Il valore del turismo tra precarizzazione e vita messa al lavoro

Il testo che proponiamo è estratto dal terzo volume dell'Almanacco di alfabeta2, edito da DeriveApprodi (361 pp. a colori, € 25). La pubblicazione verrà presentata a Roma venerdì 24 alle 21, al Cinema Palazzo di San Lorenzo (Piazza dei Sanniti 9A), nell’ambito del secondo Festival di DeriveApprodi, con la partecipazione di Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa e di Antonella Sbrilli, che condurrà un gioco alfaturistico con la partecipazione del pubblico. Seguirà un reading poetico con le letture di Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Davoglio, Sara Davidovics, Carmen Gallo, Jonida Prifti, Lidia Riviello, Sara Ventroni e Michele Zaffarano.

Andrea Fumagalli

Se guardiamo ai nuovi meccanismi di valorizzazione del capitalismo contemporaneo, il settore del turismo è forse il settore che meglio li comprende.

Non è un paradosso. Pur essendo un settore “antico”, nella transizione dal fordismo al capitalismo bio-cognitivo, il settore del turismo ha acquisito tutte le caratteristiche dell’odierna accumulazione capitalistica.

Tali caratteristiche riguardano sia l’organizzazione del lavoro che l’estrazione di valore.

Condizione lavorativa strutturale di oggi è infatti la condizione precaria, una condizione che tracima l’ambito lavorativo per innervare sempre più la dimensione esistenziale, non solo il tempo di vita, ma anche l’ambito delle relazioni, degli affetti e della mobilità. Nel settore del turismo non stupisce che il tasso di precarietà (contratti stagionali, forme di lavoro autonomo più o meno eterodiretto, tempi parziali) e il tasso di nomadismo siano tra i più elevati.

L’”VIII rapporto sul mercato del lavoro nel turismo”, redatto da Federalberghi, ci dice che nel comparto dei servizi ricettivi (alberghi e campeggi), nel 2015, su un totale di 224.378 lavoratori, meno della metà erano assunti a tempo indeterminato (46,6%), il 36,6% con contratto determinato stagionale e il 16,7 con contratto a tempo determinato non stagionale.

Nei pubblici esercizi, il 62,4% dei lavoratori è a part-time. Laddove, come servizi ricettivi, la stagionalità è maggiore, il contratto a tempo determinato è il più diffuso a scapito del part-time. Dove invece, la stagionalità è meno marcata (bar e ristoranti, agenzie di viaggio), è il part time a essere il contratto di lavoro più utilizzato.

La precarietà della condizione lavorativa incide in modo netto sulla busta paga. I redditi del settore, esclusi alcuni picchi particolari (il periodo natalizio, ad esempio) si caratterizzano per essere al di sotto della media nazionale. Un lavoratore full-time ha una remunerazione lorda poco superiore ai 12.600 euro, con un salario giornaliero di 56 euro per un totale di 226 giornate retribuite all’anno. Per gli stagionali full-time e il part-time, il reddito annuo è, rispettivamente, di poco superiore ai 9.400 euro e ai 7.700 euro. Nella retribuzione, come accade in quasi tutti i settori, è marcata la differenza di genere. In media, le donne guadagnano il 15% in meno dei maschi pur lavorando di più (233 giornate retribuite contro 218), per un gap reddituale (50,8 euro al giorno delle donna contro il 64,8 dei colleghi maschi) che giunge al - 21,6%.

Il settore del turismo si caratterizza anche per una maggior presenza di lavoro migrante. Mediamente, un lavoratore su quattro è straniero, percentuale che si avvicina al 30% nei comparti dei servizi ricettivi e nei pubblici esercizi.

Infine, occorre ricordare che il settore del turismo, caratterizzato da attività temporanea e stagionale, è stato uno dei settori che più ha beneficiato dell’esplosione dei voucher, ora eliminati dal governo dopo il rischio referendum.

In conclusione: la prestazione lavorativa nel turismo è emblematica della condizione lavorativa dell’oggi: elevata precarietà e incertezza, intermittenza di reddito, elevata mobilità, bassi salari, crescente segmentazione di genere e di linea del colore. Le differenze vengono messe a valore, all’interno di un circolo vizioso verso il basso, che negli ultimi anni ha visto crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro non retribuito. Ciò avviene soprattutto perché il settore del turismo negli ultimi anni si è fortemente differenziato nella sue forme di valorizzazione.

Se sul versante del lavoro, assistiamo alla conferma di una precarizzazione e svalorizzazione crescente del lavoro che non è sicuramente una novità di questi tempi, è sul piano della produzione dei servizi turistici che si registrano le principali novità.

È banale ricordare che il turismo vive di marketing territoriale, ovvero della capacità di promuovere il patrimonio territoriale, artistico e paesaggistico di cui ci si è dotati o per storia o per posizionamento geografico.

Negli ultimi decenni tale caratteristica, pur continuando a essere presente, ha lasciato sempre più spazio, a due nuove modalità di valorizzazione, legate, da un lato, a un nuovo uso dello spazio gentrificato, dall’altro, all’industria dei big data.

Il processo di gentrification, che ha caratterizzato negli ultimi decenni l’uso dello spazio come spazio reticolare e rizomatico di flussi e non più solo luogo statico di attività produttive, ha dato adito, tra altri effetti (speculazione, segmentazione metropolitana, infrastrutture, ecc.), al sorgere di ciò che possiamo definire “economia dell’evento”.

