Per Stefano Cucchi

Paolo B. Vernaglione

Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi. Sono uomini di questo Stato, la cui appartenenza è garantita dall'omertà e il cui giudizio d’altra parte non emerge da un processo ma dalla realtà che la sentenza enuncia: che un essere umano è deceduto di fame e di sete e non per le torture a cui è stato sottoposto. Che unici responsabili di questa morte sono i sanitari dell'ospedale Pertini, ove Stefano è stato trasportato in condizioni già gravi e che la sua detenzione tutto sommato era giusta, visto il suo profilo di tossicodipendente.

Può un potere dello Stato, peraltro già screditato per aver giocato con le vite di più generazioni di giovani e non, da ultimo con le sentenze sul G8 di Genova, emettere una sentenza così ridicola e improbabile? Può, in un paese in cui l’ipocrisia e il silenzio colpevole di una società civile coccolata dalla cadaverica politica delle larghe intese è rimasta muta negli anni Settanta dello scorso ‘900 di fronte alle stragi di Stato, alle morti sul lavoro e agli omicidi politici che dal 1977 al 2011 hanno distrutto il dissenso e i conflitti sociali.

Mentre un uomo che si è dato fuoco ha dato luogo alle rivolte arabe e l’uccisione di un ragazzo nella periferia di Londra ha prodotto i riots con cui un intera generazione rifiutava di pagare la crisi che l’attuale infame sistema del debito ha generato, qui in Italia una classe politica corrotta e degenerata ha riprodotto sé stessa, calpestando le vite di chi è già pesantemente sanzionato dalla crisi. Di più: giocando sulla supina ipocrisia dei poteri dello Stato il paese è stato anestetizzato e reso inerme di fronte al saccheggio della sfera pubblica sistematicamente attuata dalla rendita con la speculazione finanziaria.

Ecco il risultato di questa politica: l’arroganza indifferente dei pubblici poteri, supportati da enormi interessi privati, verso qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza, qualsiasi parola di libertà che revochi in dubbio la legittimità di questa forma spettrale di Stato. Perché una diversa sentenza avrebbe, almeno in questo primo grado di giudizio, dimostrato come la libertà di parola, di espressione e di organizzazione, sbandierata nella retorica costituzionale, venga declinata in maniera sistematica come problema di ordine pubblico, mezzo di gestione della precarietà.

Il copione è sempre uguale: in questo paese si muore di resistenza a pubblico ufficiale e di devastazione e saccheggio. Di tonfa, cariche scellerate, omicidi compiuti dalle forze dell’ordine vivono quei poteri che portano morte. Carlo Giuliani, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Carmelo Castro, Stefano Frapporti, Franco Mastrogiovanni e chissà quanti altri sono morti per mano dello Stato, che non esita a proporre il carcere, - e che carceri! - come strumento di riabilitazione; boccia qualsiasi provvedimento di clemenza e archivia le responsabilità dei mandanti degli omicidi.

Ma è bene ricordare che queste responsabilità non si scontano chiudendo in cella guardie e sottotenenti, generali e colonnelli, con buona pace dei manettari ferventi e dei movimenti giustizialisti. Si scontano facendo giustizia, proponendo la giustizia come rivendicazione sostanziale di pubblico bene, come terreno di lotta in cui può aver luogo la riappropriazione generale della vita, la sua naturale valorizzazione, in questo caso dentro e contro il potere di violazione dello Stato. Ecco perché c’è da chiedersi quale senso può ancora avere il diritto come difesa dei singoli nel tempo dello stato permanente d’eccezione, e chiederselo forse prima di “vestire” con esso i beni comuni.

Perché se ancora c’è speranza di realizzare istituzioni del comune, una res publica dei singoli in cui la giustizia sociale sia il fondamento della legittimità e della libertà, è forse tempo di abbandonare qualsiasi forma del diritto, perché inadeguata ormai nel mediare i conflitti per la vita che i poteri pubblico e privato innescano, sicuri di vincere. Varrebbe invece la pena, come lucidamente affermava Michel Foucault, “anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, mettere l'accento sulla giustizia in termini di lotta sociale”.

