Euro sì o Euro no? Modeste proposte di Luciano Gallino

Euro_coins_and_banknotesAndrea Fumagalli

Opera meritoria, quella dell’editore Laterza di raccogliere e ripubblicare gli articoli che Luciano Gallino (scomparso lo scorso 8 novembre) ha pubblicato su «la Repubblica» a partire dall’inizio della crisi economica mondiale del 2008. Il titolo dell’opera, Come (e perché) USCIRE DALL’EURO ma non dall’Unione Europea (con uscire dall’euro scritto in rosso e a caratteri cubitali) è invece fuorviante. Oltre a strizzare l’occhio (per ragioni di marketing?) alla vulgata populista di vedere nella moneta unica europea l’origine di tutti i nostri mali, il titolo fa riferimento all’ultimo articolo, inedito: Modesta proposta per uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea, terminato di scrivere l’8 ottobre 2015: esattamente un mese prima della morte di Gallino. Un articolo di 16 pagine su un totale di poco meno di 200, che invece parlano di tutt’altro e, più precisamente, delle politiche economiche che in Europa e in Italia, nel nome del dogma dell’austerità, hanno peggiorato la crisi economica anziché risolverla, creato iniquità sociali, smantellato il sistema di welfare, precarizzato il lavoro, impoverito l’Italia e l’Europa a vantaggio delle oligarchie burocratiche e finanziarie.

Torneremo più avanti a parlare di quest’ultimo articolo. Per il momento ci soffermiamo sul contenuto del libro, che vede raccolti ben 45 articoli, suddivisi per tematiche e distribuiti su tre parti. L’introduzione è composta da un saggio, di estrema chiarezza e semplicità, che analizza la nascita del pensiero neo-liberista, a partire dalla fondazione della Mount Pèlerin Society nel 1947 sul lago di Ginevra, per opera di economisti come Maurice Allais, Ludwig Von Mises, Milton Friedman e Walter Eucken (il padre dell’ordo-liberismo tedesco) e di filosofi come Karl Popper. È immediato il rimando all’ordo-liberismo tedesco all’indomani della Grande Guerra, come momento di incubazione dell’attuale pensiero nei-liberista; così come è immediato il riferimento alla Nascita della bio-politica di Foucault (ancorché non citato nell’articolo).

La prima parte, invece, si sofferma sugli aspetti finanziari e su come la crisi dei sub-prime abbia colpito in primo luogo l’economia reale. In questi primi articoli, redatti all’inizio della crisi, in Gallino sopravvive l’idea (forse la speranza) che proprio la crisi potesse in qualche modo contrapporsi alla crescente finanziarizzazione dell’intero sistema economico: Come salvare l’economia dalla finanza, 25 maggio 2010). Ma tale speranza è veloce a morire: nel momento stesso in cui Gallino, riprendendo uno dei temi classici della sua ricerca, analizza il perdurante declino dell’industria italiana. Tale declino è imputabile alla scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo della classe imprenditoriale italiana, alla sua miopia nel perseguire un profitto a brevissimo termine, risparmiando sui costi piuttosto che investire in qualità, alla ridotta dimensione delle imprese e ai costi troppo elevati del sistema creditizio.

La seconda parte della raccolta ha come tema l’Europa liberale. La denuncia del Finanzcapitalismo (Einaudi 2011) va di pari passo con l’impietosa analisi delle misure di politica economica da quelli che Gallino impietosamente non ha remore nel definire «i quattro governi del disastro» (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi). Una logica che come sappiamo ha favorito il lato dell’offerta, precarizzando il lavoro a vantaggio dei profitti e della rendita, a discapito del welfare state, dei consumi e quindi della domanda. In tal modo si è favorita una recessione economica che è stata la causa principale della crescita del rapporto debito/PIL, in una spirale viziosa da cui non siamo ancora usciti. Il paradosso è che Renzi non sembra accorgersi che in Italia il processo di precarizzazione è di gran lunga più avanzato che nel resto d’Europa, e che un ulteriore intervento in tale direzione avrebbe portato alla fine del dualismo del lavoro tra insider e outsidser, rendendo la precarietà una forma generalizzata, strutturale e istituzionalizzata. Tutti/e outsider: come si è puntualmente verificato.

Ed è proprio la deregulation del lavoro a essere oggetto della terza e ultima parte del libro, dal significativo titolo Tanta fatica per nulla…, caratterizzata da tre «senza»: senza lavoro, senza denaro, senza stabilità. In queste pagine si affrontano i temi della disoccupazione, dei salari troppo bassi, dell’eccessiva precarietà del lavoro. Gallino ha buon gioco nel sostenere che queste tre carenze sono alla base della bassa produttività del lavoro e delle difficoltà delle imprese italiane nel rimanere competitive nelle filiere internazionali. E che le politiche del lavoro, ultimo il Jobs Act, lungi dal rappresentare la soluzione, costituiscono invece il problema.