Si tratta di un settore che negli ultimi anni ha assunto dimensioni rilevanti, al punto tale che dall’essere fattore sporadico e occasionale o scadenzato da lunghi intervalli temporanei (come gli eventi sportivi), oggi ha assunto una linea di continuità temporale che da eccezione si è trasformata in norma.

L’”economia dell’evento” (vedi le Olimpiadi o Expo) ha acquisito un ruolo centrale nei processi di valorizzazione del capitalismo attuale. In essa confluiscono produzione simbolica, marketing territoriale, economia della conoscenza, finanziarizzazione e speculazione del territorio e dello spazio. Sono questi gli ambiti che oggi sono in grado di produrre maggior valore aggiunto. Ed è in questo ambito, che il settore del turismo può trovare nuovi ambiti di valorizzazione, avviando sinergie tra uno sfruttamento anche simbolico del territorio e l’economia della promessa.

Il tema della retribuzione del lavoro in un contesto di economia dell’evento è, infatti, un tema centrale e di forte portata innovativa.

L’evento è a tutti gli effetti produzione immateriale e simbolica, investimento sul futuro in grado di delineare le dinamiche nel breve-medio periodo di un territorio e di una comunità locale all’interno di filiere produttive internazionalizzate. La sua valorizzazione non è quindi immediata ma futura. E nel presente può, o meglio deve, essere “nulla”.

Allo stesso modo, la prestazione lavorativa in un evento è vista, e indotta a essere considerata, come un’attività di vita che nel presente fornisce tendenzialmente una remunerazione simbolica che solo in un futuro incerto potrà eventualmente trasformarsi in un’attività remunerabile in termini monetari.

La dipendenza da aspettative future diventa così il principale meccanismo di accettazione della condizione presente, all’interno di meccanismi di sussunzione di vita (forma di biopotere) che portano i soggetti a donarsi completamente o parzialmente senza avere la consapevolezza che è proprio questa dedizione e cooperazione sociale a costituire la prima fonte di valorizzazione, di cui solo pochi potranno goderne. È tramite questi processi di desoggettivazione che il lavoro non retribuito si diffonde e il turismo legato all’evento è il primo a esserne intaccato.

La seconda novità nel processo di valorizzazione interno al settore turistico è la raccolta dei dati. La diffusione di internet ha fortemente sviluppato l’intermediazione tra offerta e domanda di turismo, così come i voli low-cost hanno fortemente incrementato la mobilità delle persone, andando a definite flussi e traiettorie che hanno ridefinito una divisione spaziale del lavoro e della geografia.

Il meccanismo della prenotazione è oggi il motore del turismo. Certo, la prenotazione telefonica è sempre esistita ma contraddistingueva più un turismo d’élite che di massa. Quando negli anni ‘70 inizia il boom del turismo giovanile di massa, la maggior parte si muoveva random cercando sul posto una forma di accommodation. Ora, se si volesse fare altrettanto, ad esempio per le isole greche, il rischio è che tutto sia già stato prenotato. La digitalizzazione dell’offerta turistica svolge così un duplice ruolo: di controllo e di raccolta dati. Ed è in particolare questa seconda attività che per l’intermediazione turistica, dai siti web per la prenotazione di un viaggio sino a quelli che offrono l’organizzazione di un intero soggiorno, diventa particolarmente lucrosa.

Sappiamo bene come oggigiorno i dati rappresentino una fonte di crescente valorizzazione, la cui gestione e “produttività” avviene sempre più all’interno di organizzazioni multinazionale e concentrate.

E anche in questo caso, come per l’economia dell’evento, la fonte primaria del valore è fornita più o meno gratuitamente, più o meno consapevolmente, dalla vita stessa degli individui.

Rileggere Yona Friedman al tempo della Brexit

Lucia Tozzi

metalocus_yona_friedman_04_1280Il 1974, l’anno in cui Yona Friedman diede alle stampe Utopie realizzabili, era anche l’anno in cui, tra le altre mille cose, un pensatore anarchico come Colin Ward ripubblicava un testo chiave di Kropotkin, Campi, fabbriche, officine, e a New York si teneva la mostra Anarchitecture, a opera dell’omonimo collettivo artistico formato da Gordon Matta Clark, Laurie Anderson, Richard Nonas, Tina Girouard, Carol Goodden, Suzanne Harris, Richard Landry, Jene Highstein e Bernard Kirschbaun. Insomma, le utopie moderniste in campo architettonico e urbanistico erano in questione, largamente fuori moda, e la critica veniva mossa in campo tutt’altro che specialistico: erano gli artisti, i sociologi, i filosofi, gli attivisti politici ad accanirsi, ben più degli architetti stessi, contro la rigidità, la burocratizzazione, la cecità di quelle visioni utopiche per le masse.

Parlare allora, come faceva Friedman nell’introduzione al volume, di fallimento dell’utopia democratica e della comunicazione globale, o meglio «dei due “cattivi dei nostri tempi, che sono “lo Stato mafia” e “la mafia dei media”» era moneta comune, quasi una banalità. Tuttavia la sua teoria delle utopie realizzabili, vale a dire quelle strettamente legate al vincolo della piccola dimensione, delle piccole comunità (i “gruppi critici”, secondo la sua definizione, cioè quelli abbastanza piccoli da consentire una comunicazione efficace tra i membri), è stata oggetto di un repechage di culto alla fine del secolo, in piena era Fukuyamesca, nei circuiti dell’arte e dell’architettura. L’attacco all’universalismo, agli schemi “paternalistici”, alla smania di organizzare gli altri, e i contrapposti modelli di autorganizzazione e di autopianificazione hanno cominciato a circolare senza sosta tra biennali, scuole, workshop, riedizioni, consacrati da un rito di passaggio fondamentale: un’intervista di San Hans Ulrich Obrist.

