Sinistra e Nuovo Realismo

Luca Taddio

Severino nel suo intervento («La Lettura», 16 settembre) sul Nuovo Realismo sostiene che i concetti di «libertà» e «democrazia» sono strettamente legati all’analisi della loro metafisica sottostante. In tal modo ci conduce in prossimità di uno dei nodi fondamentali del dibattito contemporaneo. Il Nuovo Realismo non fa eccezione: l’ontologia di Ferraris ha delle chiare implicazioni politiche; egli ritiene infatti che il postmoderno sia stato, suo malgrado, funzionale alle politiche delle destre, dato che, se possiamo negare i fatti, la macchina neoliberale può costruire realtà tutte ugualmente vere. L’efficacia retorica dipenderebbe in questo caso dall’impossibilità di far appello a una realtà vera e incontrovertibile. Il mondo si è fatto favola, e la destra è stata brava a raccontarci favole: in Italia con Berlusconi, nel mondo con Bush. Ferraris chiude la sua risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto con Severino. Un primo confronto potrebbe essere incentrato su alcune questioni che potremmo riassumere attraverso tre parole chiave: «etica», «estetica» e «politica».

Il Nuovo Realismo si oppone a un soggettivismo-relativistico tipico della cultura postmoderna per affermare invece che nell’etica, come nel diritto, vi sono, dato un sistema di riferimento, nuclei di oggettività entro cui si inscrivono verità di ragione oltre che di fatto. Lo stesso vale per il bello e per l’arte: pur vedendo continuamente brutti film sappiamo comunque riconoscere i capolavori, oggi come ieri. Certo, giustificarlo può essere complesso, e Severino potrebbe obiettare che il concetto stesso di “sistema di riferimento” ci conduce a verità relative e non assolute. Tuttavia, ogni verità per essere tale deve implicare un sistema di riferimento, altrimenti rimarrebbe una mera tautologia. Ma se il Nuovo Realismo si incammina in questa direzione teorica, rimane la questione se vi possa essere, dentro il “cerchio dell’apparire” evocato da Severino, spazio per un’etica e un’estetica. Circoscriviamo quindi il confronto alla politica. La crisi che stiamo vivendo ci spinge a riflettere sul significato della politica. Il Nuovo Realismo è già stato pensato da Ferraris nel suo Manifesto come una prospettiva politica di sinistra. Possiamo sviluppare ulteriormente questa idea all’interno di un progetto per un manifesto cosmopolita per la sinistra. Proveremo sinteticamente a illustrarne le ragioni.

Riteniamo questa crisi strutturale: agendo localmente secondo diverse scale di sovranità la politica non è in grado di governare i processi di globalizzazione in corso. Per questa ragione affermo la presenza di un elemento strutturale nella crisi. Il capitalismo finanziario comporta un problema di governance strettamente correlato alla crisi della rappresentanza politica. I politici non rappresentano più i cittadini non per incapacità (o non sempre), ma per la costitutiva impotenza rispetto al potere economico-finanziario. Ciò ci conduce dritti al cuore del problema: il senso della democrazia rispetto alla finanza globale. Se la crisi ci ha portati a un forte deficit di democrazia, dobbiamo immaginare una risposta in grado di invertire questa tendenza. I numeri per una volta rendono intuitivo e chiaro questo “deficit-democratico”: la somma del Pil di tutti i paesi del pianeta si aggira intorno a 54.000 miliardi di dollari, mentre il totale dei capitali speculativi che passano da una piazza finanziaria a un’altra si aggira attorno a 540.000 miliardi di dollari. Mentre la bilancia del potere pende interamente dal versante economico-finanziario invece il potere politico inscritto nelle sovranità nazionali ha un peso esiguo: lo squilibrio si è fatto evidente. Non a caso uno slogan di successo recita: We are the 99%. Questo per dire che il profitto di pochi grava su gran parte della popolazione mondiale.

