Luca Ricci, contro l’inautentico

Ludovica del Castillo

Martin Heidegger in Essere e tempo (1927) descrive le due declinazioni del Dasein, dell’«Esserci», cioè dell’essere dell’uomo nel mondo, nel tempo. Le due declinazioni sono l’autentico e l’inautentico. L’inautentico è la passività del soggetto alla superficialità, al fuori da sé e alle cose del mondo. Si manifesta come supremazia illusoria del «Si» («si deve», «si fa», «si dice», etc.). L’autentico è l’aderenza al sé ed è possibile solo attraverso l’accettazione della propria finitezza: la coscienza della morte come finalità dell’Esserci libera il soggetto dal potere che gli oggetti, le cose e la superficie hanno su di lui rendendolo libero – ma necessariamente solo – e svalutando ciò che per l’uomo comune è valore, senso e fine del vivere.

Il recente racconto lungo di Luca Ricci, Trascurate Milano, nelle sue premesse sembra partire proprio dalla dicotomia heideggeriana tra autentico e inautentico. Il narratore-protagonista – un uomo socialmente inserito, con una moglie, una figlia e un’amante – trova riparo dal mondo normalizzato di superficie nella metropolitana, nel sotterraneo. Qui può entrare in contatto fisico con i corpi (con l’animalità e il pre-sociale): è un incontro che nei vagoni avviene per inerzia, non per volontà. Il piacere che il protagonista prova deriva dall’imposizione del contatto, a cui è impossibile ribellarsi: «un po’ come di sopra subiamo il Natale (qua sotto però la nostra schiavitù è chiara)». È la schiavitù alla finitezza e al piano interiore, intimo, psico-emotivo, da cui non si può scappare. Ma l’uomo ha un contatto con i corpi anche per sua volontà: è un molestatore seriale. L’incontro violento con l’altro è uno sfogo necessario, una compensazione alla «vita di sopra», al Natale: «e più di una volta mi pare di essere con le spalle al muro: molestare una donna o morire. Morire di che? Della mia vita di sopra, dei miei giorni in superficie». La violenza è l’abbandono all’istinto e una contestazione della vita borghese, che nel protagonista sono uniti: «senso della festa e senso della rovina in me vanno di pari passo».

Parlando del Natale, dice l’amante del protagonista: «Nessuno gli si può opporre veramente, non è possibile sconfiggerlo». Ecco, invece: Luca Ricci, con Trascurate Milano, cerca la sconfitta del Natale, dell’inautentico. Il Natale è il piano sociale e pubblico, è il periodo dell’anno in cui la felicità è un dovere (ma è anche, purtroppo, quello con la più alta incidenza di sintomi depressivi, di suicidi e di tentativi di suicidio. Per dire). Più la potenza del mondo di sopra è esasperata, più la controparte autentica – e violenta, nella scrittura di Ricci – si manifesta come compensazione vitale.

Un giorno, in metro, l’uomo palpeggia una ragazza, Martina – unico personaggio ad avere un nome proprio, unico vero essere umano –: la giovane non reagisce, anzi, lo asseconda. Il loro contatto metropolitano, a dicembre, diventa un appuntamento fisso e il centro del racconto: l’incontro di due solitudini, di due stessi dolori. Martina è l’«antidoto al Natale di Milano».

Se in Heidegger l’autenticità è una liberazione, nei personaggi di Ricci è ancora forte la costrizione dell’inautentico, da cui sentono il bisogno – quasi bestiale – di liberarsi e di aspirare ad altro: non sapendo come fare, frustrati, tendono all’autodistruzione. Il protagonista, immaginando di rivolgersi alla figlia, dice: «ogni tanto anche papà vorrebbe piangere come fai tu, di colpo, senza vergogna, senza sensi di colpa»: piangere perché si ha una morsa al cuore per la nostalgia «perché quella è la nostra vita che se n’è andata, e il resto se ne sta andando adesso, forse impazzire vuol dire proprio aver nostalgia di tutto». È l’inquietudine del senso del «tempo che passa», come lo chiama Goffredo Parise in Malinconia, nel Sillabario n. 2: il «sentimento del “mi viene da piangere”», per l’appunto, per la vita persa, la vita sprecata. Il piano intimo dei personaggi ne rivela le nevrosi, le ossessioni, le violenze, le storture di cui si prova pudore, ma necessarie in loro come il vapore di una pentola a pressione.

