazio. Colpisce come quasi tutti i commuters ripresi da Wolf chiudano istintivamente gli occhi davanti al suo obiettivo. Non solo e non tanto per il sonno mattutino, si ha motivo d’opinare: bensì in nome della «cultura della vergogna», tipica di quella società, che Ruth Benedict contrapponeva acutamente alla «cultura della colpa» della tradizione giudeo-cristiana. E finiamo per essere un po’ «assimilati» a nostra volta: se forte è la tentazione, davanti a queste immagini, di chiuderli a nostra volta – gli occhi.

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Ruth Benedict, il potere della distanza

Fabrizio Patriarca

Michael Wolf_Tokyo compression_3Premesso che quella praticata dai romanzieri è probabilmente una variante ironica (e centrata sugli effetti) dell’antropologia culturale, il ritorno in libreria di un classico di Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada, a settant’anni dall’uscita e a meno di dieci dalla prima edizione Laterza, mi ha subito ricondotto a un circolo di domande snervanti, di quelle che gli scrittori amano farsi quando ragionano sulla serietà (o sull’opportunità, sulla profondità, se non sulla decenza) del loro mestiere. Domande urgenti – non solo perché mi è capitato di scrivere delGiappone – che rischiano di mettere a nudo la verità di una vocazione, la sua durabilità nel canale del tempo, l’affidabilità – e vorrei dire lo spessore – dell’Artificio.

La tentazione – anche solo nei rispetti di una “fonte documentaria”, per lo scrittore che tollera a malapena le domande snervanti – è quella di considerare il libro della Benedict come un grosso reperto, o al limite un detrito, di archeologia del pensiero occidentale. Un testo per molti versi incapace di rispondere alle sollecitazioni del presente, non-aggiornabile (per la mole e il contesto in cui fu scritto: commissionato all’autrice nel giugno del 1944 dal governo americano, per due anni prima dell’effettiva pubblicazione fu il vademecum di riferimento dei militari USA riguardo al paese che si preparavano a occupare). Però è vero che i classici, se realmente sono tali, iniziano col tempo a parlare una lingua diversa: perdono in perspicuità ma guadagnano sul terreno dei riflessi, o forse siamo noi che li leggiamo a spostarci quel tanto che basta a perdere di vista il loro centro argomentativo, e cominciamo a fare caso a tutto un ordine della lateralità che prima ci sfuggiva. Di fatto è nella nostra indole difendere ciò che ci piace, o ci è piaciuto/servito o che abbiamo sentito come autorevole/necessario. Cultura è probabilmente questa persistenza di un’idea di Necessità contro la forza erosiva del Mutamento.

Nell’orbita dei quasi-paradossi, materia in cui certi scrittori più di altri si trovano a proprio agio, andrà allora segnalata l’affilatura che si produce in questa inesorabile consunzione degli argomenti: un po’ come le città in rovina di cui parlava Derrida, per cui dallo scheletro dilavato riesci a risalire alla forma essenziale. Dunque una lettura di scarto, istintivamente perimetrale e periferica, lettura delle zone di passaggio, delle zone apparentemente “scariche”: «Quando comprendere il Giappone diventò per l’America un problema cruciale, queste contraddizioni, e molte altre non meno clamorose, non poterono più essere trascurate».

L’occasione, il dato «cruciale» ed evidentissimo, è la guerra. Il che scopre una prerogativa di questo libro intimamente legata al suo passaggio in una dimensione della conoscenza che più volte l’autrice rivendica come preliminare allo studio scientifico: in breve, circola questa idea di dover conoscere a fondo l’altro in quanto nostro nemico. Informazione che dopo settant’anni di Giappone pacifista (fatti salvi i rigurgiti nazionalisti dell’era di Abe Shinzo) innesca una distorsione prospettica davvero niente male. Quel genere di curvatura che inopinatamente restituisce a un libro ciò che è tagliato fuori dalle necessità della sua stessa ambizione: perché nel caso di Benedict, e particolarmente nel suo caso, ciò che manca alla visione analitica è l’esperienza traumatica. Il crisantemo e la spada è un libro scritto a partire da documenti e testimonianze raccolte sul suolo americano: prevede la letteratura specifica che lo precede ma non può beneficiare, dato il contesto bellico, del «viaggio sul posto». Eppure non sta nemmeno qui l’essenza di quello che ho chiamato trauma (nel nostro caso mancante). Perché lo choc dell’incontro traumatico col Giappone attuale non risiede nella frequentazione di circostanze aberranti o situazioni-limite, ma nella pratica dell’ordinario e del quotidiano – come sanno molti expat che in Giappone ci vivono e vengono presto assorbiti (al contrario dei turisti, a cui praticamente è permesso tutto) dai meccanismi infernali del lavoro, dalle logiche degli imperativi non scritti, dai ritmi sfiancanti della giornata-tipo.