In Italia è stata Quodlibet, grazie alla passione personale di Manuel Orazi, a tradurre il tomo nel 2003, inserendolo in una costellazione di teorici accomunati dalla critica alla ratio pianificatoria, da Koolhaas a Ivan Illich a Clément. Nello spazio di poco tempo moltissime pratiche di progettazione urbana partecipata, esperimenti sociali, operazioni di arte pubblica, studi sugli insediamenti informali furono etichettate come “utopie realizzabili”. Quando poi, dopo la crisi, ha preso corpo la teoria dei beni comuni, in concomitanza con l’ondata di occupazioni dei luoghi di produzione culturale, le idee di Friedman sui villaggi urbani e delle piccole comunità egualitarie risuonavano ancora, mischiate ai discorsi sullo spossessamento e la finanziarizzazione dell’economia globale.

Ma negli stessi anni stava prendendo piede un altro genere di consapevolezza nella società globale: grazie alle analisi dei primi straordinari critici della rete, come Evgeny Morozov, e poi in maniera sempre più autoevidente, è diventato chiaro che internet e i social network non rappresentano affatto una occasione di democratizzazione della società, e che la retorica della comunicazione orizzontale, ancora ritenuta credibile ai tempi di Occupy Wall Street e della Primavere Arabe, è una sinistra panzana. Ora che abbiamo le puntate di Black Mirror, rileggere i ragionamenti che Friedman ha articolato nel lontano 1974 fa l’effetto di una profezia: «Il fenomeno del degrado dello Stato e dei media non è semplicemente il risultato della malafede dei politici o dei giornalisti, deriva invece da alcune impossibilità di cui non si parla mai: i “dirigenti” non riescono più a governare gli Stati, non riescono più a “restare in contatto” con una massa divenuta troppo ampia. […] Quando la folla dei governati, sentendosi abbandonata, comincia a pensare alla propria sopravvivenza sotto forma di piccole comunità in grado di bastare a se stesse e di assicurare i propri servizi pubblici, i governi, più attenti alle necessità di scena e alla “simulazione” che ad assicurare il buon funzionamento di servizi pubblici disfunzionanti, qualificano tali tentativi come “movimenti marginali”».

È sull’onda di questa nuova “attualità” di Yona Friedman che Quodlibet ha lanciato, a luglio 2016, una nuova edizione di Utopie realizzabili . Quello che non era facile prevedere è che proprio in quel momento gli eventi politici stavano prendendo una piega sconvolgente: nel giro di un semestre, con la sequenza Brexit, Trump e referendum italiano, un’oscura massa di persone attraverso lo strumento del voto – e non della rivolta né tantomeno della rivoluzione –, ha espresso la volontà di liberarsi di quelle forze politiche che governando hanno efficacemente implementato la diseguaglianza sociale ed economica a livello locale e globale. Massa oscura perché non omogenea, priva di qualsiasi programma comune, se non di assestare un colpo, anche effimero, a chi l’ha progressivamente impoverita o esclusa. Nessuna grande utopia universalista la anima, di quelle che Friedman definirebbe irrealizzabili: ma una cosa è sicura, che in questa massa, o meglio moltitudine, non traspare alcun desiderio di utopie realizzabili. Lungi dall’esprimere propensione per l’autorganizzazione, la massa informe sembra molto più attratta dalle promesse di più Stato, di più welfare, di tutte quelle forme di organizzazione e pianificazione “dall’alto” per anni bollate come “paternaliste” da sinistra e “assistenzialiste” da destra, che con tutti i loro difetti sono le uniche, per un lasso di tempo piuttosto breve, ad avere consentito l’attuazione di reali politiche redistributive.

Sfiancate dal lavoro precario, dall’erosione dei diritti e dallo spossessamento dei beni, le schiere dei Not-Have non ambiscono più che tanto a decidere, lontano dalla dogmatica burocrazia, come costruire il proprio spazio abitativo o quali cure propinare alla prole, ma con ogni probabilità desiderano case e ospedali pubblici decenti. Alla libertà di autogovernare ogni aspetto della vita in comunità autosufficienti forse preferiscono la libertà di delegare almeno una parte della risoluzione dei problemi a un’organizzazione complessa.

In un contesto del genere – peraltro dagli esiti largamente imprevedibili – a fare perdere smalto alle argomentazioni di Friedman è il loro altissimo tasso di astrazione strutturale e linguistica. Il che è paradossale, perché in ogni scritto o intervista Friedman non fa altro che ribadire, fino alla nausea, il proprio impegno nella lotta all’astrazione, definisce il proprio linguaggio piano e semplificato e si vanta di avere inventato un sistema di fumetti in grado di comunicare qualsiasi concetto ai più estranei tra i propri interlocutori. Di fatto, invece, Utopie realizzabili è un libro costruito per assiomi indimostrabili e definizioni aleatorie, ancorché suggestive – in linea con la saggistica dell’epoca – e completato da disegni e schemi la cui primitività non fa che infittire l’opacità del significato.