Un riferimento esplicito di Trascurate Milano è Un amore (1963) di Dino Buzzati (autore citato anche in esergo): romanzo controverso, che viviseziona l’amore e l’ossessione di un uomo sulla cinquantina, Antonio Dorigo, scenografo affermato, per una giovanissima prostituta, Laide, in cui il protagonista riconosce la possibilità di una vita alla quale desidera abbandonarsi, non senza conflitto. Antonio Dorigo prende coscienza di sé e della sua condizione in un momento, in un attimo, ed è come se venisse a conoscenza di una malattia che sapeva di aver contratto ma che riusciva a ignorare. Dal momento di chiarezza non si può tornare indietro, perché «la verità gli appare dinanzi limpida e atroce e allora tutto della vita repentinamente cambia senso e le cose più care si allontanano diventando straniere, vacue e repulsive». Antonio spera in una guarigione impossibile, perché «dall’istante della rivelazione egli si sente trascinare giù verso un buio mai immaginato se non per gli altri e d’ora in ora va precipitando».

Ed è proprio in questo abisso, in questo fondo che i protagonisti di Ricci si muovono e si riconoscono. I luoghi riflettono chi li abita: Milano, a dicembre, ha un «cielo marmoreo dall’alba al tramonto, impossibile stabilirne alcunché, eccetto che il marmo è una pietra tombale». Ma quando il protagonista incontra la non-resistenza di Martina: «Milano ciancia un po’ meno del solito». La dicotomia tra pubblico e privato che in Amore e altre forme d’odio (raccolta di altrettanto bellissimi racconti di Ricci del 2006) era rappresentata dal fuori e dentro la casa qui si realizza nel contrasto tra città e sotterraneo, con l’attenzione sì ai rapporti sentimentali ma soprattutto a piano più intimo, -più intero dell’individuo.

Sia in Un amore sia in Trascurate Milano i personaggi maschili – e narratori – tentano una fuga dal proprio sentimento, per paura e resistenza: in entrambi i casi, però, l’uomo può negare razionalmente l’attrazione e il riconoscimento nell’altro, può illudersi, per proteggersi, che non esistano ma non cancellarli. In questo modo i due protagonisti negano sé stessi per paura di soffrire per un fallimento e si rifugiano nella protezione dell’inautentico. Ma non è possibile sottrarsi: «ho trovato un essere che soffre quanto me. Forse ci siamo riconosciuti». I due protagonisti di Ricci, dicono: «noi siamo diversi dagli altri», sono l’espressione della «filosofia del fallimento» borghese.

Quest’abbandono è possibile perché Martina, dice il protagonista, «si lascia rubare qualcosa di più profondo della sua dignità di giovane donna, permette che io veda il suo male di vivere. […] Lascia vedere il suo lato oscuro, la sua pulsione di annientamento. Mi offre il suo segreto più inconfessabile». Martina accetta la stortura dell’uomo, non la giudica e la riconosce come se fosse sua: sono due personaggi destinati alla reciproca nudità.

Ricci non ha reticenza, non gira intorno alle cose, alla verità. La sua scrittura è diretta e asciutta, incisiva ed essenziale. Non racconta per consolarci – per fortuna. I due protagonisti di Trascurate Milano vogliono vivere a tutti i costi in modo autentico ma senza sapere come: sono l’incontro di due fallimenti inarrendevoli. Sono la manifestazione dell’imperfezione. Sono il regalo che, forse, si vorrebbe ricevere e di cui si è terrorizzati, che sia o non sia Natale.

Luca Ricci

Trascurate Milano

La Nave di Teseo, 2018, 86 pp., € 9