Bianciardi, ritratto spietato dell’Italia del boom

Luciano Bianciardi (Agenzia: farabola) (NomeArchivio: 17525701.JPG)

Matteo Moca

C'è un momento nella vita di Bianciardi che segna lo spartiacque decisivo della sua esistenza e che investe con grande forza anche la sua scrittura: è il 4 maggio del 1954 e nella miniera di Ribolla, intorno alle 8 di mattina, esplode il pozzo Camorra provocando una strage. Muoiono 43 minatori ed emerge immediatamente come l'incidente sia certo frutto della follia capitalista della ditta che gestisce la miniera, la Montecatini, futura Montedison, («che qui è proprietaria – scrive Bianciardi – oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria»), contro cui lo scrittore, al tempo insegnante e bibliotecario, più volte nel corso degli anni si era già scagliato inorridito per il trattamento riservato agli operai. A partire da questa tragedia, Bianciardi scriverà insieme al suo collega Carlo Cassola, un libro indimenticabile, I minatori della Maremma, in cui si respira un vivo interesse per l'aspetto umano delle lotte sindacali, un'interrogazione mai arrendevole sulle condizioni dei minatori e sugli infortuni che ciclicamente li affossano: «Io sono con loro, i badilanti e i minatori della mia terra, e ne sono orgoglioso; se in qualche modo la mia poca cultura può giovare al loro lavoro, alla loro esistenza, stimerò buona questa cultura, perché mi permette di restituire, almeno in parte, lavoro che è stato speso anche per me». Il libro è arricchito dall'inserimento, in appendice, dei ritratti di diciassette minatori, frutto dell'inchiesta portata avanti insieme a Cassola per la Toscana. Ma l'avvenimento di Ribolla lasciò in Bianciardi un segno indelebile che non si fermò al libro I minatori della Maremma, un misto di rabbia e delusione che mai riuscì a mitigare o superare. Dopo l'inchiesta sui minatori infatti, Bianciardi scrisse tre romanzi che formano un unicum all'interno della sua opera, delle narrazioni che si muovono tra l'autobiografia, il romanzo e il pamphlet, libri di non facile classificazione che sono altresì una testimonianza forte e cosciente dell'Italia del suo tempo. Si tratta di Il lavoro culturale, edito nel 1957, L'integrazione nel 1960 e La vita agra nel 1962, tutti popolati da personaggi che sono veri e propri alter-ego dell'autore: il tema della strage di Ribolla si mantiene sempre sotto le tracce della narrazione, facendo sentire il suo peso nei comportamenti dei protagonisti, e tornando ad esplodere nuovamente e con grande forza con l'ultimo dei tre romanzi, La vita agra, dove Luciano, il protagonista, arriva a Milano per vendicare i minatori morti in Maremma, con l'intenzione di far esplodere il Torracchione, sede della Montecatini.

La scrittura più grande di Bianciardi, si muove quindi tra il 1957 e il 1962, anni in cui si assiste a una trasformazione massiccia ed inesorabile dell'Italia, nella mentalità, nei costumi e nei consumi dei suoi abitanti, con una nuova e ancor più potente centralità della borghesia industriale settentrionale che vede nel Sud solo il luogo in cui attingere per la manodopera. Neanche dieci anni dunque, considerando anche l'inchiesta maremmana, che costituiscono il lasso di tempo che a Bianciardi serve per scrivere i suoi capolavori, ma che soprattutto servono per costruire un ritratto impietoso e veritiero dell'Italia che si muove attorno a lui. Se dunque si volesse studiare parte della storia del secondo Novecento italiano attraverso la letteratura, le pagine di Bianciardi costituirebbero un immancabile punto di riferimento, non perché non ne esistano altri, si pensi, per esempio, a Volponi, ma perché la sua riflessione è diretta, di un'individualità che si trasforma in conoscenza collettiva, con una capacità chiarificatrice che aiuta a decodificare il muovere impetuoso degli usi e mentalità italiane. Ciò che poi costituisce la grandezza esorbitante di questi testi è la il resoconto della necessità di una resistenza nel momento in cui la politica iniziava a staccarsi dal popolo: «E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione»: solo attraverso una coscienza forte è possibile entrare a far parte della Storia che cerca sempre più di escludere.