Questo stile offre però un grande vantaggio, soprattutto rispetto ai nostri tempi imbevuti di storytelling: privo di smancerie pittoresche e quadretti idilliaci, l’universo friedmaniano dei piccoli gruppi descrive apertamente la natura claustrofobica della comunità. Se l’unica condizione per eliminare la gerarchia nelle relazioni è costruire un “gruppo critico” sufficientemente piccolo da garantire l’accesso alla comunicazione, la chiusura è fondamentale, e la durata dell’utopia è in ogni caso molto limitata. Questo significa che proprio i casi meglio riusciti sono inesorabilmente destinati al fallimento, perché è impossibile chiuderli sul serio.

E meno male, viene da dire.

Yona Friedman

Utopie realizzabili

Traduzione di Susanna Spero

Postfazione di Manuel Orazi

Quodlibet 2016

pp. 240 euro 14

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Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. A giorni si apre!

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Speciale Biennale Architettura 2016

Full Fill Home, Anupama Kundoo

L'architettura che fa la differenza. Il discorso di Aravena

Lucia Tozzi

Reporting from the Front è una Biennale insolitamente densa e interessante, ma non è fatta per piacere agli architetti. Alejandro Aravena, che l’ha curata, è diventato famoso grazie a una poco comune capacità di diffondere il discorso che gli sta a cuore: l’importanza e l’efficacia di un’architettura utile a risolvere i problemi dell’uomo. Potrebbe sembrare una semplificazione eccessiva del suo pensiero, ma è proprio così che Aravena ragiona, senza porsi limiti e senza farsi troppe domande di metodo. La sua biennale è lo specchio di questo atteggiamento anti-intellettualistico, che a quanto pare risulta molto offensivo per gli architetti. Gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini offrono una sequenza molto bilanciata di 88 progetti, ben distribuiti, scelti in base a un unico principio. Ognuno di essi rappresenta – secondo l’interpretazione del curatore – la risposta a uno o più problemi elencati in questa bizzarra lista: diseguaglianza, sostenibilità, traffico, spazzatura, criminalità, inquinamento, comunità, migrazioni, segregazione, disastri naturali, città informale, periferie, housing, qualità della vita.

Anche se in effetti questi «temi» – formulati e assemblati in modo così scolastico – possono ricordare le piaghe d’Egitto, in realtà non c’è traccia di negatività nelle sale della mostra: nessun dato allarmante, analisi critica, presa di posizione politica trapela dalle scarne didascalie. Chi si aspettasse di trovare un atteggiamento vittimario è destinato a rimanere schiacciato dall’ottimismo e dal pragmatismo assoluti di Alejandro Aravena. Quelle che ha deciso di esporre sono soluzioni, grandi e piccole, di lungo termine e immediate. Sono l’eccellenza del riuso e del riciclo, come il lavoro pluridecennale dei Rural Studio negli USA, l’uso geniale di moduli prefabbricati in ferrocemento nella Full Fill Home di Anupama Kundoo, la trasformazione di bui depositi dell’acqua a Medellin in parchi pubblici diffusi, l’alleggerimento strutturale praticato in modo diverso da Werner Sobek e da Ochsendorf, Block e Dejong, ma ugualmente finalizzato a risparmiare energia e materiali.

Nessuno spazio per il concettuale, e assai poco riservato alla ricerca pura, a parte forse la grande sala di Forensic Architecture di Weizman – che mette a punto una metodologia utile a produrre prove concretissime nei processi internazionali per le guerre e i genocidi. Anche l’indagine condotta da Rahul Mehrotra sul Kumbh Mela, la grande festa religiosa che si tiene ogni dodici anni nell’Uttar Pradesh producendo una città effimera di sette milioni di abitanti che al termine dei cinquanta giorni rituali viene spazzata via dal monsone, è finalizzata in Biennale all’elaborazione di nuovi sistemi logistici per le situazioni emergenziali o festivaliere, i grandi assembramenti.

Ma soprattutto quello che colpisce è l’assenza di citazioni e riferimenti. Il discorso di Aravena decontestualizza – e non certo per ignoranza – progetti e ricerche, li descrive esclusivamente nella loro dimensione presente, come se non avessero una storia, come se non esistessero precedenti culturali. In spregio all’uso dominante nel mondo dell’architettura contemporanea, che infarcisce i testi e la comunicazione di richiami per lo più casuali a saperi lontanissimi, di retoriche strappalacrime o deliri di onnipotenza, di un lessico ambiguo e contorto, Aravena si esprime con un linguaggio chiaro fino alla piattezza: «L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. Non è più complicato, né più semplice di così. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza o della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. […] Reporting from the Front riguarda la condivisione con un pubblico più ampio dell’opera delle persone che scrutano l’orizzonte alla ricerca di nuovi campi di azione, integrando il pragmatico con l’esistenziale, la pertinenza con l’audacia, la creatività con il buon senso: storie di successo e casi esemplari in cui l’architettura ha fatto, e fa, la differenza».

