Carlo Bordini, sul non nascondersi

Ludovica del Castillo

Carlo Bordini è un costruttore di vulcani (I costruttori di vulcani è il titolo del volume che raccoglie le sue poesie, Sossella 2010). In un’interessante intervista pubblicata a febbraio 2018 sul blog Le parole e le cose Bordini accosta il vulcano all’esplosione. Il fuoco, la lava per lui è distruzione: «Ma il vulcano non è solo fuoco: è l’energia della terra che viene fuori, il fuoco è una cosa, l’esplosione un’altra. L’esplosione la lego alla vita, il fuoco alla morte». I vulcani rendono visibile quello che è nascosto, l’essenza della terra, impercepita per noi che viviamo in superficie: i costruttori di vulcani sono gli scrittori come Carlo Bordini, che nella scrittura si mostrano sinceramente e si espongono frontalmente senza vergogna per quello che sono, con la forza di un’esplosione. Costruttori di vulcani sono anche i protagonisti dei testi di Bordini: chi dice «io» tende continuamente a un rapporto onesto con la realtà, con sé stesso e con gli altri, a smascherarsi e manifestare la costruzione e la fatica di questa relazione. I personaggi di Bordini sono l’esplosione di un piano interno e l’energia della sopravvivenza più vera possibile.

Carlo Bordini costruisce vulcani non solo con la poesia: s’intitola Difesa berlinese la raccolta dei suoi testi in prosa (bellissimi), recentemente pubblicata dall’editore Sossella con un’introduzione di Guido Mazzoni. In questo caso il titolo si riferisce al gioco degli scacchi: la difesa berlinese è un’apertura forte del nero, è un contrattacco che lo pone in una situazione di quasi parità col bianco. «Pare una metafora di chi è costretto a lottare contro un avversario più forte e sa di non poter vincere. È una forma di resistenza per vivere senza soccombere», si legge in quarta di copertina: anche se il destino è la sconfitta è necessario resistere, contrattaccare. La lotta per la sopravvivenza è soprattutto uno scontro con sé stessi per riuscire a stare nel mondo e nelle cose: reagire vuol dire anche esserne consapevoli ed esporre la propria debolezza e fragilità senza abbandonarsi alla resa. Difesa berlinese riunisce tre testi in prosa di Bordini (Memorie di un rivoluzionario timido, Gustavo. Una malattia mentale e Manuale di autodistruzione) e alcuni brevi scritti inediti; sono esclusi dalla raccolta Pezzi di ricambio (in uscita a maggio per Empiria)Non è un gioco e I diritti inumani ed altre storie (che speriamo siano presto ripubblicati). I testi brevi e inediti occupano una parte consistente del volume e sono spesso una chiara esposizione di poetica; sono l’autoanalisi esplicita e ragionata, saggistica, che Bordini fa prevalentemente della propria scrittura e biografia (che sono, appunto, spesso, la stessa cosa: l’una non potrebbe esistere senza l’altra).

Carlo Bordini si è dedicato interamente alla politica fino ai primi anni Settanta, aderendo inizialmente al PCI e poi continuando come militante trotskista, dal 1962 al 1970: «Ho cominciato a scrivere molto giovane, ma non volevo pubblicare. Così come non volevo lavorare e in generale avevo difficoltà nelle situazioni personali. Per me scrivere era l’unico modo per avere un po’ di vita, l’unico modo per respirare. | Ho smesso di scrivere tra i 24 e i 32 anni, quando mi sono identificato con un progetto politico, e quando l’ho lasciato mi sono rimesso a scrivere», si legge nella densa prosa Autoritratto. La politica e la letteratura si escludono.

Alla fine di uno dei brevi testi di Difesa berlinese, cioè in Pasolini, un coraggio a metà, del 1976 (poco dopo il delitto dell’Idroscalo di Ostia), in cui si sottolinea la reticenza di Pasolini di esprimersi sinceramente nella scrittura, si legge: «Perché l’unica cosa veramente interessante che potrei scrivere, l’unica cosa veramente utile agli altri, sarebbe la storia della mia vita, della mia vita di militante lacerato e schizoide: una vita banale e drammatica, profondamente vile e a suo modo coraggiosa; raccontare di tutte le cazzate che ho fatto, e di come ho cercato di farle, e delle cose che non ho voluto fare. Ma ci sono coinvolte troppe persone (tra cui io), e temo che non le scriverò».

