Un maestro che manca

Uno speciale su Gabriele Frasca. Testi di Andrea Cortellessa - Gabriele Frasca - Paolo Gervasi - Federico Francucci

UN MAESTRO CHE MANCA
Andrea Cortellessa

Compie dieci anni La lettera che muore, il capitolo più ambizioso – nonché il più fortunato – entro un’opera saggistica, quella di Gabriele Frasca, ormai non meno imponente di quella «creativa» (anche se le sempre più incartapecorite gerarchie della nostra sventurata accademia persistono, ignorandola, a coprirsi di un ridicolo pari solo a quello conseguito nell’avventurarsi, sempre più annoiate e dai clientes sempre più adulate, a una «creatività» non più che dopolavoristica).
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IL RITORNO DEL SORTILEGIO ORALE
Gabriele Frasca

Nell’importante serie di saggi raccolti in italiano col titolo La semiosfera, Jurij M. Lotman, con l’intento di riformulare il concetto statico di tipologia della cultura nelle dinamiche dei sistemi culturali, ricordava che, fluendo le «onde della cultura» nel «mare dell’umanità», i processi culturali stessi non possono mai essere disgiunti dalle esplosioni di «emozioni collettive».
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ORCHESTRARE IL PARASSITA. FRASCA, O DELLA VOCE COME FORMA
Paolo Gervasi

Si ascolta un suono inarticolato all’inizio dei due più recenti romanzi di Gabriele Frasca: «Bzzz bzzz», sfrigola l’auricolare di un presentatore televisivo all’incipit di Santa Mira. Fatti e curiosità dal fronte interno (2001 e 2006); «Frrr, tshhh», è il rumore della risacca interiore, lo sciabordare del sangue mosso dal respiro, nel quale uno dei personaggi di Dai cancelli d’acciaio (2011), bendato e immobilizzato, si ausculta all’innesco della narrazione. I due romanzi cominciano letteralmente dentro l’orecchio.
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LO SPOPOLATOIO
Federico Francucci

Questo libro, terzo in ordine di apparizione di un sestetto intitolato Telemachie (dopo Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, 2011, vincitore dell’Edinburgh Gadda Prize; e Joycity. Joyce con McLuhan e Lacan, 2013), arriva a coronamento di un trentennio circa di studi, analisi e traduzioni beckettiane di Frasca, il cui primo importante esito editoriale è stato Cascando. Tre studi su Samuel Beckett, pubblicato nell’ormai lontano 1988, e che ha visto poi la traduzione di tutte le poesie, del romanzo Murphy e della paratrilogia ultima o postrema Nohow On, nonché la curatela dell’edizione italiana della biografia di James Knowlson, di una nuova edizione di Watt, e numerosi interventi critici in sedi nazionali e internazionali.
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SPERIAMO DI ARRIVARE PRESTO
Andrea Cortellessa

«Un mondo nuovo ad ogni battito di ciglia»: questo il motto della VVV, Vivi Viaggi Veloci, che tanti uomini inquieti convince a improvvisarsi viaggiatori interstellari. I quali, per evadere dalla consuetudine della propria esistenza, non trovano di meglio che seppellirsi in vita in un sarcofago translucido. «Si parte», si dice il signor Chemi (uno dei sessanta selezionati per il viaggio verso il sistema LR4), mentre dal beccuccio della sua teca soffia lieve «il gas anestetico che precedeva il gelo»: l’artificio criogenico che lo dovrà tenere in animazione sospesa per i dieci anni che il suo viaggio è destinato a durare.
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Un maestro che manca

Andrea Cortellessa

Compie dieci anni La lettera che muore, il capitolo più ambizioso – nonché il più fortunato – entro un’opera saggistica, quella di Gabriele Frasca, ormai non meno imponente di quella «creativa» (anche se le sempre più incartapecorite gerarchie della nostra sventurata accademia persistono, ignorandola, a coprirsi di un ridicolo pari solo a quello conseguito nell’avventurarsi, sempre più annoiate e dai clientes sempre più adulate, in una «creatività» non più che dopolavoristica).