Tornando al libro: Benedict ha provato a esaminare il comportamento di un popolo in guerra come un dato culturale. Naturalmente si tratta di un’operazione che, a ridosso di una pletora (e diverse tipologie) di rilevi, ci consegna dei “modelli”, i modelli culturali del sottotitolo. Fin qui niente di allarmante. I modelli in questione rispecchiano macro-problemi come l’intima necessità di gerarchia che muove la società giapponese, il concetto sociale di “debito” e relative conseguenze, la triade passione/virtù/autodisciplina, i fondamenti della pedagogia. Però quando vado a rileggere la lunga dichiarazione di metodo offerta nel primo capitolo non posso fare a meno di raffigurarmi Ruth Benedict come un novello Champollion che approfitta delle imprese napoleoniche per risolvere un problema relativo soprattutto alla sua intelligenza, e questo me la rende straordinariamente vicina (che è un modo come un altro per dire che l’intelligenza è metastorica, trascende i contesti, ed è sempre al culmine del mio interesse).

Michael Wolf_Tokyo compression_4Champollion, che non mise mai piede in Egitto, riuscì a scartare l’enigmatico involucro dei geroglifici. Ricordo la citazione di una sua lettera al fratello che avevo trovato, ragazzino, fra le pagine di Civiltà sepolte di Ceram: «parlo copto fra me e me». Ecco, quest’aria di assoluta immersione in un problema mentale è quanto permane intatto nel libro di Benedict: questo privilegio fatto di assiduità e fiducia nel potere della distanza. Ho detto che i romanzieri mettono in opera una specie di antropologia culturale rovesciata, che gioca sulla deflagrazione e conflagrazione degli effetti: l’onere del cosiddetto “incontro traumatico” spetta alla narrativa più che ad altri sistemi d’indagine scritta, ciononostante possiamo ancora lasciarci sorprendere da questa antropologa newyorkese che provò a «mettere in luce tutto ciò che fa del Giappone una società di Giapponesi» mentre attorno infuriava la guerra: quando per esempio indovina una piega decisiva nella pratica del suicidio, e ci mostra come l’attestazione di onorabilità del mondo antico ceda all’attualità straniante di una disciplina dell’autodistruzione. Mishima, per dire, si è tolto la vita precisamente in quella piega.

Mi chiedo se sia possibile leggere Il crisantemo e la spada, partendo dai pochi margini che ho indicato qui, come il racconto di un’impresa intellettuale. In parte credo di sì. Non è il racconto di una società agonizzante, anche se da molte pagine si può oggi percepire un senso di agonia che affiora dalla sottrazione di coordinate culturali, più o meno la medesima ostruzione che ci impedisce, a distanza di secoli, di comprendere una metafora medievale o l’ironia che iniettava vitalità in una data figura retorica. È più, in questo senso, un libro di paesaggi che possiamo affrontare, tra indispensabili cautele, con rinnovato piglio comparatista.

Ruth Benedict

Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese

traduzione di Marina Lavaggi, Ferdinando Mazzone e Marilena Renda, prefazione di Ian Buruma

Laterza, 2017, 378 pp., € 22

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Il Giappone di Parise

Ludovica del Castillo

Michael Wolf_Tokyo compression_5Nel mese di settembre del 1980 Goffredo Parise sbarca in Giappone, dove resta ospite per più di un mese dell’ambasciatore italiano a Tokyo Boris Biancheri; tra il gennaio ’81 e il febbraio ’82 pubblica sul «Corriere della Sera» i venti articoli che nel 1982 confluiranno nel riccamente illustrato volume L’eleganza è frigida (l’apparato iconografico cadrà tanto dal «Meridiano» dell’87 che dalla riedizione adelphiana del 2008).

