Speciale / La lettura condivisa: bene comune, grande gaudio

bookclubgraphic_645_350 Il 4 e il 5 novembre a Mantova si è tenuta la XIII edizione del Forum del Libro dedicata quest'anno al tema Libri lettori comunità . Pubblichiamo qui, per gentile concessione dell'autore, un ampio stralcio della relazione introduttiva di Luca Ferrieri, responsabile della biblioteca di Cologno Monzese e autore fra l'altro di La lettura spiegata a chi non legge (Editrice Bibliografica 2011) e Fra l'ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire (Olschki 2013)

Luca Ferrieri

Al primo raduno dei Gruppi di Lettura (GdL) che facemmo ad Arco di Trento nel 2006, ponemmo molta enfasi sul concetto di lettura condivisa, e sulla sua radicale diversità rispetto a quello di lettura collettiva, ereditato dalla tradizione otto-novecentesca. Senza ripetere le considerazioni svolte in quella occasione, vorrei ricordare almeno una conseguenza pratica di questa diversità. I gruppi di lettura italiani, a differenza di alcuni americani, non sono mossi da una sorta di ostilità verso la lettura solitaria, ma anzi la prolungano, le offrono una nuova dimensione. Questa sfera resta squisitamente individuale, il gruppo di lettura si fa carico di tutto ciò che precede e segue l’atto privato e segreto della lettura, lo fa “detonare” nella prospettiva, appunto, della lettura condivisa. La quale resta terza (perché la lettura ci insegna sempre che tertium datur) tra lettura solitaria e lettura collettiva. C’è un filo che conduce dalla “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf alle sale delle biblioteche o agli altri luoghi “ambulanti” dove si incontrano i gruppi. Quel filo è l’attenzione ai momenti della nascita, dell’iniziazione e della riproduzione della lettura, di cui non si sono occupati, per motivi diversi, né la tradizione del lettore solitario né quella della lettura collettiva.

Nel frattempo la parola condivisione ha fatto parecchia strada e, come spesso succede, ha perso un po’ di sostanza nel percorso: l’abuso delle parole spesso le trasforma in etichette segnaletiche, in termini passepartout, e quello che si perde è proprio il rapporto con la cosa stessa. Vorrei provare a ristabilirlo.

Nel cuore della condivisione

Condividere ha, da dizionario, due significati parzialmente contraddittori: a) avere in comune; b) spartire. Sullo sfondo, quindi, c’è un’altra parola chiave per i gruppi di lettura: comune. Tornerà negli accenni che faremo al rapporto con la comunità dei lettori e alla lettura come bene comune. Perché contraddittori? Perché il primo è identitario/proprietario e il secondo è comunitario/meticciario, se esistesse la parola. In realtà se i GdL avessero come scopo quello di raccogliere le persone che “hanno in comune la lettura”, farebbero un lavoro di tesseramento, senza nulla togliere alla utilità di questo lavoro. Invece quello che fanno è mettere la lettura in comune.

Ma proviamo a mettere dei picchetti, su quelli che sono i contenuti, i significati della condivisione nei gruppi di lettura.

  1. nel GdL la lettura è ospitale. Non si tratta naturalmente di buona educazione. Questa non fa mai male, ma qui è questione delle differenze che la lettura alleva rigorosamente e rigogliosamente, e che soprattutto accoglie, preserva, difende come il pane. C’è sempre lo straniero nel libro, e lo straniamento alla prima lettura, e poi all’ultima, ancora di più. Se non ci fosse dovremmo inventarlo.

  2. nei GdL la condivisione è stupita e stuporosa. Lo stupore avviene quando il lettore solitario esce di casa controvoglia in una sera umida e nebbiosa (come ci racconta Monique Pistolato) 1, per una punta di curiosità condita da molta diffidenza, e scopre, a volte con la forza di una rivelazione, i “valori aggiunti” della lettura condivisa. Quelli di cui discutevamo ad Arco di Trento, ossia, in forma di elenco, sempre parziale e provvisorio:

1. Un’altra lettura è possibile , che forse andrebbe meglio detto, Esiste la lettura degli altri;

2. Ecco i libri che avrei sempre voluto leggere ma non sapevo che esistessero;

3. Io leggo perché ti rispetto, io ti rispetto perché leggo, ovvero la scoperta dell’etica della lettura;

4. Alla lettura sommo l’ascolto: il testo ha una voce, i personaggi hanno una voce, gli altri lettori hanno una voce; nel GdL queste voci vengono ascoltate, a volte auscultate;

5. Io non basto alla mia lettura, ossia il lettore non è un autarchico;

6. Sono orgoglioso di leggere, insomma trovo degli altri pazzi come me;

7. Leggendo sento e penso, ossia c’è un posto dove anche le emozioni della lettura hanno cittadinanza;

8. Leggo e poi rileggo; perché quel che fanno i GdL è anche riprendere in mano dei classici;

9. Tengo traccia delle mie letture. Sì le prendo sul serio: annoto, ci scrivo su, traccio un ponte tra scrittura e lettura; mi preparo anche. Lo avrei fatto senza il GdL della serata nebbiosa?

Questi valori aggiunti, nella grande maggioranza dei casi, sono inattesi, arrivano come un dono. Ma la condivisione è anche stuporosa: perché, quando scatta, ci rapisce, ci attanaglia, ci lascia senza fiato e senza parole.

  1. nel GdL la condivisione avviene attraverso la narrazione; ma non la narrazione del plot, il riassunto della trama, bensì la narrazione della esperienza, delle emozioni, del lascito e del vissuto. Quelle che prendono vita nel GdL sono storie di lettura.