E si ripresenta – nei tipi del complice di sempre, Luca Sossella – in una veste, oltre che accresciuta, assai rinnovata (dalla quale si propone qui un estratto dal cap. II): non solo per il nuovo titolo, La letteratura nel reticolo mediale, e mercè l’aggiunta di tre episodi al già corposo repertorio, che lo sostanziava, di grandi e più o meno canoniche narrazioni d’Occidente (dalle Epistole di Paolo di Tarso alle grandi paranoie postmoderne passando per Decameron, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Madame Bovary, Finnegans Wake e l’ultimo Beckett), dall’autore interpretate come «partiture per i gesti e per la voce»; ma anche estremizzando la labirinticità del «corredo di note e approfondimenti» che, come nel ciclo parallelo delle monografiche Telemachie consegnate alle napoletane Edizioni d’If (giunte alla terza puntata delle sei programmate con Lo spopolatoio, tutto dedicato a Beckett, qui recensito da Federico Francucci), consegna la sua scrittura critica a un «regime a due velocità».

Allo stesso modo, a due velocità si presenta l’ergasterio instancabile di questo fabbro dei nostri tempi: che i suoi testi consegna con regolarità, ormai, solo a editori sodali, complici, cospiratori. I quali si collocano ai margini della distribuzione libraria, se non (come ormai Sossella) oltre. Così disponendosi in una prospettiva temporale differente da quella, dopata, dello smercimonio standard. Se la disciplina senza nome che da un trentennio insegna Frasca la definisce, lui, una filologia dei mezzi, quella che richiede ai suoi lettori è una ricerca che raddoppi la sua. Pubblicare un testo in questi modi vuol dire, davvero, crearsi un pubblico. Cioè – con le parole di Klee, fatte proprie da Deleuze, che per Frasca sono da sempre un’insegna – andare in cerca di un popolo che manca. Ma – ha scritto lui stesso più di recente – cos’è un popolo che manca, se non un popolo nel momento in cui s’accorge che qualcosa gli manca?

Il ritorno del sortilegio orale

Gabriele Frasca

Nell’importante serie di saggi raccolti in italiano col titolo La semiosfera, Jurij M. Lotman, con l’intento di riformulare il concetto statico di tipologia della cultura nelle dinamiche dei sistemi culturali, ricordava che, fluendo le «onde della cultura» nel «mare dell’umanità», i processi culturali stessi non possono mai essere disgiunti dalle esplosioni di «emozioni collettive». […]

Se dunque nella seconda metà del XX secolo si possono osservare in azione talune di queste «emozioni culturali» (che potrebbero compararsi alla sostanza traumatica che si forma sempre intorno ai punti di frattura), ed essenzialmente quelle fortemente legate al conflitto mediale sortito dalla diffusione sempre più massiccia dei nuovi supporti elettrici, non è certamente consigliabile convogliare la portata di queste onde nel mar morto di un solo specifico genere letterario, o nell’oceano unicellulare (per dirla con un’immagine tratta da Solaris di Stanislaw Lem) dei consumi culturali cosiddetti triviali. Le «emozioni culturali» di cui si parla, se sono per davvero tali, si propagano evidentemente in ogni dove del modello culturale, dai procedimenti estetici più apparentemente innocui e dilettevoli al modo stesso in cui la scienza riscrive il mondo, fino ai cosiddetti dibattiti culturali, ingenerati talvolta al loro apparire da convergenze del tutto inattese, che tocca poi allo storico della cultura, o «archeologo» (nel senso foucaultiano), riallineare in una sequenzialità a posteriori ineluttabile.

Proprio su una di queste coincidenze a prima vista inesplicabili che ha attraversato la «comunità intellettuale occidentale», l’oramai ottantenne Eric A. Havelock si soffermava nel suo ultimo saggio, The Muse Learns to Write, apparso nel 1986. Volendo difatti in quella occasione fare il punto sulla «riscoperta moderna dell’oralità», lo studioso inglese (che ha però sempre insegnato fra il Canada e gli Stati Uniti) proponeva come spartiacque del flusso di studi sull’argomento un anno «emblematico»: il 1963. Che cosa era successo, si chiedeva Havelock, in quell’anno per fare «esplodere» (è esattamente questa l’immagine sulla quale insiste) un tale interesse? […] Nell’arco di un anno, dal 1962 alla primavera del ’63, erano apparse cinque opere in vario modo consonanti di studiosi che all’epoca non avevano alcun contatto fra di loro: Il pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss, La galassia Gutenberg di Marshall McLuhan (entrambi del ’62), Le conseguenze dell’alfabetizzazione di Jack Goody e Ian Watt (nel quinto numero di «Comparative Studies in Society and History», datato 1962-1963), Animal Species and Evolution di Ernst Mayr e, finalmente, Cultura orale e civiltà della scrittura dello stesso Havelock (gli ultimi due del 1963).

