Le donne riflettono, gli uomini filmano

Michele Emmer

Il regista Luciano Emmer era nato a Milano nel 1918, suo padre era di Cles, in Val di Non, nel Trentino. E nel Trentino è ritornato negli ultimi anni della sua vita, per ricordare, per riflettere, per guardare alla natura. Utilizzando la macchina da presa, anche se digitale, per fissare le immagini, i ricordi.

emmer1Uno dei suoi ultimi film, girato nel 2007, è un documentario sulla vita di una pastora, Cheyenne Daprà, che in Val di Rabbi si occupa di un gregge di pecore. Emmer ha seguito la vita di Cheyenne per le quattro stagioni nell’arco di un anno, fissando con le immagini la vita del pastore e dei suoi animali, nella bellezza delle montagne, delle acque, delle tempeste. Perché anche le tempeste, le tempeste di neve hanno una loro straordinaria bellezza. Una vita scandita dai tempi della natura, un riflessione sulla vita, forse, da parte del regista novantenne. Mi è venuto in mente quel film Le pecore di Cheyenne nel vedere due film tra loro molto diversi, un film italiano ed uno Indiano-Tibetano.

Romedio è vissuto tra il IV e il V secolo, era un ricco possidente tedesco che dopo una visita a Roma, decise di donare tutti i beni alla chiesa e ritirarsi in un grotta in Val di Non. La leggenda vuole che dovendo andare a Trento, Romedio dovesse utlizzare un cavallo, che venne sbranato da un orso. E Romedio fece sellare l’orso che lo portò in città. Il motivo per il quale nel santuario vi è una gabbia dove sono stati tenuti degli orsi in cattività.
Sino alla loro liberazione. Oggi in quelle zone di orsi ve ne sono una trentina, reintrodotti alcuni anni fa.

La premmer5otagonista del film di Diritti, Un giorno devi andare, interpretata da Jasmine Trinca, si è trasferita in Amazzonia. Ha lasciato tutto, vuole vivere a contatto con la natura, vuole essere utile, vuole dimenticare. E la sua lontananza è scandita da telefonate con la madre che si trova a San Romedio, in un ambiente solo di donne. In un luogo di preghiera e di meditazione. Ma Augusta vuole contribuire a modificare il mondo, non le bastano i grandi paesaggi sull’immenso fiume, non le bastano i villaggi di Indios sperduti nella foresta. Anche la natura senza la presenza di essere umani, forse, non le basta. Riflette, osserva, ricorda, dimentica, ma quell’immensità non le basta.

emmer3Arriva a Manaus, grande città amazzonica, va a vivere nelle favelas, vuole salvare, aiutare, dare un senso alla sua vita, ma senza lasciarsi andare al misticismo, alla religione, alla missione. Non vuole essere una missionaria, non trova consolazione nella fede. Come invece accade per le donne riunite a San Romedio. La vita della favelas non è facile, e il mito dell’umanità derelitta che si aiuta, che crede nel futuro, non regge.

E davanti alla tragedia, alla morte, Augusta riparte, decisa questa volta a restare da sola nella natura. Ed ecco la tempesta, una tempesta tropicale, violentissima, non un effetto speciale, come ha raccontato l’attrice, che rende la solitudine, e tante altre sensazioni, perché il cinema non ha bisogno di spiegazioni. E spiegare la solitudine, l’incapacità, il sentirsi perso, non si rende con parole, nemmeno con immagini, si può cogliere per frammenti. Un film che mira in alto, che vuole riflettere, far riflettere, senza l’ambizione di volerlo fare. Un film che resta sempre in equilibrio tra l’edonismo della bella immagine, la fragilità della protagonista, che è pur sempre un occidentale che arriva in un paese di miserabili pensando di...