Esce adesso per Il Saggiatore Il cattivo profeta, un poderoso volume, curato da Luciana Bianciardi, che raccoglie tutta l'opera dello scrittore e restituisce al lettore la complessità di un autore e di un pensiero certo minoritario e controcorrente, non privo di idiosincrasie ed eccessi, ma comunque tesoro importante, unico, all'interno della letteratura italiana. Si può adesso scoprire o riscoprire anche la sua attività di pubblicista (con articoli vertiginosi per la loro capacità analitica sull'illustrazione dei meccanismi che muovono i sentimenti degli italiani) e i suoi romanzi minori (la serie idealmente legata agli anni del Risorgimento con quel piccolo gioiello per ragazzi Daghela avanti un passo!), elementi che certo apportano sostanza importante alla sua opera generale. Nella prefazione di Matteo Marchesini che arricchisce il volume, vengono messi in luce i caratteri più importanti di Bianciardi, incrociando con grande perizia gli eventi autobiografici con le opere, e non poteva essere altrimenti visto quanto detto precedentemente, e tratteggiando così un importante e sentito ritratto dello scrittore.

Una delle eredità più importanti di Bianciardi è senza dubbio la forza politica delle sue parole e dei gesti dei suoi protagonisti: in La vita agra si rintraccia l'anarchismo, ma il suo sguardo è più profondo e lungimirante, un sogno che si sgretolerà con il passare degli anni e che contribuirà a lasciarlo solo, in preda alla dipendenza dall'alcol, fino alla morte. Il sogno era quello di una società che nella sua interezza potesse respirare il progresso, non restringendolo quindi solo ad un gruppo di accigliati dirigenti, con gli intellettuali capaci di agire dentro la società in questo senso e non dall'alto di vacui piedistalli, in grado di diffondere tramite il loro «lavoro culturale» gli ideali di una cultura democratica ed estranea da isterici narcisimi.

Luciano Bianciardi

Il cattivo profeta

a cura di Luciana Bianciardi

prefazione di Matteo Marchesini

Il Saggiatore

pp 1482, euro 62

La differenza dell’operaismo

Nicolas Martino

Gli anni dei Novissimi e del romanzo sperimentale, di Laborintus II di Luciano Berio e La fabbrica illuminata di Luigi Nono, dei monocromi e del No di Mario Schifano, dei Bachi da setola e del Mare di Pino Pascali, sono anche gli anni delle rivoluzioni copernicane e dei nuovi prototipi mentali in ambito politico.

«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un grave errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia». In questo celebre passaggio di Lenin in Inghilterra, l'editoriale di Mario Tronti sul primo numero di «Classe Operaia» (gennaio 1964), è contenuto il senso e la novità dell'operaismo italiano degli anni Sessanta. Operaismo che, dice ancora Tronti, «comincia con la nascita di Quaderni Rossi e finisce con la morte di Classe Operaia».

Questa rottura degli anni Sessanta conosce due, o meglio tre, importanti anticipazioni a metà degli anni Cinquanta: 1. Le inchieste sulle classi subalterne condotte nelle «Indie di quaggiù» da Ernesto De Martino, Danilo Dolci e Franco Cagnetta. E tra queste, quella di Cagnetta in Barbagia si segnalava per un'impostazione che, rompendo con il populismo neorealista e mettendo in campo la metodologia della storia orale, voleva già essere conoscenza che trasforma. Nel 1960 con Milano, Corea Danilo Montaldi, intellettuale e militante vicino a «Socialisme ou Barbarie», insieme a Franco Alasia avrebbe portato l'inchiesta nella metropoli. 2. Il magistero di Galvano Della Volpe che, rompendo con lo storicismo idealista del marxismo ufficiale italiano, svelava il carattere essenzialmente mistico e romantico della logica hegeliana e delle sue ipostasi, per proporre un marxismo piantato sul metodo sperimentale del circolo concreto-astratto-concreto. Aristotele contro Platone dunque, e la triade De Sanctis, Croce, Gramsci della via togliattiana al socialismo veniva mandata in soffitta. 3. L'approccio fenomenologico alla soggettività promosso da Enzo Paci.