Certo la mancanza di sfumature può risultare, alla lunga, fastidiosa, soprattutto se la pretesa di essere limpidi si sposa a una rimozione totale del «nemico»; se l’oggetto polemico viene cioè ridotto ai generici fantasmi degli interessi, dell’indifferenza o della casualità. Un’enorme omissione pesa su questa Biennale: perché questi casi e queste storie sono parentesi minoritarie, perché restano ai margini della disciplina? Si può costruire un’egemonia diversa, operare un cambio di paradigma culturale, utilizzando solo energie positive depurate dal livore della battaglia, o è una pia illusione?

Le reazioni degli architetti di fronte al display araveniano fanno propendere per la seconda ipotesi: cavillosi come uno stuolo di avvocati, hanno messo in rilievo ogni minima incongruenza del «Fronte», hanno stigmatizzato le presenze impure (inevitabili in un evento come la biennale), hanno largamente attinto al repertorio del politically incorrect (fortissimo nel campo dell’architettura), hanno criticato contemporaneamente l’eccessiva estetizzazione e la troppa attenzione al sociale (perché esiste una legge non scritta per la quale il sociale deve apparire sporco e sciatto). L’attaccamento al postmoderno alligna ancora massiccio, e nello spiazzamento generale il sentimento prevalente è la nostalgia per l’allegria perduta con cui i teorici degli anni Ottanta si liberarono delle famose Buone Intenzioni del modernismo. Solo che adesso gli è rimasto molto poco da ridere. E quindi, viva Aravena.

Reporting from the Front. Biennale Architettura 2016

a cura di Alejandro Aravena

Venezia, Giardini e Arsenale, dal 28 maggio al 27 novembre 2016

Casa – Comunità – Coordinazione. I padiglioni nazionali

Elena Malara

«Forma e concetto architettonico incontrano la politica». È un possibile sunto che mi viene in mente attraversando questa Biennale Architettura 2016. Non esauriente, fraintendibile, ma a tratti decisamente calzante. Quest’anno l’esplorazione dei cosa, come e perché della prima arte si concede una pausa dalla ricerca concettuale pura, d’altronde due anni fa intensamente investigata da Fundamentals di Rem Koolhaas. La chiamata di Alejandro Aravena infatti è chiara: disegno ed estetica sì, ma di concerto con funzionalità e impatto sociale.

Per un non-architetto questa associazione di idee risulta più che necessaria: io come molti vivo lo spazio costruito affidandomi ai miei bisogni e ad alquanto personali e volubili scale di valutazione riguardanti bellezza, vivibilità, comfort, dimensione sociale. Colpisce quindi la specifica da parte del curatore, un vero e proprio statement che precisa: «vorremmo ampliare la gamma delle tematiche cui ci si aspetta che l’architettura debba fornire delle risposte, aggiungendo alle dimensioni artistiche e culturali che già appartengono al nostro ambito, quelle sociali, politiche, economiche e ambientali».

Lo sprone a superare l’approccio narcisistico deve aver risuonato come un monito a reimpostare la narrazione su architettura e spazio costruito, partendo innanzitutto dall’attualità. Nella mostra principale Reporting From The Front affiorano dalle storie esposte, e dalle didascalie appese, termini chiave legati alla coesistenza sociale come condivisione, adattamento, resilienza, comunità, collettivo, partecipazione, e termini legati al quotidiano attuale di molti fra noi: crisi economica, precariato, disoccupazione, resistenza, conflitto. I padiglioni nazionali, per tutta risposta, esplorano tali narrative strizzando l’occhio a definizioni archetipiche di junghiana memoria, adattate a primo contenitore di percorsi differenti e concentrici, a scatole cinesi.

Il Viaggio è il punto di partenza per i padiglioni Turchia e Serbia. Due esperienze spaziali più vicine all’installazione artistica che al percorso espositivo, con al centro la rivoluzione della fisicità del vascello. Con Heroic: Free Shipping il padiglione serbo arrischia un’associazione d’idee tra la natura avventurosa del mezzo e l’urgenza di esplorare l’ignoto in architettura, innalzando l’atteggiamento eroico ad attitudine ambivalente (epica e drammatica) per parlare in termini simbolici della crisi della professione e del suo mercato di riferimento, invitando il pubblico a riflettere su tali tematiche in uno spazio plasmato per la restituzione sensoriale della pancia di una nave. La scala si amplia nel padiglione turco: in un periodo di tensioni politiche e inasprimento delle differenze culturali, la Turchia tende la mano all’Italia (all’Europa?) ricordando le comuni radici mediterranee. In Darzanà: Two Arsenals, One Vessel il pretesto è offerto dall’espressione araba dara’s-sina, «luogo dell’industria», dalla quale vengono la parola turca «tersane» e l’italiana «arsenale», così narrando la parentela nella tradizione cantieristica navale tra Venezia e Istanbul, che portò le due città a guardare al mare come luogo di incontro e scambio. Quello stesso Mare nostrum oggi teatro di tragedie umane, al quale la ricostruzione installativa di un vascello alle Sale d’Armi sostituisce l’immaginario di una più poetica fratellanza di scopi e di visione, a superamento delle frontiere, fisiche e diplomatiche.