Altremmer6a tempesta di neve per la protagonista di un film Indiano-Tibetano che difficilmente vedremo mai in una sala di cinema in Italia. La protagonista è una donna, sono tutte e sempre donne le protagoniste di questi film, forse perché le più capaci di pensare, di riflettere, di rendersi conto, di fermarsi a vedere che cosa succede intorno. È la ricostruzione di una parte della vita della cantante di opera Tibetana Yiga Gyalnang che è stata rinchiusa nel carcere di Drapchi di Lhasa, capitale del Tibet, parte oggi della Cina. Il film è stato presentato al festival del cinema indipendente a Roma, dopo essere stato visto al Osian Cinefan 2012 di Dehli e al festival di Varsavia.

Il personaggio del film è inventato ed è interpretato dalla vera cantante Tibetana Namgyal Lhamo che (forse) ha vissuto in parte la storia che si racconta. Ma non è un film sulle carceri, sulla sofferenza in carcere, non vi è alcuna scena di maltrattamenti, le pochissime immagini sono realizzate con la tecnica del cartone animato. Il film è sulla solitudine, sul trovarsi da soli in mezzo ad una natura estrema come quella del Tibet, con il freddo, il gelo, le tempeste di neve, gli spazi immensi, il tempo per pensare, per riflettere, e di sentire la musica che è composta dalla stessa attrice protagonista del film, che vive in Olanda. Iyer, un noto designer indiano al suo primo film, non ha seguito un percorso normale narrativo. Non ha nemmeno precisato in modo chiaro che Yiga è una evasa da Drapchi.

emmer7“Il turbamento emotivo in Yiga si manifesta lungo il film attraverso il comportamento melanconico di Yiga e attraverso superbe composizioni che formano la colonna sonora principale. Anche se la stessa Lhamo ha ricevuto una formazione in musica presso l’Istituto Tibetano delle Arti dello Spettacolo (TIPA) a Dharamsala prima di emigrare in Europa, uno ha l’impressione di vedere la Yiga in Drapchi come il suo alter ego. Per coloro che hanno amato la musica di Lhamo, offre diversi momenti grazie alla colonna sonora. È un film più sentito che visto.” Parole tratte dalla presentazione del film. Speriamo che si possa vedere. Chissà quanto avremmo bisogno di poter riflettere.

Filmografia:
Le pecore di Cheyenne, regia, sceneggiature e produzione, Luciano Emmer, con Cheyenne Duprà, Italia, 2007.
Un giorno devi andare, regia di Giorgio Diritti, con Jasmine Trinca, soggetto e produzione, Giorgio Diritti, Italia, 2013.
Drapchi, regista Arvind Yver, sceneggiatura Pooja Ladha Surti, con Namgyal Lhamo, musiche di Namgyal Lhamo, prodotto da Namgyal Lhamo, India, 2012.