La prima pagina è inaspettata: «lasciato il paese della Politica Marco sbarcò in Giappone». A saltare agli occhi è l’uso della terza persona: L’eleganza è frigida è un reportage ma anche un romanzo o, come ha scritto più precisamente Vito Santoro ( L’odore della vita. Studio su Goffredo Parise, Quodlibet 2009), una «trasfigurazione romanzata dell’esperienza personale mediante fantasie e suggestioni letterarie». C’è un rifiuto dell’analisi – a favore della sintesi – e un’inclinazione sensoriale: per lasciarsi illuminare dalle «semplificazioni fulminanti».

L’Avvertenza scritta da Parise per Guerre politiche, nel ’76, sembra un ponte necessario tra il reportage sul Giappone e quelli «politici» che lo hanno preceduto («Metto “politici” tra virgolette perché sul loro valore politico […] divento ogni giorno più scettico»): «lo scrittore che viaggia finisce per avere una sua idea di luoghi e persone diversi. Che analizza, con automatico piacere professionale, come insegnò a fare allora Marco Polo, un grande fenomenologo ante litteram». Nell’Eleganza è frigida proprio un Marco Polo redivivo è il protagonista, alter ego di Parise: «Marco che, come è noto, era stato precedentemente in Cina». Sia Parise che Polo, entrambi veneti, sono stati in Cina – certo in epoche diverse – e hanno raccontato il loro viaggio (Parise in Cara Cina, raccolto in volume nel 1966). Anche se il Marco di Parise viaggia ovviamente in aereo («l’aereo toccò terra alle 9.25 precise»), i verbi e i costrutti usati per indicare il viaggio sono legati alla navigazione («sbarcare», «spiegare le vele»), saldando ancora di più il legame con l’avatar Marco Polo e accentuando il carattere narrativo del testo.

La riprova del forte valore narrativo del reportage nipponico si legge sempre nelle prime pagine – rivelatrici, come anche in altri testi parisiani: «La notte parve estremamente silenziosa a Marco, che dormì di un sonno al tempo stesso felice e lontano, simile a quelli delle convalescenze o della salvezza. Questa era infatti la speranza di Marco nel lasciare il paese della Politica […] e questo il nuovo stato d’animo che lo accompagnò per tutto il tempo del suo soggiorno in Giappone». Il «sonno al tempo stesso felice e lontano» potrebbe quindi riferirsi all’intero viaggio giapponese, e non a una reale dormita rigeneratrice (che può anche essere avvenuta, certo), e si ritrova anche alla fine del reportage. Il piano del racconto è subito traslato: i personaggi, le situazioni, gli ambienti sono il motore di riflessioni tese alla ricerca di un’armonia, in una disposizione alla conoscenza – consapevole della parzialità di ogni sguardo – e alla tensione che Dalila Colucci nella sua brillante monografia ( L’eleganza è frigida e L’empire des signes. Un sogno fatto in Giappone , Firenze University Press 2016, che già dal sottotitolo – una parafrasi dal Candido di Sciascia – evoca la dimensione onirica) descrive come «la raffinata attitudine a scoprire parti di sé nelle immagini altre del mondo». Il Giappone come materia e spunto narrativo: il sognato nasce dalla memoria, filtro notturno del vissuto, inconscio. Viene in mente la serie di scritti di Parise usciti sul «Corriere della Sera» tra l’83 e l’84, col significativo titolo di Ricordi immaginari: etichetta che ben si addice anche al reportage giapponese, scritto dopo il rientro nel «paese della Politica».

Lo sguardo che cerca la tabula rasa, cosciente della propria parzialità, si riflette anche nella scrittura, per esempio nell’uso della congiunzione avversativa («ma» o «bensì»), con piglio comparativo: «Aveva ciglia cespugliose e bianche, ma tutto il suo modo di essere e di muoversi mostrava una educazione così alta e una così grande frequentazione delle cose dello spirito che Marco pensò subito a un artista».