  2. se la lettura condivisa perché la memoria è divisa? (forse perché la memoria di una lettura è spesso involontaria, e ogni lettore riscrive le storie, una cosa che con la storia non va bene, ma con le storie si può fare…)

  3. nel GdL la lettura è anche una tecnica – che si impara;

  4. nel GdL non si condivide solo la ricezione, ma la produzione e la postproduzione; si costruiscono artefatti di e sulla lettura, con appunti, disegni, mappe mentali, tavole associative, ecc.

Dallo stupore all’empatia. Passando per il pudore.

Lo stupore e la meraviglia sono, come noto, fondamentali motori di conoscenza. Solo lo stupore conosce 2 . Ma nello stupore della lettura condivisa c’è anche un altro aspetto che merita attenzione: esso genera contagio, suscita imitazione. Perché non si verifica solo qualcosa che sorprende, ma qualcosa di desiderato che accade. La condivisione è stupefacente perché realizza i nostri desideri senza punirci per questo, almeno si spera.

C’è un’altra parola chiave che sta al centro del percorso di condivisione. Ed è un’altra parola inflazionata: empatia. Di cui quindi occorre contrastare lo svuotamento, non buttarla via con l’acqua sporca. Perché è una parola importante, per le pratiche e la teoria della lettura. L’empatia, che si è sviluppata filosoficamente nell’alveo dell’empirismo inglese e delle sue riflessioni sulla simpatia, ha conosciuto una prima sistemazione concettuale all’inizio del Novecento, soprattutto grazie all’opera di Edith Stein e ad altre elaborazioni di campo fenomenologico, per poi riesplodere come strumento di analisi e ricette comuni nel nostro secolo. L’empatia, in realtà, è cosa assai diversa dalla simpatia, dalla compassione, dalla identificazione e dalla immedesimazione, tutte modalità presenti in lettura (e in scrittura: ci sono macchine narrative pensate per produrre questi effetti). L’empatia è, come dice la Stein, “l’essenza dell’atto che sta alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro”. La lettura comporta una fortissima iniezione di empatia perché consente di vivere un’esperienza altrui come se fosse nostra, di sentirla sulla pelle, attraverso l’intera tavolozza dei nostri sensi e non soltanto attraverso una comprensione e condivisione razionale (nel senso di “essere d’accordo con”). Ma questo scatto non è prodotto solo dal meccanismo immedesimativo: vi sono letture che premono sul pedale dell’identificazione ma non producono empatia. Quando si dice (spesso negativamente) che nei GdL si pratica una lettura di tipo immedesimativo, si commette l’errore di scambiare l’una cosa per l’altra.

Quello che invece accade (anche se non sempre) nella lettura condivisa dei GdL è questo:

  1. Attraverso l’empatia si sperimenta che l’apertura alla differenza è data dal riconoscimento della somiglianza il che, attraverso la lettura, può avvenire nei confronti di qualsiasi mostro vivente e senziente del creato. Nel GdL si pratica spesso (come gioco, o disciplina, o anche senza dirlo né pensarci) lo scambio del punto di vista: è un esercizio di empatia oltre che un ingresso nella camera dei bottoni del meccanismo narrativo.

  2. Noi sentiamo (non “noi ci identifichiamo con”) il dolore del personaggio, il dolore del mondo; ma nello stesso tempo lo relativizziamo, riusciamo a portarlo sullo sfondo, perché la bellezza del testo, la emozione che essa suscita, ci danno la forza di elaborare il lutto. Noi sappiamo infatti – leggendo – che l’empatia incontra un limite, che in questo limite è compresa anche la lettura, che se fossimo totalmente empatici non potremmo leggere, non possiamo morire con ogni personaggio.

  3. Potrebbe essere empatico e consapevole del limite anche il lettore “solitario”? Potrebbe, ma il GdL aiuta (in questo caso vale la sua funzione di gruppo di auto-aiuto), il lettore da solo potrebbe cadere nell’immedesimazione cieca o nel rifiuto del dolore della lettura. Ci sono libri che uno decide di leggere nel gruppo perché non ha mai osato leggerli da solo: questo vale non solo per i libri che possono suscitare passioni tristi, ma anche per libri difficili, impegnativi, o, al contrario, per libri troppo frivoli, troppo ricreativi, che uno non si è mai concesso. In questo caso il gruppo funziona come Grande Alibi.

  4. Prende forma così – non nella teoria ma nella pratica di lettura – la figura del lettore empatico di cui parla J. Brooks Bouson3: il lettore che si cala in un ruolo – che è quello del GdL – di partecipante e osservatore allo stesso tempo, che opera un continuo movimento di dentro/fuori rispetto al testo accogliendo e insieme trasgredendo l’orizzonte di attesa che questo disegna (qui ancora la differenza con la pura immedesimazione). Il lettore empatico realizza insieme il transfert (quando osserva) e il controtransfert (quando è empaticamente coinvolto) e ciò gli consente di tenere a bada i due movimenti 4.

  5. Noi impariamo a essere empatici anche con gli altri lettori, a sentire e conoscere le loro emozioni di lettura. Il GdL diventa così motore di empatia oltre la sfera della lettura, la esporta nella vita quotidiana (senza esagerare finendo nella mistica: molte affermazioni come “i libri cambiano la vita” appaiono spesso come slogan pubblicitari. Non nego che sia possibile, che sia vero, anzi: dico che forse è una verità che si custodisce meglio col silenzio).