Molto netta è la posizione di Gallino riguardo l’Euro, che viene esplicitata per la prima (e unica) volta nell’inedito saggio conclusivo che chiude la raccolta. Questo testo necessita di essere approfondito, anche perché si discosta da analoghe proposte di abbandono dell’Euro sulla base di argomentazioni poco rigorose e assai populiste, oggi assai di moda. In primo luogo, il ragionamento di Gallino non è antieuropeista. Infatti dichiara che è cosa buona e giusta per l’Italia rimanere nell’Europa (e siamo sicuri che manterrebbe tale posizione anche riguardo il dibattito di questi giorni sulla Brexit). Gallino critica la moneta unica – l’Euro – in quanto strumento inadeguato per favorire la costruzione di un’effettiva unità europea. Disfarsi dell’Euro per fare un’Europa più forte, dunque. Principalmente per due motivi. Il primo ha a che fare con la perdita della sovranità economica e monetaria. Secondo Gallino «il costo economico, politico e sociale della sovranità perduta a causa dell’euro supera il costo di uscirne». Oltre a questo Gallino fa notare che oggi, grazie all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, modificato dal Trattato di Lisbona (entrato in vigore il 1 dicembre 2009), è possibile per un singolo stato dell’Eurozona poter recedere in modo negoziato dall’appartenenza all’Unione Monetaria Europea, ma non dall’Unione Europea.

È possibile che le politiche di austerity imposte dalla Troika ad alcuni paesi membri abbiamo avuto un costo superiore ai costi che avrebbe comportato una loro uscita dalla moneta unica (anche se tale calcolo è solo stimabile ex ante). Ma non è questo il punto. L’Euro, come ci ricorda lo stesso Gallino, è uno strumento, non un fine. Occorre quindi chiedersi chi sia a usare questo strumento, e a qual fine.

La risposta viene fornita da Gallino nelle precedenti 170 pagine del libro. La moneta – qualunque moneta – è di per se stessa uno strumento di gerarchia economica. È l’esemplificazione dei rapporti sociali di forza in atto. Il punto è dunque che non è sufficiente modificare la moneta-strumento, magari consentendo un maggior grado di libertà di scelta nelle politiche economiche e sociali attraverso una maggiore sovranità monetaria, se poi tali politiche e tale sovranità restano condizionate e vincolate dalle oligarchie finanziarie, ovvero da coloro che hanno oggi il potere di determinare e definire le convenzioni monetarie-finanziarie dominanti, quelle che indirizzano l’attività speculativa laddove viene ritenuto più conveniente, a prescindere dall’illusoria autonomia di una banca centrale, qualunque essa sia (Fed, BCE o nazionale).

Il secondo argomento a favore dell’abbandono dell’Euro è, secondo Gallino, il fatto che la moneta unica è costituita in massima parte da «denaro-credito», ossia «denaro creato dal nulla dalle banche private e dalla BCE»: il «denaro-credito» si contrappone (sovrastandolo di gran lunga) «al denaro-pieno, che è quello costituito dal denaro creato unicamente dalla Banca Centrale di uno Stato, oppure appoggiato all’oro (o all’argento), ovvero alla produzione di beni reali di cui rappresenta il valore».

Nel periodo del paradigma fordista, il capitalismo era un’economia monetaria di produzione. Ora, in tempo di capitalismo bio-cognitivo, è un’economia finanziaria di produzione. Non c’è accumulazione senza indebitamento. Ai tempi del fordismo, l’indebitamento veniva generato dalla creazione di moneta ex-nihilo (dal nulla, ovvero moneta-credito), emessa dalla Banca Centrale. Dopo il collasso di Bretton Woods e la fine della parità aurea (35 $ per un oncia d’oro), la moneta perde la sua unità di misura tangibile, si smaterializza al 100% e diventa pura «moneta-segno». L’unità di misura del valore della moneta non esiste più. Questa è l’essenza della finanziarizzazione degli ultimi trent’anni, che ha segnato il primato della speculazione finanziaria (privata, ovvero gestita dalle oligarchie finanziarie) come fonte di creazione di moneta sul monopolio di emissione di creazione della moneta da parte delle Banche Centrali.

