Loro e “lui” sotto la lente di Luca Bigazzi

Set del film "Loro" di Paolo Sorrentino. Nella foto Toni Servillo e Giovanni Esposito. Foto di Gianni Fiorito

Roberto Silvestri

Concentrare energia dentro il fotogramma. Questa l’originalità del milanese Luca Bigazzi, secondo il critico Stefano Masi, che di “autori della fotografia” se ne intende. Energia anche inquietante, non solo benefica. La speciale natura dell’energia di Silvio Berlusconi – non trattato come politico (fin troppi i film a lui dedicati finora, Silvio è diventato un genere forte e ormai usurato del nostro cinema) ma come uomo immarcescibile, però sempre unto dal signore e dunque stratega di un progetto imperiale dalle forme decadenti, “prevedibile ma indecifrabile” – viene messa al microscopio in Loro volume 1, il nuovo film diretto e scritto da Paolo Sorrentino con Umberto Contarello.

Il periodo storico analizzato va dal 2006 al 2010, se si comprende Loro volume 2. Cioè da quando si perfeziona il sistema di controllo totale del paese tramite l’acquisto di chiunque – acquisizioni, afferma la magistratura, non sempre corrette – cioè di televisioni, aziende, parlamentari, diplomatici, squadre di calcio, assi del pallone... a quando si passa alla “tratta delle donne” come programma massimo. Sistema Gianpaolo Tarantini (interpretato da un Riccardo Scamarcio caricatissimo), e dunque crisi e divorzio dalla moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci, concentratissima), comprese le feste romane inebriate dalla presenza di lolite arabe e perfino di nipoti di Mubarak. E la caduta di alcuni ministri (Bondi?) poeti e servizievoli ma fragili di fronte a donne in carriera minacciose come virago feroci. Le musiche originali di Lele Marchitelli fabbricano immagini sonore fracassone, orgasmiche e ossessive. Il pensiero va (e a Salvini non piacerà il paragone) ai fantasmi sessuali di Mektoub my love del francotunisino Abdelatif Kechiche e all’immoralità assoluta di Spring Breakers – Una vacanza da sballo di Harmony Korine.

Per rimanere in Italia si riprende il discorso più che dal Satyricon felliniano dal Caligola di Tinto Brass di cui a questo punto si richiede finalmente la versione originale integrale.

Loro siamo noi, i cittadini, dicono i pentastellati, i fuori casta, i bisognosi di idolatrare divinità che rappresentino nel profondo le nostre zone dark e le pulsioni più inconfessabili. Lui è sia Berlusconi (il sovrano che apre al desiderio, promette un piacere disciplinato) sia contemporaneamente l'Oscar director, Sorrentino (che chiude sia al desiderio che al piacere), l’artista capace di sviscerare la vera natura miserabile degli italiani, sa punirli e inchiodarli alle proprie responsabilità. La divina Satira. In effetti si continua a votare F.I. Lui è Toni Servillo, con maschera facciale, segnata da rughe indelebili, abbastanza inquietante. Come da teatro giapponese. Ma fornito di lenti a contatto che, cancellando la dolcezza dello sguardo, accentuano il furore tirannico del gelido Ceo, esecutore di ordini altrui (dice “mi sono fatto tutto da me”, ma P2? ma Mangano?). Quasi il remake del metodo J.P. Morgan, il banchiere che a vent’anni fece i primi lauti profitti rivendendo a nordisti e sudisti partite di fucili farlocchi.

La più bella scena del film è la lezione che impartisce Pogba (credo sia lui) a Berlusconi quando si rifiuta di giocare nel Milan nonostante l’ex Cavaliere, oggi tra i più intervistati dei pregiudicati, gli offra tutto. E Pogba replica: “tutto non è abbastanza”. Frase che l’attento “ragioniere” metterà presto a profitto. Curzio Malaparte direbbe a chiosa del film: “Ci sarebbe da affermare che, al diventar quel che si chiama mostro, l’essere piccolo borghese sia proprio condizione indispensabile”. Ma aspettiamo la parte seconda e intanto torniamo al vero eroe del film, al direttore della fotografia Bigazzi. Al suo esordio Giulia in ottobre di Soldini, 1984, che cambiò il look del cinema italiano.