Il progetto per una nuova sinistra deve fondarsi su una cultura cosmopolita. Il principio è semplice: problemi economici di natura globale richiedono soluzioni politiche di natura globale. Due le idee-guida: Stati Uniti del mondo e democrazia diretta e partecipata. Si tratta certo di idee-guida regolative, ma se non stabiliamo dove vogliamo andare, come e su quale base possiamo trovare i criteri per decidere cosa fare oggi? Non immaginiamo un “super Stato” mondiale, ma forme di governance globale sì; altrimenti le grandi questioni di oggi semplicemente non possono trovare soluzione: dalle speculazioni finanziarie alla fame nel mondo, dalle guerre ai problemi legati all’ambiente. Nessuno oggi ha l’autorità politica per prendere decisioni politiche su scala globale e per farle applicare; da ciò il problema di come regolamentare fenomeni per loro natura transnazionali. Come agire fin tanto che questo scenario non verrà realizzato su scala globale? La vera sfida consiste nel determinare il modo in cui coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali: quanto locale e quanto globale.

La cultura riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, deve invece tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. E tale sintesi passa necessariamente attraverso una cultura cosmopolita: l’idea di “Terra-Patria” come bene comune (per usare le parole di Morin). Poter affermare delle verità presuppone il riconoscimento di fatti: unicamente dal riconoscimento di questi fatti potremo arrivare a smascherare le attuali forme di potere, sempre più pervasive e inafferrabili, e così promuovere nuove forme di equità e giustizia sociale. È a partire da questa prospettiva cosmopolita del Nuovo Realismo che un dialogo con Severino, in primis con la sua riflessione sulla Tecnica, risulta imprescindibile.

I temi di questo articolo saranno discussi nel convegno che si apre domani a Roma
Bentornata realtà. Il Nuovo Realismo in discussione

Verso un nuovo realismo

Tiziana Migliore

Che ne è stato del “nuovo realismo”? L’epidemia di polemiche e consensi esplosa con il Manifesto (2012) di Maurizio Ferraris cede il posto, oggi, a una metabolizzazione intelligente. Secondo Ferraris costruttivismo e postmoderno, attraverso le tesi che “nulla esiste fuori dal testo” (Derrida) e che “non ci sono fatti, solo interpretazioni” (Nietzsche), hanno prodotto nel Novecento un “antirealismo professionale”. Occorre tornare a distinguere “zone d’essere naturali”, come il battito o la respirazione, e “zone d’essere culturali”, socialmente costruite. In barba a Michel Foucault, ci sarebbero cioè la follia come dato ontologico (comportamento sintomatico) e la follia come dato epistemologico (spiegazione medica). Ma corrisponde al vero un realismo per spalti separati? Tifosi dello “zoccolo duro”, da un lato, e tifosi dei linguaggi e delle semantiche dall’altro?

Per Luca Taddio la partita non si gioca su questo piano. Nel saggio Verso un nuovo realismo Taddio chiarisce l’utilità di un ripensamento del reale. Respinge lo iato fra datità a priori e processi metariflessivi, che è senza sbocco, per considerare la dimensione non umana e non antropocentrica dell’ontologia. L’essere è “carne del mondo” (Merleau-Ponty) e ci prende “a calci” (Eco) solo metaforicamente. Ha invece le proprie “pertinenze morfologiche” (Prieto): consistenze, resistenze e attriti non riducibili alle istanze del corpo umano. Così la percezione del passaggio davanti-dietro di un veicolo non è dettata dalle nostre abitudini, ma dall’intervallo di tempo tra la sparizione di A e la comparsa di B.

Il libro di Taddio invita a un’articolazione dello “star di contro dell’oggetto” (Kant), constatando però che, “ogniqualvolta localizziamo la realtà, incontriamo il fenomeno e mai la realtà stessa” (p. 94). Gli “osservabili in atto” non possiedono un noumeno al di qua dell’apparenza; “ci incontrano” (Metzger) a partire da una Gestalt già strutturata, in grado di contagiare il soggetto percipiente. “Se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere il sole?” (Goethe)

Il superamento della preminenza ontologica della carne del corpo, “Nullpunkt di tutte le dimensioni del mondo” (Merleau-Ponty), era stato auspicato anche in fenomenologia: “l’essere della sensazione non è la carne, ma il composto di forze non-umane del cosmo” (Deleuze e Guattari). Si tratta adesso di dimostrare che questi fenomeni sono compatibili con un approccio realista – non dipendono dalla coscienza – e vanno letti iuxta propria principia: il rapporto figura/sfondo, la trasparenza, il completamento amodale…, oltre che leggi immanenti all’organizzazione della materia, su cui si sono interrogati studiosi come René Thom e Ilya Prigogine. Sulla scia di Paolo Bozzi, Taddio delinea un metodo di analisi applicato alla fenomenologia della percezione.

