Speciale / Che fare (del Sessantotto)

Nello Speciale:

  • Angelo Guglielmi, Riflessione sul '68
  • Lorenzo Madaro, L'arte ribelle del 1968

Riflessione sul '68

Angelo Guglielmi

Giulio Paolini, Autoritratto con il Doganiere

Il ’68 è l’anno in cui si realizza e conclude una sorta di liberazione degli uomini (e del loro agire, preparato e costruito dall’intero decennio sessanta (con inizio metà anni cinquanta) quando gli uomini e il loro agire si resero conto di essere imprigionati nelle strette di una cultura e tradizione sviante e non più capace di sostenere la vita del vivente. Una cultura tra idealismo e positivismo che era stata travolta dagli anni precedenti di fascismo e di guerra e aveva perduto l’attrezzatura ideologica (e dei comportamenti) in grado di far fronte alle “novità” che in campo economico, sociale e del pensiero creativo fragorosamente avevano fatto irruzione nel mondo e nella società italiana. Boom economico che trascinava gli italiani (ancora per oltre il 50% analfabeti) in un benessere che non erano in grado di gestire e di cui incassavano i vantaggi in modo disordinato e fuori coscienza; una situazione sociale in subbuglio con enormi masse in corsa migratoria (chi verso il Nord del Paese, chi verso terre lontane); una tradizione del sapere in crisi di vecchiaia con smarrimento dell’antica affettività (di sentimenti e modalità di relazione) e nascita di nuove imperiose aspirazioni-ambizioni che mancavano tuttavia di un contesto, di un cielo e di una respirazione in cui e con cui manifestarsi.

Appare ovvio che fossero coloro che hanno maggiore consuetudine con il pensiero (musicisti, pittori, scrittori) ad avvertire l’urgenza di nuovi convincimenti, di un rinnovamento (una rivolta con quel di improvvisato che le rivolte comportano) della modalità e delle forme in cui esprimersi, constatato che di quelle vecchie (che avevano ereditato) non riconoscevano più i segni. E tra questi per primi gli scrittori (primi nel senso che più facilmente potevano essere compresi dal pubblico dei fruitori con il quale condividevano l’uso della stessa lingua di base, parlando con le stesse parole). Sì, gli scrittori. A cominciare da Elio Vittorini che in anni ormai dimenticati lanciò la sfida del suo contestatissimo Politecnico,e poi, con obiettivi più immediati, i filosofi metafisici e del comportamento (da un Gramsci inaspettatamente attuale, all’esistenzialismo rinnovato di Enzo Paci, alle ricostruzioni marxiane di Banfi e poi, strette in senso artistico, di Luciano Anceschi) incoraggiati dai più prepotenti Nietzche, Husserl e Heidegger che inauguravano (e davano evidenza) ai nuovi spazi in cui alloggiare le possibilità e opportunità della vita.

Ma non vi è dubbio che poi vi fu qualcuno – certo non eviterò l’accusa di conflitto di interessi, oggi così spesso malamente diretta – vi fu qualcuno (ripeto) che ebbe la capacità di raccogliere le varie imperiose richieste del “diverso” e del nuovo provenienti dal fondo della cultura (e del complesso di interessi in cui si impiglia) e fonderle in una sintesi operativa (e come tutte le sintesi imperfetta e sospetta di parzialità), e questo qualcuno fu il Gruppo ’63 (che prese il nome dall’anno in cui nacque) che riuniva perlopiù giovani scrittori (ma non solo). E di qui, per non abusare, ripetendo propositi e analisi più volte espresse, corro direttamente alla conclusione. Diceva Umberto Eco (e da qualche parte deve pure trovarsi per iscritto) che il Gruppo ’63 svolgeva la sua opera di contestazione (efficace e anticipatrice) nel solo modo che allora le era possibile (farlo), cioè agendo sul linguaggio che, nella stretta struttura-sovrastruttura proposta dalla dialettica marxiana, appartiene a quest’ultima (alla sovrastruttura), tanto che il Gruppo prese atto dell’esaurimento della sua funzione proprio quando la struttura (cioè scuole, università, lavoro, scelte di vita e varietà di fedi e credenze) perse la copertura protettiva e divenne agibile a disposizione dei protagonisti reali (cioè studenti professori operai salariati donne monaci e l’intero complesso di interessi che caratterizzava la società). Altri, i più materialmente coinvolti, erano diventati i protagonisti della contestazione e Quindici – lo strumento pubblicistico del Gruppo – in una ultima riunione (proprio nella settimana in cui aveva raggiunto la più alta diffusione di vendite), decise di sospendere le sue pubblicazioni, pur tra qualche veemente opposizione. Era il mese di giugno 1969.

