Capricci teologici

Augusto Illuminati

Nella grande tradizione teologica mediterranea del monoteismo che, con varie commistioni neo-platoniche, va da Filone d’Alessandria allo Pseudo-Dionigi, dagli gnostici al sufismo e all’illuminazionismo iranico, da Agostino e Tommaso a Meister Eckhart, abbondano i paradossi che vertono intorno a due punti chiave: la creazione che responsabilizza il creatore del male e dell’uso peccaminoso del libero arbitrio, il trovarsi Dio al di qua dell’essere e della forma, dunque in una luminosissima caligine che solo una totale e remissiva ignoranza può penetrare. Ne offrirà una buona sintesi, al di là dell’Atlantico, Philip K. Dick nella trilogia Valis. Per quanto prediligesse le anfetamine, l’autore finiva per suggerire l’incarnazione della compassionevole Sapienza nel fungo allucinogeno anokhi. Solo che non si trova soltanto nel deserto del Mar Morto, ma è diffuso – questo è il tratto geniale della conclusione – nei luoghi più impensati.

Certamente a Roma, Berlino e Bruxelles, a scorrere imparzialmente i più recenti eventi, di quel fungo hanno fatto scorpacciate. Prendiamola alla lontana: successore privilegiato della teologia è, a partire almeno dai Physiocrates di metà Settecento, l’economia, con la differenza che mentre la teologia classica aveva sempre più preso le distanze dall’astrologia teurgica platonizzante, l’economia post-keynesiana si è gradualmente accostata, con minori esiti previsionali, alle pratiche astrologiche. Vediamone qualche capitolo, ricorrendo alla forma devozionale del rosario.

Primum mysterium gaudiosum, Annuntiatio (effetto annuncio). L’abbiamo fatta finita con lo scandalo delle pensioni facili, abbiamo prolungato l’età del ritiro e diminuito l’entità delle retribuzioni per incoraggiare a lavorare di più. Così i giovani troveranno più facilmente lavoro. Stessa logica non standard che facilitando fiscalmente gli straordinari cresce l’occupazione. Peccato che la disoccupazione giovanile galoppi oltre il 36%. Inoltre ci siamo ritrovati 300.000 esodati senza salario e senza diritto alla quiescenza, pur avendo pagato tutti i contributi prescritti. E pensare che al Lavoro ci sta una prof ordinaria e meritocratica di Economia (ben poco titolata su Google Scholar, ma, cazzo, mica siamo l’Anvur), madre di associata e piangente, e a vice-ministro il più giovane ordinario italiano di Diritto del Lavoro, il monolibro Michel Martone. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Primum mysterium dolorosum, Agonia in hortu (stagnazione recessiva). Abbiamo reso, con voto di fiducia bi-partisan, seguito da Adoremus di A. Finocchiaro), più facili i licenziamenti e più precari i contratti di ingresso al lavoro, per stimolare le imprese ad assumere e far ripartire produttività e occupazione. Risultati assai dubbi, cadono tutti gli indici statistici relativi a produzione industriale, occupazione e consumi, sale soltanto l’inflazione, ma Monti è andato tutto contento a Bruxelles e poi alla deludente finale di Kiev, mentre Napolitano è apparso soddisfatto e Marchionne si è rivelato studioso di folklore. Lo sviluppo è affidato alle cure di Passera, indagato per elusione fiscale, dunque ben rappresentativo della tradizione imprenditoriale nostrana. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Mysteria gloriosa 1-5: Resurrectio, Ascensio, Descensus Spiritus Sancti, Assumptio, Coronatio in coelis (missione trionfale di Monti a Bruxelles). Abbiamo salvato l’euro (e le banche), sconfitto l’Anticristo, buttato a mare la Grecia, adesso tutto andrà bene, basta che si proceda alla spending review e a licenziare un po’ di fannulloni statali, tanto i sindacati strillano e non muovono un dito. Oddio, qualche divergenza teologica c’è, com'è giusto che sia: ci sta la fazione predestinazionista agostiniano-luterana (il Corsera-Rcs e Giavazzi), che tifa per la Merkel e vogliono riforme neo-liberiste pure e dure anche in Italia, la fazione pelagiana (gruppo Espresso-Repubblica e Pd a rimorchio), che sostengono un mix di rigore e compassione e sognano un riformismo europeo. Fantasticano addirittura di vincere le elezioni e andare al governo con Casini.