Colucci sviluppa un confronto analitico e di accurata ricerca tra L’eleganza è frigida di Parise e L’impero dei segni di Roland Barthes, colmando l’indubbia distanza fra i due con una ricca partitura di rimandi incrociati. Recensendo sul «Corriere della Sera» l’edizione italiana dell’Impero dei segni – che in Francia era uscito nel 1970, in Italia da Einaudi solo nell’84, quattro anni dopo la morte di Barthes – Parise accusa il «pur brillante libretto» di Barthes di un eccesso di analisi (la «più profonda e oscura trappola in cui un semiologo per formazione e deformazione professionale non poteva non cadere»), ed è proprio dalla destrutturazione logica e dal rifiuto della dimensione analitica che parte nella sua descrizione del Giappone. Secondo Parise «il Giappone non si presta all’analisi ma quasi esclusivamente a una serie pressoché infinita di elettroshock, di fulminee intuizioni, quello che i giapponesi chiamano satori, una specie di perdita di conoscenza». Ma Barthes è un semiologo, Parise uno scrittore, e partono da impostazioni metodologiche diverse (Parise stesso poi, sempre nell’ Avvertenza a Guerre politiche, parla di «automatico piacere professionale»). E, come fa notare Colucci, in verità il concetto di satori è frequente pure nel Barthes tardo.

Michael Wolf_Tokyo compression_generaleL’eleganza è frigida sembra una tappa che condensa la scrittura precedente di Parise, integrata nel movimento circolare delle “fasi” dello scrittore vicentino e ne preannuncia gli sviluppi: i contatti con gli altri testi di Parise sono numerosissimi, e Colucci crea una vera e propria rete di rimandi interni ed esterni (in specie ad autori giapponesi assai amati da Parise, come Tanizaki e soprattutto Kawabata); da considerare sono pure la sua precedente esperienza di reporter e il difficile stato di salute negli anni del reportage nipponico. Si pensi per esempio ai Sillabari (in special modo alla seconda raccolta, pubblicata nell’82: per clima, questioni e anche per la struttura sia della raccolta sia dei singoli testi) o anche alle poesie, scritte da Parise tra il marzo e il maggio del 1986, a pochi mesi dalla sua prematura scomparsa in agosto, e pubblicate in volume postume (a cura di Silvio Perrella, da Rizzoli nel 1994). Di conserva colla sua monografia “giapponese”, proprio Colucci ha curato questi testi – restaurandone la lezione complessa, in precedenza restituita in modo incerto – in un’edizione commentata bilingue, italo-francese (con la traduzione di Marie-José Tramuta), promossa dall’Istituto di cultura italiano di Parigi. Del resto la giovane studiosa aveva già approntato un fitto commento al canzoniere di Parise nel suo imponente volume Nessuno crede al merlo d’acqua(Cosmo Iannone Editore 2011).

La vicinanza dei componimenti di Parise all’haiku – forma lirica tipica del Giappone – è evidente: l’haiku si caratterizza per brevità, per assenza di trama (e anzi, sostiene Barthes, proprio di contenuto), per l’incontro in un tempo microscopico di contingente ed eterno: così riportando in letteratura i cardini della filosofia Zen («quella filosofia del tutto e del nulla che si potrebbe riassumere fisicamente con il segno del circolo», dice Parise: e circolare, in effetti, si può considerare il complesso della sua opera: che in limine mortis torna al verso che aveva caratterizzato l’affascinante prosimetro scritto nell’adolescenza, I movimenti remoti: uscito a sua volta postumo, nel 2007 da Fandango, con introduzione di Emanuele Trevi). Anche se le poesie di Parise non rispettano i vincoli strutturali o l’argomento naturale, canonici nell’ haiku, ne mantengono però lo spirito, la grazia, la centralità dell’attimo – e dell’epifania: la poesia è un’illuminazione che sintetizza gli opposti, l’animo individuale e collettivo, e rende comprensibile l’incomprensibile: «La brevità […] intrinseca e fulminante della sensazione, dei sensi, di fronte a un microscopico attimo di natura». Sono «Lampi, petardi di poesia».

Goffredo Parise

Poèmes

a cura di Dalila Colucci, traduzione dall’italiano al francese di Marie-José Tramuta

Cahiers de l’Hôtel de Galliffet, 2016, 160 pp., € 16

Dalila Colucci

L’eleganza è frigida e L’empire des signes . Un sogno fatto in Giappone

Firenze University Press, 2016, 169 pp., € 19,50

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cazzuola ProvaUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Finalmente aperto!

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La strada della letteratura olivettiana

Ludovica del Castillo

ADRIANO-OLIVETTI«Se la narrativa e il cinema ci hanno dato poco sulla vita interna alla fabbrica, c’è anche una ragione pratica, che poi diventa una ragione teorica. Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra – e non si esce – facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione: a meno che non nascano degli operai o impiegati artisti, il che sembra piuttosto raro. Gli artisti che vivono fuori, come possono penetrare in una industria? I pochi che ci lavorano diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc. gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dalla assimilazione».