  6. Un riscontro di tutto quanto sopra si potrebbe avere dando una letta ai molti romanzi, soprattutto americani, che raccontano la vita dei GdL (perché la letteratura sui GdL non è composta solo di saggistica, ma anche di narrativa, e questo è significativo).

L’empatia si incontra e scontra con un'altra emozione della lettura: il pudore. È un’altra parola chiave, un’altra tappa del nostro percorso. Il pudore della lettura 5 è il riserbo con cui i lettori esprimono o dietro cui nascondono le emozioni della lettura. Il pudore è consegnarsi al testo senza essere visti, è leggere senza farsi vedere, usare la lettura come scudo protettivo verso uno sguardo o una richiesta troppo invadente, contro una giornata pesante. In questo senso il pudore della lettura è l’antidoto verso un atteggiamento che a volte alligna anche nei GdL, l’esibizionismo e il narcisismo. (...) Eppure, facciamo largo anche questa volta allo stupore: questa violazione non avviene quasi mai. La condivisione, come si è visto, è anche coscienza dei limiti, e tra questi limiti la privatezza dell’atto di leggere conserva un ruolo centrale.

Bene comune…

Anche questa parola chiave ha registrato un processo di svuotamento, ma la lettura ha a che fare con il “comune” in molteplici sensi e da molto tempo. Innanzitutto c’è il “lettore comune” di woolfiana memoria, da cui discendiamo tutte e tutti - ed è significativo che la definizione venga proprio dalla scrittrice che mise la “stanza tutta per sé” al centro della fucina della lettura (oltre che della libertà intellettuale e della vita delle donne…). Così come è significativo che entrambe le espressioni siano state scelte addirittura come titoli di saggi della Woolf 6. In realtà nonostante l’antipatia istintiva che suscita in molti lettori, che in genere all’epiteto rispondono con un “comune sarà lei!” (come se “lettore comune” significasse “lettore qualunque”…), questo termine per Virginia Woolf indicava semplicemente il lettore non professionale, non obbligato, non accademico e spesso antiaccademico, quello che legge per il proprio (e altrui) piacere.

Ma il termine, in realtà, oggi, allude anche a un’altra problematica. E, tra parentesi, sarebbe interessante andare a vedere chi è il lettore comune ai tempi della mutazione digitale, come si è spogliato dell’originario imprinting gutenberghiano, da cui l’iniziale definizione strettamente dipende. Si potrebbe dire che il termine comune si è via via liberato della connotazione di medietà (=essere ciò che è in mezzo, ciò che non è né carne né pesce…), per assumere quella di terzietà (=ciò che è altro, alternativo). Il “comune” indica una sfera, che si va estendendo sempre di più e che è terza tra pubblico e privato, tra stato e mercato. Il comune quindi è il risultato della produzione sociale, in particolare, per quel che ci riguarda, della conoscenza e della intelligenza collettiva (e qui più ancora che al General Intellect penso alla concezione di Lévy o all’elaborazione di Castells sull’intelligenza delle reti); è un proliferare di azioni creative e di relazioni sociali che danno valore alle cose che facciamo, alle cose che si fanno quando si legge. La nozione di comune ha quindi uno stretto legame con la categoria di moltitudine7 e questa con quella di singolarità, perché la moltitudine “è un insieme di singolarità” 8.

Dal concetto di comune discende quello di bene comune, che oggi viene esteso un po’ a tutto, a una sempre più vasta pletora di oggetti o azioni materiali e immateriali. La discussione sulla lettura come bene comune, al netto dell’inflazione del termine, ha senso se la riportiamo al senso del comune (che non è ancora diventato, purtroppo o per fortuna, senso comune…), ossia al fatto che il comune è cosa ben diversa dall’identico, dall’identitario, dal consensuale. La lettura come bene comune è la lettura condivisa, ossia quella che mette in comune le differenze, cioè mette in comune ciò che non abbiamo in comune. E questa operazione ha senso se esiste una comunità di riferimento, una comunità di soggetti, di cui i GdL sono una (piccola) parte e un esempio.

A me non interessa, non so a voi, il GdL come organo di gestione del loisir e nemmeno come strumento di welfare culturale, importantissimo anche perché oggi in via di estinzione; né come organo di alfabetizzazione di massa, o cassa di risonanza promozionale, e perfino nemmeno come osservatorio di lettura – che pure è vitale; a me, forse a noi, interessa il GdL come cellula vivente e mutante di lettura condivisa, esempio lampante della necessità di superare la frattura tra comunità e società, esempio di una ricchezza sociale (la lettura) che viene spartita senza impoverire chi la dona, ma anzi arricchendolo. (...)

grande gaudio

Di tutte (le parole) la più grande è l’amore, ci ricorda la prima Lettera ai Corinzi (13. 1-13). Senza amore e senza piacere la lettura non sarebbe che un cembalo tintinnante. Eppure il piacere del testo, più di quarant’anni dopo Barthes continua a rimanere il grande escluso, demonizzato e rimosso quasi allo stesso modo da conservatori e progressisti e quasi per lo stesso motivo, il suo cosiddetto edonismo. Barthes è stato il primo a enunciare il discorso amoroso della lettura, che è fatto di desiderio, piacere e godimento (e anche di attese e di gelosie, come si è visto). Quel godimento che per Barthes è l’esperienza della perdita durante o dopo la lettura, il momento in cui vacillano “le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore”, va in crisi perfino il suo “rapporto con il linguaggio” 9. Anche Elizabeth Long, nella sua analisi dei gruppi di lettura texani, individua nella “perdita del sé” uno degli elementi chiave del loro successo 10.

