Venezia 69: Passion e The Company You Keep

Luca Ottocento

Passion (Brian De Palma)

Passati ormai cinque anni da Redacted (2007), che proprio qui al Lido si aggiudicò il Leone d’argento per la miglior regia, Brian De Palma è tornato dietro la macchina da presa con il deludente remake di Crime d’amour (2010) di Alain Corneau, pellicola ancora inedita in Italia vista due anni fa al Festival di Roma.

Christine (Rachel McAdams) e Isabelle (Noomi Rapace) lavorano nella sede berlinese di una importante agenzia pubblicitaria. La prima è un’affermata manager, la seconda una promettente dirigente alle sue dipendenze. Isabelle ammira Christine ed è attratta dal potere che ella rappresenta. Christine si dimostra però sin da subito molto abile nello sfruttare a proprio vantaggio tale situazione, giungendo ad appropriarsi dei successi professionali della più ingenua collega allo scopo di ottenere una prestigiosa promozione. Le due donne, legate da un rapporto in cui fascinazione e seduzione rivestono un ruolo rilevante, si dividono anche lo stesso uomo: Dirk, il loro collega direttore finanziario. Tale stato delle cose porterà a tragiche conseguenze.

Se il film di Corneau, perlomeno nella prima parte della narrazione precedente il debole sviluppo delle indagini poliziesche, descriveva in modo piuttosto intrigante l’ambigua relazione tra Christine e Isabelle (interpretate rispettivamente da Kristin Scott Thomas e Ludivine Sagnier), Passion non è in grado di ricreare con efficacia la tensione psicologica dell’originale. Chi si aspetta che il remake di De Palma possa approfondire ulteriormente la psicologia delle due protagoniste, proponendo inoltre un intreccio investigativo più convincente di quello presente in Crime d’amour, rimarrà inevitabilmente insoddisfatto.

Nonostante le buone prove fornite dalle attrici protagoniste Rachel McAdams e Noomi Rapace, l’evoluzione drammaturgica di Passion risulta nel complesso di scarso interesse e il film, a partire dalla seconda metà, si trascina piuttosto stancamente verso un finale ridondante. La sostanziale mancanza di ispirazione di De Palma (autore unico della sceneggiatura) è particolarmente evidente non solo dal punto di vista narrativo, ma anche sul piano dello stile: paradigmatico, a tal proposito, l’insistito e sterile split screen che accompagna uno dei principali momenti di snodo della trama.

The Company You Keep (Robert Redford)

Jim Grant (Robert Redford) è un avvocato benestante che, a seguito della recente morte della moglie, cresce da solo la figlia undicenne tentando di gestirsi al meglio tra impegni lavorativi e doveri di padre single. La sua vita viene improvvisamente sconvolta quando uno degli ex membri della Weather Underground, un’organizzazione di violenti attivisti sorta alla fine degli anni Sessanta dalla scissione interna al movimento Students for a Democratic Society, viene arrestata dalla polizia dopo tre decenni di latitanza. È a questo punto che l’intraprendente giornalista Ben Shepard (Shia Labeouf) inizia ad indagare sui responsabili di una rapina in banca avvenuta trent’anni prima e conclusasi in omicidio. Grazie alle sue ricerche, il giovane reporter scopre ben presto che Grant, prima di costruirsi una nuova esistenza sotto falsa identità, è stato uno dei leader della Weather Underground ed è tuttora ricercato con l’accusa di aver preso parte alla tragica rapina. Divenuto l’obiettivo di una imponente caccia all’uomo, Grant è costretto a fuggire con la speranza di riuscire nel frattempo a trovare il modo per dimostrare la propria innocenza.

Tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon del 2003 e sceneggiato da Lem Dobbs, The Company You Keep richiama con evidenza la tradizione del thriller politico statunitense emerso negli anni Settanta, che ha avuto tra i principali esponenti registi quali Sidney Pollack e Alan J. Pakula e di cui lo stesso Redford, in qualità di attore, è stato protagonista (si pensi, a mero titolo esemplificativo, a uno dei film più noti: Tutti gli uomini del presidente, 1976).

Ben scritta e ottimamente recitata da un cast assai ricco – oltre ai citati Redford e Labeouf ci sono, tra gli altri, Julie Christie, Susan Sarandon, Richard Jenkins, Chris Cooper, Stanley Tucci e Nick Nolte – la pellicola si rivela nel suo insieme solida e piuttosto avvincente. Attraverso forme e canoni del cinema d’intrattenimento e privilegiando al contempo uno sguardo intimista di un certo fascino, The Company You Keep ha il pregio di stimolare una riflessione apprezzabile e non banale sugli errori, i fallimenti ma anche le ragioni del diffuso e variegato movimento attivista che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, si oppose in particolare alla politica estera interventista del governo statunitense.