Infine, i cani che abbaiano alla culona e sostengono che Monti porta sfiga. Nulla di nuovo, solo che teologi e bestemmiatori di altri tempi scrivevano un po’ meglio, ma si sa, nessuno è perfetto. Il trionfo addolcisce la nuova ondata di sacrifici, se poi il trionfo non c’è stato e la crisi continua come prima, se non peggio, pazienza, anzi Amen. Venissimo a capi’ che so’ misteri.

Verso una rivoluzione urbana

David Harvey

Viviamo in tempi in cui l’ideale dei diritti umani si è posto al centro della scena dal punto di vista politico ed etico. Si impiega molta energia politica nel promuovere, proteggere e diffondere la loro importanza per la costruzione di un mondo migliore. La maggior parte dei concetti più comuni sono basati sull’individualismo e sulla proprietà e, in quanto tali, non fanno nulla per mettere in discussione le logiche egemoniche liberiste e neoliberiste del mercato e i modelli neoliberali di legalità e di azione statale. Dopo tutto, viviamo in un mondo in cui il diritto alla proprietà privata e la ricerca del profitto hanno sopraffatto qualsiasi idea concepibile dei diritti umani. Ma ci sono casi in cui l’ideale dei diritti umani prende una direzione collettiva, come quando si impongono all’attenzione i diritti dei lavoratori, delle donne, dei gay e delle minoranze etniche (un’eredità del movimento operaio tradizionale e, per esempio, del movimento per i Diritti Civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti, che ha avuto un’impostazione collettiva e una risonanza globale). Tali lotte per i diritti collettivi hanno, in alcuni casi, prodotto risultati importanti.

Voglio qui esaminare un altro tipo di diritto collettivo, quello alla città, nel contesto di un rinato interesse per le idee di Lefebvre al riguardo e dell’emergere, in giro per il mondo, di svariati movimenti sociali che rivendicano questo diritto. Come definirlo, dunque? Il noto sociologo urbano Robert Park scrisse tempo fa che “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, [la città] è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito. Se la città è il mondo che l’uomo ha creato, è di conseguenza il mondo in cui è condannato a vivere. E così, indirettamente e senza una chiara consapevolezza della natura delle proprie azioni, l’uomo, nel creare la città, ha ricreato se stesso”. Se Park ha ragione, la questione di quale tipo di città vogliamo non può essere separata da altre questioni: che tipo di persone vogliamo essere, che rapporti sociali cerchiamo, che relazione vogliamo intrecciare con la natura, che stile di vita desideriamo, che valori estetici riteniamo nostri.

Perciò il diritto alla città è molto più che un diritto di accesso, individuale o di gruppo, alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. È inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?

Se, come sostiene Park, ci è finora mancata una chiara consapevolezza della natura del nostro compito, sarà anzitutto utile riflettere sul modo in cui, nel corso della storia, siamo stati formati e riformati da un processo urbano messo in moto da forze sociali possenti. L’incredibile velocità e ampiezza dell’urbanizzazione negli ultimi cent’anni, per esempio, significa che siamo stati ricreati diverse volte senza sapere come, perché e a che scopo. Questa urbanizzazione impressionante ha contribuito al benessere dell’umanità? Ci ha reso persone migliori o ci ha lasciato a brancolare in un mondo di anomia e alienazione, di rabbia e frustrazione? Siamo diventati delle semplici monadi scagliate a caso nel mare urbano?