Se si pensa che il rapporto tra piacere e godimento sia una questione di grado, di quantità, di evoluzione, si avrà una certa visione della storia della lettura; se si pensa, al contrario, come inclina a fare Barthes, che tra questi due momenti ci sia una rottura e a volte una contrapposizione profonda (il godimento è il piacere fatto a pezzi 11), allora anche quella visione avrà un segno diverso. Per quanto riguarda però il ragionamento che qui stiamo svolgendo, e l’approssimazione che richiede, terremo fermo il legame, non necessariamente l’unità, tra piacere e godimento del testo.

Una cosa è certa: se il piacere fa fatica a trovare le parole per dirsi, il godimento – quest’esperienza così forte, così asociale – è indicibile per definizione e quindi fuori dalla tavolozza della condivisione. E allora lasciamo questa tematica anche fuori dalla porta dei GdL? Ci affidiamo all’esperienza puritana della lettura che ci arriva dai salotti americani, dove l’unica trasgressione concessa in un plot irreggimentato è lo sbocconcellamento di un sacchetto di patatine?

Direi sommessamente ma decisamente di no, perché essi, probabilmente, non sopravvivrebbero a questa amputazione. Ne andrebbe della loro capacità di riproduzione, che non a caso, dopo il boom iniziale, è entrata in crisi anche negli USA. Le patatine non contagiano, non gemmano, almeno non abbastanza per spingerci via dal divano in una serata di nebbia. Se il viaggio è da divano a divano meglio stare su quello casalingo, forse.

È che senza un riferimento al discorso amoroso della lettura non c’è neanche la condivisione. Per questo, certo, il discorso del GdL resta un discorso di secondo livello, un metadiscorso: nel GdL non si pratica immediatamente il piacere della lettura, così come non si legge nemmeno insieme, nel senso letterale del termine. Però di questa esperienza si trasmettono alcune parti fondamentali, il racconto, i postumi, le dinamiche, le aspettative, l’incontro, le tracce, i segni di cambiamento, il decorso del tempo e il suo arresto nei momenti cruciali – grande componente del piacere. Qualche volta il piacere viene assaggiato attraverso un passo ad alta voce, una esegesi diretta di un passo, uno sfogliar di pagine alla ricerca di una citazione. Ma quello che è importante è che questo piacere viene testimoniato, trasmesso, documentato, direi, e la sua eco diviene la base di un nuovo piacere comune che è quello della condivisione. Un piacere che quanto più si nutre di ricordi, di memoria e di racconti, tanto più viene declinato al futuro, come attesa desiderante di nuove letture, come suggerimento di nuove piste e segreti. Non il godimento, che sarebbe impossibile, ma il pensiero del godimento viene condiviso.

Nei GdL il piacere viene apparecchiato. La partita che si gioca è proprio quella di dare cittadinanza sociale al piacere solitario della lettura, di trasmetterlo e comunicarlo.

O c’è forse qualcuno che dubita del fatto che, anche in amore, il massimo piacere è dato dalla comunicazione e dalla narrazione?

1 Monique Pistolato, Cari libri. La lettura condivisa come laboratorio di umanità, Milano, Edizioni Paoline, 2014.

2 Gregorio di Nissa; attribuzione incerta.

3 J. Brooks Bouson, The empathic reader. A study of the narcissistic character and the drama of the self, Amherst, University of Massachusetts Press, 1989.

4 Idem, The empathic reader, cit., p. 24 e segg.

5 Yves Ravey, Pudeur de la lecture, Besançon, Éditions Les Solitaires intempestifs, 2003.

6 Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1993, Roma, Newton Compton, 1993, (tit. orig.: A Room of one's own); Idem, Il lettore comune, Genova, il Melangolo, 1995.

7 Paolo Virno, Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee, 4a edizione, Milano, DeriveApprodi, 2014.

8 Antonio Negri, Cinque lezioni di metodo su moltitudine e impero, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 52.

9 Idem, Il piacere del testo, cit., pp. 13-14.

10 Elizabeth Long, Book clubs. Women and the uses of reading in everyday life, Chicago, University of Chicago Press, 2003, p. 87. Cfr. anche: Elizabeth Long e Thompson Joyce, Reading together. Women's book clubs in Texas (Denton, Tex.: Texas Woman's University Media Services, 1996).

11 R. Barthes, Il piacere del testo, cit., p. 51.

Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire

Luigi Azzariti-Fumaroli

«La percezione è lettura», appuntava con soffuso ermetismo Walter Benjamin, volendo indicare il modo in cui ci si appropria di ciò che si mostra sulla superficie del linguaggio, sempre che non si resti inerti, lasciando che ad accordare ritmo e oblio al nostro sguardo sia una sorta di intransitività nella quale la lettura si riduce a un puro referendum.

In realtà – come dimostra Luca Ferrieri attraverso un’esposizione che assume su di sé il rischio e la passione della peripezia e che si vale d’una prassi compositiva che satura lo spazio testuale percorrendolo oltre i suoi stessi margini – nel leggere un testo, nell’avvicinarlo, nell’abbordarlo, tanto l’Oggettivo quanto il Soggettivo appaiono ambiti astratti privi di significato. Secondo quanto già indicato da Barthes, nell’atto di leggere non si dovrebbe sottoporre il testo a un’operazione di predicazione e dunque di generalizzazione categoriale, rispetto alla quale l’Io occuperebbe un’assoluta anteriorità; occorrerebbe piuttosto compiere un lavoro topologico, per il quale il compito del lettore diviene quello di muovere, di «traslatare dei sistemi la cui ottica non si ferma né al testo» né al medesimo lettore.