E su tutto questo, sull’impegno difficile e disperato cui l’intero decennio sessanta (con prodromi nel decennio precedente) aveva atteso per la costruzione (insieme a tutto il Paese) di una nuova cultura, la Galleria d’arte moderna di Roma organizza una discutibile mostra!

Intanto chiederei all'organizzatrice cosa c’entrano Anselmo e Merz - illustri protagonisti dell’arte povera – e cosa Paolini e De Dominicis – che svilupparono l’attività per cui sono riconosciuti negli anni settanta e successivi – cosa c’entrano con il ’68? Arte povera e concettuale (o quel che sia) sono forme d’arte che arriveranno dopo, fondate su premesse e intenzioni diverse da quelle che animavano gli artisti del decennio sessanta. Che (ripeto) erano impegnati a fare qualche conto con la storia (sonorità che pur non volendo devo adoperare) alla ricerca di nuovi modi di pensare prima che di fare. E allora perché il bellissimo autoritratto di Paolini o la palla rossa di De Dominicis (che stavo per schiacciare)? E perché la serie fotografica di Carla Cerati tra Mondo Cocktail e Ospedale di Gorizia? Solo perché (opere e fotografie) sono datate 1968? Ma allora non è una mostra di testimonianza ma di celebrazione. Il sospetto anzi la certezza l’ho avuto davanti alla scelta di Festa cinese in cui l’incolpevole (amato) Schifano, abituale abitante di sogni onirici, qui insolitamente guttuseggia, permettendo agli organizzatori di marcare con questa scelta (Festa cinese) la valenza di ufficialità con sottolineatura politica della mostra. Che è il segno più facile del significato del decennio sessantottesco. Immagino la risposta. Noi abbiamo preferito accennare a ciò che col ’68 nasce non ciò che (col ’68) si conclude. Ma se così avrebbe dovuto imporsi l’obbligo di una visione più larga (di una visione Paese) e allora occorreva situare il bellissimo (lo ripeto) autoritratto di Paolini dentro il ricordo non del Mondo Cocktail della Cerati ma (dentro il ricordo) di ben più gravi e tragici eventi.

è solo un inizio. 1968

Galleria Nazionale, Roma

fino al 14 gennaio 2018

L’arte ribelle del 1968

Lorenzo Madaro

Fernando De Filippi, V.I. Lenin nel 1920

È tempo di 1968, di riflessioni storiografiche su ciò che è avvenuto in quell’intenso torno di anni, come già rivelano i progetti espositivi che stanno iniziando a puntare uno sguardo sul quell’anno fatidico a qualche mese dal cinquantennale. E a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra. È solo l’inizio alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, la Galleria Credito Valtellinese di Milano ha aperto i suoi spazi per Arte ribelle. 1968-1978. Artisti e gruppi dal Sessantotto, un progetto espositivo più radicale, con circa ottanta opere scelte di nomi noti e meno noti di un decennio in cui le arti visive erano uno strumento di riflessione e impegno politico e sociale. E di lotta.

A Marco Meneguzzo, ideatore e curatore della mostra, spetta infatti il merito di aver ricostruito un decennio particolarmente fervido concentrandosi su uno specifico filone di ricerca – che a sua volta ha differenti declinazioni –, senza per forza confrontarsi a tutti i costi con nomi e movimenti arcinoti nella storiografia di quegli anni – Arte Povera, ma non solo, come accade nella mostra romana –, ma puntando una specifica attenzione soprattutto su nomi che finalmente stanno tornando al centro di un dibattito, anche per un generale clima di riflessione sugli anni Sessanta e Settanta, due decenni quanto mai paradigmatici per l’Italia e l’arte italiana.