Mario Schifano, No
Mario Schifano, No (1960)

Il 1961 è l'anno di fondazione dei «Quaderni Rossi». Impegnata nell'analisi dello sviluppo capitalistico nel dopoguerra, la rivista promossa da Raniero Panzieri individua la «composizione di classe» del neocapitalismo italiano in quell'operaio massa protagonista della rivolta di Piazza Statuto - espressione potente dell'autonomia operaia nella città - e indomabile protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Nanni Balestrini1. I «Quaderni Rossi» portano l'inchiesta in fabbrica - nel cuore del processo produttivo - dove Romano Alquati sviluppa la conricerca, l'inchiesta come conoscenza che trasforma, e Raniero Panzieri lavora sull'estraneità operaia rispetto alle forme politiche che lo sviluppo si da. Estraneità perché la classe operaia non è per il progresso, ma per la rottura, per la «costruzione di una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità praticata dal capitalismo».

Nel 1964 con «Classe Operaia» si compie la rivoluzione copernicana di cui dicevamo all'inizio: il principio è la lotta di classe operaia. Ovvero, solo la lotta incessante tra operai e capitale spiega i movimenti del capitale, quindi la classe operaia è il motore dello sviluppo, è condizione del capitale. La classe operaia è il segreto del capitalismo. Il soggetto è la classe operaia e non il popolo, il luogo è la fabbrica e non la società civile. Il rifiuto del lavoro smonta la retorica lavorista, la rottura con il togliattismo è radicale. La rottura è anche con il terzomondismo di allora, perché «laddove più potente è il dominio del capitale, là si insinua più profondamente la minaccia operaia» e quindi la catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

E ancora, altro rovesciamento rispetto alla visione terzinternazionalista, la classe operaia contiene gli elementi della strategia nella materialità autonoma della sua composizione, mentre il partito detiene il ruolo tattico, della mediazione politica. Ecco quindi che la lotta per il salario è immediatamente politica, il salario è strumento politico di attacco e di redistribuzione radicale della ricchezza sociale. Per la strategia del rifiuto operaio2, la questione del tempo è quella intorno a cui si gioca la partita fondamentale della lotta dentro e contro il capitale.

Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico
Pino Pascali, Mare + fulmine (1966) galleria L'Attico

Eccola dunque la novità dell'operaismo italiano, un marxismo della differenza e antidialettico che smaschera l'universalismo borghese, alleato in questo del pensiero femminista in rivolta contro il dominio patriarcale. Scissione e parzialità, nessuna Aufhebung possibile, anzi Sputiamo su Hegel avrebbe detto Carla Lonzi. È il marxismo della rude razza pagana, in rottura con il populismo proprio come Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa pubblicato nel 1965. Operai e capitale di Mario Tronti esce nel 1966*, ed è l'opera che esprime al meglio la differenza del marxismo italiano, tanto che, parafrasando Mario Schifano, si potrebbe dire che gli anni Sessanta sono Operai e capitale. Ma, è bene sottolinearlo, Operai e capitale è un'opera collettiva, nasce nelle lotte e dalle lotte, e dal lavoro collettivo dei «Quaderni Rossi» e di «Classe Operaia».