Come succede spesso, Bordini si contraddice (come sottolinea Mazzoni nell’introduzione). Infatti subito dopo aver scritto Pasolini, un coraggio a metà, inizia a lavorare a Memorie di un rivoluzionario timido (pubblicate dopo lunga elaborazione, sempre da Sossella, due anni fa): la storia sia del fallimento di un amore raccontato attraverso il pretesto della propria esperienza di militante trotskista che della distanza tra la vita pensata e immaginata, nel “periodo politico”, e la vita reale e vissuta. Bordini racconta il suo attivismo politico come una fuga dalla realtà, come il rifugio in una campana di vetro, in un’utopia, in qualcosa che esiste come potenza, in reazione alla paura (tanto che è stato un periodo senza «la sensazione di avere un corpo», che è «un mezzo per giudicare, anche a posteriori, la misura maggiore o minore in cui tu sei padrone di te stesso»). Con l’inizio della scrittura, compatibile solo con la fine dell’illusione politica, inizia un nuovo periodo. Un nuovo periodo segnato non dalla fine dell’illusione tout court ma dall’inizio della consapevolezza dell’illusione e del desiderio di liberarsene.

Nei testi di Bordini chi dice «io» manifesta la coscienza di questo diaframma, lo vede: se nell’illusione si cammina a venti centimetri da terra e ci si sente protetti da questa distanza – da cui è proprio impossibile ferirsi –, dal momento della fine delle illusioni si continua a vivere, sì, lontani – forse di qualche centimetro in meno – ma sforzandosi di puntare i piedi a terra. E, come si legge nella prosa breve Il fatto che io mi sia innamorato di una ragazza di 17 anni, è necessario lottare per il SÌ, accettando che nella vita vera questo resterà comunque un NO. L’illusione si sposta da un progetto politico a un più consapevole piano emotivo-personale: la letteratura è possibile solo dalla fine della politica, richiedendo un grado di abbandono e di coscienza di sé che una distanza utopica dal mondo non consentirebbe. Chi dice «io» in Bordini è un esule in ritorno a casa.

Gustavo. Una malattia mentale (pubblicato da Avagliano nel 2006) esplicita chiaramente questo rifugio dalla realtà attraverso la forma, utilizzando un narratore a metà tra la prima e la terza persona: è una prima persona talmente distante da sé da prendere la forma di una terza. E forse non a caso gli unici passi in prima persona di Gustavo sono gli inizi dei capitoli del libro: dopo questi brevi paragrafi si passa subito alla terza persona, come se Gustavo volesse segnare un disconoscimento di sé e per paura entrasse nella protezione del mondo pensato – i verbi che più sono usati in riferimento al protagonista sono «pensare», «sognare» e «immaginare». In Bordini il racconto parte da sé e dall’autobiografia e si riflette in una scrittura apparentemente slegata, sfibrata, sciatta, che non si preoccupa di rispettare le regole di come si deve scrivere ma solo quelle del ritmo di chi scrive: è, come dice Bordini, l’encefalogramma, costitutivamente irregolare, dello scrittore. Bisogna essere pronti e capaci di guardarsi riflessi nella propria scrittura, che per Bordini produce in lui «improvvise rotture dell’inconscio»: è convinto che «la parola venga prima del pensiero, sia un veicolo del pensiero. Non si scrive quello che si sa, ma lo si sa dopo averlo scritto». Questo è quello che Bordini chiama l’iperverità.

La scrittura di Bordini si muove tra l’abbandono a sé stessi e al proprio ritmo ma, per essere tale, richiede un altissimo grado di freddezza successivo per riconoscersi e rende visibile quello che c’è sotto: quello che esce dal vulcano e che a volte, per paura, non si è disposti a vedere. Bordini è uno scrittore che ha il coraggio di non nascondersi di fronte alla distruzione, che dell’esplosione è conseguenza inevitabile.

Carlo Bordini

Difesa berlinese

a cura di Francesca Santucci, introduzione di Guido Mazzoni

Luca Sossella, 2018, 512 pp., 18 €

Monte Athos, il socialismo delle distanze

Marco Dotti

L’irriducibile a sé. Forse proprio questo affascina del vivere assieme: una prossimità, un’intimità, un contatto ma soprattutto un ritmo si fa spazio, fra uomini e cose.

Un ritmo che non produce distanze, ma crea differenze. E rende l’altro quello che, semplicemente, è: altro.

Per cercare di districare la matassa del convivere, indagando forme che vanno dal falansterio al sequestro di persona, dal vivere in un hotel cinque stelle all’essere reclusi nella propria stanza o ridotti alla fame nel deserto, Roland Barthes, che il 14 maggio1976, su proposta di Michel Foucault era stato eletto al Collège de France, ripescò dal dizionario una parola dal sapore antico, idiorrythmie.