Se gli studi di Mayr e di Lévi-Strauss sfioravano il concetto di oralità come supporto per l’informazione non genetica, gli altri tre saggi affrontavano a pieno la questione del medium alfabetico come, si potrebbe dire ricorrendo a una terminologia successiva, complessivo «remapping sensoriale» della specie (de Kerckhove). Il lungo articolo Le conseguenze dell’alfabetizzazione di Goody e Watt, sortito dagli studi antropologici di Jack Goody in Africa e da una drammatica esperienza bellica di Ian Watt, si soffermava sul concetto stesso di tradizione nelle società non alfabetizzate, e dunque sulla complessa dialettica fra memoria individuale ed eredita culturale, per poi convergere sulle più vistose conseguenze dell’introduzione della scrittura alfabetica nelle culture orali: vale a dire la consapevolezza del passato, l’eliminazione delle «amnesie strutturali» di tipo genealogico, la stratificazione sociale e la nascita stessa del concetto di individuo. Il mondo greco, nel suo passaggio epocale (intorno al VII secolo avanti Cristo) alla scrittura alfabetica, veniva utilizzato come luogo privilegiato su cui comprovare tali «conseguenze», anticipando in alcuni passaggi le argomentazioni che sarebbero state da lì a poco svolte dallo stesso Havelock.

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Cultura orale e civiltà della scrittura (in realtà il titolo originale, Praface to Plato, e meno esplicito ma più pertinente) faceva ruotare le proprie argomentazioni intorno alla nota condanna pronunciata da Platone nel X libro della Repubblica (ma comunque prefigurata in tutta l’opera) ai danni della poesia, e in particolare di quella omerica (ma anche della stessa tragedia attica), non già come «letteratura» ma in quanto mezzo di «trasmissione del sapere» e di educazione del popolo. Ripercorrendo dunque le argomentazioni di Platone, Havelock giungeva del resto alla conclusione che la società greca, non soltanto all’epoca della trascrizione dei poemi omerici, ma addirittura al tempo di stesura della Repubblica, era ancora in buona sostanza totalmente orale (malgrado una sorta di «alfabetismo di corporazione» testimoniato dalla diffusione delle pubbliche iscrizioni), e che avrebbe subito pienamente le «conseguenze dell’alfabetizzazione» (che lo studioso definiva piuttosto, con un’espressione che sarebbe successivamente diventata tipica degli studi sull’età della stampa di Elizabeth L. Eisenstein, una «rivoluzione silenziosa») soltanto verso la metà del IV secolo. […]

Ma in che cosa consistevano le pratiche d’insegnamento affidate dalla cultura orale al canto e alla performance dell’aedo, autentico snocciolatore rapsodico dei grani d’informazione contenuti nell’«enciclopedia tribale» dei poemi omerici? Per controllare la memoria collettiva, secondo l’accurata ricostruzione di Havelock (che partiva naturalmente dalla tesi di Milman Parry), l’aedo doveva utilizzare un meccanismo di potere atto a stabilire un controllo sulle memorie individuali, una sorta d’ipnotismo basato sul principio della variazione dell’identico, insomma sulle invarianti e sulle leggi di variazione. Tale principio si basava in prima istanza su una ripetizione del suono (quello che sarà poi definito lo schema metrico, sia nel suo sistema binario di arsi e tesi sia nelle sue duplici unita di ripetizione: piede e verso), e poi sul riavvolgersi dei significati e delle immagini mentali (da replicare e variare negli andamenti formulaici e nella riproposizione delle sequenze narrative); congiunti (modulo metrico e formule verbali) in una serie di riflessi corporei, che erano innanzi tutto quelli degli organi fonatori ma anche quelli dei muscoli tutti che assicuravano il mutamento ritmico della postura, la danza insomma (in verità un mimodramma), nonché quelli della mano che consentivano i movimenti delle dita sullo strumento a corda.

L’arte della memoria delle culture orali utilizzava, dunque, in minima parte loci e imagines (come avrebbe fatto invece la mnemotecnica delle culture chirografiche studiata da Frances Yates), basandosi essenzialmente su procedimenti dinamici e decisamente corporei, in virtù dei quali se da un lato la melodia e la danza possono risultare ai nostri occhi piegati al servizio della conservazione dell’enunciato, dall’altro non può che apparire evidente il coinvolgimento dell’intero sistema nervoso nell’apprendimento mnemonico. Non aveva del resto lo stesso Vico, si sarebbe tentati di aggiungere, affermato perentoriamente a proposito dei poemi omerici, i quali «si dovettero naturalmente conservare a memoria», che «la Facultà Poetica dev’immergere tutta la mente ne’ sensi», e che dunque le «prime nazioni parlarono in verso eroico» proprio per agevolare la memoria, radicata come questa e nel corpo, da cui prende tutto il suo vigore?