Una delle caratteristiche della letteratura industriale, e in particolare di quella centrata sull’esperienza olivettiana, sembra essere la posterità: per realizzarsi necessita d’«assimilazione». Potrebbe non essere un caso che Ottieri nel passo della Linea gotica appena citato abbia usato proprio questa parola: «assimilare» (mi si perdoni lo slancio pedante) deriva dal latino, assimilare o assimulare «rendere simile» (da simĭlis, da «simile»), e può avere una doppia valenza. Mi spiego meglio. Un primo significato riguarda il farsi simile, con un movimento del soggetto verso l’esterno. Nel secondo caso ha valenza di assimilare a sé, e riguarda la capacità del soggetto di trasformare in sé qualcosa di esterno. Dal soggetto all’ambiente esterno e dall’ambiente esterno al soggetto. Nel caso della letteratura olivettiana accade proprio questo: per poter fare dell’esperienza di fabbrica e della riflessione conseguente materiale di scrittura è necessario un assorbimento, una digestione: per raccontare qualcosa bisogna conoscerla, meglio ancora se la si è vissuta sulla propria pelle («gli altri non ne capiscono niente»). Ma questo presuppone l’altro lato della medaglia: il farsi simile. Nel momento in cui gli scrittori sono entrati in contatto diretto con la Olivetti – lavoratori con la L maiuscola, col cartellino – si sono effettivamente immersi in un’esperienza aziendale, affrontandola spesso in modo totalizzante e condividendo la visione dell’industria – e del mondo – dell’Ingegnere Adriano, facendosene anche rappresentanti. Collaterale all’immersione nel mondo industriale è l’impossibilità di parlarne in medias res: se timbro il cartellino non posso parlare del cartellino (o non ci riesco, per ragioni pratiche); la letteratura e l’industria sono due mondi inconciliabili – sembra suggerirci qui Ottieri – che possono incontrarsi veramente solo a posteriori, a partire dalla riflessione.

Per quanto riguarda gli studi olivettiani, a parte un primo periodo di vivacità negli anni a ridosso della morte di Adriano (1960), abbiamo assistito a un sostanziale silenzio dall’inizio degli anni Ottanta fino ai primi anni Zero. Vent’anni di riflessione, evidentemente; di ricollocazione, di comprensione e di assimilazione.

Quello che unisce gli scrittori appartenenti alla koinè olivettiana è la comune esperienza, e non un intento programmatico: non c’è nessun manifesto (se non, si direbbe, il pensiero di Olivetti). Ed è quindi sulla letteratura che è necessario concentrarsi, non solo sul fatto che quest’esperienza sia avvenuta e sia stata rilevante nella letteratura novecentesca – cosa ormai appurata –, ma sulla produzione critico-letteraria-saggistica degli autori per la determinazione dei suoi confini, dei suoi contenuti e delle sue forme.

Il libro di Giuseppe Lupo, La letteratura al tempo di Adriano Olivetti, segna finalmente un primo decisivo passo verso la definizione della letteratura olivettiana, non solo a parole e non solo su un singolo autore – come invece è avvenuto in passato in diversi testi sull’argomento –, ma dandogli finalmente la dignità di un libro: il giusto atteso riconoscimento. O meglio, esistono studi specifici sulla rivista «Comunità» e sulla casa editrice Edizioni di Comunità o sulla presenza di intellettuali e scrittori alla Olivetti, ma hanno sempre un’intenzione biografico-cronachistica, e non si occupano dei contenuti e delle forme della letteratura, se non marginalmente.

Un riconoscimento, dicevamo, che mancava alla letteratura olivettiana; mentre per altre discipline troviamo già editi degli studi che affrontano più approfonditamente le sfere d’influenza dell’azienda di Ivrea, o più precisamente della visione di Adriano Olivetti. E, per ricordarli, un valido esempio è il volume Psicologi in fabbrica. La psicologia del lavoro negli stabilimenti Olivetti (1980), o Olivetti: una storia, un sogno ancora da scrivere. La sociologia del lavoro italiana nell’esperienza di Ivrea (2001), o ancora numerosissimi interventi sull’architettura.

