Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.

In morte della critica urbana

Lucia Tozzi

Il giorno di Sant’Ambrogio, in coincidenza con la tradizionale prima scaligera, è stata inaugurata in pompa magna la “Piazza Gae Aulenti” a Milano. Lo spazio, che ha rischiato l’intitolazione al fu cardinal Martini, è una galleria commerciale dall’aspetto squallido ricavata al centro del grattacielo circolare Unicredit dell’architetto César Pelli, cuore e degno simbolo del nuovo quartiere di speculazione Porta Nuova-Garibaldi. Come al solito, il giorno dopo tutti i giornali in coro unanime magnificavano l’apertura di un nuovo straordinario spazio pubblico in centro, “dono alla città” (in verità onere di urbanizzazione al ribasso) da parte dei benefattori Hines (la società texana di Real Estate che ha spuntato cubature mai viste nelle città italiane), fonte d’ispirazione di opere d’arte (marchette) per artisti come Garutti, Basilico e Doninelli, trionfo del sindaco Pisapia (che si è trovato l’operazione immobiliare sul groppone senza altra possibilità che cercare di renderla presentabile) e promessa di investimenti futuri (fantascienza pura).

L’episodio in sé è insignificante, di pura routine, ma torna utile per chiedersi: perché la critica urbana (in Italia) è morta? E: questo decesso ha delle conseguenze sulla coscienza civica dei cittadini? La risposta alla seconda domanda è sicuramente positiva, perché la propaganda, soprattutto nei regimi di democrazia apparente come quelli diffusi nell’occidente contemporaneo, funziona piuttosto bene. La sensibilità comune si ottunde, le impressioni negative vengono represse, stemperate dal trionfalismo mediatico.

Le ragioni della scomparsa di questo specifico campo critico, che richiede una coscienza politica oltre che delle competenze estetico-urbanistiche, sono molteplici. La più ovvia è la composizione proprietaria dei giornali: non è necessario che nel cda sia presente Ligresti o Coppola, dal momento che quasi tutti i grandi gruppi hanno interessi immobiliari da difendere. E se non succede mai che, sul modello di Leland in Citizen Kane, un giornalista sacrifichi il posto di lavoro per criticare un progetto finanziato dalla banca che controlla il giornale, tanto più futile è sperare che lo stesso giornalista abbia mano libera sulle speculazioni altrui, perché il codice non scritto impone un ferreo patto di non belligeranza. Ma questo problema è sempre esistito, anche se fino ad alcuni decenni fa il Real Estate non era onnipresente come oggi nei portafogli finanziari. Ridurre il fenomeno a questa forma classica di censura verticale – i grandi poteri che inibiscono i giornalisti – sarebbe, come tutte le semplificazioni, appagante ma stupido.

La censura vecchio stile presuppone l’opposta volontà di trasmettere informazioni e opinioni scomode, problematiche, in altre parole critiche. Quando si parla di città questa volontà sembra essersi estinta alla radice, con l’eccezione di alcuni argomenti di scarso rilievo come l’altezza o la forma dei grattacieli: di tutti i campi dello scibile, le politiche e le trasformazioni urbane sono quelli in cui la confusione tra informazione e comunicazione sembra essere del tutto compiuta. Giornalisti e critici, se è ancora lecito chiamarli così, trovano normale trascrivere i contenuti di cartelle stampa senza porre in dubbio la loro veridicità. Le amministrazioni pubbliche, dal canto loro, investono soldi nella creazione di dispositivi di “trasparenza” che dovrebbero rendere intellegibili ai cittadini il presente e il futuro del proprio territorio, e invece fanno l’esatto contrario.

Uffici stampa e Urban center sono di fatto organi di propaganda, preposti al controllo scrupoloso delle informazioni da filtrare ai cittadini. Indipendentemente dal genere e dalla qualità dei progetti, la loro rappresentazione ha assunto un’importanza cruciale e una forma monocorde, levigata, che compone ogni conflitto e non ammette repliche. È una macchina messa a punto nell’era dell’urbanistica “contrattata”, che pone gli interessi pubblici e privati sullo stesso piano e in una relazione di stretta interdipendenza. Nella sua banalità, la strategia appare ancora vittoriosa: la gente non vede neanche più lo spazio che attraversa, si è abituata a guardare i rendering.