Lo spunto gli venne dalla lettura di un lavoro dello scrittore Jacques Lacarrière che, accennando alle comunità presenti sul Monte Athos, distingueva le classiche comunità cenobitiche dove pasti, lavoro e preghiere si compivano assieme, da quelle che chiamava, appunto, comunità idiorritmiche. In esse ogni cosa era modulata sul ritmo individuale, salvo la preghiera notturna. La comunità era retta dall’idiorritmo.

La «santa Montagna», scriveva Lacarrière, ha «suscitato un genere di vita particolare». Un genere di vita conforme a un – qui è Barthes a parlare – «socialismo delle distanze». E delle differenze.

Non è un caso, dunque, se indagando il tema del Come vivere insieme – questo il titolo del corso che tenne, dopo l’inaugurale e celebre Lezione, al Collège da gennaio a maggio del 1977– Barthes dedica gran parte della propria riflessione proprio alle comunità athonite.

Il filo di questo discorso è ora ripreso da Lucio Saviani che a un attraversamento, al contempo teologico e filosofico, di queste comunità ha dedicato un prezioso volume, Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia (prefazione di Predrag Matvejević, fotografie di Oliviero Olivieri, Sossella editore, pagine 122, euro 20).

Quaranta chilometri di terra e silenzio compongono la repubblica monastica del Monte Athos. A Marco Polo che ne lambiva la penisola, dissero che là vivevano i discendenti degli antichi filosofi greci. Si riferivano all’esicasmo, rimarca Saviani, la tradizione spirituale fondamentale dell’oriente cristiano, la preghiera del cuore. E con l’esicasmo, si apre il grande tema dell’esichìa, vero filo rosso del libro, «che significa al tempo stesso pace e lotta interiore, silenzio e preghiera ininterrotta».

Esichìa, leggiamo nella Filocalìa, raccolta di testi dell’ascetica d’Oriente, è «recisione dei mali. Se poi si aggiungono le quattro virtù cardinali, insieme con la preghiera, non vi è aiuto più rapido per raggiungere l’impassibilità».

A partire dalla ricerca di un idiorritmo vissuto e di un’impassibilità raggiunta con esercizio e grazia, Saviani svolge la propria indagine sull’Athos trattando la filosofia come disciplina esperienziale, come un forma e modo di vivere. L’Athos è un punto critico di questo percorso. Un punto di snervamento, ma talmente carico di vite ed esperienze, che per procedere oltre il quale lo stesso procedere filosofico deve essere pensato altrimenti.

A contatto con l’incredibile stratificazione spirituale dell’Athos, da Occidente non possiamo che strappare minuscoli frammenti di senso e, inevitabilmente, mondanizzarlo. Ma la mondanizzazione, sembra in qualche modo suggerire il volume, finisce per coincidere con una forma di monachesimo interiorizzato, non troppo dissimile da quello idiorritmico predicato, in tempi recenti, da Pável Nikoláevič Evdokímov.

Rhytmos, osservava d’altronde Barthes, rimanda a qualsiasi oggetto che implichi movimento: «drappo della veste, tratto della penna, instabilità dell’umore». Richiama la veste monastica e il suo flusso. E col flusso, ecco la grazia. Il respiro. E qui, giustamente, Saviani ricorda le parole di Evagrio Pontico, asceta del IV secolo, quando insegnava che «monaco è colui che, separato da tutti, è unito a tutti. Monaco è colui che si considera uno con tutti perché continuamente gli sembra di vedere se stesso in ciascuno».

La filosofia come pratica monastica, dunque? Come capacità di universale differenza? Di certo, così intesa, è pratica idiorritmica (e non parresia; dire il vero a sé, non dirlo e basta; ma su questo tema, che distingue Barthes dall’ultimo Foucault, si aprirebbe uno scenario troppo vasto) che trova nell’archetipo monastico un suo punto di massima intensità.

L’archetipo monastico, calato in un tempo e in contesti di pretesa secolarizzazione, d’altronde ci induce a guardare il mondo con tre occhi: quello dei sensi, quello della mente, quello della fede.

Questi occhi, spiegava Raimon Panikkar, ci danno una visione non deformata della realtà solo se li teniamo tutti, contemporaneamente, aperti. Umile compito della filosofia è – forse – null’altro che evitare che, in balia del contingente, uno, due, tutti questi occhi finiscano per ripiegarsi su di sé, incapaci di cogliere il ritmo del mondo, le sue infinite differenze.

Lucio Saviani

Monte Athos. Il cielo in terra, esperienze della filosofia

Prefazione di Predrag Matvejević

Fotografie di Oliviero Olivieri

Luca Sossella editore

pp 122, euro 20

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