Vivere la musica di Roman Vlad

Michele Emmer

Una donna vestita di scuro che lega una capra a una sedia. Il cielo è sereno, in fondo si scorge una torre, un campanile forse. La scena si svolge su una grande distesa verde. Il film è in bianco e nero, siamo nel 1948. Un lievito di vento, la gonna della donna si muove. Altrimenti tutto, per pochi istanti è immobile. Ed ecco risuona una nota, una nota sola e a metà dell’orizzonte appare una vela, una barca che sta tagliando in due la grande distesa verde. Man mano che la barca avanza, un’altra nota lontana dalla precedente, distinta. La donna accarezza la capra, loro sono in primo piano. Là, la vela continua ad avanzare. E la macchina da presa si alza, a mostrare quasi tutta la barca… un’altra nota. E la donna e la capra man mano che la macchina da presa si alza, scompaiono in basso nell’inquadratura. Ed ecco le macchie d’acqua, il canale, la barca che naviga.
«Non è terra, non è mare, le vele passano per questa terra di mare, per questa strada di mare», parole dette dalla voce inconfondibile di Gino Cervi. E ora, ecco si vede la grande laguna, siamo vicino a Venezia.
È lo stupefacente inizio del film documentario di Luciano Emmer Isole nella laguna. Quella musica, quella nota sono il commento sonoro all’inizio del film, ne è autore Roman Vlad. Così ricorda Vlad: «Luciano Emmer aveva sentito alcune mie musiche al teatro delle Arti; era molto giovane e aveva iniziato a sperimentare un genere del tutto nuovo nel cinema, cioè la lettura cinematografica di grandi capolavori della pittura rinascimentale, classica e romantica. Nei primi documentari d’arte utilizzò per il commento musicale composizioni di grandi autori quali Prokof’ev, Stravinskij, Ravel e simili, incisi su disco, era sposato con Tatiana Grauding, figlia di un noto produttore discografico (lavorava a La Voce del padrone, era Lettone, si chiamava Otto Grauding, nota mia). Si era in pieno periodo bellico e nel caos legislativo esistente i diritti d’autore non venivano protetti. Quando Emmer decise di commercializzare i suoi prodotti, si accorse di non poter utilizzare queste musiche perché non ne aveva i diritti, e quindi fu costretto a servirsi di musiche scritte per lo scopo, assolutamente originali e quindi si rivolse a me…Mi attraeva l’idea di dover sostituire musiche di Prokof’ev, Strawinskij e Ravel… debbo dire che la collaborazione fu molto fruttuosa: diventammo veramente amici e quei documentari ebbero un grandissimo successo tra gli intellettuali, gli intenditori di cinema».
A proposito di Isole nella laguna aggiunge Vlad: «A volte nella musica da film i risultati migliori si ottengono con mezzi molto semplici. In Isole nella laguna usai come commento una sola nota suonata dal vibrafono, ripeto: una sola nota, che considero la più bella e funzionale tra le scritte da me per il cinema. Piacque anche a René Clair che mio affidò la composizione musicale del suo film La beauté du Diable».
Dal 1948 sono passati molti anni, ma il ricordo nella mente di Vlad è rimasto intatto. È stato appena pubblicato Il suo libro autobiografico Vivere la musica (Einaudi 2011). I ricordi sono rimasti lì, vivi e presenti nella mente di questo grande conoscitore di musica, grande amico di musicisti e di artisti di tutto il mondo, il grande affabulatore che non si vuole mai smettere di sentire quando inizia a ricordare. E dei ricordi parla il libro. Racconta si dovrebbe dire, visto che il racconto di Vlad è stato registrato dalla sua viva voce e poi trascritto, senza poter naturalmente rendere del tutto quella sua capacità di iniziare un racconto, di legarsi ad altre idee che gli vengono in mente nel frattempo, poi riprendere e ripartire, letteralmente senza una fine.
