Sharing economy, serpe in seno al capitalismo?

sharingG.B. Zorzoli

Secondo Luca Sforza (“L’inquinamento per il popolo”) dallo scandalo Volkswagen non può venire nulla di buono. Scrive infatti: “Qualcuno oggi favoleggia di fine del modello-auto che inquina, perché (finalmente) lo scandalo Vw potrebbe portare al trionfo dell’auto ibrida o meglio ancora elettrica, liberare i nostri cieli dal CO2 , ridurre l’effetto serra e produrre altre meraviglie davvero per il popolo, per l’ambiente e per le generazioni future. Ma sarà invece - sempre e ancora - un’auto; sia pure elettrica o a idrogeno o altro ancora. A vantaggio del profitto e del capitalismo (e dei capitalisti)”. E conclude che “risolveremo (forse) il problema dell’inquinamento, ma certo non quello del traffico, perché sarà ancora e sempre un muoverci individualmente ed egoisticamente (come nella nuova sharing economy)”.

Mi sembra una versione aggiornata del luddismo, criticato da Marx come forma di protesta che esprime una disperazione senza sbocco, alla quale contrapponeva un’analisi delle prospettive che aprivano proprio le macchine introdotte dal capitale. In più mi ha ricordato il passaggio della “Linea di condotta”, dove Brecht mette in scena un inviato del Comintern in Cina, che accusa un giovane comunista locale di eccessiva pietà, in quanto ha cercato di alleviare le fatiche dei coolies, riducendo così il loro potenziale di rivolta.

Qualcosa di analogo si verificherebbe con l’auto elettrica. Risolveremmo per lo meno il problema dell’inquinamento urbano da polveri sottili, essenzialmente prodotte delle automobili, che, secondo un’indagine relativa soltanto alle otto principali italiane, provocano ogni anno circa 3.500 decessi, 5.000 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici. Per non parlare dell’inquinamento acustico, di cui il traffico stradale è la principale fonte. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, per garantire condizioni accettabili di comfort negli ambienti interni, il livello massimo diurno di rumore ammissibile in ambiente esterno non dovrebbe superare 65 decibel, ma, per evitare conseguente dannose, sarebbe opportuno mantenerlo sotto 55 decibel. In Italia la soglia di 65 decibel è superata in quasi tutte le città e si stima che più il 72% della popolazione sia esposta a livelli di rumore superiori ai limiti massimi stabiliti dalla normativa vigente. Fra le principali conseguenze, disturbi del sonno, ipertensioni, malattie ischemiche cardiache, aggressività, effetti sulla salute mentale, disfunzioni uditive. Effetti che possono facilmente combinarsi nei gruppi più vulnerabili, come i bambini e le persone indebolite da altre patologie.

È meglio che le persone continuino a soffrire per le conseguenze del traffico urbano, così (forse) si incazzano di più?

Quanto alla sharing economy, è vero che oggi si sviluppa più facilmente quando offre opportunità di profitto. Il car sharing ne è la dimostrazione più lampante. Anni fa venne lanciato a Milano da un’associazione ambientalista, ma non ebbe successo. Adesso che, in Italia come altrove, è in mano a chi l’ha impostato come un business, funziona. A parte i vantaggi pratici – l’uso generalizzato del car sharing dimezzerebbe le vetture parcheggiate nelle strade – quando un numero crescente di persone, come sta avvenendo, trova più conveniente (non solo dal punto di vista economico) usare un’auto, invece di possederla, in loro incomincia a cambiare la scala dei valori che gli è stata inculcata fin dall’infanzia. Poiché forme di sharing economy, viste come opportunità di profitto, incominciano a diffondersi in altri ambiti, questa mutazione culturale è destinata ad allargarsi e a generalizzarsi.

Entro questi limiti, rimane una mutazione, non si trasforma automaticamente in nessun tipo di rivoluzione. Tuttavia, sarebbe bene ricordarsi che, sempre secondo Marx, il capitale nutre del proprio seno la propria serpe. E la sharing economy, che rende obsoleto il concetto di proprietà, non è un piccolo, innocuo serpente.