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Da tali considerazioni, dunque, Havelock traeva la conclusione che la recitazione dell’«enciclopedia tribale» finiva, in virtù del suo stesso medium (il canto performativo), con l’essere anche il «divertimento tribale», vale a dire che in un contesto culturale orale la «voce dell’istruzione», la Musa insomma, consuona fin troppo evidentemente con la «voce del piacere», e del piacere propriamente fisico. La partecipazione etimologicamente «entusiasta» (vale a dire da invasamento estatico) dell’uditorio che ascoltava, ripeteva, danzava e, infine, assimilando porzioni di epos, «ricordava», defluendo per cosi dire nella personalità dell’aedo che a sua volta si annullava nell’esecuzione, era una riproduzione della materia tradizionale («letteratura»?) con tutto il corpo (labbra, polmoni, muscoli, nervi). La cultura orale, si potrebbe concludere, tramandava la necessaria informazione non genetica attraverso una sofisticatissima e apparentemente impalpabile macchina per il riposizionamento dei sensi, che avrebbe però finito col modificare, tramite la memoria, il corpo stesso che si disponeva a ospitarla.

Nell’alone semantico della parola mimesis (termine scelto da Platone nella Repubblica per contrassegnare sia la tecnica dell’aedo sia la scomposta e sonnambulica compartecipazione dell’uditorio) fluttuerebbe pertanto un significato ben lontano dall’innocuo concetto di «imitazione»: la mimesis adombrerebbe piuttosto un processo di incorporazione o, per dirla con Edelman, «incorporamento». Non siamo per nulla lontani dal concetto di «intussuscezione» introdotto da Marcel Jousse nei suoi studi pionieristici, né dall’equazione fra poesia e propensione all’imitazione mimica adombrata da Vico in più di un passaggio della Scienza nuova. La trasmissione del sapere in una cultura sostanzialmente orale può essere ritenuta dunque una sorta di parassitosi, e la poesia («letteratura»?) un agente patogeno esterno o, appunto, una «macchina astratta» che è «molto più del linguaggio», capace cioè di concatenare, o meglio congegnare, le «forme d’espressione o regimi dei segni» e le «forme di contenuto o regime dei corpi» (Deleuze-Guattari). […]

Ma la «guerra mediale» fra la cultura orale e la civiltà della scrittura, come lo stesso Hevelock parrebbe in più punti della sua opera suggerire, non si esaurisce certamente con la vittoria apparentemente definitiva del progetto platonico […] La storia dei media è etimologicamente politica, riguarda il concetto stesso di socius (per il solito Vico, si ricorderà, i poemi omerici erano non a caso «due grandi tesori del diritto naturale delle genti di Grecia») e determina dunque la riorganizzazione complessiva del nostro sopravvivere in quanto specie, sicché ogni modificazione nei mezzi di comunicazione (ma sarebbe meglio definirli di informazione, vale a dire di «programmazione») ridisegna la scena del mondo, e la parte in essa che ci viene assegnata. Né, per anticipare di già qualche conclusione, andrà sottovalutata l’aria di famiglia, per definirla cosi, che ogni lettore può facilmente percepire nella ricostruzione operata da Havelock delle «psicotecnologie» in opera nella cultura orale: tanto, magari anche troppo, lo si sarà notato, consuona con quell’«ambiente elettrico» nel quale siamo immersi, e con talune caratteristiche che siamo soliti ritenere proprie della nostra cultura tecnologica di massa, al punto tale che, per riprendere le fila del discorso sulle «cinque pubblicazioni» che «nel giro di dodici mesi e anche meno, dal 1962 alla primavera del 1963» determinarono «la scoperta moderna dell’oralità» (Havelock), non potrà certo stupire che il quinto saggio messo in risonanza dal nostro grecista fosse per l’appunto La galassia Gutenberg di Marshall McLuhan […].

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Il mondo, trasformato dai satelliti artificiali (come avrebbe successivamente argomentato) in un unico grande teatro (di cui tutti, come in ogni buona società tribale, sono spettatori e spettacolo), si avviava a divenire un unico villaggio, risuonante e rissoso, e a riproporre in modo traumatico lo scontro fra la civiltà della scrittura e la cultura orale. E sarebbe forse interessante, sulla scorta degli orrori post-tribali che lo stesso Occidente «civilizzato» torna puntualmente a vivere, rileggere con minore supponenza queste pagine mcluhaniane, che hanno se non altro il merito di aver ampiamente argomentato, in consonanza inattesa con le analisi quanto meno tempestive di Horkheimer e Adorno, come lo stesso interruttore che accese la luce elettrica spense quella della «ragione», se non altro nell’accezione illuministica, e dunque ciecamente ottimista, determinista e tipografica di tale termine.