Si fuoriesce dagli spazi deputati della cultura e dell’arte, si ignora l’ufficialità, si prediligono linguaggi plurali, pur non rinunciando alla pittura e all’immagine, ci si impegna nella scrittura programmatica: sono queste solo alcune delle vie di operatività in questo torno di anni, ma – come sottolinea il curatore nel saggio introduttivo in catalogo (invero, un vero e proprio libro, denso di una parte testuale che include anche interviste tra Meneguzzo e alcuni degli artisti-testimoni) – “Ed è proprio il comportamento, cioè, tutte quelle pratiche individuali e sociali che andavano modificando il modo di pensare e il modo di vedere, il terreno su cui gli artisti e gli intellettuali si misurano e costruiscono nuove proposte. Per loro – aggiunge il curatore – la divisione tra politica e indidviuo, tra giustizia sociale e felicità individuale non assume la forma di uno schieramento contrapposto, ma di un territorio assolutamente contiguo che può svilupparsi insieme e contemporaneamente”.

Grandi dipinti, fotografie, riviste e altro materiale editoriale (fanzine, cataloghi) e molta scrittura: il grande ambiente delle Stelline diventa così un contenitore di visioni, prospettive, stralci di un tempo che oggi non è letto in termini commemorativi e nostalgici, ma per quelle sue declinazioni che sono state oggetto di rivolte sociali e indagini complesse nei territori della cultura. C’è una missione che unisce tutte le operazioni di analisi e protesta, mettendo insieme il lavoro di tutti gli artisti, ovvero la volontà di dialogare con un nuovo pubblico, di allargare le prospettive della riflessione oltre i confini austeri e autoreferenziali del sistema dell’arte di allora. Ugo La Pietra – uno dei protagonisti della mostra – durante l’opening ha ricordato che all’epoca gli artisti impegnati amavano autodefinirsi “operatori estetici”, rinunciando alle categorie specifiche dell’arte. E d’altronde siamo in un momento in cui crollano del tutto gli steccati e gli artisti intendono entrare nei territori del dibattito pur non intendendo mai rinunciare alla pertinenza di un ruolo e di un ambito di appartenenza.

Le rivolte studentesche, la guerriglia, il femminismo e la politica: nel lessico di questo decennio “ribelle” c’è questo e molto altro. Nel grande spazio espositivo si rincorrono così le opere del ciclo Compagni compagni di Mario Schifano; le indagini sociali e antropologiche sulla città e le trasformazioni di La Pietra, che al lavoro artistico ha affiancato anche un impegno propriamente teorico e didattico in diverse geografie d’Italia e non solo (come emerge anche dalla preziosa mostra in corso, sempre a Milano, nella Galleria Bianconi); la pluralità degli interessi linguistici di Fernando De Filippi, presente con numerose opere che rivelano le sue attenzioni verso la pittura, la fotografia, lo spazio sociale, il cinema e l’opera d’arte pubblica, guardando a icone come Lenin e a frasi paradigmatiche legate alla denuncia sociale; la fotografia con declinazioni concettuali e sociali di Franco Vaccari; i paradigmi testuali di Vincenzo Agnetti; le immagini stratificate, con uno sguardo alla Pop, di Giampaolo Spadari; alla scrittura sui temi del lavoro di Gianfranco Baruchello; ed ancora – tra gli altri – Mario Ceroli, Gianni Pettena, Pablo Echaurren, Fabio Mauri e Gianni Emilio Simonetti.

Ne emerge un paesaggio cronologico e storico sfaccettato, denso di orientamenti – e contatti, per esempio con alcune espressioni linguistiche d’oltreoceano –, e che in un momento in cui in Italia e altrove l’ambito di un’arte politica sembra essere una delle vie maggiormente perseguite, ribadisce la lezione di quelli che oggi vanno considerati tra i maestri della storia dell’arte italiana del Novecento.

Galleria Gruppo Credito Valtellinese

Corso Magenta n. 59, Milano

12 ottobre – 9 dicembre 2017.

Info: creval.it

alfadomenica #3 – dicembre 2016

Oggi su Alfadomenica:

  • Raul Schenardi, José Lezama Lima, il romanzo-rizoma: Torna in libreria Paradiso, del cubano José Lezama Lima, per le Edizioni Sur, dopo la prima edizione italiana Rizzoli voluta da Alba de Cespedes nel 1990 e quella Einaudi, decisamente più affidabile, del 1995. Quest’ultima traduzione, ripresa da Sur, vinse il premio Grinzane Cavour ed è del compianto Glauco Felici, come pure il glossario e un «repertorio di cose, luoghi e personaggi». Completano il volume una prefazione di Chiara Valerio e parte di un lungo scritto di Julio Cortázar del 1966, Per arrivare a Lezama Lima. Salvo alcuni capitoli comparsi già a partire dal 1949 sulla rivista «Orígenes», da lui fondata e diretta, la prima edizione cubana dell’opera risale al 1966, quando Lezama Lima (1910-1976) era un apprezzato poeta e saggista ultracinquantenne, conosciuto a livello internazionale. Leggi:>
  • Valerio De Simone, Lungo viaggio verso la pioggia:  Lillian (Julia Stiles) è una giovane donna single che dopo la morte di sua madre ha deciso di lasciare Seattle per ritornare nella sua fredda e piovosa città natale nel Vermont. Mentre sta ricostruendo la sua vita, un losco individuo di nome Blackway (Ray Liotta) tenta di violentarla e non essendoci riuscito inizia a perseguitarla arrivando a uccidere il suo amato gatto. Lillian tenterà di risolvere la situazione rivolgendosi alle autorità, ossia allo sceriffo della cittadina, ma questi, terrorizzato all’idea di confrontarsi col malvivente, le consiglia di recarsi presso la segheria più grande della città per incontrare Scotty, l’unico che sembra avere dei conti in sospeso con Blackway. Leggi:>
  • Lorenzo Madaro, Senza fermarsi a Eboli. Arte pubblica a Latronico: Latronico – per Wikipedia 4.615 abitanti – è un paese della provincia di Potenza. Non ci sono particolari monumenti che lo rendono speciale, non rientra nelle tappe obbligate del turismo in Basilicata e non custodisce un museo imperdibile: eppure è un luogo che ha acquisito una certa rilevanza per l’arte contemporanea. Lo si deve a un progetto sincero, curato con impegno, senza fronzoli modaioli, badando alla sostanza dei processi partecipativi. È questo lo scenario nel quale, dal 2005, si svolgono progetti d’arte contemporanea, talk, mostre e, in particolare dal 2009, progetti di arte pubblica e collettiva, a stretto contatto con i luoghi e i ritmi dei cittadini, persone comuni che vivono ogni giorno dell’anno, anche nei gelidi inverni lucani, il rapporto con quelle opere.  Leggi:>
  • Semaforo: Massa critica - Massa insoddisfatta - Massa di lettori. Leggi:>

Ricordiamo ai lettori che è adesso disponibile l'Almanacco 2017  della nostra rivista con una selezione degli articoli usciti nel 2016 e la sezione inedita L'invasione aliena. A tutti quelli che ci seguono, segnaliamo inoltre che in questi giorni si è aperto il cantiere di Alfabeta. Vi aspettiamo!

 

Senza fermarsi a Eboli. Arte pubblica a Latronico

latronicoLorenzo Madaro

Latronico – per Wikipedia 4.615 abitanti – è un paese della provincia di Potenza. Non ci sono particolari monumenti che lo rendono speciale, non rientra nelle tappe obbligate del turismo in Basilicata e non custodisce un museo imperdibile: eppure è un luogo che ha acquisito una certa rilevanza per l’arte contemporanea. Lo si deve a un progetto sincero, curato con impegno, senza fronzoli modaioli, badando alla sostanza dei processi partecipativi. È questo lo scenario nel quale, dal 2005, si svolgono progetti d’arte contemporanea, talk, mostre e, in particolare dal 2009, progetti di arte pubblica e collettiva, a stretto contatto con i luoghi e i ritmi dei cittadini, persone comuni che vivono ogni giorno dell’anno, anche nei gelidi inverni lucani, il rapporto con quelle opere. Le proteggono, le osservano, le comunicano a terzi attraverso la loro testimonianza, sensibilizzando magari gli ospiti del paese a comprendere la natura di una pianificazione curatoriale che però è nata dal basso, da un’idea di condivisione di principi e idee. Tutto ciò emerge dalla successione di testi critici, narrazioni e immagini nelle circa trecento pagine di A Cielo Aperto. Pratiche di collaborazione nell’arte contemporanea a Latronico. Il volume è composto da un apparato fotografico e da schede approfondite sulle opere concepite per A Cielo Aperto dagli artisti invitati di volta in volta ogni estate nel paese. Mentre i contributi teorici – di Maria Teresa Annarumma, Pietro Gaglianò, Elio Grazioli, Marco Petroni, Alessandra Pioselli, Leandro Pisano, Pietro Rigolo e Gabi Scardi – analizzano con efficacia attitudini e progettualità dei singoli artisti coinvolti e di ciò che Bianco-Valente e Campanella sono riusciti a costruire nel paese del Pollino.