Da domenica 11 ottobre alle 22.30 su Rai5 va in onda Alfabeta, un programma settimanale in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.

L’inquinamento per il popolo.

di Luca Sforza

Volkswagen, l’auto per il popolo. O auto popolare. Già, perché l’industria che porta questo nome ridondante e accattivante (per il popolo - e il popolo era parola e concetto importante un tempo, nel bene come nel male mentre oggi è screditata e dimenticata) venne fondata nel 1938 proprio per realizzare un’auto per i tedeschi. Una utilitaria: nell’etimologia, qualcosa di utilitario, che si prefigge solo ciò che è materialmente utile, che ha requisiti di praticità e di basso prezzo (e di basso costo di produzione). In salsa tedesca era il perseguimento dello stesso obiettivo di Henry Ford: democratizzare l’automobile.

Eravamo ormai in pieno fordismo. Un modello produttivo ma anche sociale che oggi sembra scomparso – così dicono gli economisti mainstream - ma che è invece più forte e diffuso che mai, anche se si chiama post-fordismo o economia della rete e della condivisione. E fordismo anche nella Germania nazista come nella comunista Urss, perché la catena di montaggio, che era stata introdotta da Ford nel 1913 era diventata poi il modello organizzativo dell’intero mondo industrializzato. [E pare, si dice che Hitler tenesse in bella mostra sulla sua scrivania una fotografia proprio di Henry Ford, mentre il Nyt aveva definito Ford come il Mussolini di Detroit. Ovvero: strette affinità elettive tra totalitarismi politici e forma-impresa, affinità condite di mito della macchina e della velocità, di marca futurista].

Auto per il popolo , dunque, ma dopo lo scandalo di questi giorni viene spontaneo definirla come auto contro il popolo. Nella più classica delle eterogenesi dei fini. In nome del profitto, della competizione e della globalizzazione, la Vw non ha esitato a barare, a truffare i consumatori, ad aggirare norme e leggi. In realtà, essere contro il popolo era implicito nel concetto stesso di automobile perché la sua democratizzazione (e la famosa e mitica Ford T) nascondeva sotto l’apparenza e l’illusione di qualcosa di virtuoso e appunto di democratico, un modello non solo economico ma soprattutto sociale in realtà anti-sociale e anti-democratico, oltre che irresponsabile (anti-ecologico) in termini di futuro, posto che l’effetto serra di oggi è anche effetto di quella causa.

La democratizzazione dell’auto di Ford – come l’auto per il popolo di Hitler – si basava sulla creazione sì di consumi di massa, ma sempre più individualizzati. Invece di potenziare il trasporto pubblico, che avrebbe inquinato di meno, si favoriva il trasporto privato e individualizzato (o familiare, perché la famiglia è – si dice - il fondamento della società). Che dava maggiori profitti (quindi da potenziare), al prezzo però dellasocializzazione delle perdite (ancora, il classico modo di essere del capitalismo e dei capitalisti, ieri come oggi con le banche too big to fail), ovvero congestione del traffico e soprattutto inquinamento. Consumi di massa, la Ford T nera, come da noi la famosa Topolino e poi la prima 600 e poi la 500.