Ne deriva la necessità di intendere la lettura nel suo andamento sussultorio, che colpisce le giunture del testo prima che si richiudano, facendolo risuonare «di sonorità secondarie, di frange timbriche» che non tornano mai identiche a sé. Qui l’affinità fra lettura e musica si scopre non soltanto, come in altri precedenti lavori di Ferrieri, nell’atto di riconoscere che l’unità d’una composizione e della sua ricezione possono costituirsi non malgrado le fratture ma solo attraverso esse, ma pure nella veste tipografica, assai prossima a quella d’una partitura.

Come Glas di Jacques Derrida, il saggio di Ferrieri appare luogo di rigore e di fuga totale: una polifonia che si snoda tanto nel silenzio pieno e creativo che costituisce una delle forme della cooperazione interpretativa del lettore, quanto in quello grave e inquietante che circonda il soffio sospeso di chi ogni volta, leggendo, transita fra miriadi di passaggi testuali. Nondimeno, a differenza del Diario di un lettore di Alberto Manguel, il sentimento che accompagna tale fenomenologia della lettura non cede mai all’angoscia.

Percorrendo la biblioteca cui Ferrieri attinge con erudizione e jouissance sembra semmai intravedersi l’ombra di Sylvestre Bonnard mentre passa in rassegna la propria collezione con malcelata nostalgia. Basta infatti un solo nome, ultimo sospiro che resta al fondo delle nostre letture, per essere punti dalla spina dell’irreversibile. Ecco perché ogni lettura vive in comunione profonda con l’esilio.

Il lettore è un essere che vorrebbe ridestare il ricordo, resuscitarlo. Ma esso spesso, quasi sempre, gli si nega. In effetti nessuna lettura sembra poter cancellare il tempo – solo rivelarlo. Leggere significa allora vivere in pura perdita, accettando la caducità che «quando la cosa letta cade» si lascia presagire. Forse si tratta di una semplice illusione ottica; o forse della «rivelazione degli accordi effimeri grazie ai quali viviamo e regoliamo la nostra vita» (Saul Bellow).

Luca Ferrieri
Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire
Olschki (2013), pp. 336
€ 24,00

Il libro verrà presentato oggi - martedì 21 gennaio - a Milano, presso la Sala del Grechetto di Palazzo Sormani (via Francesco Sforza 7) alle ore 18.00

 

alfadomenica giugno #1

DELIOLANES su TSIPRAS - PAOLOZZI su RENZI – FERRIERI sul FENOMENO SAMIZDAT - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

LA VITTORIA DI TSIPRAS
Dimitri Deliolanes

Una situazione politica complessa che pone alla sinistra questioni difficili ed esige mosse ponderate e attente. Questo è il risultato delle elezioni europee nel paese di gran lunga colpito più duramente dalla crisi e dalle politiche di austerità.
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LA VITTORIA DI RENZI
Letizia Paolozzi

“Non mi fido però…”; “Mi fido ma…”; “Aspettiamo a vedere…”. Intorno alla vittoria di Renzi, al di là dei vari commenti sul Pd partito-stato; partito-pigliatutto, partito-contenitore; nuova Dc. E sulla sua “mutazione antropologica” o sulla continuità con il berlusconismo in salsa giovanilistica.
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IL LETTORE ECCEDENTE
Luca Ferrieri

Sono molti gli elementi di interesse di questo libro di Valentina Parisi, che, oltre a essere una grande esperta del mondo russo e della sua letteratura, è traduttrice da diverse lingue ed è attenta conoscitrice delle esperienze artistiche ed estetiche del Novecento, oltre che dell’editoria e della sua storia.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

DEMOGRAFIA - DIMENTICANZE - DISUGUAGLIANZE - RICERCA & SVILUPPO
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QUATTRO FORMAGGI - Ricetta
Alberto Capatti

I moltiplicatori numerici applicati ai nomi dei piatti suonano male e suggeriscono una abbondanza fasulla, una convivenza forzata e una indeterminatezza di fondo.
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Il lettore eccedente

Luca Ferrieri

Sono molti gli elementi di interesse di questo libro di Valentina Parisi, che, oltre a essere una grande esperta del mondo russo e della sua letteratura, è traduttrice da diverse lingue ed è attenta conoscitrice delle esperienze artistiche ed estetiche del Novecento, oltre che dell’editoria e della sua storia. Il libro si situa all’incrocio tra diversi sguardi disciplinari ed è frutto di una approfondita consultazione di archivi e di un lavoro di ricostruzione storica sempre scrupolosamente documentato. Basterebbe questo per proporre la lettura del libro ad ogni lettore curioso e politecnico, e non solo agli studiosi interessati all’argomento. Ma c’è di più. Molti dei temi affrontati nel libro in realtà valgono al di là della situazione storica e geografica in cui sono collocati, e forniscono una grande quantità di spunti di riflessione anche per la vita e l’organizzazione (starei per dire la sopravvivenza…) del lettore contemporaneo e “globale”. La storia del samizdat, come ci conferma la ricostruzione di Valentina Parisi, va ben oltre la vicenda del dissenso sovietico con cui spesso viene identificato.