MACAO! Occupy Torre Galfa

Lucia Tozzi

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

foto: Giulia Ticozzi / IlPost

La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

foto: Ivan Carozzi

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.

Bellezza e reazione

Lucia Tozzi

Tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 Pasolini girò Le mura di Sana’a, il documentario in forma di appello all’Unesco per salvare dalla speculazione e dalla distruzione una delle città medievali più belle del mondo. Le parole conclusive del film, mentre scorrono le immagini delle mura stupende e del modesto principio di assedio da parte di piccole costruzioni moderne, suonano così: “Ci rivolgiamo all’Unesco perché intervenga a convincere un’ancora ingenua classe dirigente che la sola ricchezza dello Yemen è la bellezza, e che conservare questa bellezza significa possedere una risorsa economica che non costa nulla, e che lo Yemen è ancora in tempo per evitare gli errori commessi dagli altri paesi. Ci rivolgiamo all’Unesco in nome della vera, seppur ancora inespressa, volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato”.

Passati quarant’anni, è facile individuare il punto più debole di questo appello: la conservazione dell’integrità fisica di un luogo può diventare la sua peggiore condanna. Pasolini non ha fatto in tempo a vedere la Disneyzzazione, la riduzione a parco tematico proprio delle città tutelate con più cura, l’espulsione degli abitanti e la commercializzazione selvaggia operati sistematicamente dall’industria turistica. Se avesse potuto immaginare la trasformazione in resort di lusso o in luna park dei borghi più umili e popolari si sarebbe con ogni probabilità tagliato le mani piuttosto che battersi per la protezione di Orte, come poi si ritrovò a fare nel 1974 con il cortometraggio La forma della città.

Ma questo, appunto, Pasolini non lo poteva sapere. Quello di cui invece era totalmente cosciente, e di cui si è sempre assunto la responsabilità assoluta, era la posizione di superiorità dalla quale, in quanto intellettuale e grazie all’accesso ai più importanti giornali, si trovava a parlare. Nel combattere per la causa della bellezza non pretendeva di essere il portavoce della popolazione, ma dichiarava senza mezzi termini di parlare in nome di una verità più profonda, sconosciuta ai più, vuoi perché ancora poveri e puri, vuoi perché ingenuamente soggiogati dalla società dei consumi. In quegli anni non era meno scomodo di adesso ricoprire un ruolo così arrogante e paternalistico, eppure Pasolini lo esplicitava chiaramente: “Io forse soffro in modo particolare [della bruttezza, della mescolanza tra antico e moderno] perché ho un senso estetico esagerato, da anima bella”, dice ne La forma della città, additando con angoscia un casermone di edilizia economica e popolare che scempiava il profilo perfetto di Orte.

La difesa della bellezza, di quel genere specifico di bellezza, anonimo e popolare, era per Pasolini una parte organica e coerente dell’intera sua attività intellettuale e del suo impegno civile: la difesa della radicale alterità culturale della classe proletaria rispetto all’omologazione borghese imposta dallo sviluppo. Se al posto del casermone ci avessero messo un’architettura contemporanea considerata di eccellente qualità, poniamo di Richard Rogers o di Kenzo Tange o di Aldo Rossi, ai suoi occhi non sarebbe cambiato nulla, o forse sarebbe stato peggio, perché sarebbe stata accompagnata dall’inevitabile pletora di elogi mediatici e dal consenso degli accademici e degli intellettuali progressisti, che Pasolini aborriva sopra ogni altra cosa.

Al di fuori di questo ideale di purezza così radicale, oggi peraltro definitivamente obsoleto perché non esiste più tessuto urbano al mondo che non sia nel bene o nel male compromesso, la bellezza è un argomento abbietto e controproducente se applicato alla politica della città. Soprattutto quando si concentra sulla qualità delle sue architetture.

La città contemporanea è un organismo troppo complesso e articolato per essere giudicato come la semplice somma delle architetture che la compongono: la qualità urbana non può fare a meno di prendere in considerazione l’accessibilità reale degli spazi pubblici e dei servizi, l’uso che abitanti, lavoratori e passanti fanno delle diverse aree in momenti differenti, il grado di mescolanza e di vitalità che la progettazione urbana riesce a consentire o che si sviluppa indipendentemente da qualsiasi piano. Città come Berlino, Londra, New York, Tokyo, Hong Kong, Città del Messico non hanno nulla più di armonico, straripano di brutti palazzi, brutte infrastrutture, aree commerciali e interventi di bassa qualità, eppure ognuna in modo diverso esprime un altissimo livello estetico in continua evoluzione. Al contrario, città apparentemente più intatte e omogenee come Bruges, Venezia o San Gimignano, ridotte a macchine da turismo, possono produrre esperienze di desolazione molto disturbanti.