Su «Contropiano», nel biennio '68-'69, si consumerà un'altra rottura intorno al problema organizzativo, quello del partito, e dopo il '68 l'eredità operaista verrà raccolta dalle teorizzazioni di Tronti sull'«autonomia del politico», e di Antonio Negri sull'«autonomia operaia». E ancora da «Primo Maggio», la rivista di storia militante promossa da Sergio Bologna, e dal lavoro di Massimo Cacciari che introdurrà nel dibattito culturale italiano i temi del cosiddetto pensiero negativo.

Ancora oggi quella rivoluzione copernicana, tra salti e rotture, continua a fabbricare prototipi mentali intorno ai quali lavora il pensiero internazionale più audace e radicale. Grandeur de Tronti.

*Operai e capitale è stato appena ripubblicato dalla casa editrice DeriveApprodi

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2

  1. Nel 1962 esce per Rizzoli La vita agra di Luciano Bianciardi, un romanzo che anticipa la natura e le caratteristiche del lavoro postfordista: il protagonista qui non è l'operaio massa, come in Vogliamo tutto, ma l'intellettuale impiegato nell'industria culturale, un operaio delle fabbriche dell'anima, antenato arrabbiato degli attuali lavoratori della conoscenza. []
  2. La strategia del rifiuto, così come tematizzata in Operai e capitale, è stata sviluppata in ambito artistico da Francesco Matarrese con il suo rifiuto del lavoro astratto in arte. Le sue non-opere, realizzate in collaborazione con Mario Tronti, sono state presentate a dOCUMENTA (13) di Kassel. []

Un ricordo di Stefano Tassinari

Francesco Galofaro

Vorrei congedarmi da Stefano Tassinari: dall’intellettuale e dal militante. Me lo presentarono una sera ad una festa di Liberazione, tanti, tanti anni fa. In principio, mi parve diffidente: la cerchia di semiotici ed intellettuali un po’ snob del «giro» di Eco rappresentava un modo di intendere la cultura molto distante dal suo. In seguito, il cuba libre allo stand cubano con Stefano sarebbe divenuto un rito di passaggio obbligato delle mie serate estive. Non cessò mai di essere «militante», nel senso più vero e genuino del termine. Una passione reciproca, quella con Rifondazione; come nei più solidi rapporti amorosi, comprendeva anche un fondo di mutua incomprensione. Attendevo i suoi interventi politici fustigatori: non siamo mai riusciti a mettere al centro della nostro interesse la relazione tra cultura e politica - un ritardo della sinistra.

Dopo le riunioni, o nei corridoi, nei momenti di stanchezza, si discuteva a spizzichi e bocconi di letteratura, della quale Stefano aveva il culto. Non ho avuto occasione di parlare di letteratura polacca con altre persone, a Bologna. Stefano era parte di quel ristrettissimo novero di autori che, oltre a scrivere, si dà anche la pena di leggere. Era un profondo conoscitore degli altri. La scrittura contemporanea è parassitaria rispetto al cinema, alla fiction… Stefano al contrario era uno zelota della lingua. A fare la differenza, ripeteva, è la qualità della lingua. Una lingua che si fa teatro, lettura pubblica, collaborazione con musicisti; una lingua che permette alla storia di uscire dal volume, e che trasforma la presentazione del romanzo in un momento elevato di comunione e di condivisione. Così erano le sue serate all’ITC di San Lazzaro.

L’ultima volta che l’ho visto, presentava una serata su Bianciardi, cui aveva dedicato anche un numero della sua rivista, dal rematico titolo «Letteraria». In Bianciardi lo appassionava il «lavoro culturale». Un’espressione che ha sicuramente un senso chiaro, ed uno più nascosto. La cultura, la letteratura, è lavoro nobile e impegnativo quanto gli altri; non è lo stile di una forma di vita parassitaria, non è il superfluo cui dedicare il tempo libero, non è la voce del bilancio da tagliare. Il senso secondo, più recondito e poggiato su assonanze remote, è che il lavoro culturale è lavoro politico militante: non conosce orari, è totalizzante, ci dedichiamo ad esso con tutti noi stessi, fino in fondo, fino a farci spremere e sfruttare, fino alla fine.

