Arte e femminismo / Le Viole di Milano

Francesca Pasini

Diceva Giovanni Pascoli, “C’è qualcosa di nuovo, oggi nel sole anzi d’antico: sento che intorno sono nate le viole”. Spuntano tra le tantissime artiste in mostra a Milano. Antico perché le donne ci sono da sempre, nuovo perché solo da pochi decenni si sta sgretolando il neutro maschile, col quale la filosofia presocratica ha definito la specie, escludendo la soggettività femminile. Fin dalla preistoria l’arte è un criterio per descrivere le civiltà, se a crearla sono donne o uomini, è un cambio di civiltà.

Ora che il confronto è possibile è importante modificare la storia, ma non basta. Bisogna imparare a parlare a due soggetti, ad ascoltare due voci, a studiare le differenze anche in ricerche analoghe. Oggi si può, anzi si deve, scegliere come interpretare l’uno e l’altra, perché continuino a restare due senza sparire nuovamente nell’Uno, mascherato da un aggiornamento storicistico, in cui tuttora traspare un’inclinazione verso la neutralità, come si legge tra le righe di alcuni cataloghi che accompagnano le “Viole di Milano”.

Le civiltà, però, non avvengono per affermazioni, ma per sedimentazioni. Anche se, come diceva Anna Achmatova, quando appare un’opera nuova, bisogna dire “ero lì, lì per farlo anch’io”. Un grande esercizio percettivo, che non sempre è immediato. Dobbiamo appunto dotarci delle parole e delle emozioni che ci permettono di vivere una nuova intuizione.

E’ il caso di Marinella Pirelli (1925 – 2009), “Luce Movimento”, al Museo del Novecento, a cura di Iolanda Ratti e Lucia Aspesi, fino al 25 agosto. Ho visto la libertà di essere artista nel dialogare con le opere dei suoi colleghi e colleghe negli anni ’60 e ’70. Con la cinepresa, che portava sempre con sé come una matita, ha introdotto nel cinema sperimentale un tratto dialogico unico. Quando filma le opere di Bruno Munari o di Grazia Varisco si capisce non solo che è “lì, lì per farlo anche lei”, ma che aggiunge una figura imprevista: il dialogo con l’altro/a e il suo sguardo libero e anticonformista suggerisce di fare la stessa cosa, oggi, con le sue opere. Di non accontentarci del doveroso e tardo omaggio alla sua opera, ma di usare il “movimento della luce” che lei ha creato per dire che l’arte è fatta da uomini o donne. Lo farò.

Ho visto nel suo “FILMESPERIENZA” (1967) una figura imprevista di qualcosa che conosco da vicino e da lontano. Il movimento che ha portato le donne a interrogarsi attraverso i gruppi di autocoscienza, nati appunto in quegli anni. E’ stata una luce. Nei miei ricordi ci sono parole, sussulti emotivi, ma poche immagini. In questo film ho riconosciuto una figura dell’indagine di sé che ogni donna fa. Mi viene in mente il flusso di coscienza di Virginia Woolf e Carla Lonzi. Ma, nel momento in cui la vedo, mi sembra totalmente nuova. Sì, vorrei averla vista anch’io su di me. Marinella Pirelli si auto riprende mentre parla di cosa significa avere un dialogo reale con l’altro, del perché dipinge, di cosa vede negli oggetti che ha attorno nella stanza, dell’amore, di quanto si possa veramente aderirvi, di Narciso, dei bambini che dormono mentre lei si sforza di analizzare cosa fa e cosa pensa.