Ma la questione che invalida l’uso del giudizio estetico in un contesto politico e in relazione al Bene Comune riguarda la legittimità dei giudicanti: chi decide cosa è bello e cosa è brutto, cosa è da tenere e cosa da rimuovere, cosa è da promuovere e cosa da bocciare? Differentemente da un’opera letteraria o da un film, e in modo più affine all’universo dell’arte contemporanea, non esiste alcuna procedura o alcun metro di valutazione oggettivo che assicuri la bellezza per tutti. Non è democratico affidare le decisioni al supposto buon gusto di intellettuali, esperti e consulenti, perché la percezione di ciò che è costruito nella città è estesa alla totalità dei suoi abitanti o visitatori, e il gusto della maggioranza può non coincidere con quello delle élites. Per intere moltitudini di persone, che non è possibile liquidare banalmente come ignoranti, un comprensorio di villette di lusso o i grattacieli di Dubai sono più “belli” di una strada di Milano. Se si resta lucidi, questo dato oggettivo è politicamente irrilevante e i sistemi decisionali riguardo al futuro urbano possono continuare a evolvere indipendentemente dall’estetica e dalla sua condivisione, in una dimensione più propriamente politica. Se si prendesse davvero sul serio la cosa, si finirebbe senza scampo davanti alla scelta paradossale tra democrazia (sostituzione dei centri storici con villettopoli) e dittatura degli intellettuali (rimozione della Brianza, delle favelas, dei grattacieli o ecomostri in centro, con un margine di tolleranza per le squallide ma necessarie periferie per i poveracci).

Non c’è pericolo, tuttavia: in un contesto come quello italiano il rigore è desueto e le ambizioni tutto sommato moderate. I nostri intellettuali preferiscono concentrare l’attenzione mediatica e l’indignazione del maggior numero possibile di “firme” autorevoli su casi sempre più particolari, mescolando retorica apocalittica e senso comune in spregio alla logica e alle proporzioni. Come per le crociate di Asor Rosa sulle villette di Monticchiello o la battaglia mediatica lanciata da Marco Belpoliti e Gianni Biondillo sulla trasformazione dell’Ex-Enel a Milano in un complesso edilizio mediocre: una bruttura modesta, un episodio comune elevato a simbolo di tutti i mali estetici del paese. (http://areaxenel.com/). Una volta esaurito lo sterile dibattito estetico, gli immobiliaristi grandi e piccoli possono seguitare indisturbati a recintare pezzi di città, creare ghetti, ricattare le amministrazioni, pretendere metri quadri e metri cubi, subappaltare al nero, imbrogliare sulle bonifiche, sugli oneri, sull’edilizia convenzionata. E i politici possono svendere suoli, tagliare servizi pubblici e investire in inutili grandi eventi e politiche securitarie basate sul controllo poliziesco e l’espulsione dei poveri. Con l’aiuto di qualche concorso o l’istituzione di qualche commissione di prestigio, gli uffici stampa saranno sempre in grado di pubblicizzare ogni mattone posato al suolo come opera di grande civiltà, cooptando quelle stesse firme che altrove avevano protestato per gli scempi.

È qui che risiede la forza reazionaria di un argomento come la bellezza, nella sua capacità di catalizzare e convogliare in un gioco a somma zero tutte le energie sociali, l’impegno civile, l’esercizio ragionato della critica e la resistenza della popolazione a quelle politiche urbane che accentuano la diseguaglianza e la segregazione. Con la sua brutale semplificazione fa in un attimo piazza pulita delle lotte, delle culture complesse che concorrono a formare la qualità urbana: come il pifferaio dei fratelli Grimm, porta tutti fuori strada.

L’erba vorrei. Lucia Tozzi

Vorrei. Bordelli per donne. Non quei patetici gigolò di internet che blaterano di romanticismo e buona compagnia, ma luoghi zeppi di uomini e donne professionalmente dedicati al piacere sessuale delle donne.