Consumi di massa, ma individualizzati appunto (e modelli sempre meno standardizzati, in apparenza e sempre più personalizzati, sempre in apparenza), perché il capitalismo si basa sul mercato, sul far perseguire a ciascuno i propri interessi egoistici, narrando poi la favola della magica composizione degli interessi egoistici grazie alla altrettanto magica (o religiosa) mano invisibile che fa magicamente (o religiosamente) incontrare domanda e offerta, ma anche l’egoismo privato del consumatore con l’egoismo privato del capitalista. Capitalista che gioca sulla attivazione/induzione dei nostri bisogni (soprattutto ieri, quando ci mancava quasi tutto), e (oggi) dei nostri desideri e dei nostri capricci (e Mandeville, già nel ‘700, riconosceva che mentre i bisogni sono limitati, i desideri sono invece infiniti, come poi la psicologia ha confermato dicendoci che siamo appunto e soprattutto soggetti desideranti), dimenticando ogni responsabilità, ogni etica, ogni bene comune e ogni ben-essere collettivo. E questo stimolando/titillando anche il nostro strutturale tecno-entusiasmo che inarrestabilmente e irrazionalmente (essendo noi appunto soggetti desideranti – o forse e meglio: oggetti in cui è facile attivare/promuovere desideri) proviamo per ogni innovazione – tanto che oggi l’innovazione tecnologica è l’unica innovazione che davvero perseguiamo e a cui ci entusiasmiamo, avendo dimenticato o rimosso ogni idea/possibilità/capacità di innovazione politica, culturale e sociale.

Auto per il popolo che diventa dunque (e non poteva non diventare) auto contro il popolo, ma per il capitalismo, auto per il profitto di pochi e per i manager con i superbonus.

Qualcuno oggi favoleggia di fine del modello-auto che inquina, perché (finalmente) lo scandalo Vw potrebbe portare al trionfo dell’auto ibrida o meglio ancora elettrica, liberare i nostri cieli dal CO2 , ridurre l’effetto serra e produrre altre meraviglie davvero per il popolo, per l’ambiente e per le generazioni future. Ma sarà invece - sempre e ancora - un’auto; sia pure elettrica o a idrogeno o altro ancora. A vantaggio del profitto e del capitalismo (e dei capitalisti). Attivando - ancora e sempre - desideri egoistici e di breve durata, ogni modello di auto elettrica venendo presto superato da quello successivo (si chiama consumismo), sicuramente migliore, più accessoriato, più prestante e performante, eccetera eccetera. Le solite cose, il solito marketing, la solita pubblicità. Risolveremo (forse) il problema dell’inquinamento, ma certo non quello del traffico, perché sarà ancora e sempre un muoverci individualmente ed egoisticamente (come nella nuova sharing economy) e francamente non si vede una grande differenza tra essere in coda su un’auto diesel o a benzina ed esserlo su un’auto elettrica.

Eppure, volete mettere la bellezza di stare da soli, nella nostra auto luccicante e colorata, comunque connessi con il mondo e con gli altri?

Facebook? Non mi piace!

Luca Sforza

È una promessa, non è ancora una certezza. Mark Zuckerberg aggiungerà a Facebook, il social network di cui è padrone (e questo dovrebbe bastarci per smetterla di definire Facebook come qualcosa di veramente social) nuovi pulsanti per esprimere non solo il classico e fortunatissimo mi piace, ma anche altre emozioni. Non dunque un dislike, Zuckerberg pare non lo ami (e un «non mi piace» cliccato sotto prodotti e inserzioni sarebbe davvero fastidioso per i profitti di Zuckerberg, che vive di pubblicità e vendita di dati e profili personali). Pulsanti per altre emozioni. Ma quali? Come umani abbiamo una infinità di emozioni, e di modi per esprimerle. Quali emozioni Zuckerberg ci permetterà di esprimere? Quelle davvero nostre, umane, diverse, molteplici, che sono diverse da quelle che ama lui, appunto il solo mi piace? Sono anni che il popolo del social glielo chiede; ora finalmente, per gentile concessione del sovrano, forse il popolo avrà una maggiore libertà di scegliere.

Libertà? Democrazia? In realtà, in rete e nei social questi sono concetti sconosciuti. Il sovrano di Facebook, come quelli dei motori di ricerca, è sovrano assoluto; al massimo, come sembra possa finalmente accadere per la pressione e le implorazioni del popolo, il sovrano Zuckerberg si mostrerà magnanimo, sensibile e accondiscendente. Mostrerà il suo volto umano ma non sarà certo un social dal volto umano; Mark sarà sempre Mark, il popolo gli darà del tu e crederà così di essere alla pari col sovrano, di condividere con lui; ma è un’illusione. Così come social è solo un’allusione alla società umana; in realtà social è una parola magica, come amicizia, quelle parole-chiave che si usano e abusano nel marketing e in pubblicità, e che nascondono abilmente i caratteri classici del capitalismo.