Contrariamente a quanto sostiene Gallino, il «denaro-credito» non è più tale, si trasforma in «denaro-finanza» e il «denaro-pieno» diviene retaggio del passato. Non c’è più nessun rapporto con l’oro. Il «denaro-finanza» è oggi creato dalla speculazione finanziaria come moneta «dal nulla», in grado di attivare un moltiplicatore finanziario autonomo capace di influenzare le dinamiche della produzione e la dinamica della domanda aggregata e della distribuzione del reddito. È l’esito della preminenza della produzione immateriale e della cooperazione sociale (general intellect), che travalica ogni forma di misurazione tangibile.

L’Euro è figlio di questa evoluzione. Pensare di ritornare al «denaro-pieno» è andare contro la storia. Da questo punto di vista, qualunque moneta – anche se creata da un monopolio di emissione di una Banca centrale – è comunque soggetta al potere delle convenzioni (speculative) dettate dall’oligarchia finanziaria. In quest’ottica la questione politica che dobbiamo porci è, a mio avviso, la seguente: è possibile, Euro o non Euro, creare ambiti per un’autonomia finanziaria in grado di definire un ambito di azione auto-organizzata che non dipenda dal biopotere dei mercati finanziari? È possibile creare spazi per un’autonomia costituente? È possibile una moneta del comune, complementare e alternativa, in grado di creare le condizioni per un’autodeterminazione delle scelte di vita e di auto-valorizzazione di un modello antropogenetico dell’essere umano per l’essere umano, finalizzato alla creazione di valore d’uso e non di scambio?

Sentiremo la mancanza di un intellettuale come Luciano Gallino. Un intellettuale critico del presente, che oggi ci interroga sulla stessa figura dell’intellettuale: specie tanto più in estinzione quanto più prona alle chimere dell’accettazione acritica, comoda e servile del presente.

Luciano Gallino

Come (e perché) uscire dall’Euro ma non dall’Unione Europea

Laterza, 2016, 202 pp., € 15

Gallino. Per chi verrà

il-denaro-il-debito-e-la-doppia-crisi-106044Lelio Demichelis

Luciano Gallino ci ha lasciato, ma questo non è un necrologio (non lo avrebbe voluto). E la voglia di riordinare anni di riflessioni in comune lasciano il posto non al ricordo (anche, ci mancherebbe), ma a ciò che ci ha lasciato come suo messaggio, appunto il libro uscito poche settimane fa e ultimo di una trilogia (pubblicata da Einaudi) dedicata a questa crisi che è finanziaria ed ecologica insieme: Il denaro, il debito e la doppia crisi. Serie iniziata con Finanzcapitalismo (2011) e proseguita poi con Il colpo di Stato di banche e governi (2013), passando per l’intervista a Paola Borgna su La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012).

D come denaro e come debito. E denaro e debito come cause di una crisi appunto finanziaria ed ecologica insieme che compromette, secondo Gallino (e noi con lui), le basi stesse della società e del pianeta. Il tutto, spiegato ai suoi nipoti, come recita il sottotitolo del libro. Un testamento etico e politico che Gallino cercava di lasciare a noi e per noi perché lo leggessimo e meditassimo, provando a usare il pensiero critico (recuperandolo dalle cantine in cui lo abbiamo riposto come cosa inutile e dimenticata) per uscire dalla prigione ideologica neoliberista che ci sta strangolando da troppi anni. Anche se, scrive appunto Gallino ai suoi nipoti “quel che vorrei provare a raccontarvi è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale e morale. Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza, e quella di pensiero critico”. Due idee oggi scomparse anche o soprattutto a sinistra (in particolare in Italia), a causa di una perfetta ma diabolica sommatoria di ordoliberalismo tedesco e di neoliberismo statunitense fatta propria della stessa sinistra, sinistra dove anche e purtroppo è scomparso il pensiero critico o forse il pensiero e basta, perché pensare è sempre esercitare riflessione e critica, perché il pensiero è critica o non è pensiero. Con l’inevitabile conseguenza che “ad aggravare queste due perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità”.

In questi ultimi anni, Gallino ha sempre cercato di dire il vero, come ancora in questo ultimo scomodissimo e quindi preziosissimo libro, battendosi contro il conformismo e l’ideologia (la stupidità, appunto), provando a dire il vero sulle cause della crisi del 2008, convinto, come Rosa Luxemburg che dire ciò che è, rimane atto veramente rivoluzionario, senza il quale la menzogna e la stupidità saranno invece imbattibili. Dire il vero, oppure fare parresia secondo Michel Foucault, unico modo per non subire la menzogna e la stupidità del potere, però capace di riprodursi grazie ai propri meccanismi di veridizione.