Questo tipo di domande ha impegnato, nel XIX secolo, pensatori diversi come Friedrich Engels e Georg Simmel, che hanno offerto analisi acute dei soggetti che stavano allora emergendo a seguito della rapida urbanizzazione. Ai nostri giorni non è difficile enumerare tutti i tipi di ansia e malcontento, ma anche di entusiasmo, che si realizzano nel corso di trasformazioni urbane ancora più rapide. Eppure sembra che, per qualche motivo, ci manchi il coraggio per una critica sistematica. Il vortice del cambiamento ci travolge, anche se ovviamente le domande rimangono. Che fare, ad esempio, dell’immensa concentrazione di ricchezza, privilegi e consumismo in quasi tutte le città del mondo, nel mezzo di quello che le Nazioni Unite dipingono come “un pianeta degli slum”?

Rivendicare il diritto alla città nel senso che qui intendo fare, significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite, agendo in modo diretto e radicale. […] Questo diritto collettivo, che può essere sia una parola d’ordine programmatica sia un ideale politico, ci riporta all’annosa questione di chi controlla la stretta relazione fra l’urbanizzazione, la produzione e l’uso delle eccedenze. Forse, dopo tutto, aveva ragione Lefebvre quando più di quarant’anni fa insisteva nel dire che la rivoluzione nella nostra epoca sarà urbana o non sarà nulla.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di David Harvey, «Il capitalismo contro il diritto alla città» in uscita il 20 giugno per ombre corte.

Galera Italia. Lo stato presente delle cose

Valerio Guizzardi

I provvedimenti governativi degli ultimi anni in fatto di sicurezza, Giustizia e carcere ci suggeriscono che un vento di restaurazione sta spazzando il nostro paese portando con sé diritti civili acquisiti in anni di lotte sociali e garantiti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. In un contesto politico in cui ai valori si sostituiscono gli interessi delle oligarchie finanziarie criminali internazionali, arrivano a flusso imponente e continuo decreti legge d’urgenza che impongono pesanti restrizioni ai più elementari diritti di cittadinanza. Si va dallo smantellamento dei diritti sul lavoro e di manifestazione, all’abolizione del Welfare e delle politiche sociali, alla saturazione del Codice penale con una produzione inaudita, tutta ideologica, di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Per non parlare dell’irresponsabilità della gran parte dei media e di certi schieramenti politico-finanziari nel creare emergenze continue prendendo di mira, di volta in volta, particolari gruppi sociali e usare le vittime dei reati per incitare l’opinione pubblica all’odio razziale e xenofobo. I media per aumentare l’audience quindi i profitti, i politici per incassare vantaggi sul piano del mercato elettorale. In ambedue i casi a nessuno importa dei danni procurati alla coesione sociale, di scatenare guerre tra poveri se possono perseguire i loro privati interessi materiali.

L’estorsione del consenso a mezzo di terrore è un meccanismo perverso che produce un’infinità di danni collaterali tra i quali, ogni giorno più evidente, la carcerazione non necessaria. Da una parte si impone l’inasprimento della povertà degli ultimi nella scala sociale e dall’altra ci si attrezza per prevenire con misure sempre più illiberali e repressive il conflitto sociale generalizzato che inevitabilmente arriverà. L’idea di una gestione autoritaria della crisi economica, infatti, esige uno stato d'eccezione legislativa permanente. Si tenta così di conservare ricchezze, potere e poltrone da parte di un’accozzaglia di comitati d’affari che qualcuno, contro ogni evidenza, chiama ancora Partiti e si scarica la crisi sul lavoro dipendente e su milioni di famiglie appartenenti agli strati meno abbienti.

Ma come l’esperienza c’insegna, se si risponde con lo Stato Penale alle turbolenze sociali, non si può ottenere che la radicalizzazione delle stesse. Se si assume come strutturale la precarizzazione del rapporto di lavoro, si aumentano i profitti d’impresa ma s’implementa di conseguenza l’allargamento dell’esclusione sociale, universalmente riconosciuta come principale fonte di devianza. Se si assume come normale che la pena insiste non più solo sul reato ma sull’individuo per le sue caratteristiche, si riempiono le carceri e i Cie di immigrati. Se al disagio giovanile si risponde con politiche proibizioniste, si riempiono le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Se, più in generale, si persegue l'ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere il feticcio del denaro e l'arricchimento ad ogni costo, non si fa altro che istigare al reato.