Disobedience Archive

Gabriele Francesco Sassone

Cosa significa «dire di no» oggi, e come si può rappresentare la disobbedienza? Con questa domanda prosegue il viaggio di Disobedience Archive, «un archivio ongoing, mai concluso, come una geografia orizzontale sulle forme della disobbedienza sociale, sulle organizzazioni dei movimenti, sulla composizione politica delle lotte e sulle rivendicazioni dal basso» lo definisce il curatore Marco Scotini nel testo che accompagna la mostra. Dopo l’ultima tappa presso il Media Lab del MIT di Boston, nella quale Nomeda e Gediminas Urbonas progettarono una sorta di orto comunitario interno, integrato agli spazi dell’istituto, fino al 2 settembre Disobedience Archive sarà allestito in Svezia al Bildmuseet di Umea. Proprio perché questo archivio, composto da opere video, fin dalla sua prima apparizione nel 2005 non ha mai assunto una forma definitiva, ma ha sempre saputo sfuggire alle logiche della rappresentanza, il display costruito al Bildmuseet è una sorta di parlamento rovesciato realizzato da Celine Condorelli. Nel dare voce alle pluralità dissidenti contemporanee, l’artista italo-inglese ha trasformato il corpo legislativo di uno Stato in un luogo dove le nuove forze della resistenza ridefiniscono i rapporti con il potere e le forme di rappresentazione. Il parlamento, quindi, si trasforma in una stazione temporanea la cui struttura è all’opposto dalle modalità politiche delle moltitudini disobbedienti.

24 monitor, disposti lungo le ali del parlamento, danno origine a otto sezioni: «1977 the italian exit» si focalizza sui movimenti degli anni Settanta e comprende, tra gli altri, «Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro» (1976) di Alberto Grifi, in cui il regista «disobbedisce» al proprio ruolo consegnando la telecamera ai manifestanti; «Protesting capitalist globalization» guarda ai nuovi movimenti contro la globalizzazione (da quelli di Seattle del 1999 fino alle proteste per il G8 di Heiligendamm del 2007); «Reclaim the streets» raccoglie alcune esperienze di forme sperimentali di educazione e comunità che ridefiniscono anche la funzione dello spazio pubblico; «Bioresistance and society of control»è dedicata alle manifestazioni di resistenza alle politiche di controllo e appropriazione delle risorse attuate dalle multinazionali farmaceutiche e dalla grande distribuzione alimentare; «Argentina fabrica social» esplora invece le pratiche di attivismo in Argentina durante la crisi economica del 2001; «Disobedience east» si concentra sull’arte politica emersa nell’Europa centrale e orientale dopo il periodo comunista, mentre «Disobedience university» descrive i processi di formazione radicale; infine, conclude il percorso la nuova sezione «The arab dissent».

Quest’ultima, dedicata alle rivoluzioni arabe e ai loro processi di trasformazione politica durante l’era della globalizzazione, dimostra il carattere reattivo e la capacità di Disobedience Archive di assorbire e riconfigurarsi. Se da un lato la struttura di un archivio si costruisce come un sovrapporsi stabile e organizzato di documenti, dall’altro deve essere sensibile ai mutamenti della Storia. Ed è proprio in questo aspetto che Disobedience Archive mi ha sorpreso: nel dare spazio, per esempio, a contributi come quelli di Mosireen, un collettivo de Il Cairo autore di un video-archivio online i cui protagonisti sono i documenti delle persone che hanno partecipato alle sommosse. In questo caso non è il prodotto di un’individualità artistica a essere esibito, bensì le testimonianze in presa diretta che spesso privilegiano nuovi strumenti di registrazione e di distribuzione: non più la telecamera, ma l’iPhone; non più un supporto fisso, ma il file digitale. In ultima analisi, quelle proposte da Disobedience sono opere che non si caratterizzano come antagoniste di un potere politico preciso, ma, attraverso la volontà di non obbedire, definiscono un orizzonte di nuove soggettività indipendenti.

Verso una rivoluzione urbana

David Harvey

Viviamo in tempi in cui l’ideale dei diritti umani si è posto al centro della scena dal punto di vista politico ed etico. Si impiega molta energia politica nel promuovere, proteggere e diffondere la loro importanza per la costruzione di un mondo migliore. La maggior parte dei concetti più comuni sono basati sull’individualismo e sulla proprietà e, in quanto tali, non fanno nulla per mettere in discussione le logiche egemoniche liberiste e neoliberiste del mercato e i modelli neoliberali di legalità e di azione statale. Dopo tutto, viviamo in un mondo in cui il diritto alla proprietà privata e la ricerca del profitto hanno sopraffatto qualsiasi idea concepibile dei diritti umani. Ma ci sono casi in cui l’ideale dei diritti umani prende una direzione collettiva, come quando si impongono all’attenzione i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e delle minoranze etniche (un’eredità del movimento operaio tradizionale e, per esempio, del movimento per i Diritti Civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti, che ha avuto un’impostazione collettiva e una risonanza globale). Tali lotte per i diritti collettivi hanno, in alcuni casi, prodotto risultati importanti.

Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere, in giro per il mondo, di svariati movimenti sociali che rivendicano questo diritto. Come definirlo, dunque? Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. Se la città è il mondo che l’uomo ha creato, è di conseguenza il mondo in cui è condannato a vivere. E così, indirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso”. Se Park ha ragione, la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita desideriamo, che valori estetici riteniamo nostri.

Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. È inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezza della natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze sociali possenti. L’incredibile velocità e ampiezza dell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità? Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato a brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano?

Questo tipo di domande ha impegnato, nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione. Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e malcontento, ma anche di entusiasmo, che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il vortice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte le città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni Unite dipingono come “un pianeta degli slum”?

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendo fare, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale. […] Questo diritto collettivo, che può essere sia una parola d’ordine programmatica sia un ideale politico, ci riporta all’annosa questione di chi controlla la stretta relazione fra l’urbanizzazione, la produzione e l’uso delle eccedenze. Forse, dopo tutto, aveva ragione Lefebvre quando più di quarant’anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione nella nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di David Harvey, «Il capitalismo contro il diritto alla città» in uscita il 20 giugno per ombre corte.

Le lotte dei pescatori

Nicola Fanizza

Tra le immagini trasmesse dai Tg del 25 gennaio – relative alla protesta di centinaia di pescatori in piazza Montecitorio a Roma –, mi ha colpito in modo particolare l’ombra di uno striscione portato dai marinai di Mola di Bari, il paese in cui sono nato e in cui ho vissuto la mia giovinezza. Da qui i fantasmi relativi a quel periodo della mia vita mi hanno indotto a ripensare a un lontano settembre, allorquando il «Comitato Marinai Studenti» si fece promotore di un’azione di lotta contro gli armatori che coinvolse l’intera marineria del mio paese. Ciò che mi resta dell’atmosfera di quel crepuscolo dell’estate del ‘69 è il sapore del tempo. Si trattava di un tempo qualitativamente diverso, insolito, dilatato e, insieme, sospeso.

A noi studenti e ai giovani marinai venne offerta la possibilità di vivere una seconda infanzia: proprio perché non avevamo niente da fare o da progettare, ci abbandonavamo all’istinto e all’effervescenza magmatica del momento; vivevamo una dimensione di tempo senza tempo. Le nuove forme di sociabilità come le assemblee, il fumare assieme la stessa sigaretta e, in modo coestensivo, l’antico rituale dei giochi di birra, contribuivano ad addomesticare la distanza fra noi studenti e i marinai. Molti allora presero la parola per la prima volta, altri, invece, ascoltavano. Nondimeno eravamo comunque tutti convinti di poter cambiare il mondo! L’esito di quella lotta fu positivo. I pescatori ottennero un nuovo contratto che prevedeva: una nuova e più equa ripartizione del pescato fra armatori e marinai; il salario minimo garantito; e, infine, il diritto di fruire delle ferie.

In quell’inedito spazio sociale il filo dei rapporti amicali consentì la produzione di un tessuto di relazioni che continuò per alcuni anni. Di fatto a quella lotta avevano partecipato – accanto ai pescatori che erano imbarcati sui pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia e ai pescatori dediti alla pesca locale – un cospicuo numero di giovani marittimi che in seguito si tennero in contatto con i membri più anziani del comitato. Il leader del «Comitato Marinai Studenti», Carlo Moccia, aveva rapporti epistolari con molti marinai imbarcati sulle navi nonché con i pescatori presenti sui pescherecci che operavano a Siracusa, Mazara del Vallo, Ancona, ecc. Tuttavia col passare del tempo quel filo si spezzò soprattutto per la difficoltà di individuare l’identità del nemico da combattere, poiché il mondo dei pescatori è un mondo composito e variegato: accanto agli armatori possessori di molte barche, vi sono piccoli proprietari di natanti a gestione familiare.