Certo, dire non mi piace è qualcosa di negativo, come dice Zuckerberg non crea empatia, ma è anche qualcosa di positivamente anticonformista. Significa andare controcorrente, uscire dall’effetto rete e dal conformismo digitale. Per questo Zuckerberg ha sempre resistito alle richieste del demos-che-non-è-demos di Facebook. Lui ama il consenso, ama le porte degli ossequi (che rivolgono a lui, ovviamente) e a cui molti devono bussare; non ama che qualcuno bussi alle porte delle richieste. E infatti, nei giorni scorsi e con abile retorica ha detto: «sono anni che le persone ci chiedono del pulsante dislike e oggi è un giorno speciale perché possiamo finalmente dire che ci stiamo lavorando e siamo vicinissimi a realizzare un concetto alternativo al like. Ma ci è voluto molto tempo per arrivare fin qui, non volevamo costruire semplicemente un tasto “non mi piace”: non vogliamo trasformare Facebook in un forum dove ci si scatena a criticare e “degradare” il post di un altro, dove i post vengono votati in una sorta di up e down. Non è il tipo di community che abbiamo in mente». Il suo sembra davvero un bellissimo discorso pedagogico in nome della democrazia, della discussione pacata e razionale, della convivenza nella community. Ma per mettere il pulsante mi piace c’è voluto poco tempo, molto poco, quasi zero; invece inserire altri pulsanti è complicato e richiede tanto tempo, molto tempo. Troppo, in verità.

Non è questa la community che abbiamo in mente , ha detto Zuckerberg. Facendo credere che abbia in mente una comunità virtuosa, di amici educati, ai quali servono certi pulsanti (che decide lui) e non altri (che decide sempre lui). Un social molto pedagogico, quindi; educativo, totalizzante e religioso, con una propria etica e una propria morale (che decide sempre Zuckerberg). Un tempo esistevano gli stati etici, oggi esistono i social etici, ma quegli stati erano totalitari e anche Facebook lo è. Dunque: ecco l’ulteriore dimostrazione che la community-Facebook non è qualcosa che nasce dal basso (uomini che insieme decidono di condividere e di collaborare tra loro), non è veramente democratica (per cui il demos del social è davvero sovrano e decide democraticamente quali emozioni esprimere e come), ma è una community eteroprodotta ed eteronormata a scopi di profitto, consenso e produzione di conformismo digitale. Dove il demos appunto non decide, al più richiede. Aspettando la parola, il gesto del sovrano.

Da un sistema siffatto – totalitario, antidemocratico, antisociale – bisognerebbe fuggire dopo avere gridato: Facebook non mi piace! Un po’ come il bambino della favola che grida che il re è nudo! Da un sistema siffatto bisognerebbe fuggire, oppure contestarlo, democratizzarlo davvero e così come un tempo si voleva portare la democrazia in fabbrica, oltre i cancelli, così bisognerebbe fare per la rete e per i social network: portare la democrazia dentro Facebook (e non solo), ridare la sovranità al popolo/demos, perché Facebook – più che una community – sia una vera società: aperta, con dentro dialogo e conflitto di idee, differenze e diversità, mi piace ma anche non mi piace (perché pure quando votiamo, in un sistema democratico, col nostro voto esprimiamo un mi piace ma anche un non mi piace).

Certo, ogni democrazia è tale se ha delle regole, ma queste regole (una Costituzione, una giustizia, un parlamento, delle leggi) sono decise democraticamente, salgono dal basso, non discendono dall’alto. Zuckerberg, sovrano assoluto e pedagogico, le fa discendere da sé-sovrano. Se Facebook non è democratico, e non è neppure una società, ma purtroppo sta diventando un modello. Che troppi stanno cercando di imitare nella realtà.