Il libro illumina con dovizia di particolari e di risvolti inediti il fenomeno del samizdat, in particolare dagli anni Cinquanta ai Novanta, non senza qualche utilissima incursione ai tempi delle avanguardie artistiche postrivoluzionarie e anche prima. Si iscrive quindi in un filone, alquanto sottovalutato e negletto, di studi storici e bibliografici sull’editoria clandestina e sulla storia del libro, di cui ad esempio fanno notoriamente e meritoriamente parte alcuni lavori di Robert Darnton (ad esempio, L’intellettuale clandestino, Libri proibiti, Il grande massacro dei gatti, ecc.). La nostra cultura ha un grande debito, come noto, nei confronti dei libri che passarono le frontiere di contrabbando, circolarono sottobanco, furono scritti di nascosto, ricopiati a mano o trasmessi per via “orale”. E questa storia – che si intreccia con quella della vita dei lettori in tempi di guerra e di dittatura – è una storia in gran parte ancora da scrivere, ed è una storia della lettura a tutti gli effetti, delle sue persecuzioni e delle sue condizioni materiali. Valentina Parisi colloca la sua preziosa tessera in questo grande e ancora incompleto mosaico.

Il termine samizdat (inizialmente Samsebjaizdat, “edizioni di me stesso medesimo”) indica i testi autoprodotti e autodistribuiti attraverso canali non ufficiali. Come diceva Bukovskij “si scrive da sé, ci si redige da sé, / ci si censura da sé, ci si pubblica da sé, / e ci si distribuisce da sé, / e alla fine ci si ritrova in carcere / soli con se stessi”. Il primo aspetto interessante del samizdat (ciò che in fondo lo distingue dal tamizdat, ossia da quei testi pubblicati all’estero, importati e poi riprodotti illegalmente in Unione Sovietica), è proprio il fatto di ritorcere la macchina tipografica del potere contro se stessa. Ciò è tipico di molte forme di scrittura e di editoria clandestina, ma in Unione Sovietica prende una forma esemplare, perché è nell’atto rivoluzionario iniziale che si afferma il diritto alla libertà e alla creatività, fatto proprio dall’intellighenzia e dalle avanguardie artistiche e poi calpestato dal potere “rivoluzionario”. Nella storia del samizdat è quindi scritta in filigrana anche quella della rivoluzione che divora i propri figli, e questo vale anche nei casi, che non sono la maggioranza, in cui il samizdat si è fatto dichiaratamente veicolo di idee antisovietiche, come diceva la propaganda, o conservatrici e reazionarie.

Il samizdat è un libro scritto dal lettore, non solo perché esso amplifica la funzione creativa e ricostruttiva del testo che si svolge attraverso la lettura, ma perché materialmente e concretamente è il lettore che si incarica di scegliere, di editare, di battere a macchina su carta di sigarette (quella che consentiva di fare più copie), di distribuire e di diffondere l’opera. Ad ogni lettore si chiedeva in genere di fare almeno due copie e di restituirne una, e la circolazione del samizdat, benché costasse moltissimo, talvolta anche la vita, era rigorosamente gratuita, salvo qualche eccezione tardiva, dovuta all’introdursi di qualche forma di mercato nero letterario. L’idea del lettore attivo, copista, del lettore-scriba, che in tempi gutenberghiani riscopre per necessità e virtù il manoscritto e il manufatto unico, contrasta non solo con l’industria della copia e la riproducibilità illimitata e consumistica dell’Occidente, ma anche con la retorica ufficiale del lettore. Nell’Unione Sovietica i diritti del lettore, che inizialmente avevano ricevuto un notevole sviluppo dalle politiche di scolarizzazione e potenziamento delle biblioteche, erano stati annichiliti dalla censura ma il “culto del lettore”, come molti altri elementi programmatici della rivoluzione, era andato avanti come vuota declamazione retorica. Il samizdat compie dunque l’operazione di smascherare, anche su questo piano, la falsità delle affermazioni ufficiali e dei famigerati “piani di lettura” di cui si facevano gendarmi le biblioteche pubbliche.

A pag. 52 del libro, una lunga citazione tratta da E. Dobrenko, fa correre un brivido lungo la schiena ricostruendo il clima di “lettura pianificata” che imperversava nelle biblioteche sovietiche, specie quelle di fabbrica, e il ruolo di controllo da queste esercitate (peraltro non molto diverso da quello introdotto quasi cent’anni dopo dall’Usa Patriot Act nelle democratiche biblioteche statunitensi). Il lettore del samizdat interrompe quindi quel processo di “statalizzazione del lettore” che è una parte fondante del cosiddetto “realismo socialista”.  Il lettore del samizdat è dunque un lettore eccedente perché oltrepassa le funzioni proprie del lettore e in qualche modo occupa tutte le caselle degli altri protagonisti della filiera (autore, critico, editore, ecc.). Ma quello che vale per il suo ruolo nella “fabbrica” del libro, vale ancor di più per l’atto interpretativo e di ri-creazione rappresentato dalla lettura, con una significativa diminuzione della distanza tra scrittura e lettura. Qui l’eccedenza si manifesta come radicalizzazione e rivendicazione di quel ruolo attivo del lettore teorizzato dalle novecentesche teorie della lettura e dalle diverse estetiche della ricezione.