L’uguaglianza, oggi dimenticata: ormai convinti che la disuguaglianza sia legata al merito (o al demerito) individuale, che non derivi dal sistema e dalla sua iniquità (e stupidità) ma da colpe appunto individuali. Eppure, era stata un’idea forte, rivoluzionaria ma anche riformista del secolo scorso, soprattutto in due grandi periodi storici: gli anni ’30 del ‘900 con la presidenza di Roosevelt negli Usa (“che videro fra l’altro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolamentazione della finanza”); e i primi trent’anni dopo il 1945, con la nascita dei sistemi di welfare, le politiche keynesiane, la redistribuzione dei redditi dall’alto verso il basso e la quasi eutanasia del rentier. Poi, sul finire degli anni ’70 “la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza”. E cominciò così un attacco sistematico, reiterato, pedagogico ma soprattutto ideologico (ancora la stupidità) all’idea di uguaglianza (e quindi anche all’idea di fraternità/solidarietà e conseguentemente alla stessa idea di libertà), alla società civile, al sindacato, ai diritti sociali, alla partecipazione: il tutto via mass media, università, partiti di sinistra. Mentre venivano contestualmente effettuati “tagli micidiali all’istruzione, all’università, alle pensioni, alla sanità, in base all’assunto (del tutto falso) che eravamo tutti vissuti al di sopra dei nostri mezzi”, facendoci dimenticare che invece proprio il nostro dover vivere al di sopra dei nostri mezzi era stata la strada obbligata (facendoci indebitare) per garantire la sopravvivenza al sistema capitalista.

Causa fondamentale della sconfitta dell’uguaglianza è stata, dagli anni Ottanta in poi, la doppia crisi, del capitalismo e del sistema ecologico, quest’ultima strettamente collegata con la prima”. Perché alla sua crisi a molte facce, il capitalismo (non l’economia di mercato come la si vorrebbe chiamare per nasconderne la vera essenza, ma proprio il capitalismo, come insiste Gallino) ha infatti reagito “accrescendo lo sfruttamento irresponsabile dei sistemi che sostengono la vita – concetto che l’espressione sistema ecologico vuole riassumere – nonché ostacolando in tutti i modi gli interventi che sarebbe necessario adottare prima che sia troppo tardi. Il tutto con il ferreo sostegno di una ideologia, il neoliberalesimo, che riducendo tutto e tutti a mere macchine contabili dà corpo a una povertà del pensiero e dell’azione politica quale non si era forse mai vista nella storia”.

E dunque, l’urgenza di un pensiero critico. Quel pensiero “che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia”. Un pensiero critico che ci piace avvicinare alla Teoria critica della Scuola di Francoforte, ancora a Foucault oppure oggi a Erri De Luca. Mentre oggi, al posto del pensiero critico, al pensiero come pensiero, ci troviamo immersi nell’egemonia dell’ideologia neoliberale (e non è vero che le ideologie del ‘900 sono finite, neppure è vero che siano finite le Grandi Narrazioni; siamo piuttosto dentro a una meta-narrazione ormai globale e totalitaria fatta di rete e di capitalismo), una ideologia neoliberale appunto strettamente connessa (la parte per il tutto, il tutto per le singole parti) “all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. E’ l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo dell’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere arrivata a un punto di non ritorno”.

Ma allora, che fare? Da nonno che parla ai nipoti, Gallino guarda all’uomo, alla società che vuole costruire (se ne avesse ancora la capacità, ma quanto proposto da Gallino è un modo possibile proprio per recuperare la capacità umana di pro-gettare il futuro per sé): “La concezione dell’essere umano teorizzata e perseguita ai giorni nostri con drammatica efficacia dal pensiero neoliberale ha lo spessore morale e intellettuale di un orologio a cucù. In alternativa, nei vostri libri di scuola potete trovare quanto di meglio il pensiero occidentale ha espresso in venticinque secoli. Si tratta di metterlo in pratica. Fondamentale, in esso è la distinzione tra ragione soggettiva o strumentale e ragione oggettiva. La prima vede nell’essere umano principalmente una macchina da calcolo, che pondera senza tregua il rapporto tra mezzi e fini: è l’idea alla base dell’ideologia neoliberale. Per contro, stando alla seconda definizione di ragione, questa esiste anche nel mondo oggettivo. Come ha scritto Max Horkheimer, essa esiste nei rapporti fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni. In questa concezione, quel che più conta sono i fini, non i mezzi”. Invece, oggi il mezzo, l’economia, è diventato il fine, mentre l’uomo, ovvero il fine, è divenuto un semplice mezzo, se non una merce. Capovolgendo la ragione, negando l’uomo e divinizzando il capitalismo (che, come diceva Benjamin nel 1921, è appunto una religione).