Ma facciamo un passo indietro. Nel 2005 l’Associazione Vincenzo De Luca, dedicata alla memoria di un metalmeccanico del paese appassionato di pittura e residente a Sesto San Giovanni, organizza una mostra delle sue opere, senza titolo, in omaggio a una vita infranta troppo presto. Lo rammenta la Presidente dell’Associazione, Elisabetta De Luca, nelle primissime pagine del libro. I passi successivi sono legati all’indagine che si è sviluppata da quel momento in poi. Nei testi introduttivi di Giovanna Bianco, Pino Valente e Pasquale Campanella emerge la volontà di recuperare la storia di quel luogo e di quell’area, di indagare pensieri e prospettive ma dall’interno, contro l’idea – ancora oggi molto diffusa – di calare dall’alto progetti d’arte. A Latronico si sono invece attivate pratiche virtuose, anche tra gli stessi artisti, coinvolgendo cittadini, commercianti, studenti fuori sede e residenti nei paesi vicini. D’altronde il dialogo e la riflessione costante e partecipata sono i punti di connessione del pensiero che guida il lavoro di Bianco-Valente sin dalle loro primissime esperienze. Giovanna Bianco è di Latronico e vive a Napoli dai tempi dell’università, conosce i ritmi e gli umori del paese ed è per questo che ha potuto comprenderne dinamiche e processi.

La cronistoria delle attività della fondazione e altri apparati con testi e riflessioni raccolte da Giusy Checola completano il volume. Fabrizio Bellomo, Francesco Bertelè, gli stessi Bianco-Valente, Stefano Boccalini, Andrea Gabriele e Andrea Di Cesare, Antonio Ottomanelli, Giuseppe Teofilo, Eugenio Tibaldi e Virginia Zanetti – sono solo alcuni degli artisti invitati in questi anni – che hanno contribuito, con le loro opere site-specific, a incentivare la crescita di un piccolo paese. L’hanno reso più bello, vivo. Talvolta con interventi anche effimeri, ma spesso efficaci. Coinvolgendo un pubblico non più passivo.

A Cielo Aperto. Pratiche di collaborazione nell’arte contemporanea a Latronico

a cura di Bianco-Valente e Pasquale Campanella

Postmedia Books, 2016, 296 pp., € 21

 

Puglia contemporanea. Progetti e prospettive

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Lorenzo Madaro

Puglia. Meta ormai di punta per vacanze esclusive in masserie appartate o per full immersion nella movida estrema. E per l’arte contemporanea? Proviamo a tracciare un percorso tra luoghi e progetti.

Tra gli appuntamenti periodici c’è il Premio Pino Pascali, nell’omonima fondazione di Polignano a mare: in questi anni sono transitati numerosi nomi, di diversa estrazione ma con un comune denominatore – un’attenzione alla multimedialità –, tra cui i fratelli Chapmann, Nathalie Djurberg, Adrian Paci, Giovanni Albanese e, nell’edizione in corso, il collettivo russo AES+F, scelto da una commissione composta dalla direttrice Rosalba Branà e da Christian Caliandro e Antonio Geusa. A Bari, il Polo per il contemporaneo del Comune, la cui direzione è stata affidata a Massimo Torrigiani, grazie alla collaborazione con Medimex proporrà una mostra di Brian Eno da fine ottobre, mentre non si conoscono ancora i futuri programmi. E il mondo della ricerca universitaria? Fatta eccezione per gli studi promossi dalla cattedra di storia dell’arte contemporanea guidata da Christine Farese Sperken, le università pugliesi latitano abbastanza sul fronte della progettualità delle mostre e dei momenti di riflessione condivisa, come hanno ribadito alcuni sbiaditi tentativi, recenti e non, in area salentina.