Sulla scorta di quanto finora detto, e in specie di questa chiusa cosi tipicamente mcluhaniana, si potrebbe finalmente provare a dare una risposta alla domanda che Havelock si poneva nelle prime pagine di The Muse Learns to Write, e che si è a bella posta lasciata in sospeso: che cosa era successo, dunque, «in quel giro di dodici mesi o anche meno, dal 1962 alla primavera del 1963» per consentire l’uscita «di cinque pubblicazioni di altrettanti autori che all’epoca della composizione delle loro opere non potevano essere in reciproco rapporto» ma che mostravano una così singolare comunità d’interessi? Insomma, quale «emozione culturale» aveva in realtà armato i loro studi? Poche pagine più in là, nello stesso saggio, Havelock azzardava infine una risposta. Era in realtà un ricordo personale, il ricordo di un giorno di ottobre del 1939, a Toronto, nei pressi del Victoria College, in un punto collettivo di ascolto radio; dagli altoparlanti il tono stridulo e veemente, le pause improvvise e puntigliosamente protratte, il rimartellamento formulaico del discorso col quale Adolf Hitler invitava gl’inglesi (e dunque i canadesi) a lasciarlo in possesso di quanto le sue truppe avevano appena conquistato, la Polonia.

«Questo sortilegio orale», aggiungeva Havelock, «era stato trasmesso in un batter di ciglia, a distanza di migliaia di chilometri, era stato automaticamente raccolto e amplificato e riversato su di noi. Qualche volta mi sono chiesto se in quel tempo McLuhan, giovanotto a Toronto, non avrà udito lo stesso discorso, condiviso la stessa esperienza. Gran parte di ciò che doveva scrivere in seguito riflette una simile possibilità». E via così, immaginando Lévi-Strauss, appena arruolato nell’esercito francese, all’ascolto presumibilmente dello stesso discorso, e Ian Watt, nella deprivazione sensoriale della sua prigionia in Birmania, collegato a mala pena al mondo dalla radio trasmittente da campo... In qualche modo, insomma, «era stato toccato un nervo comune a […] tutti».

Anche per Eric Havelock, dunque, sullo sfondo della riscoperta moderna della cultura orale, e del ritorno della voce, si stagliava il profilo minaccioso di uno scontro traumatico fra tecnologie e forme di consapevolezza diverse (fra media, insomma), accelerato e portato alle sue estreme conseguenze da quanto di innovativo, di tecnologicamente innovativo, era stato dispiegato, da un fronte e dall’altro, durante la seconda guerra mondiale e nelle immediate fasi successive. L’ambiente del dopoguerra fibrillava tutto, nella diffusione mondiale dei media elettrici, di quel traumatico processo di accelerazione. Del resto, e per aggiungere un’ulteriore tessera al mosaico risonante dell’«emozione culturale» da cui, oramai si sarà capito, trae origine quanto state leggendo, nelle stesse date prese in esame da Havelock (e precisamente nel 1962) era apparso anche uno strano romanzo di science fiction (The Man in the High Castle di Philip K. Dick) nel quale, piuttosto che prefigurare il futuro, si narrava di un presente alternativo dominato dall’Asse (uscito in quel «mondo possibile» vincitore dalla guerra), e in cui stava per divenire Führer uno dei più entusiasti propugnatori dei nuovi media elettrici: il Doktor Goebbels, naturalmente.

Gabriele Frasca
La letteratura nel reticolo mediale
Luca Sossella (2015), pp. 456
€ 18,00

L’imperdibile occasione di fallire

Fabio Donalisio

Dicono i poeti che la situazione è difficile, se non disperata addirittura.

Si cominci pure da qui, dal suo inizio e forse fine e certo cerchio ad affrontare quello che, quatto quatto, per riduzioni progressive e programmatiche, prendendosi il lusso della povertà, si configura come uno di quei libri che, se non bastano (ma basta mai veramente un libro? Basta senza chi lo legge?), sicuramente aiutano a cambiare la vita. Ovvero le modalità di pensarla. Domanda quantomai futile chiedersi il verso del cambiamento. Molto meglio ricominciare, subito, a ripensare i confini dell’allarme che, se da una parte è immenso, tale da rimodulare i funzionamenti del cervello, dall’altra si può e si deve scontornare dai profluvi degli abusatori di parole.