E dunque, continua Gallino: “Se riuscirete a costruirvi un’immagine dell’essere umano da creare in voi, ispirata da fini ultimi simili a quelli citati piuttosto che dai precetti della finanza, vi verrà naturale pensare a quale sarebbe il genere di società in cui quel tipo umano vorrebbe vivere e che vorreste impegnarvi a realizzare. (…) Nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diversamente e si adopera per essere fedele a tale ideale”. E allora: “Considerate questo piccolo libro un modesto tentativo volto ad aiutarvi a coltivare una fiammella di pensiero critico nell’età della sua scomparsa”.

Luciano Gallino

Il denaro, il debito e la doppia crisi.

Spiegati ai nostri nipoti.

Einaudi

Pag. 200

18.00

J’accuse! L’Europa è morta il 22 settembre

Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.

Di più: di un autentico crimine economico e sociale (oltre che intellettuale) compiuto contro l’Europa come ideale e contro l’umanità di milioni di europei oggi impoveriti e con aspettative di qualità della vita (individuale e sociale, politica ed economica) drammaticamente decrescenti. Tutto questo mentre vi erano (e vi sono) alternative decisamente migliori rispetto alle politiche (antipolitiche e antisociali) fin qui adottate dall’Europa. E se non sono state adottate, è perché l’ideologia ha prevalso sull’intelligenza.

Il crimine – da loro compiuto con ostinatissima determinazione e ideologica premeditazione (con dolo) – è di aver fatto morire ancora di più l’Europa (che già non stava troppo bene) e i suoi valori di solidarietà, socialità, uguaglianza, libertà e fraternità, e di ricerca di un virtuoso essere-in-comune. E di averlo fatto usando la crisi finanziaria come alibi/grimaldello per ridefinire e rimodulare in senso autoritario (leggi: indebolire se non cancellare) i diritti sociali e quindi anche politici e civili, la giustizia sociale e non solo, la democrazia, un’idea di progresso – il tutto sempre nella logica ideologica neoliberista per cui non deve esistere società ma solo individui, dimenticando che è impossibile essere individui senza società e democrazia.

Diritti e valori che erano le linee guida virtuose dell’Europa nel trentennio 1950 - fine anni Settanta, quando la politica aveva cercato di democratizzare il capitalismo. Che poi i maledetti trent’anni successivi – quelli del neoliberismo che voleva abbattere la democrazia sostanziale anche se non quella formale (e perché farlo, se bastava svuotare la democrazia di quei diritti e di quei valori e governare in nome di un incessante stato d’eccezione, pur chiamandolo ancora democrazia?) – avevano iniziato ma non erano ancora riusciti a demolire del tutto.

Il lavoro di solidificazione della società e degli individui sotto la pesantissima egemonia tecnocapitalistica (esito inevitabile della baumaniana modernità liquida) doveva essere portato a compimento ed è stato facile farlo sotto i colpi della crisi, imponendo ancora più mercato e meno Stato, riducendo il welfare e allo stesso tempo imponendo una jüngeriana mobilitazione totale nella esasperazione del principio di prestazione secondo Marcuse e del principio di connessione nella società di massa della rete.

Portate dunque a niente, l’Europa e la sua democrazia sociale. In nome di un’ideologia neoliberista socialmente devastante e fatta di pure astrazioni (come il rapporto Pil/deficit/debito); portando a niente l’idea stessa di unione che presuppone solidarietà ed empatia, e non abbandono, esclusione, impoverimento. Con europei preda infine di un sempre più pervasivo senso di impotenza e di stanchezza e insieme di un utilitarismo che porta a chiudersi in se stessi (i falsi individui del neoliberismo, i nuovi solipsismi narcisistici, i nuovi comunitarismi e i nuovi tribalismi), demolendo il vecchio contratto sociale e riportando tutti a un regressivo stato di natura, all’homo (oeconomicus) homini lupus.

Un’Europa portata a niente dal nichilismo tedesco, ora nella sua forma teologico-economica e non più teologico-politica e diventato ormai nichilismo europeo, in overdose di cinismo. Che si è sommato al meta-nichilismo implicito nel tecno-capitalismo. Portando infine alla resurrezione dello schmittiano amico/nemico tra europei, oggi tradotto nel virtuosi-predestinati contro colpevoli-peccatori; tra vincenti che vogliono vincere ancora di più (credendosi predestinati) e perdenti che devono perdere ancora di più. Per questo Angela Merkel ha vinto facile tra tedeschi che si credono virtuosi ma dimenticano i loro 7,5 milioni di minijob a 450 euro al mese.