Venezia 69: Brevi considerazioni su The Master e To the Wonder

Luca Ottocento

The Master (Paul Thomas Anderson)

Tornato negli Stati Uniti al termine della seconda guerra mondiale, il tormentato e mentalmente instabile Freddie Quell (Joaquin Phoenix) fatica ad instaurare delle relazioni con altri esseri umani. Fa abuso di sostanze alcoliche e l’imprevedibilità del suo carattere scontroso, segnato da improvvisi e violenti scatti d’ira, lo costringe a passare sistematicamente da un impiego all’altro per guadagnarsi da vivere. In questo periodo di profonda crisi personale, trova un inaspettato punto di riferimento in Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), carismatico e ambiguo fondatore di un movimento denominato “The Cause” che si prefigge di liberare gli uomini dagli istinti animali professando la possibilità, mediante improbabili metodi spacciati per scientifici, di farli entrare in contatto con le loro numerose vite precedenti.

Paul Thomas Anderson continua il radicale percorso di trasformazione della propria poetica intrapreso cinque anni or sono con Il petroliere (2007), vincitore al Festival di Berlino dell’Orso d’argento per la miglior regia. A differenza di Sidney (1996), Boogie Nights (1997), Magnolia (1999) e Ubriaco d’amore (2002), The Master è infatti un’opera profondamente cupa e pessimista, che non lascia spazio alcuno a occasioni di speranza e redenzione. Sempre più lontano dallo stile “eccessivo” e autoriflessivo dei lavori precedenti la pellicola del 2007, nei quali per rappresentare lo stato emotivo dei personaggi faceva sovente ricorso a irrequieti movimenti della macchina da presa e a panoramiche a schiaffo, qui il quarantaduenne cineasta californiano opta per una regia minimalista scevra di virtuosismi e attua una drastica operazione di sottrazione; tanto sul piano stilistico quanto su quello narrativo.

Giocando insistentemente con l’ellissi e il non detto, The Master si presenta come un film molto complesso che richiederebbe diverse visioni per essere considerato a fondo nei suoi molteplici aspetti e sfumature. Ad ogni modo, per quanto sia eccellente sul piano formale (ottima la fotografia di Mihai Malaimare Jr.), faccia leva su interpretazioni di notevole spessore (Phoenix, Hoffman e Amy Adams) e presenti una serie di dialoghi scritti dallo stesso Anderson in modo assai raffinato, dopo la prima visione la sensazione è che lo sviluppo della narrazione e del rapporto tra i personaggi principali si perda in una eccessiva cripticità.

To the Wonder (Terrence Malick)

È necessario sottolineare sin da subito che, come del resto era ampiamente preventivabile, anche To the Wonder, al pari di The Master, necessiterebbe almeno una seconda visione prima di essere affrontato in profondità. Di gran lunga tra le pellicole più attese al Festival di Venezia, l’ultima fatica di Terrence Malick è stata presentata in concorso domenica, il giorno seguente la proiezione del film di Paul Thomas Anderson. A solo un anno di distanza da The Tree of Life, il regista texano divenuto all’improvviso prolifico – dopo aver girato cinque pellicole dal 1973 al 2011, ha attualmente in post-produzione due lavori e ne sta già girando un terzo – torna al cinema con una storia intimista incentrata sul problematico e sofferto rapporto d’amore tra un uomo americano (Ben Affleck) e una donna ucraina (Olga Kurylenko) che decidono di andare a vivere insieme in una piccola città dell’Oklahoma.

Terrence Malick ripropone fedelmente gli ormai celebri stratagemmi stilistico-narrativi cui il suo cinema ci ha da anni abituato. Sviluppatisi in forme particolarmente evidenti a partire da La sottile linea rossa (1999), questi seguono una rigorosa poetica del frammento intimamente connessa al processo mentale dell’associazione di idee e si alimentano di un continuo manifestarsi di monologhi interiori ed immagini spesso enigmatici che concorre a configurare uno spazio visuale in cui convivono temporalità differenti, ricordi, pensieri ed immaginazioni.

Se però in The Tree of life (2011) tale peculiare modo di intendere il cinema veniva portato agli estremi con una notevole e ambiziosa intuizione drammaturgica, al fine di far dialogare il particolare (le vicende di una famiglia degli anni cinquanta della provincia americana) e l’universale (la nascita del cosmo e della vita), in To the Wonder il cineasta dà la netta impressione di riuscire solo a tratti a trovare nella sovrapposizione e nell’alternarsi di suoni, immagini e parole l’equilibrio necessario a provocare nello spettatore prorompenti emozioni e, nel caso specifico, stimolanti riflessioni sulle difficoltà insite nella natura del rapporto di coppia.