Con la avvertenza che l’elaborazione di questo primato non sembra essere avvenuta in diretto rapporto con l’elaborazione teorica che avveniva in campo estetico o filosofico, ma all’interno stesso delle pratiche di lettura. Il che lo rende ancora più interessante e non fa che rafforzare l’importanza del samizdat anche come laboratorio per una teoria della lettura. L’eccedenza della lettura si manifesta come una sorta rarefazione e concentrazione dei suoi poteri esattamente simmetrica alla tentacolare operazione di controllo della lettura messa in atto dal potere politico. Per questo essa assume un valore che va al di là di quanto emerso nell’esperienza storicamente circoscritta del samizdat sovietico. O, detto in altri termini, scrivere e leggere samizdat può rappresentare, anche in altri contesti, apparentemente molto più liberi e liberali, una strategia di contropotere e di controlettura. Se ricordiamo alcune osservazioni di Šalamov sulla lettura nei campi di lavoro e di prigionia, praticata di notte, “alla luce intermittente del gruppo elettrogeno”, sacrificando le poche indispensabili ore di sonno, abbiamo idea di come la lettura, in situazioni estreme, acquisisse una funzione ancor più vitale. Šalamov fu uno spietato critico interno al mondo del samizdat, un dissidente del dissenso, e spesso denunciò, oltre alla scarsa qualità di molte autoproduzioni, il rischio che queste si trasformassero in un’“arma avvelenata nella lotta tra due controspionaggi”.

Osservando e documentando, come fa Valentina Parisi, le vicende editoriali e redazionali delle riviste e produzioni editoriali che costituirono il multiforme arcipelago del samizdat, ci si accorge che il primo riferimento che in realtà esse mettono in discussione, oltre a quello dell’illiberale e antiestetico regime sovietico, è quello della catena di valore tanto osannata dal liberalismo occidentale. Infatti il samizdat esercita una critica radicale nei confronti dell’equivalenza tra quantità e libertà, tra consumo e lettura. Vi sono addirittura dei riferimenti, in alcune pubblicazioni leningradesi, a una “ecologia della cultura”, oltre che alla consapevolezza di abitare in un “testo urbano”, prima ancora che in una città. Il “lettore implicito” del samizdat è un lettore fortemente attivo, cooperativo, fino al punto di farsi carico anche della riproduzione materiale del testo; è un lettore che fa corpo col testo sostituendo la funzione autoriale spesso necessariamente velata da anonimato, pseudonimato o da un iperonimato di sfida. Valentina Parisi definisce la funzione dell’autore nel mondo del samizdat come una funzione “labile”. Il piccolo mondo del samizdat, il rapporto spesso privato o diretto tra autore e lettore, creano un curioso cortocircuito tra una scrittura “da camera” e una lettura sottobanco.

A differenza dell’autorialità chiassosa ed esibita del best seller occidentale quella del samizdat non è mai certa, ed è totalmente affidata alla mediazione surrogatoria del lettore. La dedizione totale del lettore non significa affatto, però, che la sua lettura fosse ugualmente devota e rispettosa. Al contrario spesso la clandestinità favoriva una lettura frammentaria, frazionata, smembrata, approssimativa: spesso le opere venivano pubblicate in forma incompleta, a puntate, su testate e fogli diversi. Sono interessanti gli aspetti di questa dinamica che riguardano la proprietà intellettuale: l’autore labile è costretto a fare continuamente appello alla responsabilità “morale” dei lettori, protestando, come fa ad esempio Šalamov, contro le correzioni che essi arbitrariamente introducevano nei testi, come peraltro facevano per distrazione o intenzione anche gli antichi copisti.

Ecco quindi che la C cerchiata del copyright fa la sua buffa e minacciosa apparizione in testi diffusi a mano, certo con un senso ben diverso da quello ormai prevalente in occidente a tutela soprattutto di interessi commerciali. L’originaria politica del “prendi uno – copia due – restituisci uno” lascia il posto, in alcuni casi, a un paradossale divieto di copia. Ma si tratta di fenomeni riguardanti anche le lotte e le molte divisioni interne al mondo del samizdat, espressione di correnti politiche ed estetiche moto diverse tra loro, e di quella che sempre Šalamov chiamò la “retorica cospirativa” e autoreferenziale che sempre minaccia l’espressione intellettuale costretta alla clandestinità.

La studiosa italiana segue le metamorfosi del lettore eccedente anche attraverso un’analisi ravvicinata di quella che potremmo chiamare la forma samizdat. Questa riflessione è particolarmente preziosa in un’epoca in cui la forma libro è messa in discussione dalle tecnologie digitali ed emergono delle possibili affinità tra il samizdat di ieri e il self publishing di oggi. A una prima occhiata il samizdat sembra praticare una sorta di “grado zero” del paratesto, in cui tutte le indicazioni editoriali, le presentazioni, introduzioni, postfazioni, frontespizi, epigrafi, chiose, ecc., sono ridotti al minimo, e ciò è abbastanza naturale visto il clima di clandestinità e visto che quella paratestuale è una tipica manifestazione dell’istanza autoriale, come ci ha insegnato Genette. Ben presto, però, proprio l’artigianalità e la cura singola e singolare di ogni edizione producono un fenomeno quasi opposto che alimenta una sorta di paratestualità liminare e deviante: il samizdat si avvicina a un libro d’artista (in stretto rapporto con l’eredità delle avanguardie artistiche novecentesche), il semilavorato si trasforma in un’opera raffinata e complessa in cui la grafica, i titoli, le illustrazioni, le copertine, il collage, le tecniche di un taglia-incolla manuale, ecc., danno alla pubblicazione un aspetto insieme tipico e unico.