Quella sera, quell’ultima sera alla Scuderia, Stefano non riusciva più a leggere, e mi chiese di farlo al posto suo. Fu in fondo un momento molto intimo, con la compagna di Bianciardi, Mara Jatosti, con Alberto Bertoni, Niva Lorenzini, Mario Dondero che rubava qualche scatto qua e là. Ma fu da parte di Stefano anche un rigoroso esempio di lavoro intellettuale portato a fondo, a dispetto della sua travagliata passione corporale, fino alla fine.

Do you remember Bianciardi?

Nicolas Martino

«Ma la luce acceca, piuttosto di illuminare, e forse tutta la luce che negli ultimi tempi inonda le nostre grandi città serve non da ultimo ad accrescere il buio»1. Probabilmente queste parole sarebbero piaciute a Luciano Bianciardi, sarebbero state bene nel suo romanzo La vita agra contronarrazione del boom economico italiano, controcanto «arrabbiato» alle mille luci della Milano capitale morale e dell'industria culturale di cui Bianciardi metteva all'indice l'alienazione, la solitudine e il fallimento generale.

E invece sono parole di Sigfried Kracauer e la città è la Berlino degli anni Trenta. Sorprendente coicidenza che non si ferma qui, mi pare, perché a rileggere le straordinarie pagine della ricerca micrologica di Kracuer dedicata a Gli impiegati sembra davvero di incrociare quello stesso sguardo spietato del nostro grossetano déraciné. Quelle classi medie, gli impiegati appunto che Kracauer descriveva come «spiritualmente senza tetto»2 nella Berlino fra le due guerre – quella della vacillante repubblica di Weimar - potrebbero essere gli stessi ragionieri e le segretarie di Bianciardi in una Milano che «di notte sembra un Luna Park»3. L'impiegato di Kracauer che «si salva dalla sua povertà con la distrazione»4 e la folla di Bianciardi che «compra, compra compra»5, sono temporalmente distanti ma ugualmente votati al culto del divertimento. Tanto che se - in un paio di preziose note del 1994 dedicate al nostro déraciné - Paolo Virno notava come il seguito sociologico della Vita agra potesse essere rintracciato nelle ricerche sul toyotismo di Benjamin Coriat, probabilmente è anche possibile considerare La vita agra come il proseguo letterario della ricerca sociologica di Kracauer.

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Luciano Bianciardi nel suo studio milanese (1964)

Note non solo preziose ma davvero illuminanti quelle a cui facciamo riferimento6, nelle quali riprendendo un brano de La vita agra Paolo Virno individua una formidabile intuizione da parte di Bianciardi. Riportiamo qui il brano ripreso da Virno: «E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull'impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro. Non è come fare il contadino o l'operaio. Il contadino si muove lento, perché tanto il suo lavoro va con le stagioni, lui non può seminare a luglio e vendemmiare a febbraio. L'operaio si muove svelto, ma se è alla catena, perché lì gli hanno contato i tempi di produzione, e se non cammina a quel ritmo sono guai. Ma altrimenti l’operaio va piano, in miniera per esempio non si mette mai a battere i piedi e il falegname se la fa con calma, la sua seggiola o il suo tavolino, con calma e precisione, e l'im bianchino ti resta in casa una settimana solo per scialba re una stanza. Ma il fatto è che il contadino appartiene alle attività primarie, e l'operaio alle secondarie. L'uno produce dal nulla, l'altro trasforma una cosa in un'altra. Il metro di valutazione, per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi all'ora, se il podere rende. Nei nostri mestieri, è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari.Terziari sono e anzi oserei dire […] addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura. Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio, di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed e diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. [...] Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello»7.