Il titolo appare ripetuto fino a riempire completamente l’immagine di apertura, senza stacchi tra film e esperienza. E’ già una visione. Marinella è amica di Carla Lonzi, si incontrano, parlano, si raccontano, le è “simpatica”. Lonzi in quegli anni aveva sempre con sé il registratore e da quelle interviste, nasce “Autoritratto”, pubblicato nel ’69; Pirelli ha sempre con sé la macchina da presa. Ambedue capiscono che nel dialogo con l’altro costruiscono se stesse, cioè il passaggio necessario per uscire dalla trappola della complementarità. Che nel mondo siamo due, e non uno. Sono pensieri conosciuti, storicizzati, ma “FILMESPERIENZA” provoca una scossa di novità, perché è il ritratto di una donna che parla di sé in sintonia col proprio corpo. Se Carla Lonzi con le foto della sua vita ci fornisce la chiave per capire che l’autoritratto non riguarda gli artisti che intervista, ma se stessa; Marinella Pirelli anticipa che l’autoritratto si compie nel partire da sé e dal proprio corpo. Temi centrali nel femminismo degli anni Settanta. E anche ora. Lonzi parla di un soggetto imprevisto e Pirelli filma la figura imprevista di una donna che guarda se stessa. Inizia con la visione delle sue ginocchia unite che fanno capolino sotto la gonna, man mano che seguiamo le parole, vediamo i movimenti delle gambe, i piedi che abbandonano le scarpe, le mani che aggrovigliano i capelli, le dita in cui è in primo piano la fede, via via finché si percepisce che si è spogliata, che è nuda. Tiene la macchina aderente al corpo e quindi non c’è mai la visione frontale. Un sistema geniale per distanziarsi dalle migliaia di ritratti di donne dipinti dagli uomini, dove lei è sempre di fronte a lui, che sia Venere o la Madonna. La macchina da presa non è uno specchio ma una compagnia (lei dice un partner) per starsi vicina. I colori di una stanza di notte con la luce morbida di una lampada, forse da terra, creano intimità. E’ un selfie da dentro di sé, nella propria casa, dove l’evento non è ciò che sta attorno, ma lei stessa. Sa il rischio di Narciso, ma lo evita partendo invece che dal riflesso nello stagno, dai gesti del corpo che increspano l’aria quando si parla.

Un film di una decina di minuti che ha l’estensione di una vita intera, in cui ho riconosciuto la figura simbolica del cambio di civiltà visibile a Milano con tante artiste.

Come dicevo, però, non basta restituirle l’invenzione che le spetta, donne e uomini devono usare quest’immagine oggi, nei propri incontri, ricordandosi che spogliarsi, metaforicamente davanti all’altro/a, funziona se ognuno/a prima lo fa davanti a sé. Cioè si spoglia delle interpretazioni affettive, sociali, artistiche che hanno condizionato nel bene e nel male i propri comportamenti.

Prima dicevo il rischio di cadere di nuovo nell’Uno neutro, acquietati da un aggiornamento storico che si ferma sulla soglia: ho trovato un riscontro su cui vale pena di riflettere. Cercando su internet le immagini di “FILMESPERIENZA”, non solo non ne ho trovate, ma in molti il titolo era sbarrato, con l’indicazione non disponibile. Non mi sembra un caso. Non basta applaudire le “Viole di Milano”, servono parole diverse per entrare veramente in dialogo con ciò che Marinella Pirelli ha filmato quasi cinquantanni fa. La mostra ha tantissime opere di grande importanza, consiglio di andare a vederla, ma per ora preferisco fermarmi qui.

Continuo il giro al Museo del Novecento con Renata Boero (a cura di Anna Daneri e Iolanda Ratti), che impasta letteralmente il colore e la tela, immergendola piegata e ripiegata e poi svolgendola in un lungo orizzonte, dove è immediato passare contemporaneamente dalla luce del giorno, del tramonto, alla foschia dell’alba. Ne ha fatto anche un’ installazione en plein air natura con una grandissima tela impiantata su un telaio lungo la spiaggia ligure. La fisicità pittorica è sempre in collegamento col tempo della vita: non è un caso che le sue tele, ripiegate come pagine di un libro e immerse nei colori, ricordino l’alchimia e la cucina. Anche Anna Maria Maiolino, (al Pac a cura di Diego Sileo) mette in primo piano la fisicità della materia, creta, fili, colori, disegni, ricami. Sequenze, cadenzate da date, ordini tematici, da foto di tutta la sua vita, fanno emergere la sua incessante attività nell’intrecciare i fili dell’esperienza, ma questo stesso ordine crea un accumulo così inestricabile che ingarbuglia l’idea di linearità dell’esistenza. Ancora al Museo del Novecento, l’associazione Acacia presenta alcune opere di Paola Pivi, tra le quali, uno stivale da donna, ricoperto con le spillette simbolo dei comuni italiani, posto su un piedestallo come una scultura. Il titolo “Do you know why Italy is shaped like a boot? Because so much shit couldn’t fit in a shoe” ( 2001) è una dissacrante critica, ma c’è anche l’ironico auspicio di un paese calpestato da donne con o senza stivali.