La Casa offre uno scheletro di base alle ricerche dei padiglioni Gran Bretagna, Germania, Austria e Finlandia. I britannici in Home Economics mettono in scena una riflessione sulla crisi abitativa in patria, adoperando attraverso il ripensamento del contenitore domestico, e la conseguente realizzazione di cinque moduli abitativi ottimizzati secondo il tempo d’uso, un esorcismo verso le iniquità economiche e sociali vissute nella nazione: l’architettura pare offrire un rifugio simbolico, opponendo metrature e funzionalità misurabili ai poco prevedibili smottamenti del tessuto sociale britannico. La Germania con Making Heimat: Germany, Arrival Country opera un approccio diametralmente opposto, rendendo il padiglione l’incarnazione di un atteggiamento propositivo verso la crisi migratoria e la chiara intenzione di porsi come nazione leader nelle politiche europee: le porte di ingresso sono totalmente asportate, i mattoni risultanti usati per creare sedute e punti di appoggio, con un angolo wi-fi gratuito. Il padiglione è teatro di confronto e dibattito sul concetto di heimat, termine della lingua tedesca che riassume ed evoca molto più di quanto possano fare parole nostre come casa, guscio, ambiente, famiglia, comunità, patria. La Casa è l’ambiente urbano, la cittadina, la comunità territoriale pensate e gestite come organismo in toto, come testimoniano le arrival cities tedesche documentate all’interno del padiglione, portate a esempio delle politiche di integrazione sociale e strutturale promosse dalla Germania. Quasi a voler smentire la deriva nazional-fascista affacciatasi con prepotenza alle ultime elezioni, l’Austria dedica tutto il suo padiglione all’impegno della nazione nell’agire per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti: Places for People espone una progettualità concreta, pensata per rispondere alle necessità di sistemazione dignitosa dei richiedenti asilo, in attesa che i loro documenti vengano processati. Esposti sono i progetti di tre studi di architettura e design – Caramel Architects, EOOS e the next ENTERprise –: soluzioni concrete, in parte già attuate, per trasformare palazzi per uffici e altre strutture in disuso in ambienti idonei all’abitare, riconoscendo infine la migrazione come dato di fatto dell’identità europea del prossimo futuro. Un percorso analogo, seppur scevro da retroscena politici e dispensato per ora da applicazioni pratiche, è presentato dalla Finlandia in From Border to Home: Housing Solutions for Asylum Seekers, che con pulizia e linearità tipicamente nordiche allestisce un’esposizione dei retroscena storici, delle riflessioni di settore e delle conseguenti progettualità attivate per rispondere alla gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo, presentando al pubblico internazionale le idee emerse in occasione del concorso From Border to Home indetto dal governo finlandese a fine 2015.

Quello della Comunità è l’immaginario di tendenza scelto dai padiglioni Italia, Francia, Ungheria, Messico, Cipro, Croazia, Sudafrica, Venezuela, Portogallo e Grecia come lente per raccontare il proprio presente, di volta in volta declinato in azione collettiva, condivisione, sistemi sociali alternativi. In un’ottica europeista, i padiglioni Francia, Grecia e Italia usano il tema come cornice per riflessioni o rivendicazioni anche patriottistiche. I francesi attraverso New Riches ci ricordano come, nonostante le insoddisfacenti politiche pubbliche da parte dello Stato, la loro vera ricchezza consista nell’essere un popolo capace di coesione e costruzione del cambiamento dal basso: fenomeno a cui l’architettura non si sottrae, diventandone baluardo. La Grecia in #This Is a Co-op dimostra lucidità e coerenza nel prendere al balzo il contesto della mostra di architettura per operare una più ampia e necessaria riflessione sull’architettura del corpo sociale, offrendo al pubblico uno spazio fisico di discussione e ponendo la sua storia recente come monito ma anche punto di partenza per una ritrovata partecipazione politica al dibattito sulla «fortezza-Europa» e la crisi globale. Il padiglione Italia con Taking care: Designing for the Common Good sceglie di mostrare al pubblico della Biennale un progetto stratificato scandito nelle sezioni «Pensare!», «Incontrare!», «Agire!», ispirate dalle iniziative di progettazione partecipata, autocostruzione e azione collettiva per il bene comune che animano da più di dieci anni la penisola (una selezione è in mostra), proponendosi anche come macchina produttiva di buone pratiche da continuare a sviluppare dopo la fine della rassegna. Tralasciando la sensazione di un puntuale ritardo nel registrare le tendenze che animano i movimenti culturali in patria, sorge spontanea la domanda sul perché proprio l’Italia, vista la situazione delle sue coste e isole, non abbia aggiunto la sua voce al coro delle riflessioni su emigrazione e Unione Europea dei suoi vicini di casa del nord Europa.

Applicando uno sguardo panoramico alla rassegna, emerge con chiarezza come ogni nazione presente sia consapevole di dover presentare al pubblico una posizione, una voce sulle emergenze umanitarie, sociali e culturali che pervadono i rispettivi territori, o i territori in cui si decide di intervenire. Un esempio è l’Olanda, che con Blue – Design for Legacy riflette sull’eredità positiva degli accampamenti ONU, con il case study di Camp Castor a Gao, nel Mali (terra dei Tuareg o «uomini blu», in relazione coi «caschi blu» delle Nazioni Unite), base pensata come catalizzatrice dello sviluppo locale secondo il «3D comprehensive approach-diplomacy, defense and development» (laddove finora le basi ONU paiono aver badato solo all’elemento «difesa»).