Nella Letteratura al tempo di Adriano Olivetti sono trattati i punti cardine del versante letterario-culturale della Olivetti: si parte dalla rivista «Comunità», si affronta il programma di Adriano Olivetti, la sua visione del mondo, le influenze (si pensi a Maritain, Mounier e de Rougemont), i contributi di diversi autori, i rapporti con l’esterno, la prosa, la poesia, l’architettura; sono affrontate le problematiche della materia e sono presentati sia i nodi sia una proposta di scioglimento; particolare attenzione è riservata ad alcune figure, come quella appunto di Ottieri. E molto interessante è soprattutto la seconda metà del volume, in cui si entra nel vivo della questione letteraria.

Dal punto di vista dell’organizzazione quella di Lupo (studioso che ha al suo attivo, oltre a numerose pubblicazioni su Vittorini e appunto sul nesso industria-letteratura come l’antologia Fabbrica di carta, curata con Giorgio Bigatti, Laterza 2013) si costituisce come una raccolta di saggi – per metà già editi in altre sedi a partire dai primi anni Duemila – divisi in quattro sezioni, e forse un prossimo passo che si potrebbe compiere nella direzione segnata dall’autore potrebbe essere quello della redazione di uno studio formalmente più organico, che parta proprio dalle premesse e dalle affermazioni di questo importante e necessario volume.

Giuseppe Lupo

La letteratura al tempo di Adriano Olivetti

Edizioni di Comunità, 2016, 316 pp., € 15

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cazzuola ProvaUn luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. A giorni si apre!

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alfadomenica #4 – gennaio 2017

A tutte le lettrici e i lettori di alfabeta2, buongiorno. Prima di presentarvi il sommario di questo alfadomenica, un paio di brevi comunicazioni sulla programmazione dei prossimi giorni e sul nostro cantiere. Tra i materiali che vi proporremo a partire da domani, desideriamo sottolineare in particolare la presenza, dopo l'articolo di Bifo uscito ieri, di due nuovi contributi su C 17, la conferenza sul comunismo che si chiude oggi all'Esc di Roma (la pubblicazione dei testi è prevista per martedì 24), e di uno speciale dedicato alla Giornata della memoria, in calendario venerdì 27 gennaio. Quanto all'associazione alfabeta, siamo al lavoro per aprire all'interno del nostro sito uno spazio dedicato unicamente ai soci e che vuol essere, appunto, un vero cantiere di riflessione, di intervento, di cambiamento. A chi ancora non ha aderito, segnaliamo che è attivo un modulo di iscrizione online. Per qualsiasi dubbio è possibile scrivere all'email associazioneculturale@alfabeta2.it, mentre l'email della redazione è redazione@alfabeta2.it

Ed ecco cosa trovate oggi su alfadomenica:

  • Ludovica del Castillo, Anni di lotta o anni di latta?:  «Il personaggio che prende la parola in questo libro […] entra in scena negli anni Cinquanta […]: “l’intellettuale impegnato”. […] l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo […] il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica». Così scrive Calvino nel 1980 nella Presentazione a Una pietra sopra (raccolta di saggi scritti tra il 1955 e il 1978): c’è la volontà di ordinare il passato, gli scritti del passato (allontanandoli «di quel tanto che permette d’osservare nella giusta luce e prospettiva»). La distanza libera la visione, ma questa è cosa risaputa. Ed è proprio la distanza che permette a Roberto Contu nel suo Anni di piombo, penne di latta di affrontare con uno sguardo libero da prospettive consolidate l’argomento spinoso della perdita di centro che ha coinvolto la maggior parte degli scrittori italiani negli anni della «crisi sistematica del mondo intellettuale». Leggi:>
  • Claudio Canal,  Rohingya, abbiamo passato la vita a piangere:  Non ha smosso granché le coscienze la foto del bambino a faccia in giù nel fango. È la ferrea legge del visuale. Le repliche perdono via via di attrattiva. Quella di Aylan Kurdi sulla spiaggia è memorabile, quell’altra è dimenticabile. La nostra geografia neuronale, i nostri tantissimi recettori non posso ospitare tutto il mondo, lo spazio è quello che è. Quanti bambini muoiono a faccia in giù in perfetta solitudine o circondati dallo strazio dei genitori? Non lo sapremo mai. Aveva 16 mesi Mohammed Shohayet, questo forse il suo nome, con la famiglia stava attraversando il fiume Naf che separa la Birmania/Myanmar dal Bangladesh. Qualcosa è andato storto e il formato jpeg della sua fine è rimbalzato sui video in una vampata di indignazione planetaria velocemente consumata e digerita. Ignaro della sua effimera fama postuma, Mohammed avrebbe preferito una esistenza anonima e oscura come quella dei suoi genitori, come quella della popolazione di cui faceva parte, i Rohingya, da pochi mesi invece in traballante voga mediatica. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Albertario: È una raccolta, con questo titolo, offertami per il mio compleanno, il 2 novembre scorso. L’autrice, Paola Sosio, è infermiera, ciclista da competizione, cuoca e pasticcera. Ultima generazione, raccoglie, trascrive ricette della nonna, della mamma, della cognata, del marito, eppure tutte respirano il suo talento e sono solo sue. Dagli antipasti ai liquori, anticipano la degustazione in una veste che non ricorda i vecchi quaderni di casa, perché uscite da un computer sono stampate e rilegate con un frontespizio. Quaranta pagine ognuna con il suo numero e la sua ricetta. L’eredità ha stimolato la fantasia e la precisione, emancipando la cuoca e citeremo i Baci di dama salati. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Giochi alfabetici / Intitolate (3): Il gioco che sfida a rintracciare il nome di un artista reale, anagrammando il titolo di una mostra immaginaria, stavolta è declinato al femminile e si intitola appunto IntitolateFinora abbiamo giocato con Gianfranco Baruchello (fragore con la china blu), Mario Ceroli (mai colorire), Sandro Chia (china sorda), Luca Vitone (vuole canti), Massimo Bartolini (amo simboli strani). Era ora di cambiare genere, rifacendosi a un esempio magistrale: gli anagrammi che nel 1974 Man Ray dedica all’amica Carol Rama, geniale e irriducibile artista nata a Torino come Olga Carolina Rama e morta nel 2015. Leggi:>
  • Semaforo:  Frigoriferi - Pulsanti - Scarpe  Leggi:>