Appartamenti labirintici, sale scenografiche, localacci, posti kitsch, spa e sale massaggi, love hotel a tema, stanze anonime e complessi boudoir, templi del sadomaso, darkroom, hard disco, peephole, cinema porno, club, resort, sexy hub, alberghi retrò.

Mimetizzati nel tessuto urbano o accorpati in quartieri a luci rosse, luoghi della deboscia o del conforto, ma comunque pullulanti, dilaganti in tutte le città di tutti i paesi, nei recessi più remoti, nelle aree di vacanza e di lavoro, attori primari della gentrification o baluardi di civiltà nelle aree degradate.

Sogno l’avanzata di un esercito di corpi e menti in grado di sollevare le donne, almeno temporaneamente, dalla complessità ermeneutica del desiderio altrui. Il moltiplicarsi di zone franche dove l’infernale battaglia con i pieni e i vuoti dell’eros, fatta di strategie divinatorie, attese, assalti, finte, ritirate, sia legittimamente sospesa.

Dove, sbarazzandosi della responsabilità di piacere, le donne possano lasciare ad altri l’onere di occuparsi della propria libido, e mostrare a piacimento noia o passione senza fingere né l’una né l’altra e senza turbare nessuno.

Infrastrutture del vizio o dell’abbandono, i bordelli sono una formidabile arma di liberazione. Liberazione dalla necessità di sedurre. O meglio, dall’obbligo di scegliere tra un esercizio continuo e logorante della seduzione e la rinuncia al sesso.

 

alfadomenica giugno #5

TOZZI e LA CECLA sulla BIENNALE - DEMICHELIS su KRISTEVA –  TROJANOW Racconto - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta *

GLI INESSENZIALI FUNDAMENTALS DI REM KOOLHAAS
Lucia Tozzi

Il miglior metro per misurare il potere è la vitalità della critica, soprattutto quando si apre una potenziale falla. Quando arriva la défaillance del politico, dell’artista, dello scrittore e nessuno osa ridere, sbadigliare o semplicemente dire che il re è nudo, allora il potere è veramente grande. Beh, a Koolhaas non è successo. Ha fatto una biennale loffia e moltissimi l’hanno detto, quasi tutti tranne i giornali votati alla diffusione delle cartelle stampa.
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IL GRADO ZERO DELL'ARCHITETTURA
Franco La Cecla

Riuscire a fare una Biennale di Architettura con un grado zero di significato non era un'impresa facile, e l’unico capace di riuscirci si è dimostrato Rem Koolhaas.
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LO STRANIERO, SECONDO JULIA KRISTEVA
Lelio Demichelis

Di Julia Kristeva arriva in libreria la nuova edizione del suo Stranieri a noi stessi. Un libro affascinante e fondamentale, tra storia, filosofia politica e riflessione sul presente. Un libro che apre molte questioni e impone molte riflessioni. E se il saggio in sé è una lunga e preziosissima storia del concetto e dell’essere stranieri - dai greci agli ebrei, da San Paolo agli illuministi e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, fino alle regressioni dei romantici, arrivando a Freud, a Camus e a Nabokov - interessante è appunto la nuova Introduzione e la riflessione sull’Europa.
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LA MÉDUSE - Racconto
Ilija Trojanow

Un'anticipazione dal nuovo libro di Ilija Trojanow L'uomo superfluo. Saggio sulla dignità dell'uomo nell'età del capitalismo avanzato in libreria da domani per l'editore Nutrimenti. In questo saggio breve e provocatorio, Trojanow analizza la crisi del sistema capitalistico e lancia un grido d’allarme sul futuro dell’umanità: non ci sarà pace né benessere senza un cambio di rotta, senza una più equa distribuzione delle risorse, senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

MAURIZIO CAMINITO Biblioteche _ ARJUN APPADURAI Cultura _ FRANCOISE GIROU Generi _ KYLE CHAYKA Gentrificazione _ ROSA LIKSOM Urss.
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DIETA MEDITERRANEA? - Ricetta
Alberto Capatti

Nel 1959, esce a New York Eat well and stay well di Ancel (& Margaret) Keys, e la “dieta mediterranea” diventa un programma nutritivo per americani ed europei. Ne beneficiano non solo i cardiopatici per cui era stata creata, ma popolazioni intere confrontate con gli effetti di un crescente benessere, di una pinguedine coniugata con il consumo di carne e di grassi animali. Nuovi prodotti consigliati : olio, verdure e pasta.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.