Cave of Forgotten Dreams

Luca Ottocento

Capita di rado di uscire da una sala cinematografica portandosi con sé un senso di meraviglia che perdura per ore dopo la fine della proiezione. Quando i film sono intensi e particolarmente riusciti, si prova di solito un senso di piacere, anche molto forte nei casi più fortunati, che sfocia in una profonda ammirazione per chi si è rivelato in grado di realizzare quell’opera. Con Cave of Forgotten Dreams si va persino oltre, in quanto l’eccellente lavoro di Werner Herzog assume il fascino di un viaggio mitico e ammaliante alle origini delle forme dell’espressione artistica. È davvero complesso, se non impossibile, rendere appropriatamente conto attraverso il linguaggio scritto delle emozioni che scaturiscono dalla visione di questo documentario realizzato all’interno della grotta Chauvet (sud della Francia), scoperta per pura fatalità nel 1994 dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e ospitante alcune centinaia di pitture rupestri risalenti a circa 32.000 anni fa.

Con una notevole intuizione, Herzog decide di ricorrere all’ultima tecnologia di ripresa, in alta definizione e legata alla tridimensionalità, per mettere in scena alcune fra le più antiche espressioni artistiche conosciute (è notizia recente, della prima metà di giugno, che un gruppo di scienziati ha retrodatato fino a 40.000 anni fa alcune pitture rupestri presenti in diversi siti preistorici della Spagna nordoccidentale). D’altronde, durante la visione cresce progressivamente la consapevolezza che il sapiente regista tedesco non avrebbe potuto fare altrimenti: solo attraverso la profondità propria della terza dimensione, infatti, era possibile rendere giustizia sul grande schermo alle sinuose forme della caverna; forme che peraltro, come viene raccontato nel corso della narrazione, venivano abilmente sfruttate dagli artisti preistorici per donare plasticità ai propri dipinti, oltre che una insospettabile sensazione di movimento (in un passaggio assai suggestivo, la voce fuori campo di Herzog si spinge fino a cogliere in queste antichissime opere d’arte una forma di proto-cinema).

Se Wim Wenderes in Pina (2011) ricorreva al 3D per restituire al meglio la forma espressiva della danza, qui Herzog compie dunque un’operazione analoga (anche se un anno prima rispetto a Wenders), consapevole che solo giocando con il codice linguistico della terza dimensione avrebbe potuto rappresentare le pitture in maniera efficace. Il documentario, oltre ad avere l’immediato ed inestimabile pregio di mostrare qualcosa di magnifico che sarebbe altrimenti precluso agli occhi dello spettatore (da qui l’aura mitica che sottende l’opera: l’accesso alla grotta è ammesso solo a pochi scienziati che, durante periodi assai circoscritti dell’anno, possono accedervi per motivi di studio), conduce chi guarda a meditare su come il linguaggio artistico faccia ontologicamente parte del modo di esprimersi dell’essere umano.

Al contempo, rappresentando la grotta Chauvet e le sue affascinanti opere attraverso immersivi movimenti di macchina in avanti accompagnati ora dalle caratteristiche stimolanti riflessioni herzoghiane in voice over, ora da puntuali interventi di alcuni studiosi della caverna, il lavoro del cineasta tedesco raggiunge momenti di alta e rara intensità poetica. Nonostante le rigide limitazioni imposte dal delicatissimo ambiente delle riprese, il documentario è davvero straordinario dal punto di vista estetico (alcuni movimenti sono inevitabilmente un po’ rozzi, ma questo in fondo non fa altro che attribuire una più evidente epicità all’operazione nel suo complesso) e la tecnica del 3D non è mai stata così funzionale alle esigenze narrative e della messa in scena.

Cave of Forgotten Dreams, girato nel 2010 e presentato in molti festival internazionali (tra i quali il festival di Toronto nel 2010 e di Berlino nel 2011), è stato sinora distribuito in pochi paesi nel mondo. In Italia ad oggi purtroppo non ha ancora goduto di una vera e propria distribuzione, essendo stato proiettato sporadicamente nel corso degli ultimi due anni in alcuni cinema delle grandi città e, più di recente, nelle sale del circuito «The Space Cinema». Se al lettore dovesse capitare nei prossimi mesi l’occasione di vedere Cave of Forgotten Dreams, non se la faccia scappare: si tratta di un’esperienza indimenticabile.