Chiave di volta è il rifiuto dell’assioma che sia “reale” la stabilità del fenomeno rispetto al soggetto o la sua stabilizzazione da parte del soggetto. La metafisica occidentale ha sempre tentato di cogliere l’epistéme come sapere stabile, opposto al divenire. Ma “il disco bianco e nero non è la realtà rispetto al disco grigio in movimento, poiché il disco bianco e nero, in movimento, è grigio” (p. 94). La stabilità – direbbero linguisti e semiologi – è un “aspetto puntuale” del dinamismo delle cose, come il surplace nel ciclismo o nella danza, condizione di equilibrio pensabile (“metastabilità”) che dura finché c’è energia per mantenerlo.

La scommessa del nuovo realismo è di creare un accordo fra una comprensione percettiva della realtà e una comprensione cognitiva ed epistemica, includendo le scienze dure nella filosofia. Marcello Losito, nella postfazione del libro, valuta l’efficacia di un realismo percettivo metastabile in fisica e in matematica. Non vuol dire postulare che la percezione sia asemantica, anzi realtà deriva da “res”, ciò che “costituisce il contenuto della cosa” (p. 117). Il triangolo di Kanisza, stando all’analisi dello stimolo distale, non esiste fisicamente, ma la sua presenza da un punto di vista fenomenico è innegabile, ripetibile e condivisibile, quindi oggettiva. Ugualmente, l’esperienza del bastone spezzato nell’acqua è giudicata illusoria perché fuori dall’acqua il bastone appare intero. Ma nell’acqua è intero perché modifichiamo il sistema di riferimento, cognitivo e non percettivo. L’integrazione cognitiva elabora un controfattuale non rilevabile mediante osservazione e che non può, in alcun modo, alterare o emendare l’evento sul piano percettivo. Viceversa, il fenomeno vincola la descrizione a correggersi.

Gli artisti colgono queste esperienze: fanno cose con i fenomeni” (p. 113). Già in un saggio del 2013 Taddio indagava le leggi gestaltiche attraverso la pittura di Magritte. Qui accenna alle “immagini-evento” del cinema, dove il regista utilizza indizi monoculari di profondità – prospettiva, gradienti di tessitura, grandezza relativa, ombreggiatura – che retroagiscono sulla visione degli spazi naturali. Il procedimento è uguale e contrario a quello di Ernst Gombrich. In entrambi i casi viene meno l’estetica trascendentale delle forme pure a priori; e si attenzionano effetti di senso. Ma Gombrich polarizza la culturalizzazione del naturalismo, l’abilità con cui gli artisti creano, con espedienti visivi, un universo di illusioni significanti: “non mi chiedo come guardiamo il mondo, ma come guardiamo i quadri” (Gombrich). Taddio invece carica positivamente la naturalizzazione della cultura: i fenomeni percettivi, strutturando il visibile, ne determinano il grado di realtà e giustificano l’esistenza del mondo esterno (p. 71).

Purtroppo il ritenere che la percezione fenomenica sia “immediata” o “esperibile direttamente” (pp. 70-71) ostacola la fruttuosa complementarità fra i due approcci. Una semplificazione, dovuta al rifiuto di qualsiasi velo di Maya, mina l’impianto teorico di Taddio. Verificato che il mondo non è “una mia rappresentazione” (Schopenhauer), se il triangolo di Kanisza “è reale tanto quanto il foglio e il tavolo su cui è appoggiato” (p. 88), regime e ruolo non sono gli stessi del foglio e del tavolo. Su un medesimo piano di immanenza il triangolo, infatti, è una figura enunciativa che emerge grazie alle mediazioni enunciazionali del foglio e del tavolo. Scendiamo a patti sul concetto di “mediazione”: non la parousia limite di una realtà che resta oltre e altro, inconoscibile, ma i molti intercessori, delegati, luogotenenti (Latour) per comprendere questa realtà.

Luca Taddio
Verso un nuovo realismo
Osservazioni sulla stabilità tra estetica e metafisica
Jouvence (2013), pp. 252
20,00