C’era il mainstream dominato dai comici-registi (anche loro concentrano diversamente energia dentro il fotogramma) e poi c’erano loro, i Soldini, i Martone, i Daniele Segre, i Ciprì e Maresco, i Calopresti, i Pozzessere, i Mazzacurati, gli Amelio, ben alla larga dagli standard di Cinecittà, ad affondare i loro personaggi e le loro ossessioni “periferiche” nei grigi e nei marroni vibranti, in un tonalismo moderno, cupo e tragico, a delicate striature espressioniste, catturati o costruiti o imbastiti dal cinematographer milanese.

Negli anni novanta e anche dopo il cinema italiano più premiato all’estero e più innovativo deve saltare all’occhio (effetto voluto da chi viene dalla pubblicità o che giustamente studia spot, Mtv e clip) per la sua radicale opposizione al flusso del medium dominante: è a immagine forte e non a centralità comico-televisiva. Se i mezzi busti imperano sui fondali blu elettrico del piccolo schermo ecco che Bigazzi sceglie il paesaggio raggelato e tragico (di Amore molesto, per esempio o Lamerica) e non i corpi e i volti dei protagonisti come perno gerarchico della sequenza. L’atmosfera blues e non lo squillante cromatismo cool della storia (eternamente fallocentrica).

È un cinema che si fa contro Roma e fuori dagli studi, ed è bigazziano. Figlio di un noto regista di pubblicità e di Caroselli, Vieri, da qualche anno Luca Bigazzi ha elaborato un altro modo per “concentrare energia dentro il fotogramma” ed è diventato, al fianco di Paolo Sorrentino, una sorta di Edward Lachman nostrano. Più scioltezza e brillantezza cromatica. Più luce. L’iperrealismo come strategia per attraversare il realismo e approdare all’astrazione. La grande bellezza va ben al di là dell’omaggio nostalgico alla fantasia giocosa e imbrogliona e profetica di Fellini. E piace soprattutto al pubblico americano che di visualità è espertissimo e che ritrova, a colori, come disse la grande fotografa Elisabetta Catalano, tutta la tradizione fotografica italiana del nostro cinema in bianco e nero anni 50 e 60. Non solo La Dolce vita, ma il Piero Portalupi di Bellissima o il Gianni Di Venanzo dei Delfini. Qui però si tratta di mettere al microscopio l’Italia creando un mondo di immagini alternative a quelle seducenti e false con le quali il prestidigitatore ha incantato il paese. E questa volta sembra che anche Bigazzi cada nel tranello di autoipnotizzarsi con il fluxus Mediaset. Silvio arriva dopo quasi un’ora. E non vedevamo l’ora che arrivasse. A dominare primi piani e campi lunghi. A sopraffare i mediocri e i pusillanimi che lo circondano o vorrebbero sfiorarlo. Il nuovo Padre Pio che ha trovato un ritrattista che, finora, non è stato querelato. Speriamo nel seguito.

La grande incertezza

Rossella Catanese

La grande bellezza è il titolo del nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli. Un film dibattuto e contestato, che esibisce una straordinaria elaborazione visiva, grazie alla direzione della fotografia curata da Luca Bigazzi, ma al contempo configura un immaginario debole e problematico.

Toni Servillo è l'attore che interpreta il protagonista, Jep Gambardella, uno scrittore e giornalista di successo sessantacinquenne, dedito alla vita mondana, circondato dalle figure istrioniche dell'upper class capitolina, in un torbido contesto di feste, pettegolezzi e sfarzo ostentato nella suggestiva cornice del centro storico di Roma. L'accento partenopeo sbandierato dal protagonista ne sottolinea l'estraneità rispetto all'urbe in cui vive da quarant'anni, passeggiando e osservando silenziosamente il fascino solenne della Città Eterna, vibrazione emozionale che riporterà il flaneur alla sua ispirazione creativa.