Ma se la situazione fosse veramente disperata, se suona l’allarme, se non c’è più scampo allora saremmo costretti a fare in fretta, a prendere decisioni radicali per tentare di scampare alla disgrazia che sentiamo o vediamo arrivare. In qual caso verrebbe da sé l’urgenza di uscire dalla paralisi, la scelta di un pertugio di scampo, o almeno di un campo d’azione o terreno di lotta per resistere, se riteniamo che ci sia ancora qualcosa da difendere o qualcuno da salvare. Se c’è un minimo di tempo ci daremmo da fare per allestire un po’ di tattica, di strategia per ora non se ne parla. E forse ci verrebbe in mente lì per lì che non siamo i primi nei millenni a ritrovarci in condizioni simili, che di condizioni similari ce ne sono state a bizzeffe da quando c’è aria.

E, si noti, sono i poeti che lo dicono. Altre parole chiave, scegliendole solo dal titolo e da questo primo capoverso di un libretto tanto smilzo da essere per forza vero: arte, per l’intanto. A braccetto col fallimento, giusto per garantire che i più automatici riflessi illuministici della vostra mente siano, e di buona lena, spinti verso un salutare deragliamento. Poi (e, prego, li si lasci risuonare uno contro l’altro): disperata, scampo, fretta, radicali, disgrazia, pertugio, difendere, salvare, tattica, strategia, primi, similari, bizzeffe, aria. Un’arte della guerra in un paragrafo. Una guerra da perdere, irrevocabilmente.

Morelli, non nuovo anzi antico alla divagazione, ma forse nuovo a un modo di porla così secco e crudo, con l’arte – appunto – camuffa il suo solito e recrudescente vizio di maneggiare – con gioco e per gioco, sempre – la madornale verità. La realtà sotto le tempeste di reale. La complessità persa nei rivoli dolosi del complicato. E lo fa da par suo, fingendo di parlare di niente e proprio rischiando di dire tutto.

Alla nostra mente affaticata ed estenuata, o come diremmo noi inconsapevoli esperta, sempre più esperta, ogni giorno e ogni secondo e ogni secolo più esperta, una vita così da principiante appare immediatamente pericolosa, anzi spaventosa.

Quello che Morelli propone (mai impone, attenzione) è un facile e arduissimo (per la nostra mente esperta, sempre più esperta) rimedio contro la paura, un auspicio (etimologicamente) disperato a interrompere il discorso di morte in cui pare incagliato il pensiero dell’homo possidens. E, si badi che non è mica poco, un ingranaggio che non gira. Non ne sono rimasti molti, nella macchina mondo che prende forza ogni giorno tanto di più dal dirsi agonizzante, decadente, imperialmente putrefatta e moribonda. Punti in cui il meccanismo dei pacchetti linguistici si incricca e il pensiero se ne va a zonzo completamente spaesato. Come un principiante, appunto. Non fanciullesco, non regressivo. Non innocente. Ma ricettivo nei confronti di una cosa-uomo condannato a una cosa-pensiero a mollo in una cosa-mondo.

Se c’è dunque un punto a cui fissare un palo in questo libro (e nella benedetta terra) per poi girarci attorno fino al capogiro è dunque quello del disimparare, dell’infinito principiare, ben sapendo che non c’è nulla, a parte il saggio e inutile tempo della vita, che si possa finire.

Tutte le vite sono occasioni perse, forse si può ricominciare da qui.

Paolo Morelli
L’arte del fallimento
Sossella, 2014, 72 pp. con cd audio di 60’
€ 10

alfadomenica 5 ottobre 2014

SOMMA sull'EUROPA e lo SPREAD - BIFO sui DIARI DI VIAGGIO di DE SIMONI - SEMAFORO di Carbone - RICETTA di Capatti *

LA DITTATURA DELLO SPREAD
di Alessandro Somma

Continuiamo a subire la dittatura della spread. I livelli bassi indicano solo che stiamo vivendo un periodo di pax finanziaria, pronta a incrinarsi se l’ortodossia richiesta dai mercati non riceve avalli incondizionati: se la democrazia non accetta di ridurre il suo perimetro in funzione delle necessità di riforma del capitalismo. Proponiamo qui un'anticipazione dal libro di Alessandro Somma (DeriveApprodi, 2014).
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I DIARI DI VIAGGIO
di Franco Berardi Bifo