Il samizdat diviene un contenitore, un libro-cartelletta, un libro-cartoteca, una produzione “intermediale” composta anche di elementi visuali e performativi. In alcuni casi si assiste a forma di rimediazione ante litteram. Le riproduzioni a colori contenute nell’inserto centrale del libro di Valentina Parisi, danno un’idea molto precisa di questa evoluzione e anche dei notevoli risultati raggiunti. L’idea cubofuturista dell’immediata leggibilità della pubblicazione, in modo che con un solo colpo d’occhio se ne potessero percepire il contenuto e le marche tipografiche (il che, detto tra parentesi, è ancora ciò che segna un indiscutibile primato del libro di carta su quello elettronico), è fatta propria da molte edizioni samizdat, che capovolgono la povertà di materiali cui sono costretti nella continua ricerca di formule originali e creative. Alcune tecniche del samizdat ritornano, magari senza alcuna filiazione diretta, in esperienze editoriali molto lontane e molto recenti, come quella cartonera, per fare un solo esempio.

Il superamento della forma libro (un “esodo dal libro”, lo chiama Lev Rubinštejn) si manifesta anche nella scelta della “sfascicolazione” e sfogliabilità del prodotto. “La nuova lettura è una lettura della sfogliabilità”, proclama la rivista “Trasponans” nel 1979, e ancora una volta vediamo come le coazioni della clandestinità vengano trasformate e tradotte in una critica alla lettura lineare, seriale, progressiva, in nome di una lettura trasparente, intertestuale e stratificata. Il samizdat deve essere pieghevole, ripiegabile, occultabile: non solo perché si deve leggere in condizioni difficili o clendestine, ma perché la lettura cui si appella è una lettura caratterizzata dalla dialettica tra l’occhio e la mano, tra la forma e il contenuto, sempre legata alla “natura frusciante” del libro. Sono testi, sostengono gli autori di questi fogli volanti, mostrando un’altissima consapevolezza teorica e la continua ricerca di nuove forme di paratestualità, che devono aprirsi come degli “oblò”, mostrando in un colpo d’occhio le pagine successive.

Parlando di oblò l’analogia con le “finestre” degli ambienti informatici e con l’ipertestualità della comunicazione elettronica sembrerebbe obbligata. Anche la dissoluzione della paginazione, sperimentalmente perseguita dal samizdat attraverso la pratica della sfogliabilità, si incontra con la fine della paginazione nel mondo degli ebook. Eppure molte sono le differenze che separano il samizdat e il mondo dell’edizione elettronica e in particolare quello del self publishing. Innanzitutto è diverso il contesto: mentre il samizdat esprime, attraverso una stretta unità di forma e contenuto, la sua opposizione alla cultura “ufficiale”, il self publishing sembra molto meno caratterizzato in questo senso (anche se si oppone al mainstream editoriale) e più interessato a una concorrenza “interna” e alla conquista di quote di mercato.

Il samizdat è, per definizione, un testo non autorizzato, che non vuole chiedere permesso; nasce dal “rifiuto aprioristico dei compromessi della pubblicazione”, il che dovrebbe in teoria consentirgli un’esistenza indipendente dalla situazione di clandestinità, anche se questo in realtà non è quasi mai accaduto. Il numero ridotto di copie del samizdat contrasta con la riproducibilità illimitata e la ricerca di alte tirature del self publishing, anche se modalità primitive di riproduzione “on demand” e la ricerca di una più ampia diffusione erano presenti anche nel mondo samizdat. Infine differente è il ruolo del lettore: mentre nel samizdat, come si è visto, domina la figura del lettore “eccedente”, il mondo del self publishing nasce sotto il segno di un’autorialità eccedente: è l’autore che si trasforma in editore e talvolta sostituisce anche il lettore, che non c’è o si manifesta molto di rado.

Il libro di Valentina Parisi ha dunque il merito di sollevare e orientare tutte queste riflessioni, gettando uno sguardo interessante e obliquo anche sulle prospettive presenti e future. Sicuramente ci lascia in eredità, come tutti i buoni libri, alcune domande senza risposta, e tra queste la principale riguarda la possibile esistenza del samizdat come forma di edizione e creazione letteraria indipendente dalle condizioni e dai condizionamenti della clandestinità, e in grado di sopravvivervi. Cosa che non sembra essersi verificata in Urss, con l’esito paradossale che la fine della censura e della cultura di stato ha portato con sé anche la fine delle testate antagoniste. Con un altro apparente paradosso si è anche verificato che, con la fine del samizdat e la liberalizzazione della stampa e dell’editoria, il rapporto tra autore e lettore si è impoverito e anonimizzato.

Forse abbiamo ancora bisogno di samizdat in un mondo globale dove rischia di prevalere il pensiero unico, dove la sovrapproduzione culturale appare sempre di più come un’arma puntata contro il lettore e il cittadino. Con tutti i suoi limiti, il samizdat ha mostrato la capacità di contrastare la censura e far circolare opere e idee che altrimenti sarebbero state cancellate e dimenticate. Contare sulle proprie forze, non accettare le imposizioni, passarsi di mano in mano i testi ritenuti importanti, alimentare continuamente la creatività e la produzione culturale anche in condizione di difficoltà e di repressione, non arrendersi mai al silenzio e alla inerzia, utilizzare ogni varco per mettere a nudo la violenza e l’ottusità del potere, questi restano tutti insegnamenti fondamentali per ogni esperienza di cultura critica presente e futura.

Valentina Parisi
Il lettore eccedente
Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990
Il Mulino (2014), pp. 472
€ 38,00

La solitudine che connette

Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.