Ecco perciò come la pena detentiva assume un’importanza strategica, ancora di più oggi, travolti da una recessione globale di cui ancora non si conoscono la reale portata e i confini. Il carcere, dunque, come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali subalterne ritenute pericolose. Definiamo quindi di tutta attualità ed emergente il concetto di Carcere Sociale quale dispositivo normalizzatore biopolitico-statuale per il controllo e il disciplinamento dei corpi risultanti dall’eccedenza del lavoro vivo nella produzione materiale o cognitiva che sia.

Ciò nondimeno assistiamo sgomenti, dopo aver sorpassato la soglia di 67.000 detenuti, al ripetersi sempre uguale del teatrino dei politici di turno intento a proporci soluzioni populiste, a effetto mediatico di solo annuncio come la costruzione di nuovi istituti di pena in «project financing» (Decreto Monti «Salva Italia», Art.43) o al Decreto solo cosmetico e demagogico «Pacchetto Severino», detto anche «Svuota carceri», inventato di sana pianta per non svuotare proprio nulla. In altre parole si continua a ballare spensierati sul ponte del Titanic nonostante l’iceberg sia già bene in vista. Del resto le cifre del disastro carcerario sono note e si assestano tristemente a un detenuto morto ogni due giorni per malasanità e a un suicidato ogni quattro giorni. Negli ultimi dieci anni nell’intero circuito penale si sono avuti complessivamente duemila morti. Una vera strage, una strage di Stato.

Eppure gli osservatori più attenti ancora capaci di un pensiero autonomo, oltre all’associazionismo carcerario che, di fatto, vive accanto ai detenuti per supplire alle colpevoli mancanze delle Amministrazioni, le indicazioni le hanno date e non da oggi: abolizione delle leggi carcerogene come la Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ex Cirielli sulla recidiva, la Giovanardi sulle droghe. Poi l’abolizione dell’ergastolo, la radicale diminuzione dell’uso della custodia cautelare in carcere, una riforma per un Codice penale minimo, l’ampliamento e una corretta esecuzione della Legge Gozzini unitamente a una forte limitazione del potere discrezionale in sentenza della Magistratura di Sorveglianza. E non ultimo l’inserimento nel Codice penale del reato di tortura. Questo solo per cominciare.

Ma nell’immediato occorre un provvedimento di amnistia e indulto che sfolli le carceri di almeno trentamila detenuti, condizione necessaria per fermare la strage e per mettere in campo contestualmente le riforme di cui prima. Altre soluzioni non ve ne sono, tutto il resto non sono altro che chiacchiere petulanti e/o pelosi interessi.

La fabbrica dell’uomo indebitato

Maurizio Lazzarato

In Europa la lotta di classe, così come è accaduto in altre regioni del mondo, si manifesta e si concentra oggi intorno al debito. La crisi del debito minaccia anche gli Stati Uniti e il mondo anglosassone, paesi dai quali ha avuto origine non solo l’ultimo crollo finanziario, ma anche e soprattutto il neoliberismo. La relazione creditore-debitore, che definisce il rapporto di potere specifico della finanza, intensifica i meccanismi dello sfruttamento e del dominio in maniera trasversale, perché non fa alcuna distinzione tra lavoratori e disoccupati, consumatori e produttori, attivi e inattivi. Tutti sono dei «debitori», colpevoli e responsabili di fronte al capitale, che si manifesta come il Grande Creditore, il Creditore universale. Una delle questioni politiche maggiori del neoliberismo è ancora, come illustra senza ambiguità la «crisi» attuale, quella della proprietà, poiché la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari (del capitale) e non proprietari (del capitale). Attraverso il debito pubblico, la società intera è indebitata, cosa che non impedisce, ma anzi esaspera «le diseguaglianze», che è tempo di chiamare «differenze di classe». Leggi tutto "La fabbrica dell’uomo indebitato"

Operetta in nero

Andrea Liberovici

Un palcoscenco distrutto. Senza sipario. E’ chiaramente un luogo abbandonato da molti anni, incuria, erbacce, pozzanghere. Un grande buco sul fondo della parete scrostata va verso l’alto, come una ferita. E’ una ferita da cui scendono rivoli d’umidità e gocce d’acqua e cala un groviglio di tubi sventrati. Dal buco partono due passerelle elevate, come se fossero un ponteggio abbandonato, e che tagliano la scena in due venendo verso il proscenio. Sul palcoscenico, sulla destra un lettino d’ospedale e delle vecchie sedie sparse. Una botola collega al soppalco, in proscenio.