La volontà di portare il know how degli architetti al servizio delle esigenze di comunità e territori dimostra d’altronde di superare facilmente identità e confini nazionali, riunendo potenzialmente la categoria in una forza lavoro e massa critica su scala globale che, se organizzata, potrebbe davvero innescare una pianificazione e realizzazione di interventi su scala locale, ma con risonanza globale. È quello che suggeriscono progetti come Time for Impact e Civic Wise: reti virtuali per la coordinazione di gruppi locali di architetti, urbanisti e non solo, e la produzione di interventi architettonici in risposta alle esigenze espresse dai territori. Forse non a caso, progetti nati in Europa.

L’architettura della partecipazione

Lucia Tozzi

Nessun architetto ha mai scritto come Giancarlo De Carlo. Per la verità anche molti scrittori riconosciuti non reggono il confronto con lo stile superbo delle sue argomentazioni. «Da quando ho cominciato a praticare l’architettura mi sono sentito assediato dagli aforismi che gli architetti – soprattutto quelli mediocri – continuavano a recitare e così mi sono affezionato ai ragionamenti limpidi che richiedono paziente lavoro e fervida immaginazione», dichiarò De Carlo su Domus nel 1995.

Il suo capolavoro è L’architettura della partecipazione, il testo di una conferenza tenuta a Melbourne nel 1971 nell’ambito di un ciclo sui futuri scenari dell’architettura e dell’urbanistica al Royal Australian Institute of Architects. Quodlibet l’ha appena pubblicato nella collana Abitare insieme a due testi sui casi di progettazione partecipata del piano di Rimini e del Villaggio Matteotti a Terni, una scelta intelligentissima che permette di cogliere la misura radicale del discorso politico di De Carlo.

Nell’edizione classica del Saggiatore, all’interno del volume L’architettura degli anni Settanta, la conferenza era posta dopo due interventi di Jim M. Richards e Peter Blake di argomento puramente architettonico, e questo contesto autorizzava il lettore a interpretare L’architettura della partecipazione soprattutto come una critica al modernismo. E in effetti è innegabile che lo sia, ma non nel senso generale e assoluto che gli viene attribuito. Il vero obbiettivo di De Carlo non è il Movimento Moderno in quanto tale, ma l’architettura al servizio dell’autorità, e in quegli anni teoria e pratica moderniste avevano stretto legami sempre più forti con le ideologie reazionarie del controllo e dell’efficienza produttiva.

La sua tesi è che «la consonanza tra Movimento Moderno e “zoning” nasceva da un equivoco sul principio di “chiarezza”»: la divisione netta delle funzioni sembrava ai modernisti il mezzo migliore per ottenere la massima chiarezza delle forme urbane, da cui, in ottemperanza al dogma, sarebbe scaturito l’equilibrio sociale. Ma «la “chiarezza” non è in se stessa una virtù e tanto meno ha capacità esorcizzanti nei confronti dei contenuti che esprime. Non c’è nulla di più chiaro di una catena di montaggio, di un’ordinanza di polizia e di una dichiarazione di guerra».

Applicata a una cosa complessa come il sistema di relazioni e di conflitti della vita urbana, la chiarezza non può che diventare un elemento repressivo. L’architettura della partecipazione secondo De Carlo è quella che consente di recuperare la critica e il dissenso, il disordine e i conflitti che inevitabilmente l’uso della città impone. Il suo discorso però non ha nulla a che vedere con la dimensione estetica o con le fregole spontaneiste che cominciavano a fiorire in quegli anni, ma riguarda esclusivamente il potere. La Las Vegas di Venturi, Scott Brown e Izenour non gli interessa, lui vuole spostare l’ego smisurato dell’architetto dal centro della scena per coinvolgere nel processo decisionale chi da sempre ne è stato escluso.

Nel raccontare le esperienze di Rimini e di Terni, tra entusiasmi e fallimenti, De Carlo descrive con grande lucidità le trappole che un processo così ambizioso comporta, e la peggiore è quella che definisce «la rapina del consenso»: nulla gli repelleva di più che una partecipazione intesa come mediazione tendenziosa, come cattura delle energie positive per sedare i conflitti reali e potenziali. E pensare che i suoi eredi diretti, i professionisti della partecipazione, si chiamano oggi “facilitatori”.

Giancarlo De Carlo
L’architettura della partecipazione
Quodlibet Abitare (2013), pp.144
€ 14,00

Contro i beni comuni

Lucia Tozzi

È bellissimo che un editore pubblichi nella stessa collana, a poco più di un anno di distanza dall’uscita di Beni comuni. Un manifesto di Ugo Mattei, il libro Contro i beni comuni. Una critica illuminista di Ermanno Vitale.

Secondo gli usi del nostro curioso mondo culturale, i cataloghi delle case editrici sono o informi guazzabugli di titoli che affossano ab origine ogni differenza di idee e contenuti, o l’espressione non tanto di una linea di pensiero (dell’editore, del curatore della collana), ma di una fazione: gli amici del tal professore, i sostenitori di quell’altro intellettuale. In questo secondo caso, possono anche comparire idee radicalmente divergenti, purché non appaia alcun conflitto.

Ecco, Laterza ha infranto il tabù: non solo Ermanno Vitale non fa parte della parte di Ugo Mattei, ma il libro è proprio una critica alle sue idee, o meglio alla loro vaghezza: «Ciò che mi lascia perplesso – dice nella premessa – non è la radicalità della proposta, è la sua disorganicità, la sua contraddittorietà, la sua superficialità, il forte rischio che sia un autoinganno». È un’operazione editoriale che rappresenta una sfida al rito obbligato del terzismo: invece di contrapporre in modo falsamente neutrale due opinioni diverse, alimenta una dialettica critica sui contenuti e sul modo in cui sono strutturati.