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Marco Cingolani, Dimmi tutto (2010)

L'intuizione è questa: l'emergere di una nuova natura del lavoro, un nuovo settore che non è più quello terziario, ma quartaro come lo chiama Bianciardi – lavoro caratterizzato dall'assenza di un'opera, ovvero dall'immaterialità. Le professioni legate alla comunicazione non danno luogo a un prodotto tangibile e quindi, proprio perché «non si fabbricano nuovi oggetti, ma situazioni comunicative», queste esigono attitudini di tipo politico. Il lavoro inizia ad assomigliare sempre di più all'azione e prassi pubblica. Insomma, ci dice Virno, in questo romanzo che racconta lo sviluppo dell'industria culturale nell'Italia degli anni Sessanta, Bianciardi intuisce quello che di lì a pochi anni sarebbe diventato un tratto costitutivo dell'intero processo produttivo postfordista, ovvero «la simbiosi – pervasiva - tra lavoro e comunicazione».

Due brevi note che costituiscono probabilmente una delle più illuminanti letture critiche del lavoro di Bianciardi, restituendone la straordinaria attualità, e anche i limiti. Limiti, perché è anche vero che Bianciardi considerava questi tratti del lavoro dell'industria culturale come delle stramberie rispetto al lavoro autentico che rimaneva per lui quello della grande fabbrica del Novecento. Su questi limiti è il caso di insistere ora, perché furono proprio questi che probabilmente impedirono a Bianciardi di riuscire a giocare fino in fondo la carta del cambiamento.

Eccone un altro: proprio negli anni in cui si preparava la stagione operaista e Milano, come anche Torino, era attraversata dalle lotte operaie, Bianciardi denunciava «l'assenza, palese, degli operai. Gli operai non ci sono – scriveva - almeno in quella Milano che è compresa nel raggio del movimento mio e dei miei colleghi, non entrano mai nel nostro rapporto di lavoro»8 e neppure gli intellettuali che ci sono solo «come singoli, ma mai come gruppo»9, quando invece proprio a Milano, solo per fare un esempio, l'esperienza della comune di via Sirtori iniziava a tracciare una via collettiva e alternativa al lavoro politico-culturale10.

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Giovanni Rubino, Champagne molotov (1973)

Bianciardi, nonostante la sua straordinaria intuizione, non riusciva a vedere fino in fondo quello che stava accadendo anche perché era rimasto prigioniero del ruolo assegnatoli dalla società in quanto intellettuale, così come notava Sergio Bologna in un sua bella testimonianza di qualche anno fa11. Un ruolo dal quale, al di là delle prese di posizione, occorre invece liberarsi, se si vuole davvero rovesciare lo stato di cose presente e cambiare la vita. E invece Bianciardi in quel ruolo tradizionale dell'intellettuale separato e chiuso nel recinto della sua individualità rimase completamente catturato, e costretto, dallo stesso successo del suo romanzo, a recitare la parte dell'arrabbiato di professione, «murato» nella sua condizione e «reso incapace di progetti per il futuro12. Del resto è ancora Bianciardi a intuire, in anticipo su altri, la sussunzione del lavoro culturale nell'industria culturale e quindi l'impossibilità di pronunciare qualsiasi parola che non diventasse spettacolo, qualsiasi critica autentica.

Intuizioni e limiti dunque, che oggi è possibile ripercorrere leggendo un paio di libretti che fanno seguito alla ripubblicazione da parte di Feltrinelli della trilogia della rabbia13, ovvero Bianciardi d'essai di Irene Blundo (Stampa Alternativa, 2015) - dedicato al lavoro culturale svolto a Grosseto prima del salto milanese e ricostruito dalle testimonianze di Isaia Vitali, del fotografo Mario Dondero e dalla sua compagna Maria Jatosti – e Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale (Edizioni Clichy, 2015) a cura di Gian Paolo Serino, piccola antologia per parole e immagini pensata come una prima introduzione all'autore che mette in evidenza la velocità del nostro nell'anticipare Umberto Eco e Pier Paolo Pasolini sui mass media e sulla trasformazione antropologica.