Tornando al tempo presente non è inutile rilevare che la serrata di questi ultimi gironi non è stata decisa dai salariati, ma dai piccoli proprietari di pescherecci e dagli armatori. Di fatto questi ultimi vengono chiamati dal governo della Ue a pagare un conto che non è in alcun modo paragonabile a quello che i nostri marittimi hanno già pagato a caro prezzo a partire dagli inizi degli anni Ottanta. Dopo l’elezione di Ronald Reagan a presidente degli USA, le politiche liberiste contribuirono a determinare una crisi progressiva della marineria italiana. Le grandi compagnie di navigazione con sede nei cosiddetti paradisi fiscali (Montecarlo, Panama, Liberia, ecc.) – pur continuando, inizialmente, a mantenere in servizio ufficiali italiani – hanno sostituto la bassa forza, reclutando marittimi in Corea del Sud o nelle Isole Filippine, pagandoli di meno.

Da qui l’origine di una crisi irreversibile che portò alla disperazione migliaia di marittimi che furono abbandonati al loro destino di disoccupati o di precari. D’altra parte, il lavoro sulle navi diventò un inferno. La necessità di comunicare fra i diversi membri dell’equipaggio attraverso la lingua inglese ha sortito, a volte, conseguenze esiziali. Un direttore di macchina mi ha raccontato il seguente episodio: un marittimo coreano, non riuscendo a capire ciò che gli veniva comandato in lingua inglese, per la disperazione si era dato un colpo di martello sulla fronte, procurandosi un’ampia ferita. Il giorno dopo, quello stesso direttore di macchina chiese di sbarcarsi!

Nelle agitazioni del mese di gennaio, i proprietari di barche hanno protestato contro il governo italiano per l’aumento del prezzo del gasolio. Tuttavia, benché il 25 gennaio l’Ufficio Legislativo del ministero dell’Economia abbia chiarito che l’acquisto di carburanti non è assoggettato all’IVA, la protesta è continuata: evidentemente il rincaro del gasolio non è il fattore determinante della protesta, nella quale entrano in gioco altre motivazioni. Di fatto i proprietari di barche non temono tanto quello che il governo italiano può fare, oggi, contro i loro interessi quanto quello che – tenuto conto dell’atteggiamento servile di Monti rispetto alle direttive della Comunità Europea! – non sarà in grado di fare, per difendere gli interessi dei pescatori, quando l’Ue approverà il nuovo Piano Comune per la Pesca. Si tratta di un piano che prevede: la licenza a punti; la pesca con reti a maglia larga; l’obbligo di dotarsi di strumentazioni Gps; l’obbligo per le piccole barche di pescare oltre il miglio e mezzo dalla costa, ecc.

Molte di queste misure sono sacrosante e condivisibili e tuttavia non trovano il consenso soprattutto dei proprietari di barche: essi dicono che la pesca a maglie larghe sortirà una diminuzione sensibile del pescato: «prenderemo solo l’acqua!»; e secondo il presidente della Federpesca, la norma della patente a punti è in grado di «dimezzare la flotta peschereccia italiana». L’uso delle nuove reti determinerà sicuramente una diminuzione del pescato. Ma non è detto che in futuro tale riduzione produca necessariamente una diminuzione dei redditi dei pescatori: una minor offerta di pesci sul mercato porterà probabilmente a un aumento dei prezzi e i pescatori possono persino veder lievitati i propri guadagni. D’altra parte, la patente a punti – già prevista da una legge del 2009 – si configura, a sua volta, come una misura finalizzata a contrastare la pesca illegale e prevede che i pescatori siano soggetti, dopo un determinato numero di infrazioni, al ritiro della licenza di pesca.

I pescatori sono comunque consapevoli del fatto che la Comunità europea vuole che in Italia si peschi di meno. Da qui la loro angoscia per ciò che potrà accadere. La loro protesta, pur giovandosi del consenso delle diverse forze politiche, non è tuttavia condivisa dalla popolazione che vive nei paesi di mare. Qui si è ormai consolidata una nuova coscienza ecologica in difesa del mare e del suo futuro. Tutti condannano la pesca a strascico nelle zone di riproduzione. E per di più sono consapevoli del fatto che, accanto alla stragrande maggioranza dei pescatori che rispettano scrupolosamente le norme che regolano la pesca, vi sono, purtroppo, anche alcuni proprietari di barche che si comportano come degli autentici bracconieri del mare. Questi ultimi non si accontentano di praticare la pesca di frodo solo in alcune occasioni, come è «consentito» dai nuovi regolamenti, vogliono farlo tutto l’anno!

Nel concludere queste brevi note, ripenso a quella breve e, insieme, intensa esperienza dell’estate del 1969. Ebbene, rispetto a quell’esperienza, uno può sempre dire che in fondo è durata poco. Certo è durata poco, eppure dura ancora!