Nella migliore delle ipotesi, se cioè Mattei, Negri, Rodotà o qualcun altro tra i sostenitori della causa dei beni comuni citati nel testo vorrà rispondere alle critiche mosse, gli stessi benicomunisti e la più ampia comunità dei lettori potranno giovarsi di una migliore articolazione di questa teoria in progress.

L’analisi di Vitale parte dall’uso delle fonti, dimostrando che i due saggi ritenuti nel male e nel bene fondativi del tema dei beni comuni, The Tragedy of the Commons di Hardin e Governing the Commons di Ostrom, non sono quel che Mattei e altri retoricamente descrivono: il primo non è un’apologia della proprietà privata ma semmai della regolazione pubblica, e il secondo dichiara tutti i limiti relativi alla gestione comunitaria dei beni collettivi – limiti di natura dimensionale, gerarchica e di esclusione proprietaria. E Marx non scrisse certo il capitolo sulla cosiddetta accumulazione originaria, il processo di recinzione delle terre comuni che annunciò l’avvento del capitalismo, con l’intenzione di decantare l’ordine sociale precapitalistico.

La società dei beni comuni descritta in Un manifesto viene invece definita per approssimazione – dice Vitale –, è una favola che vagheggia un’armonica comunità medievale “brutalizzata” dall’illuminismo, che sembra avere prodotto solamente l’ideologia dell’individuo proprietario. Che cosa sono i beni comuni di preciso, si possono classificare o no? A chi sono comuni i beni comuni, a tutti o a delle comunità che escludono il resto degli umani? Chi deve amministrare i beni comuni? La Costituzione va superata, come pensa Negri, o difesa, come dice Rodotà?

Le risposte a queste domande sono ambigue e a volte cozzano fra loro in maniera fragorosa, e tuttavia nessuno lo ammette, tutti fingono di giocare la stessa partita politica. Ma oscurare la dialettica non ha mai portato bene alla politica, almeno a quella di sinistra.

Ermanno Vitale
Contro i beni comuni. Una critica illuminista
Editori Laterza (2013), pp. 144

fonte: http://www.bookdetector.com/saggi/contro-i-beni-comuni-una-critica-illuminista/

Vogliamo anche le case

Lucia Tozzi

Non più solo teatri e cinema, piazze e spazi pubblici, si torna a occupare le case. A Roma sono stati presi di mira edifici vuoti dalla Garbatella alla Tiburtina di proprietà di Caltagirone, dell’Atac, dei Cavalieri di Malta, della Banca Popolare di Milano, mentre a Milano il Cantiere, un centro sociale attivo da anni nel quartiere San Siro, ha sistemato una ventina di famiglie in un gruppo di bellissime palazzine lasciate degradare in vista di future speculazioni.

La lotta per la casa al tempo di Occupy è un fenomeno che merita un’attenzione speciale, perché potrebbe assumere grande rilievo durante una crisi finanziaria nata dal credit crunch immobiliare e che sta polverizzando il lavoro, il welfare e la vita di milioni di persone. Il crollo dei prezzi immobiliari, che secondo un uso grottesco vengono calcolati in anni di stipendio medio, non amplia la fascia dei proprietari, ma la quantità di proprietà invendute e sfitte. E infatti, chi ce l’ha più uno stipendio?

In Italia pare che l’invenduto edilizio ammonti a ben più di un milione di unità: le nostre città sono con ogni evidenza dei gruviera, piene di vuoti, eppure i governi di ogni livello continuano a costruire nuovi edifici e a tenerne fuori gli abitanti. Rispetto agli anni Settanta, oggi esiste materialmente la possibilità di coprire il cosiddetto fabbisogno abitativo, eppure mai come adesso sembra che nessuna parte politica voglia farsi carico di questo passaggio.

Chiusa in maniera definitiva la stagione dell’edilizia economica e popolare pubblica, abbandonata la manutenzione dei complessi esistenti, l’unica soluzione cui le amministrazioni ricorrono è un housing sociale delegato ai privati in cambio di ulteriori cubature o come oneri di urbanizzazione. Vale a dire che per ottenere qualche appartamento scadente a un prezzo di poco inferiore a quello di mercato bisogna sperare in grandi speculazioni o rinunciare a scuole e spazi pubblici.

I movimenti hanno capito che la riappropriazione collettiva del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato è uno strumento fondamentale non solo per affrontare la questione abitativa, ma anche per combattere l’accumulazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più esigua. Oltre all’obbiettivo immediato di rendere accessibili spazi assurdamente vuoti, le occupazioni sono diventate una delle poche forme efficaci di critica sociale e urbana.

Gli attivisti mappano i luoghi abbandonati e in disuso, ricostruiscono le scatole cinesi delle proprietà immobiliari e smascherano la retorica dell’espansione edilizia, che non risponde più ad alcuna necessità se non a quella di finanziare banche e imprese con i soldi dei contribuenti. Chiedono politiche di sostegno all’affitto, nuovi limiti alla proprietà privata e l’acquisto e il recupero degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza abitativa. A Parigi cominciano a mietere i primi successi: il Comune sta valutando l’ipotesi di trasformare un edificio di uffici occupato dal collettivo Jeudi Noir in case popolari.

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.