Scena 4 – Luce

Generale, un uomo corpulento

Bolla, un ragazzo magro

G: (Seduto sulla sedia come all’inizio, spalle al pubblico, tra sé. Solo. Non si accorge che Bolla non c’è) La notte dei cristalli… infranti… non la poteva prevedere nessuno. E non è stata certo nostra responsabilità. (Pausa) Tu non ti sei accorto di nulla. Eri sotto. Ma quando sono esplosi i satelliti, si sono spente tutte le televisioni… i telefoni… le connessioni del pianeta… in quel momento preciso, in cui tutto si è azzerato, ho capito la vera portata del nostro lavoro… e la sua fragilità. Leggi tutto "Operetta in nero"

Il che fare di Pomigliano

Mario Tronti

[apparso su "il manifesto" del 25 giugno 2010; l'articolo è stato poi postato su http://www.federazionedellasinistra.com/federazione/?p=2193]

Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall’interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l’arco di sviluppo della vicenda, fino all’esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l’ha alzata imprudentemente è stato l’intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
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Il neoliberismo contro il resto del mondo

Lelio Demichelis

Syriza in Grecia. E ora, in Spagna, Podemos. Un movimento di sinistra radicale diventato partito, con una crescita dei consensi spettacolare che in pochi mesi lo hanno fatto diventare, secondo i sondaggi il primo partito nazionale, scardinando il pensiero unico di popolari e socialisti e dando alla Spagna una possibile via d’uscita non populista alla crisi innescata dalle politiche neoliberiste europee. Dunque, forse l’Europa non morirà neoliberista ma resusciterà democratica e neokeynesiana.

Democratica in termini di democrazia politica e soprattutto di democrazia economica. Molti cominciano a capire che quel capitalismo che aveva promesso cose mirabolanti offrendo prima i gettoni del telefono e ora l’iPhone, quel capitalismo che li aveva vezzeggiati e coccolati accettando di democratizzarsi almeno un poco negli anni 1945-1979 (i trenta gloriosi), producendo benessere, attivando un efficiente sistema di ascensori sociali, ridistribuendo i redditi e controllando i mercati, oggi non si pone problemi (per salvare se stesso e disciplinare e assoggettare individui e società) nell’imporre un poderoso impoverimento di massa, nel rivendicare tutto il potere per sé, nel far ridiscendere negli scantinati coloro che erano saliti sui vecchi ascensori sociali.

Ma questa non è una eterogenesi dei fini, è un altro modo capitalistico di raggiungere gli stessi fini (la propria egemonia come capitalismo), ovvero la trasformazione del cittadino/soggetto della rivoluzione francese in oggetto capitalista della rivoluzione industriale (lavoratore e consumatore prima, oggi imprenditore di se stesso e consumatore e nodo di una rete) – posto che il capitalismo vuole essere una antropologia non limitandosi ad essere solamente un’economia. E per questo non cessa di addestrare ciascuno a diventare uomo economico, merce in vetrina e capitale umano. Oggi con flessibilità e precarietà di lavoro e di vita perché tutti si adeguino just in time alle esigenze dei mercati. Alla fine, il capitalismo sembra avere appunto conquistato l’egemonia, culturale oltre che economica, il neoliberismo di questi ultimi trent’anni essendo una nuova fase estremistica del vecchio capitalismo.