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Muro della prigione di Villeneuve-lès-Maguelone, Montpellier (2002)

Per concludere, eccolo quindi il grande, autentico, limite di Bianciardi: l'incapacità di presagire, nell'ambivalenza della realtà che gli dispiegava davanti, la via di fuga che trasformando in un progetto politico e culturale collettivo la sua rabbia, lo avrebbe salvato da quella vera e propria «crisi della presenza»14 che invece lo travolse consegnandolo allo smarrimento del soggetto, a quella «disgiunzione tra individuo e mondo» che ne avrebbe decretato la morte a soli 49 anni. Rimase prigioniero insomma, pur intuendo il passaggio produttivo dal fordismo al postfordismo, di quella individualità iperegotica tipicamente moderna sulla quale la controrivoluzione neoliberista di fine anni Settanta avrebbe costruito la fortuna della sua ideologia, soprattutto nell'Italia del decennio successivo.

E proprio per questo, ancora adesso «un attacco privo di tatto all'«ideologia italiana» degli anni '80 resta un punto imprescindibile», come recitava l'editoriale del primo numero della rivista «Luogo comune» ormai un quarto di secolo fa15. Da qui, ancora una volta, occorre ripartire. Con Bianciardi, oltre Bianciardi.

  1. Sigfried Kracauer, Gli impiegati, Einaudi (1980), p. 90. Gli scritti che compongono quest'opera uscirono originariamente tra il 1929 e 1930, nel feuilleton della Frankfurter Zeitung. []
  2. Ivi., p. 88. []
  3. Mario Terrosi, Bianciardi com'era. Lettere di Luciano Bianciardi ad un amico grossetano, Il paese reale, 1974, p. 40. []
  4. Sigfried Kracauer, cit., p. 98. []
  5. Mario Terrosi, cit., p. 40. []
  6. Le note sono la n.10 e la n.11 contenute el saggio Virtuosismo e rivoluzione pubblicato come seconda parte di Mondanità. L'idea di «mondo» tra esperienza sensibile e sfera pubblica, Manifestolibri (1994), pp.116-118. Una prima versione di Virtuosismo e rivoluzione era apparsa sulla rivista «Luogo comune», n.4, maggio 1993, ma senza note. Queste due note ulteriormente sviluppate diventeranno poi un paragrafo di Grammatica della moltitudine, DeriveApprodi (2001), pp. 45-49. []
  7. Luciano Bianciardi, La vita agra (2013), pp. 110-111. []
  8. Luciano Bianciardi, Lettera da Milano in «Il Contemporaneo» 5 febbraio 1955, ora in Luciano Bianciardi, L'antimeridiano, Isbn/ExCogita 2008, vol.II, pp.702-703. []
  9. Ibidem. []
  10. Sull'esperienza della Comune di via Sirtori vedi l'intervista a Giairo Daghini in Gli operaisti, DeriveApprodi (2005), pp. 108-120. []
  11. Sergio Bologna, Luciano Bianciardi, il pane e la pentola: ripensare il lavoro della conoscenza, «Il Quinto Stato», 3 aprile 2012. []
  12. Giuseppe Nava, «L'opera di Bianciardi e la letteratura dei primi anni Sessanta», in Luciano Bianciardi. Tra neocapitalismo e contestazione, Editori Riuniti, 1992, p. 17. []
  13. Il lavoro culturale (1957), Feltrinelli (2013), L'integrazione (1960), Feltrinelli (2014) e La vita agra (1962, Feltrinelli (2013). []
  14. Per il concetto di crisi della presenza si veda Ernesto De Martino, La fine del mondo, Einaudi (1977), p. 50; Per un'interpretazione attualizzando di De Martino vedi Federico Chicchi, Soggettività smarrita, Bruno Mondadori (2012), pp. 20-25. []
  15. Cionondimeno in «Luogo Comune» anno I, n.1 nov. 1990, p.5. []