Dunque, questo è un J’accuse! rivolto direttamente agli europei («è a loro che va gridata questa verità», usando ancora Zola), cioè a tutti noi. Noi: che sognavamo di poter essere cittadini di una Unione infine politica e che invece ci ritroviamo a essere sudditi di una dis-Unione dove niente è politica, poco (sempre meno) è democrazia e tutto (sempre di più) è economia, mercato e impresa. Noi: europei-non-più-europei che hanno permesso che l’Europa diventasse un incubo fatto di 26 milioni di disoccupati (19 milioni nella sola euro-zona e 4 in Italia), con una disoccupazione giovanile che ha superato il 60% in Grecia e il 40% in Italia.

Una lenta agonia

J’accuse! Perché dopo una lenta agonia, durata più di cinque anni, l’Europa è morta ufficialmente il 22 settembre 2013. Dov’è finito allora il sogno di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi e del loro Manifesto di Ventotene? Era più di un bellissimo sogno (migliorabile, ma bellissimo e in parte realizzato, prima della sua attuale rottamazione), un sogno a occhi aperti figlio di una ragione politica illuministica-liberalsocialista capace di guardare avanti, di cercare il futuro oltre le rovine di quella prima parte del secolo breve novecentesco.

Con la vittoria di Angela Merkel, invece, quel sogno muore (forse) definitivamente sotto il peso delle rovine (recessione, disoccupazione, impoverimento, malessere sociale, perdita di futuro per i giovani) che questa Europa ha voluto/dovuto rovesciarsi addosso per l’inettitudine, l’ostinazione, la paranoia di una oligarchia che ha sequestrato la democrazia e manipolato la verità; e di una massa di europei capaci di indignarsi solo un po’ (ma poco), di occupare un po’ (ma poco) qualche piazza e di impegnarsi (ahimè, molto) rincorrendo populismo o disimpegno.

Un secolo lunghissimo – il Novecento – (e non breve), iniziato con le rovine prodotte (1914) a Sarajevo e che si conclude (forse) con le rovine prodotte oggi da Berlino e da Francoforte su gran parte dell’Europa, mentre il neoliberismo continua a trionfare indisturbato, facendo profitti sulla vita degli europei – perché egemone, perché ha indotto tutti a pensare che non ci siano alternative (la sindrome della Tina), perché è riuscito a fare di ciascuno anche una preda docile della sindrome di Stoccolma (solidarizzare con chi sequestra la nostra vita).

Un nuovo Manifesto di Ventotene

Certo: chi siamo noi italiani per dire che gli altri (in particolare i tedeschi) hanno sbagliato? Noi che abbiamo Berlusconi e Renzi, Monti, Letta e Beppe Grillo; che abbiamo dilapidato risorse immense; che abbiamo la peggiore classe imprenditoriale del vecchio continente? Chi siamo per proporre qualcosa di nuovo e soprattutto di radicalmente diverso? Eppure Spinelli e Rossi lo hanno fatto – con Mussolini al potere! – con il loro Manifesto di Ventotene.

Dunque, come allora, e fatte le debite proporzioni, abbiamo nuovamente il dovere di proporre alternative radicali. Le proposte ci sono: da Sbilanciamoci.info ai beni comuni, da La via maestra di Zagrebelsky, Rodotà e Landini per la difesa e l’attuazione della Costituzione, all’idea di un nuovo new deal secondo Luciano Gallino. Ma questo non basta ancora. Occorre ripartire dalla consapevolezza che il tecnocapitalismo e il neoliberismo non sono democratizzabili (oltre a essere economicamente ed ecologicamente irrazionali). Con un primo obiettivo: quello di difendere, per ampliarli ulteriormente, i diritti sociali. Che dobbiamo imparare a considerare come diritti universali e indisponibili dell’uomo al pari (se non di più, essendo il presupposto per la loro effettività) di quelli civili e politici.

Se oggi questi diritti sociali sono considerati uno spreco che non possiamo più permetterci; e se difenderli viene considerato un atteggiamento conservatore, ebbene noi siamo radicalmente conservatori e orgogliosi di esserlo (in realtà siamo rivoluzionari nel senso di volere cambiamento e miglioramento). Per questo, oggi, serve lanciare o rilanciare – è ciò che qui facciamo – l’idea di un nuovo Manifesto di Ventotene.

Abbiamo poco tempo per provarci: da qui alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Pochi mesi, per non far morire del tutto il sogno europeista, cacciare le oligarchie al potere e rottamare la loro nichilistica e folle ideologia.

Finanzcapitalismo, ultima chiamata

[Questa intervista è apparsa il 2 maggio 2011 sul sito Nazioneindiana]

Marco Rovelli

Definirei il libro di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent’anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l’autore per l’Unità, qui pubblico l’intervista in versione integrale.