Anni di lotta o anni di latta?

espressoLudovica del Castillo

«Il personaggio che prende la parola in questo libro […] entra in scena negli anni Cinquanta […]: “l’intellettuale impegnato”. […] l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo […] il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica».

Così scrive Calvino nel 1980 nella Presentazione a Una pietra sopra (raccolta di saggi scritti tra il 1955 e il 1978): c’è la volontà di ordinare il passato, gli scritti del passato (allontanandoli «di quel tanto che permette d’osservare nella giusta luce e prospettiva»). La distanza libera la visione, ma questa è cosa risaputa. Ed è proprio la distanza che permette a Roberto Contu nel suo Anni di piombo, penne di latta di affrontare con uno sguardo libero da prospettive consolidate l’argomento spinoso della perdita di centro che ha coinvolto la maggior parte degli scrittori italiani negli anni della «crisi sistematica del mondo intellettuale». Simbolici i confini cronologici del libro: il primo è il 1963, quando Calvino pubblica La giornata di uno scrutatore (in un momento in cui il disorientamento degli scrittori è ormai comune), e il secondo è il 1980, l’anno della Strage di Bologna, ultima delle grandi azioni terroristiche di quel periodo.

Anni di piombo, penne di latta si basa prevalentemente sugli scritti d’occasione degli autori del tempo, ed è il frutto di un dettagliato e approfondito lavoro di ricerca, specialmente in emeroteca: interventi su questioni antropologico-culturali e politiche, sul presente, pubblicati su quotidiani e riviste (anche se non mancano le eccezioni). Il discorso si sviluppa cronologicamente, affrontando alcune case histories che meglio raccontano il cambiamento della figura dell’intellettuale, spesso presentando la miccia che ha acceso un dibattito, ricostruendo i termini delle diverse querelle, quali sono stati i punti di scontro e di contatto con la società. Ha un gran peso Pasolini, ma non da meno sono Calvino, Fortini, Sciascia, Moravia.

Gli scrittori non sentono più – gramscianamente parlando – «pulsare l’attività della città futura» che la loro parte sta costruendo. Ma qual è poi la loro parte? E l’altra? Nasce la consapevolezza di muoversi in una realtà disgregata, sfaldata, senza centri: dopo un primo spaesamento ha prevalso l’accettazione della perdita di voce, la consapevolezza del silenzio. E poi forte è il peso della difficoltà di dialogare con il nuovo interlocutore, che si definisce chiaramente nel Sessantotto nella generazione protagonista del movimento. Già nel 1961 Pasolini scrive, agli albori del tempo nuovo (nella rubrica Dialoghi con Pasolini tenuta su «Vie Nuove»):

«Perché non mi è mai riuscito di distinguere un “problema della gioventù” […]. Scuola, istituzioni familiari, morale corrente, cattolicesimo, comunismo: questi, e infiniti altri, sono i problemi in cui si innesta il problema dei giovani. Solo risolvendo i primi si risolve il secondo».