«Sono immerso nella musica da quando ho memoria di me», così comincia il racconto. E i ricordi, gli incontri, gli episodi, i giudizi, la musica fluiscono. E anche la sua storia vale la pena di sentirla raccontare, anche da chi, in parte, la conosce già. In parte perché il racconto, come per tutti i grandi affabulatori, è sempre, perennemente diverso. Nasce in Bucovina, a Vascauti, a quaranta chilometri da Czernowitz nel 1919. Città dell’Impero austro-ungarico, restituita alla Romania nel 1920, occupata dai Sovietici nel 1940, dai nazisti nel 1941, poi divisa tra Romania e Unione sovietica, alla caduta del muro Ucraina e la grafia diventa Cernivci. Anche il suo nome cambia da Vlad in Wlad per poi tornare Vlad. Chi incontra Vlad nella sua lunga vita? Parte per Roma nel 1938 per studiare con Alfredo Casella, che ignorava il suo arrivo. Ricorda di aver conosciuto Zoltan Kodály e Bela Bartók, Prokof’ev che suonerà a Roma nel 1939. Studierà per un certo periodo ingegneria (la ragione ufficiale per la quale era arrivato in Italia) sostenendo esami di fisica e analisi con Ugo e Edoardo Amaldi. Poi la guerra. Racconta dei suoi inizi artistici nella composizione musicale, ma parla poco di musica nel libro. Parla molto di più delle sue esperienze, dei suoi incontri, dando giudizi anche sferzanti sulle persone che ha incontrato. Non dimenticando di raccontare le storie dei principi Vlad, in particolare spiegando il nome di Dracul che spettava a Vlad III (1431-1476).
Tra i ricordi più vivi la musica realizzata in 24 ore per il commento al film di Zeffirelli, con speaker Richard Burton, girato dal regista durante l’alluvione di Firenze. Il film serviva a raccogliere fondi per aiutare la città nella ricostruzione. Tra gli incontri con tutti i musicisti importanti che vengono in mente negli ultimi cinquant’anni, vi è un incontro che segnerà per sempre Vlad: «Nel corso della mia vita ho incontrato i più grandi esponenti della cultura e della musica del Novecento; fra questi giganteggia Igor’ Stravinskij con il quale ho avuto un rapporto straordinario, una amicizia lunga, sincera e bella». Sono tante le pagine in cui Vlad parla del compositore russo, a cui ha dedicato uno straordinario libro Modernità e tradizione nella musica contemporanea: Stravinskij (Einaudi, 1958).
Nel 1960 Stravinskij doveva dirigere un concerto a Roma, era molto teso, per distrarlo Vlad ha un’idea: «Conoscendo il profondo amore di Igor’ per l’arte figurativa prima del concerto mia moglie Licia, che lavorava all’Istituto centrale del restauro, lo condusse in Istituto per ammirare da vicino, quasi una eccezionale visione privata, un’importante tela di Piero della Francesca, la Madonna di Senigallia, in quei giorni a Roma per restauro».
Un commosso ricordo per Giuseppe Sinopoli che aveva diretto alcuni lavori di Vlad. Alcune osservazioni sulla musica, disseminate qui e là. «Per comprendere e capire come è fatta la musica non basta l’osservanza della regola, occorre analizzare e studiare i modelli, le opere dei grandi compositori». Alla fine del suo raccontare: «Non ho mai programmato di diventare compositore… Per quanto mi riguarda non posso dire che la mia musica non abbia avuto successo; ma un successo assai maggiore è arriso alla mia persona, considerata nella sua attività globale. Le mie composizioni sono state pubblicate ed eseguite...Vorrei sperare che in futuro lo siano maggiormente, e che queste musiche, alle quali ho dato vita e nelle quali ritengo di aver dato il meglio di me, continuino a vivere». È un peccato che la grande capacità affabulatoria di Luciano Emmer e Roman Vlad non abbia potuto essere registrata prima della scomparsa del regista per incidente stradale nel 2009. Era coetaneo di Vlad. Era un piacere sentirli parlare insieme della vita del nostro mondo.

IL LIBRO
Roman Vlad
Vivere la musica. Un racconto autobiografico
Einaudi (2011), pp. VI - 239
€ 14,00

La serena nostalgia

Michele Emmer

Still ist mein Herz, und harret seiner Stunde!
Die liebe Erde allüberall
blüht auf im Lenz und grünt
Aufs neu! Allüberall und ewig
blauen licht die Fernen!
Ewig... ewig....
(Tace il mio cuore e attende con ansia la sua ora!
La cara terra dovunque
fiorisce in primavera e verdeggia
sempre di nuovo. Dovunque, eternamente
d'azzurro s'illuminano i lontani orizzonti!
Eternamente...eternamente...")

Le parole conclusive dell’ultima lirica di Der Abschied (l’addio)  de Das Lied von der Erde (il canto della terra) di Gustav Mahler, del 1908. "Il canto della terra è la musica più personale che io abbia mai scritto",  Mahler all'amico Bruno Walter, il famoso direttore d’orchestra che diresse la prima assoluta del Canto della terra dopo la morte del compositore. Rassegnazione, presagio della fine, sinfonia ma senza la numerazione della altre sinfonie di Mahler. Leggi tutto "La serena nostalgia"