Sappiamo che l’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico. Leggi tutto "Finanzcapitalismo, ultima chiamata"

Luciano Gallino. L’altra Europa

Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni – e lo dimostrano i suoi libri: Con i soldi degli altri (2009), Finanzcapitalismo (2011), La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012) – Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.

Gallino è stato inoltre tra i promotori (con Barbara Spinelli, Marco Revelli, Guido Viale, Andrea Camilleri e Paolo Flores d’Arcais) della lista per L’Altra Europa, legata al leader greco della sinistra radicale (ma non solo), Alexis Tsipras. Errori dell’Europa, dunque. Sempre che di errori si sia trattato e non, come diventa sempre più evidente, di una deliberata strategia politica. Da pochi mesi Gallino ha pubblicato un nuovo saggio che esplicita le sue tesi già dal titolo: Il colpo di stato di banche e governi. Con un sottotitolo ancora più esplicito: L’attacco alla democrazia in Europa.

Luciano Gallino - Un titolo forte certamente lo è. Ma è preso dalla scienza politica e applicato alla nostra realtà economica di questi ultimi anni. Scienza politica che parla appunto di «colpo di stato» quando una parte della società si appropria con la forza di poteri che altrimenti non le spetterebbero. Le Costituzioni democratiche ovviamente escludono l’ammissibilità del colpo di stato (che cancella libertà, democrazia e società in nome di un presunto stato di eccezione). Quello che è successo in Europa in questi ultimi sei anni è appunto un colpo di stato. Contro le Costituzioni dei singoli Stati ma anche contro gli stessi trattati dell’Unione europea. Trattati che insistono molto sui temi economici e sulla libera concorrenza nel mercato, ma che certo non prevedono che le istituzioni finanziarie possano appropriarsi del potere politico e dettare le politiche economiche degli Stati membri.

E invece è successo. Lo hanno fatto le istituzioni finanziarie e i governi, piegando alle logiche neoliberiste le norme dei trattati, esasperandole o violandole senza opposizione, interpretandole a senso unico. Non sarebbe successo se alcuni governi si fossero opposti a questa lettura distorta, ideologica nel senso del neoliberismo dei trattati. Per tutti era prioritario salvare le banche e a questo obiettivo hanno sacrificato la società.

Lelio Demichelis - Quello che è successo nel 2007, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, è anche l’esito inevitabile – lei lo ricorda sempre – di trent’anni di crescente egemonia neoliberista (e proprio in senso gramsciano) nel mondo. Forse quest’ultima crisi ha solo portato alla luce quello che era, con un gioco di parole, un «golpe strisciante», sotterraneo che dura appunto da trent’anni, con il deliberato obiettivo di svuotare la democrazia (anche quella che era democrazia liberale), ridurre i diritti sociali (che sono la premessa perché siano veri e autentici anche quelli politici e civili), lasciare mano libera al mercato trasformando la società anch’essa in mercato e portando i mercanti dentro al tempio della democrazia.

L.G. - Un golpe strisciante, sì, in un certo senso. Perché tutto ciò che è accaduto era già scritto, era stato iniziato dalla Thatcher e poi sviluppato da Reagan negli Stati Uniti, ma il loro era il neoliberismo di Milton Friedman e prima ancora di Friedrich von Hayek, poi applicato un po’ ovunque nel mondo dal Fondo monetario, dall’Ocse, poi dall’Unione europea e dalla Bce. Per anni il neoliberismo è stato davvero il pensiero unico economico dell’Occidente e delle sue istituzioni economiche. E sembra che nessuna correzione sia possibile, se ancora il commissario europeo Olli Rehn continua a predicare il rigore nei conti pubblici, a chiedere altri tagli alla spesa pubblica e ai sistemi di welfare, il pareggio di bilancio, la flessibilizzazione nei mercati del lavoro. Ovvero le famose riforme strutturali del neoliberismo europeo.

L.D. - Che siano politiche sbagliate ormai dovrebbe essere più che evidente. E invece l’Europa continua a predicare l’errore pur di poter applicare comunque l’ideologia, il progetto politico neoliberista.

L.G. - Ripetere gli errori. Non vederli. È davvero sconcertante. E drammatico, per l’Europa e per gli europei. L’Europa è vittima sacrificale di un’autentica teologia economica, di una teologia neoliberale. Secondo la quale il mercato è sempre efficiente, lo Stato è sempre spreco e inefficienza, la competizione è una pratica virtuosa. Sono clamorosi errori. Ma questa teologia è ancora vincente nell’opinione pubblica, soprattutto nelle università, nell’accademia, nei mass media. E questo ha molti responsabili, ma soprattutto li ha nel mondo dell’università che non fa più pensiero critico e dove in nove casi su dieci oggi si insegnano agli studenti le stesse cose che si insegnavano dieci anni fa, oggi rivelatesi sbagliate, denunciate dai pochi economisti critici, ma che nonostante questo continuano a essere insegnate come teoria vera.