Il nodo della questione è prima di tutto sociale, culturale, politico. Le parole di Pasolini sentono nitida l’eco del boom economico (e, anche per gli anni successivi, non si dovrebbero ignorare le sue onde d’urto sulla società tutta) e contengono già in seme i motivi dello spaesamento degli scrittori. Insomma: cambia l’interlocutore perché cambia la storia.

Ma non tutti gli sforzi di dialogo sono vani: facendo un salto in avanti di qualche anno – rimanendo nei confini temporali imposti da Contu – un’esperienza positiva che ha dato preziosi frutti è certamente quella di Celati, con il libro Alice disambientata: Celati, professore al DAMS di Bologna, durante le occupazioni del ’77 trasforma il suo corso sulla letteratura vittoriana del nonsense in un momento di incontro cogli studenti, tra letteratura e presente, e supera le barriere che gli scrittori protagonisti di Anni di piombo, penne di latta non sembrano riuscire a oltrepassare: un’esperienza che avrebbe forse avuto diritto maggiore spazio nel libro, come un felice tentativo di dialogo attraverso la letteratura. Certo in quel caso la penna non era stata di latta.

In questi «anni complicati» gli scrittori si sono trovati immersi in un tempo pieno di contraddizioni, e mi pare che la loro sensazione sia stata spesso di avere di fronte la contestazione come stile di vita diffuso, più come si seguiva la moda del pantalone a zampa che come scelta individuale ragionata. Mi viene in mente Parise, che nel suo reportage sul Laos del 1970 (in Guerre politiche) racconta la visita a una scuola e la conversazione avuta col suo direttore:

«“So che i giovani italiani vogliono studiare ma le autorità accademiche e il governo lo impediscono chiudendo le scuole per ragioni politiche. So anche che gli studenti italiani appoggiano la nostra lotta […]”. […] chiedo di poter riferire agli studenti italiani l’orario di lavoro degli studenti del Fronte Patriottico del Laos. L’orario è il seguente:

Ore 5: sveglia. Ore 5-6.30: ginnastica e giardinaggio. Ore 7: piccola colazione. Ore 7-11: lezioni in aula. Ore 11: primo pasto. Ore 11-13.30: siesta. Ore 13.30-16.30: studio personale. Ore 16.30-18: giardinaggio. Ore 18: cena. Ore 18-19: riposo. Ore 19-21.30: studio. Ore 22: dormire. Al pomeriggio del lunedì e del sabato attività artistiche e letterarie. La domenica è dedicata al lavoro dei campi e all’esercizio sull’uso delle armi automatiche e contraeree. Una volta alla settimana, a turno, si formano pattuglie che perlustrano la zona per un raggio di circa cinquanta chilometri.»

Ma dicevamo: il problema dell’intellettuale-scrittore sembra essere, come suggerisce Contu, un problema generalizzato, prima di tutto socio-culturale. Emblematica la copertina dell’«Espresso» descritta nell’epilogo di Anni di piombo, penne di latta: la foto è quella di Giuseppe Memeo mentre esplode alcuni colpi di pistola ad altezza-uomo durante una manifestazione per la morte di Giorgiana Masi, il titolo del numero è I guerriglieri. Chi sono, come combattono, come vengono combattuti. Fin qui c’è la tragicità dell’immagine, ma nessun cortocircuito. Poi, sempre guardando la copertina, l’occhio di Contu si sposta in basso a destra: Inserto: manuale del buon giardiniere. S’intende forse il giardinaggio come quello degli studenti del Laos, e non lo abbiamo capito? Forse la colpa della perdita di voce degli scrittori, e della parola scritta, non è solo di chi scrive. In questi giorni, mentre muore Fidel Castro, nella sua trasmissione televisiva Lilli Gruber chiede a Gianrico Carofiglio il segreto per scrivere un libro di successo.

Roberto Contu

Anni di piombo, penne di latta

(1963-1980. Gli scrittori dentro gli anni complicati)

Aguaplano, 2016, 512 pp., € 25