Diari di viaggio di Valerio Daniel De Simoni è un libro che si può leggere in molte maniere. Si può leggere anzitutto come un sorprendente romanzo d’avventure, scritto in prima persona dal personaggio principale: solo nelle ultimissime pagine apprendiamo che la storia di Valerio, autore e attore del romanzo, finisce con la morte. Purtroppo non si tratta di un espediente letterario, ma dell’esito tragicamente reale di un’avventura dei nostri tempi.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CINA 1 - CINA 2 - DENTI - MUSEO
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RICETTA di Albero Capatti - Zuppa di cavoli
Alberto Capatti

Il 4, 5 e 6 ottobre a Massenzatico (RE) si è tenuto un convegno su Le cucine della solidarietà. A promuoverlo è stato il Centro cucine del popolo. Questa domenica, oggi: pranzo dei popoli con cibo indiano e sinto, poi un incontro Luigi Veronelli dieci anni dopo con presentazione dell’inserto a lui dedicato da A Rivista Anarchica. Veronelli è stato, oltre che anarchico per una vita, uno degli ultimi veggenti in una cultura alimentare dominata dai lussi virtuali e dai valori fasulli. Lo ricordiamo con le sue stesse parole, fra le ultime ad essere dettate per la prefazione de La cuoca rossa (in Cuoche ribelli, DeriveApprodi 2013).
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Diari di viaggio

Franco Berardi Bifo

Diari di viaggio di Valerio Daniel De Simoni è un libro che si può leggere in molte maniere. Si può leggere anzitutto come un sorprendente romanzo d’avventure, scritto in prima persona dal personaggio principale: solo nelle ultimissime pagine apprendiamo che la storia di Valerio, autore e attore del romanzo, finisce con la morte. Purtroppo non si tratta di un espediente letterario, ma dell’esito tragicamente reale di un’avventura dei nostri tempi.

Da questo punto di vista è un libro senza precedenti, che innova drammaticamente il genere narrativo. Il narratore racconta le sue emozioni, i suoi progetti, ma anche le sue premonizioni, le sue paure, i suoi presentimenti. Poi ci lascia, improvvisamente, perché l’ultimo evento, l’incidente fatale, non può essere raccontato dalla vittima dell’incidente, emerge invece frammentariamente attraverso una serie di brevi messaggi di amici che non ricevono più risposta.

Valerio Daniel de Simoni aveva 24 anni quando ha trovato la morte in un incidente stradale a Lilongwe, nel Malawi, un paese africano che costeggia l’omonimo lago. A bordo di tre Quad-byke, quegli strani veicoli a quattro ruote senza copertura che sono una sorta di incrocio tra la motocicletta e l’auto fuoristrada, Valerio Jamie e Kris, tre ragazzi australiani di Sydney, stavano compiendo un’impresa senza precedenti: un viaggio per 34 paesi, attraverso 3 continenti, che doveva durare 365 giorni. Nel loro progetto dovevano percorrere 50.000 chilometri da Istanbul attraverso l’Africa per poi raggiungere l’Australia e attraversarla da una costa all’altra fino a raggiungere finalmente Sydney.

L’intenzione era quella di battere un record mondiale e di entrare nel Guinness dei primati per la più lunga percorrenza a bordo di un veicolo di quel genere. Ma al di là di questo obiettivo c’era un’intenzione politica di solidarietà: lo scopo dell’intera operazione è stato dichiarato in un paio di conferenze stampa tenute all’inizio del viaggio. Dare un contributo a OXFAM, l’organizzazione globale di volontariato che ha un programma finalizzato a combattere la povertà. Alla fine del viaggio i tre ragazzi intendevano realizzare programmi di aiuto, raccogliendo tramite gli sponsor 70 mila euro che OXFAM avrebbe poi destinato a comunità povere dello Zimbabwe, del Malawi e del Sudafrica.

Come in un vero romanzo d’avventure siamo presi in una situazione di suspense che Valerio alimenta chiedendosi fin dalle prime pagine se riuscirà a superare le innumerevoli prove che attendono lui e i suoi compagni. Giorno per giorno ci racconta i dettagli dell’impresa: uno dei tre veicoli si rompe, occorre trovare un giunto di connessione, occorre farselo spedire da chissà dove, attendere, ripararlo. Poi uno dei tre cade malato, forse si tratta di malaria, occorre allora fermarsi, poi il deserto, i pericoli di disidratazione, e gli incontri emozionanti o inquietanti che si fanno durante un viaggio in terre sconosciute. E la nostalgia, e il ricordo della ragazza amata. E la stanchezza e i pericoli del viaggio In un crescendo di eccitazione fino al Malawi. Poi la descrizione di un bagno nelle acque del lago, poi alcuni messaggi concitati di qualche amico che cerca di connettersi in skype, quando Valerio non può più rispondere. È il 12 marzo del 2011.