Forse (forse) non moriremo neoliberisti, ma certo Grecia, Spagna e un pezzo d’Italia (una parte del sindacato, fatta non solo di pensionati e di nostalgici del vecchio lavoro novecentesco secondo le retoriche renziane, ma anche di giovani e studenti che non sanno cosa siano i gettoni del telefono ma sanno benissimo cosa sia il neoliberismo in termini di precarizzazione, disuguaglianze, oligarchie), sono ancora poca cosa rispetto alla violenza strutturale del neoliberismo (del capitalismo), come evidente dai risultati delle elezioni di mid-term americane e dal trionfo dei repubblicani e del populismo del denaro e dell’egoismo.

Ma se il capitalismo vuole essere un'antropologia prima che un modello economico, allora la battaglia di contrasto in nome di libertà e democrazia è in primo luogo culturale e politica. E per questo è utile l’ultimo saggio breve di Marco Revelli, uscito negli Idòla di Laterza e chiarissimo già nel titolo: La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero! Un saggio (ricchissimo di dati e di analisi empiriche) che si lega a precedenti letture simili della crisi, come quelle di Mario Pianta, Luciano Gallino, Joseph Stiglitz e ora anche Thomas Piketty.

Per un certo capitalismo, ricorda Revelli analizzando in particolare la curva di Laffer e la curva di Kuznets (modelli scientificamente inconsistenti ma molto alla moda negli anni scorsi), la disuguaglianza o almeno una certo tasso di disuguaglianza è necessaria per garantire lo sviluppo economico. Così come un elevato tasso di inquinamento nelle fasi di decollo dell’economia, destinato poi ad essere riassorbito con il miglioramento delle tecnologie utilizzate e il benessere prodotto. E invece oggi le disuguaglianze sono cresciute, la crisi globale è pesantissima e anche l’ambiente non sta troppo bene, come sintetizzato drammaticamente dall’ultimo rapporto dell’Ipcc dell’Onu.

Prometteva grandi cose, il neoliberismo, ultima ideologia del ‘900 tracimata disastrosamente nel nuovo secolo. Grazie all’happy end promesso dalla teoria del gocciolamento, ovvero: una politica favorevole ai più ricchi finirebbe per produrre effetti positivi sull’insieme, gocciolando appunto dall’alto verso il basso, anche sulle fasce basse della popolazione per “una sorta di forza di gravità naturale, senza che l’intervento dello Stato arrivi a turbare o inceppare il meccanismo”.

È accaduto esattamente il contrario, a dimostrazione, aggiungiamo, che gli economisti neoliberisti erano e sono apprendisti stregoni che hanno giocato e ancora giocano irresponsabilmente con la magia della mano invisibile, in realtà perfettamente coerenti e funzionali a quella (Revelli) “opzione disegualitaria (o, più apertamente, anti-egualitaria) che è stata – e in buona misura continua ad essere, anche se più mascherata – parte integrante della dogmatica neoclassica che ha offerto il proprio hardware teorico all’ideologia neoliberista fin dall’origine della sua lotta per l’egemonia, alla fine degli anni Settanta e per tutto il corso degli anni Ottanta del secolo scorso”.

L’uguaglianza non era più una virtù illuministica (virtù che era stata “l’idea regolativa sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili”), ma appunto diventava un vizio da rimuovere. Rovesciando il precedente paradigma socio-economico orientato alla costruzione di una società giusta e producendo al suo posto un nuovo paradigma basato sulla centralità del mercato e quindi su una società doverosamente ingiusta. Una lotta di classe vinta dunque dai ricchi contro tutti gli altri (che gliela hanno lasciata vincere senza reagire, affascinati dalle promesse del capitalismo consumistico prima e finanziario e in rete poi).

Revelli cita Keynes e la sua metafora delle giraffe: “Se lo scopo della vita è di cogliere le foglie degli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo migliore per raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morire di fame quelle dal collo più corto”. Ma questo è appunto il capitalismo. Vecchio o nuovo che sia. Resta allora validissimo il monito sempre di Keynes a non trascurare “le sofferenze delle giraffe dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e che vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il cattivo aspetto di ansietà e di voracità combattiva che copre i miti visi del gregge”.

Marco Revelli
La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero!
Laterza (2014) pp. 96
€ 9.00