È il privato però che ha sempre garantito una valida alternativa nella programmazione artistica contemporanea pugliese, sin dai remoti anni Settanta: in primis, dal 1971 a pochi anni fa, la galleria barese di Marilena Bonomo, che ha fatto conoscere in Puglia le ricerche concettuali e minimaliste europee e americane, mediante un’attività fitta e inflessibile. In area salentina sono numerosi gli spazi in cui sono promossi progetti e mostre: per esempio il castello Carlo V gestito da Theutra srl con il Comune, dove da fine ottobre farà tappa L’albero della cuccagna, il progetto firmato Achille Bonito Oliva, con un’installazione di Mimmo Paladino. Nell’antico maniero, come in tanti altri castelli di Puglia, dal 2005 al 2010 è andata in scena Intramoenia Extrart, rassegna curata da Giusy Caroppo, con il coordinamento scientifico dello stesso Bonito Oliva, che ha contribuito alla conoscenza di alcuni nomi internazionali in questa regione. Allo stato attuale è la scena no profit a destare molto interesse: da Vessel e Planar a Bari, a Damage Good e Ramdom in area salentina, con progetti dedicati alla fotografia di ricerca o a residenze, spesso in stretta connessione con realtà straniere, così come accade anche a San Cesario di Lecce con La festa dei vivi (che riflettono sulla morte), progetto relazionale a cura de Lu Cafausu, di cui fanno parte, tra gli altri, Cesare Pietroiusti, Luigi Presicce, Giancarlo Norese, Emilio Fantin e Luigi Negro. Per le gallerie rimane un riferimento, per rigore e impegno, ArtCore a Bari, città in cui anche Doppelgaenger e Murat122 propongono un calendario di mostre. L’area leccese in tal senso soffre un po’ per l’assenza di investimenti privati, ma resiste L’Osanna, storica galleria di Nardò, mentre per la giovane arte rimangono un riferimento Riva Arte contemporanea nel capoluogo e Art&Ars gallery a Galatina, mentre la galleria nomade Co.61 si dedica con sempre più attenzione alla progettualità di mostre in spazi pubblici e privati. Tra i progetti da ricordare c’è Senso Plurimo, osservatorio di qualità della giovane arte made in Puglia, curato da Marinilde Giannandrea per i Cantieri teatrali Koreja di Lecce, e l’attività dell’Exchiesetta di Polignano, project room curata da Carlo Berardi e Giuseppe Teofilo, con una dose dilatata di progettualità. Negli ultimi anni il Salento è entrato di diritto nella geografia dell’arte contemporanea anche grazie a due progetti che, pur su ambiti diversi, avanzano proposte di qualità. Capo d’arte, a Gagliano del Capo, oramai è un appuntamento fisso dell’estate, che con la curatela di Torrigiani negli ultimi due anni hanno proposto, rispettivamente, Yang Fudong e Soundwalk collective, con allestimenti inediti e sorprendenti; a Galatina Christian Pizzinini e Antonio Scolari nel loro Palazzo Mongiò ospitano mostre, tra cui la recente collettiva Luce a cura di Antonella Marino. E poi ci sono gli antichi manieri – tra cui si distingue il castello di Gallipoli, gestito da Orione srl con la direzione di Raffaela Zizzari, che quest’anno ha promosso un’antologica di Michelangelo Pistoletto (ancora in corso), curata da Manuela Gandini – e i palazzi privati, tra cui quello della Fondazione Noesi a Martina Franca, dove si propongono soprattutto riflessioni su nomi storicizzati degli anni Sessanta e Settanta. Sarà un caso, ma negli ultimi anni molti artisti di origini pugliesi hanno spiccato il volo in contesti nazionali e internazionali. Impossibile citarli tutti, ma qualche nome è d’obbligo: dagli ormai conclamati casi di Giuseppe Gabellone, Luigi Presicce, Domingo Milella e Francesco Arena, ai nuovi nomi che si affacciano con un lavoro rigoroso nel contesto italiano, tra cui Michele Guido, Daniele D’Acquisto, Tony Fiorentino, Luigi Massari, Cosimo Terlizzi, Giuseppe Teofilo, Nico Angiuli e Fabrizio Bellomo. Ed anche sul fronte della critica ci sono belle novità, alcuni under 40, già attivi nel contesto nazionale, tra cui Christian Caliandro, Giacomo Zaza (che quasi ogni anno propone una mostra nel Torrione Passari di Molfetta) e Santa Nastro, ormai pugliese d’adozione, per competenze e rigore stanno facendo la differenza. Per l’arte contemporanea, questa regione si sta rivelando, pertanto, seppur tra tante contraddizioni, un’area abbastanza effervescente, anche se il settore non gode dei medesimi benefici di altri ambiti della cultura, come il cinema – con Apulia Film Commission –, la musica, con Puglia Sound, e il teatro, con il Teatro pubblico pugliese. Molto lavoro è stato già fatto, dalle diverse generazioni di critici e dagli operatori, dalle istituzioni e dai privati, ma la strada da compiere è ancora lunga.