Ma questo libro si può leggere in altre maniere: per esempio come un libro iniziatico, come un tracciato verso la comprensione di sé, verso la saggezza. Valerio de Simoni ha una formazione culturale composita che traspare dalle sue scelte, dalle sue parole, dalle sue citazioni. Nato e vissuto a Sydney da una coppia di italiani che prima di trasferirsi in Australia avevano partecipato in modo intenso alla storia politica degli anni ’70, Valerio ha assorbito le influenze di culture molto distanti. C’è in lui lo spirito comunitario e ribelle che discende dalla storia dei movimenti europei, c’è una forte partecipazione alle tensioni intellettuali ed etiche dell’ambientalismo, ma c’è anche la traccia di una vocazione mistica che viene dal buddismo.

Nel libro ricorre il nome di Thik Nhat Hahn il monaco buddista vietnamita che divenne noto negli anni ’60 per la sua azione contro la guerra americana e che può essere considerato uno dei grandi riferimenti del pensiero pacifista. Alcuni brani possono apparire ingenui ma non lo sono: l’estasiata scoperta dei colori della natura africana, l’emozione evocata dal ripensare all’incontro casuale con qualcuno lungo la strada, vanno letti insieme come espressione della spontaneità di una persona ancora giovanissima, ma anche come il riflesso di una concezione filosofica che affonda le sue radici nel pensiero orientale ripensato da una sensibilità modernissima, fortemente impegnata nella storia del nostro tempo. Nell’ultima pagina del diario c’è una citazione, quattro righe del filosofo vietnamita Thic Nhat Hanh, che Valerio aveva ricopiato sul suo diario svegliandosi al mattino del suo ultimo giorno:

Svegliandomi, questa mattina, sorrido.
Ho davanti a me ventiquattro ore nuove di zecca.
Faccio voto di viverle in pieno ogni momento
e di guardare tutti gli esseri con gli occhi della compassione.

Il libro infine si può leggere anche come un manuale per la preparazione di una campagna di comunicazione, come il resoconto di un’azione mediatico-politica rivolta a creare attenzione intorno a un’urgenza (le condizioni di miseria delle popolazione di alcuni paesi africani, il pericolo globale della devastazione ambientale), di un’azione rivolta a suscitare l’attenzione della generazione connessa che avverte il futuro si delinea come una minaccia, ma stenta a trovare la strada dell’azione collettiva.

L’impresa di Valerio e dei suoi compagni è una dichiarazione d’impegno politico che si traduce nei linguaggi veloci della prima generazione connettiva cui Valerio appartiene. Ci chiediamo spesso se questa generazione sia incapace di esprimere istanze etiche e politiche di opposizione a un potere sempre più inquinante, ci chiediamo spesso se prevalga la passività, la rassegnazione, o se esistano spazi di una possibile attivazione consapevole. Certamente il linguaggio di Valerio non ha le tonalità ideologiche dell’impegno politico della generazione dei suoi genitori, ma la sua avventura esistenziale, il suo viaggio non sono una semplice esplosione di vitalità. Sono una sfida contro la paura, contro l’isolamento e la superficialità che paralizzano una parte decisiva della generazione che è cresciuta nell’epoca delle nuove tecnologie e che non ha ricevuto il messaggio dei movimenti di ribellione del tardo Novecento. Sono un appello alla mobilitazione delle energie etiche della generazione iper-connessa. Valerio di Simone parla spesso della paura che si intreccia con la nostalgia. Ma il suo messaggio ultimo è proprio questo: la paura non deve paralizzarci, non deve impedirci di fare esperienza del mondo.

Questi diari di viaggio mi ricordano le parole dell’Ulisse dantesco che dopo aver superato Siviglia e Setta, dopo aver superato “quella foce stretta dov’Ercole posò li suoi riguardi” rende i suoi compagni così consapevoli, così “aguti con questa orazione picciola al mattino ch’a pena poscia li avrei ritenuti”. Cos’ha detto Uisse ai suoi compagni? Gli ha detto: non abbiate paura, perché la gioia della scoperta vale i rischi della nostra sfida.

Valerio Daniel De Simoni
Diari di viaggio Travel Journals
Luca Sossella Editore (2014), pp. 328
€ 18,00