L.D. - Nelle sue riflessioni di questi anni lei insiste molto sulla necessità e anzi sull’urgenza di rovesciare le politiche neoliberiste e fare come aveva fatto Roosevelt nel 1932. Serve cioè anche oggi attivare una sorta di nuovo New Deal. Molti obiettano che quelli erano altri tempi, che quello era un mondo diverso e che dunque ritornare a quella politica è impossibile.

L.G. - Il New Deal fu anche un modo per salvare il capitalismo. E però diede grandi vantaggi agli Stati Uniti e agli americani, aiutandoli a uscire dalla crisi. Vantaggi che gli Usa poterono mettere poi sul tavolo alla fine della seconda guerra mondiale. Ma il New Deal non è cosa del passato. Certo, la realtà di oggi è in parte diversa. Ma l’idea resta validissima. Soprattutto davanti allo scandalo della disoccupazione, con 27 milioni di senza lavoro in Europa e quasi 20 nella sola Eurozona. Ed essere senza lavoro è una condizione ancora peggiore del non avere un reddito, perché mina la stima di sé, minaccia la coesione sociale e non si crea valore perché senza lavoro non c’è crescita, mentre non vale il contrario (come invece si crede oggi).

Lo Stato allora deve intervenire direttamente per creare occupazione (e Roosevelt, in pochi mesi, diede un lavoro, quindi stima sociale e autostima, a oltre 4 milioni di disoccupati americani). Oggi serve qualcosa di simile. L’ostacolo non è la mancanza di risorse finanziarie, l’ostacolo è ideologico. Oggi l’egemonia neoliberista fa credere a tutti e a ciascuno che la disoccupazione sia una colpa individuale del lavoratore. Che non si adatta, che non abbassa le sue pretese, che non è flessibile. Questo ostacolo ideologico va superato. Perché appunto ostacolo non sono le risorse, ma i dogmi neoliberisti.

L.D. - Dai primi No Global agli Occupy Wall Street in molti hanno cercato in questi anni di riportare a ragione il sistema economico e finanziario. Senza riuscirci. Tra rete e globalizzazione il capitalismo ha scardinato la società, ha frantumato il lavoro, ha cancellato ogni capacità progettuale della società e insieme ha creato l’idea che tutto sia impresa. E, per parte loro, governi e partiti non contrastano questa deriva, ma sembrano favorirla, incentivando ciascuno a farsi «imprenditore di se stesso». Come uscire da questo vicolo cieco?

L.G. - No Global e Ows, nessuno sembra davvero in grado di mutare le cose. D’altra parte questa condizione non è stata prodotta dal caso, ma appunto da una scelta anche della politica: basti pensare alla deregolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione, negli Stati Uniti di Clinton, del Glass-Steagall Act, oppure alla deregolamentazione dei mercati del lavoro, alla Thatcher, appunto, ma anche a Blair e a Schroeder e al patto di ferro tra socialdemocratici e democristiani tedeschi per fare della Germania una grande piazza finanziaria. Per cambiare le cose bisogna passare anche dai Parlamenti – in primo luogo dal Parlamento europeo, e a breve ne avremo l’occasione – mutandone la composizione. Altrimenti tutto rimarrà come prima.

L.D. - Wolfgang Streeck, nel suo libro Tempo guadagnato, parla dei «gloriosi trent’anni» seguiti alla seconda guerra mondiale come di un tentativo di «democratizzare il capitalismo». Tentativo che oggi sembra abortito. Insomma, appena ha potuto, il capitalismo si è ripreso le sue libertà, ha rifiutato la sua democratizzazione. Forse il capitalismo è inconciliabile con la democrazia.

L.G. - Anche il New Deal è stato un modo per democratizzare il capitalismo. Dopo la seconda guerra mondiale il capitalismo è stato democratizzato grazie alla democrazia sociale ed economica. Per questo sono serviti i sindacati, il conflitto sociale, la paura dell’Unione Sovietica. Credo che sia nuovamente possibile mettere limiti, mettere briglie al capitalismo. Per il bene dell’intera società. Il superamento del capitalismo mi sembra invece ancora un obiettivo lontano. Ma disciplinarlo, il capitalismo, questo si può. E si deve. Subito.