Praticamente una citazione continua del Federico Fellini de La dolce vita (1960) e 8 e 1/2 (1963), con riferimenti espliciti a Roma (1972) nel ritratto di una capitale intrisa di un epico passato e una variegata e composita umanità notturna, tra aspirazione alla grandezza e pulsione di morte. Il riferimento intertestuale all'opera di Fellini è così invadente che crea però evocazioni di maniera: è quasi come paragonare la portata storica della Cappella Sistina e quella del Complesso del Vittoriano (1911), solenne, maestoso e Kitsch.

In questa atmosfera di solennità, a cui contribuisce l'iconografia visiva e acustica di una Roma ancora fortemente clericale, Jep è circondato da amicizie frivole e da maschere sociali, tra gli stereotipi di freaks altoborghesi e nobili decaduti; Romano (Carlo Verdone) è l'amico sfortunato, scrittore fallito e provinciale, imbranato nelle relazioni, che nella sua ingenuità rappresenta il cliché dell'uomo sincero e puro di cuore. Sabrina Ferilli interpreta Ramona, improbabile spogliarellista quarantenne figlia del gestore di un nightclub, che parla solo in dialetto romanesco e sfoggia un tatuaggio del volto di Karol Wojtyla in giallorosso sul braccio destro, per omaggiare la squadra di calcio capitolina.

Romano e Ramona, nel facile e ammiccante gioco di anagrammi, rappresentano il naïf nazionalpopolare, esattamente come Antonello Venditti, che compare nei panni di se stesso, riverito dal suo brano "Forever". Questo rende ancora più evidente il punto di vista del racconto, interno alla prospettiva altoborghese, che valuta gli outsider con una sorta di benevola pietà, mista ad interesse antropologico. A parole si decreta l'ipocrisia dell'ideologia "impegnata" pseudo-marxista, ma di fatto la focalizzazione è tutta interna alla cerchia di fortunati custodi della Cultura.Che è sempre e solo quella con la "C" maiuscola, ben separata dalla peccaminosa vita quotidiana degli altri.

Agli altri sono concessi i calciatori o le icone pop, efficacemente inserite nel contesto del salotto borghese, ma santificate: sono i 'buoni', contrapposti ai meschini personaggi dell'alta società e dei simposi di botulino, che però possiedono per diritto di nascita lo scettro della cultura, negato alle altre classi. Ramona è ignorante, Romano è privo di talento, ma sono umili e onesti e dunque rappresentano la personificazione di quel binomio natura/cultura che ha già deciso il cliché di valori etici e costruttivi promossi dal film. Jep è affezionato a Romano/Ramona; è un viveur dongiovanni alla ricerca di se stesso e di un'ispirazione creativa e la sua condotta da cinico "vitellone" è in qualche modo giustificata da un trauma relativo ad una relazione adolescenziale, cui si dà spiegazione attraverso un flashback.

E il passato vivificante, che esorcizza il malessere esistenziale, è un altro motivo rubato a Fellini, come il «non ho niente da dire ma voglio dirlo lo stesso» di Guido Anselmi, protagonista di 8 e 1/2, che pervade tutto il film di Sorrentino senza però avere la stessa forza senza tempo. Se 8 e 1/2 è «un misto tra sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un'atmosfera da limbo» (F. Fellini), «una tappa avanzata nella storia della forma romanzesca» (A. Arbasino), «una costruzione in abisso a tre stadi» (C. Metz), qui c'è solo l'ombra di un autoritratto in forma fantastica. E non bastano un vestito bianco e il Panama del protagonista, né giraffe fenicotteri sul Colosseo, a creare il medesimo terremoto esistenziale.

E il film non solo resta lontano dalla forza espressiva di quella Babilonia postmoderna che è La dolce vita, ma diventa un irritante esercizio di esibizionismo compiaciuto. Ne La grande bellezza vengono a mancare proprio la radicalità del punto di vista, e quella ricerca stilistica personale che ha fatto la fortuna del cinema di Sorrentino.